Monday, June 30, 2008

Follow that dream

27 luglio 1958: una ricerca eseguita dalla Esso avverte i fan della musica rock che ascoltarla mentre si guida può causare un maggior consumo di benzina e quindi costare parecchi soldi. I ricercatori sostengono infatti che il ritmo spinto del rock'n'roll costringe il guidatore a "spingere" sull'acceleratore, facendo consumare più benzina...

Se solo potessi trovare un bianco che possiede il suono e il sentimento dei neri farei un milione di dollari
Sam Phillips

Una cospirazione cosmica contro la realtà a favore dell’avventura
W.J. Cash

Quando ero un ragazzo eroe l’eroe dei fumetti e dei film. Sono cresciuto credendo in un sogno. Adesso lo sto vivendo. Questo è tutto quello che un uomo può chiedere
Elvis Presley

Memphis, Tennessee, primi giorni del luglio 1954. Caldo afoso, tra Beal Street e Union Street, dove in un piccolo edificio d’angolo ha i suoi uffici e il suo piccolo studio di registrazione la Sun Records. Il proprietario è un certo Sam Phillips. Da anni registra e poi pubblica dischi di musicisti di colore, gente come Ike Turner, B.B. King, Rufus Thomas e altri. Con Junior Parker ha anche scritto, modellandola da una vecchia melodia della Carter Family, un pezzo che nelle mani di un altro, poco tempo dopo, diventerà il simbolo stesso del rock’n’roll ancora a venire. Si intitola Mystery Train. Quella che Phillips registra è musica eccitante, sexy e minacciosa allo stesso tempo, ma gli acquirenti di quelli che ancora si chiamano “race records” non fanno mercato.
Le vendite sono poche e poi questi dopo un disco o due emigrano tutti a nord, a Chicago soprattutto, dove da anni c’è una effervescente scena blues dominata da nomi come Muddy Waters. Lassù i soldi girano, e Sam Phillips ha un debole per i soldi. Sta cercando qualcuno in grado di cambiare le regole del gioco, e quel qualcuno può esser solo un bianco.

Furono i giorni di gloria del rockabilly, un momento in cui i ragazzi furono uomini e gli uomini ragazzi, quando autentiche leggende che ancora camminano per la terra emersero e la gente più semplice partecipò al viaggio.
Il rockabilly era musica veloce, aggressiva: un battere di batteria semplice e brioso, accordi taglienti di chitarra, un pianoforte country boogie selvaggio

Greil Marcus

Quel pomeriggio del 4 luglio 1954, nello studio della Sun, sono in quattro: Bill Black, bassista; Scotty Moore, chitarrista. Dietro il vetro, alle macchine per registrare, c’è Sam Phillips. E poi c’è un ragazzino manco ventenne, il cantante: si chiama Elvis Presley. Stanno provando da ore qualche pezzo da mettere su disco senza alcun risultato positivo.

La frustrazione prende il sopravvento e fanno una pausa. Parlano, scherzano, lo conosci quel brano di Crudup, quello che fa così. Elvis prende la chitarra e la strimpella e libero dagli ordini di Phillips lascia uscire fuori la sua anima. Billy e Scotty gli vanno dietro. Questa musica è selvaggia, pensa Phillips. Rifatela ragazzi che vi registro.: “Thats all right mama, that’s all right…”.
“Quando ascolteranno quello che abbiamo registrato ci cacceranno dalla città” dice il chitarrista. Chi suonerà un disco del genere, pensa Phillips. Non la gente bianca perché questa è musica per neri, e per i neri questa cosa è troppo hillbilly.

Il 19 luglio il disco, That’s All Right, viene pubblicato, ma è il retro di una ballata country, Blue Moon Of Kentucky. Non importa, la gente lo comprerà solo per il lato B. Quelli che seguiranno saranno i giorni di gloria del rockabilly e il lancio di Elvis Presley e con lui di una musica che cambierà il mondo, il rock’n’roll. Nulla sarà più come prima, ma per l’uomo che pensava di poter vivere in un sogno, quel sogno lo ucciderà. Perché non si può vivere dentro a un sogno.

Wednesday, June 25, 2008

Too old for rock'n'roll, too young to retire

Stasera sto a casa. Sì lo so: sarà il più grande dei più grandi concerti di tutti tempi, così grande che dopo si farà fatica a definire il prossimo concerto di Bruce Springsteen il più grande concerto di tutti i tempi.
Il bisogno che ogni evento a cui partecipiamo (non solo musicale, ma anche e soprattutto) sia il più grande di tutti i tempi è una cosa che fa un po’ sorridere, ma giustificabile. Siamo fatti così. E che cavolo: con la fatica che ho fatto a trovare il biglietto, con le ore di coda per arrivare allo stadio, con la calca umana che c’era per arrivare almeno a 400 metri dal palco, con il caldo che faceva, con le ore di coda per uscire dal parcheggio, vuoi dirmi che quello che ho visto non è stato il più grande concerto di tutti i tempi?

Sono le ore 12 e 26 di mercoledì 25 giugno mentre sto scrivendo queste righe (ehi questo passaggio sa molto del mio amico Jon Landau, eh? Giuro che non l’ho fatto apposta), stasera alle 20 e 30 comincia il concerto di Bruce Springsteen And The E Street Band e amici mi dicono che c’è gente che si è accampata fuori dello stadio già da sabato scorso. Non ci voglio credere, ma è possibile. A questa ora comunque sono già stati distribuiti – mi dicono – 900 di quei ridicoli braccialetti colorati che permettono l’ingresso nel “pit”. Ai miei tempi, quando quel venerdì 21 giugno 1985 mi recai a San Siro per assistere al primo concerto del Boss in Italia, il “pit” non esisteva. Era meglio così: è un sistema alquanto cazzuto di dividere il pubblico, lo trovo piuttosto razzista e un incitamento a creare ansie e patologie al limite del caso psichiatrico. L’esaltazione della fandom spinta ai limiti peggiori. Oltre che di facili danni all’incolumità della persona.

Quel giorno di solstizio d’estate di 23 anni fa, arrivai a San Siro a circa mezz’ora dall’inizio dello show. Stadio stracolmo ovviamente (erano solo due anelli, allora) e con il mio amico ci recammo nell’unico angolo ancora libero, cioè in cima al secondo anello, in quella che è la curva dei tifosi rossoneri (argh…) opposta alla curva interista dove era posto il palco. Vista mozzafiato sull’anfiteatro sotto di noi e possibilità di vedere anche la pedana da cui i musicisti sarebbero saliti sul palco. Ed eccoli, improvvisamente con il sole ancora alto nel cielo (solo noi lassù li vediamo): corrono, con Bruce davanti a tutti chitarra in mano. Poi l’apocalisse. Bam bam bam! la batteria che fracassa in maniera invereconda l’attacco di Born In The Usa. La prima mezz’ora mi lasciò tramortito: in sequenza, attaccate le une all’altra e seprate solo da quell’urlo immortale “one two three…” Out In The Streets e Badlands, tuffo al cuore continuato, lacrimoni da commozione rock’n’roll agli occhi. Wow, questa deve essere davvero l’anticamera alla promsied land.
Ricordo poi l’intensità dell’armonica durante quella Johnny 99 acustica, capendo che si può suonare acustico anche davanti a 60mila spettatori.

Nell’intervallo, quando ormai era calata “l’oscurità alla periferia della città”, scendemmo tranquillamente sul prato. Non c’era nessun pit a dividere i fan. Mi piazzai sotto alla torre del mixer da cui potei scorgere una bella ragazza sorridente; mi dissero trattarsi di Julienne, la sposa novella del Boss. Lui tornò con chiodo di pelle per una devastante Because The Night, l’obbligatoria Dancin’ in The Dark con l’obbligatorio invito alla ragazzina di turno a ballare con lui. Ma soprattutto per quello che reputo essere stato il momento più alto nei 23 anni che ho visto Springsteen dal vivo. Una formidabile, strappalacrime, da brivido Can’t Help Falling In Love eseguita da solo all’acustica e dedicata alla moglie. Ricordo ancora perfettamente come la cantò, e dire che da allora non l’ho più sentita quella esecuzione,
Ci furono, naturalmente, anche Twist And Shout e Rockin’ all Over the World.

Fu ovviamente il più grande concerto di tutti i grandi concerti di tutti i tempi. Perché c’ero. Stasera però sto a casa. È stato Bruce a dire che “I hope when I get old I don't sit around thinking about it but I probably will Yeah, just sitting back trying to recapture a little of the glory of, well time slips away and leaves you with nothing mister but boring stories of glory days”. Sto diventando vecchio, preferisco ricordarmi i miei (e i suoi) glory days che cercare di far rivivere a tutti i costi un sogno che ormai non ci appartiene più, a tutti e due. La grande menzogna del rock’n’roll è pensare che certe emozioni si possano rivivere all’infinito. Soprattutto inchiodare l'aspettativa della vita a tre ore di emozioni. E poi fino al prossimo concerto. sognando e sperando. La realtà, baby, è da un'altra parte. Certo, come dicevano i Byrds, "c'è tempo per ogni cosa", ma c’è più gusto la prima volta, e quando si è giovani. Dopo, sa troppo di clichè e di divertimento per forza. Datemi piuttosto uno sconosciuto songwriter o un gruppo di ragazzini che fa casino in un garage con dieci spettatori davanti. Il "magic" si trova lì, non a San Siro. Cinque anni fa c'era ancora un senso, era il momento dei ricordi dei glory days e poi avevamo promesso, ognuno per la sua strada. Da qualche parte su questo blog troveerete delle righe entusiastiche per il concerto di Springsteen a San Siro ne 2003. Ma adesso, Elvis left the building.

Ieri a dirla tutta me ne sono capitate di tutti i colori. Un nuovo sito con cui comincio a collaborare mi chiede come primo incarico di scrivere del concerto di Springsteen "Mi dispiace, ma non ci vado". L'amica a cui avevo offerto il mio biglietto mi chiama dicendomi di essersi fatta male a un piede e mi ritrovo il biglietto fra le dita. Sono fermo a un semaforo e dalla macchina accanto alla mia escono a tutto volume le note di Born to Run. Sembra che Bruce mi stia invocando a viva forza. Poi guardo il tipo in macchina che si agita su "tramps like us", avrà dieci anni più di me e mi fa un po' di tristezza. Scuto il capo: Nah, Bruce, resto a casa, grazie per averci provato.

Ci sarà mia moglie, stasera, lei non c’era nel 1985. Io starò a casa con le bambine, è meglio così. Ma tra un cartone alla televisione, una fetta di anguria e una favola per la più piccola, mi fermerò un attimo, sorridendo penserò all’uomo sul palco e vorrò credere che in mezzo ai 60mila di stasera ci sia almeno un ragazzino che come me quella sera di 23 anni fa sia arrivato all’ultimo minuto e per almeno il tempo di una canzone abbia potuto toccare con mano la sua promised land. Anche senza essere nel “pit”. È il suo turno adesso, non è più il mio. E pensando a lui e all’uomo sul palco alzerò un bicchiere: “You'll know I'm thinking of you and all the miles in between and I'm just calling one last time not to change your mind but just to say I miss you baby, good luck goodbye, Bruce Springsteen”.

Monday, June 23, 2008

Il Monte


L’estate è finalmente arrivata (non era uno sballo un giugno piovoso "come novembre"? eh sì che lo era, ma tanto vi siete lamentati...) e il caldo afoso ovviamente anche. Come al solito, mi sono beccato un raffreddore bastardo che mi trascinerò per tutta l’estate e non c’è niente di peggio che essere raffreddati quando fa caldo. Per rinfrescarmi idealmente cerco immagini della mia terra, ad esempio del Monte di Portofino. Una volta avevo scritto anche un racconto sulle bellezze e sui misteri di questo monte che vi risparmio volentieri. Lascio solo l’incipit:

Ormai non lo sanno più in molti, e con il passare degli anni il ricordo – e anche l’accessibilità ai quei luoghi – sta svanendo sempre più. Eppure il Golfo del Tigullio, detto anche Golfo Paradiso, è da sempre una delle mete turistiche più affollate del nostro Paese. Quello che molti dei turisti che affollano questi posti non sanno, è che da Riva Trigoso fino a Camogli, passando per il Monte di Portofino, è tutto un succedersi di bunker e gallerie costruite dai tedeschi nell’ultimo scorcio della Seconda guerra mondiale. Dopo lo sbarco di Anzio, infatti, si aspettavano uno sbarco analogo sulle coste della Liguria. Un po’ come i soldati di Dino Buzzati, attesero invano una invasione che non arrivò mai.




Tutto questo per dire cosa sono le foto che si vedono in questo post, scovate sul bellissimo sito panoramio.com, che è meglio di googleearth. Sono alcuni dei bunker, detti “batterie”, che si trovano sul Monte partendo dalla località di San Rocco sopra Camogli e andando verso San Fruttuoso. Alcuni, i primi, si raggiungono facilmente. Altri, i più interessanti, ad esempio la “Casa cucina” (che era la cucina delle truppe tedesche che erano stanziate in questi bunker) si raggiungono solo sfidando la guardia forestale che ha chiuso parte del percorso, infilandosi ad esempio in uno strettissimo cunicolo che un secolo fa era l’acquedotto che portava giù a valle. La vista quassù verso il mare davanti e la montagna alle spalle è di una bellezza incomparabile. Ad esempio quando si supera l'ultima serie di batterie e ci si affaccia sulla cosiddetta Cala dell'oro, dove anticamente chissà quali pirati vi nascondevano le loro ruberie, una insenatura poco prima di quella arci nota di San Fruttuoso, e che si raggiunge solo da mare, ma che da quassù si può osservare nel suo maestoso silenzio.

I bunker sono così ben conservati (a parte i cannoni che ovviamente sono stati portati via alla fine delle ostilità) che da un momento all’altro ti aspetti di vederne uscire un soldato del Reich. Tipo quei giapponesi che quarant'anni dopo la fine della guerra sono stati trovati su qualche isoletta sperduta del Pacifico, ancora in attesa dello sbarco degli americani e ignari che la guerra era finita. Questi qua, i nazi, non se l’erano passata male, direi: lontani dai combattimenti e in mezzo a una natura formidabile.


La Casa cucina sul Monte di Portofino

Ci sono stato almeno un paio di volte, in inverno e in estate, con gli amici. Quei due in questa ultima foto qua sotto, uno in piedi, l’altro sdraiato, siamo io e il mio amico Lelio, sul tetto di uno dei bunker. Ogni volta giuriamo che passeremo la notte nella Casa cucina, bevendo birra e aspettando l’alba. Non l’abbiamo ancora fatto. Forse troppa bellezza può fare male, e ce ne torniamo giù nella Liguria dei turisti.

Friday, June 20, 2008

Sir Reginald

Mi diverto un mondo quando dico a qualche rock music fan o a qualche collega “giornalista illuminato” che mi piace Elton John. Ti guardano schifati come fossi un povero demente. È vero, l’Elton John degli anni 80 e 90 era un imbarazzante burattino da Mtv, ma io intendo l’Elton John di inizio carriera, anzi dal secondo disco (1970) fino a Captain Fantastic, 1975. E anche quello egregio che è tornato a essere da quando, consigliato da un altro suo grande fan, Ryan Adams, ha inciso il bel Songs From The West Coast ed è tornato a proporre dischi dignitosi.

Ma quello di dischi come Elton John, Madman Across The Water, Tumbleweed Connection, Honky Chateu, Don’t Shoot Me I’m Only the Piano Player, Goodbye Yellow Brick Road e Captain Fantastic era un artista formidabile. Se non ci credete, prendete nota di chi lo ispirava a incidere quegli album: “Io e Bernie Taupin (il suo liricista) ascoltavamo e amavamo da impazzire The Band. Music From Big Pink. Quello era il disco a cui facevamo riferimento”. Elton e Bernie dedicarono anche una canzone, Levon, al batterista di The Band.
Per due ragazzi inglesi che non erano mai stati in America, ecco canzoni che riflettevano l’anima antica e misteriosa d’America più di molti americani del tempo. D’altro canto, qualcuno disse una volta che i più grandi dischi rock furono opera di musicisti inglesi come Beatles, Stones e Clash che sognavano di essere degli “americani immaginari” e così facendo scoprirono più dell’America di tanti che lì erano nati.

Amico di gente come Neil Young e John Lennon (a un concerto di Elton l’ex Beatle nel 1974 fece la sua ultima apparizione live), Sir Reginald componeva canzoni pianistiche di intensità eccezionale con una vena melodica malinconica di altissimo livello (va ricordato che Elton John incise – anche se non fu pubblicato ufficialmente – un intero disco di canzoni di Nick Drake, sua altra grande ispirazione), incalzanti ragtime che sembravano usciti da New Orleans, sontuose ballate ricche di umori southern soul, country gospel che manco Johnny Cash (insomma, quasi…), rock’n’roll travolgenti che ricordavano lo spirito innocente degli anni 50 (se pensate che Crocodile Rock sia una canzoncina stupida, andate a rileggervi il testo e ne riparliamo). Ecco cosa c’era in quei dischi. Ci sarebbe da parlare del suo strapotere sul palcoscenico, ma è un altro (interessante) discorso. Cercate di procurarvi i due live 11-17-70 e Here And There, comunque.
L’anno prossimo saranno quarant’anni dal suo primo disco, Empty Sky. Per l’occasione stanno uscendo diversi di questi dischi in versione deluxe, con elegante packaging, ricchi informazioni biografiche e un secondo cd di demo e brani live inediti. Io consiglio Tumbleweed Connection (quello della strepitosa Country Confort) e Honky Chateu, quello con la inarrivabile (per me la più bella canzone degli anni 70) Mona Lisa And Mad Hatters. Ma vanno bene tutti, almeno fino al 1975.

Tuesday, June 17, 2008

Perdonato dalle lucertole

Impossibile arginare l’invasione dei camerini: madri di famiglia che lo baciavano e bambini di 10 anni che lo ringraziavano. Un teatro, quello della Sala Fontana di Milano, stipato da oltre 400 persone aveva appena regalato una autentica standing ovation a Davide Van De Sfroos, protagonista di un incontro / concerto che lo ha visto raccontarsi e naturalmente cantare per oltre due ore, inclusa una vibrante London Calling dei Clash e una divertentissima ripresa, con versi improvvisati, di Niente paura di Ligabue per l’occasione diventata una sorta di scongiuro per Italia – Francia del campionato europeo di calcio.
Quando gli chiedo scusa per non essere riuscito a bloccare “l’invasione” del backstage, lui si gira sorridendo commentando: “E perché, che male c’è?”. Per tutti una stretta di mano, una foto o un autografo.


Canzoni e parole, dunque. Van De Sfroos è passato da reading di poesie inedite come una bella rilettura personale del Padre Nostro (“Scritta” ha detto “quando alcuni mesi fa è morto mio padre e nello stesso tempo mi veniva dato un figlio”) in cui dice cose come “siamo nati per essere aquile e invece ci accontentiamo di essere ranocchi che si gasano per aver preso una mosca” e che “che quando ti metti a nudo c’è un Altro che ti riveste in altro modo”, a tante delle sue splendide canzoni, come la divertentissima e lunghissima Una poma, cabarettistica rilettura della cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso, fino alla toccante New Orleans, dedicata alle tante vittime dell’uragano Katrina.

Se ne è andato nella notte per tornare al suo paesello, sul lago di Como, come quei migranti di cui parla nelle sue canzoni, e con un arrivederci: quello al Meeting di Rimini, dove sarà protagonista della serata finale. Che sarà, ancora una volta, un evento. Perché, o protagonisti o nessuno.

Consiglio la lettura di questo ottimo resoconto della serata, da cui ho rubato alcune delle foto…
http://talkin-walkin.blogspot.com/2008/06/siamo-tutti-cauboi.html

Friday, June 13, 2008

I saw the future of rock'n'roll

Avevo suppergiù 13 anni e tra i dischi lasciati a prendere polvere dai miei fratelli maggiori c’era anche questo qua, titolo e foto di copertina bizzarri: Cosmo’s Factory si chiamava e il nome della band era quasi impossibile da pronunciare, Creedence Clearwater Revival. E che sarà mai, pensavo. Non pensai più nulla una volta messo sul piatto, ammaliato dalla magia di quel voodoo rock intinto nello swamp del Mississippi da cui traeva linfa. Più di trent’anni dopo la serata – attesa per tutta la vita – di John Fogerty si apre proprio con il primo brano di quel disco, Travelin’ Band.
Troppo sfinito stamattina dopo la serata incredibile di ieri all’Alcatraz di Milano, mi perdonerete se riciclo la recensione che uscirà su Jam del prossimo mese. I’m still rockin’ all over the world…


Dando un’occhiata alle scalette dei concerti che l’ex Creedence aveva tenuto nei giorni precedenti nel corso di questo tour europeo (che culminerà con il ritorno alla Royal Albert Hall di Londra per la prima volta dopo il celebrerrimo concerto del 1971), peraltro ottime anch’esse, ti rendi conto che John Fogerty ha voluto regalare a Milano una serata speciale. D’altro canto scherzando sin dall’inizio lo aveva suggerito lui stesso che sarebbe stata una serata memorabile: “Finalmente in Italia” ha detto “era un po’ che non ci venivo. Più o meno quarant’anni”. Di fatto né lui né i CCR ci erano mai venuti, e la sua mancanza era uno dei grandi misteri italiani del rock’n’roll. I due o tre lettori che seguono i miei scritti su queste pagine forse ricorderanno la recensione circa un anno fa del sottoscritto al dvd live di Fogerty, in cui dicevo che se solo si fosse degnato di suonare dalle nostre parti rispetto agli ingessati spettatori americani che si vedevano in quel filmato, avrebbe assistito a un pubblico straordinario che lo avrebbe mandato in orbita. Lui stesso l’ha detto più volte: “Milano, mi ricorderò di questa serata per il resto della mia vita”.


The mighty mighty Kenny Aronoff

Così ha offerto brani in più e raramente suonati nei precedenti concerti, aprendo con una appropriata, agognata e formidabile –come tutto il resto dello show peraltro – Travelin’ Band che non aveva mai suonato prima in Europa.
In forma fisica (63 anni, e che cazzo!) straordinaria, voce strepitosa e con una band superlativa in cui spiccava ovviamente quello che lui ha definito “il più grande batterista rock vivente” (ed è fottutamente vero) e cioè l’incredibile, potentissimo Kenny Aronoff, ha fatto impallidire qualunque ricordo di tutti i precedenti show che avevo definito “il più grande concerto rock della mia vita”, compreso lo storico Bruce Springsteen a San Siro nel 1985.
Presentando i brani con nonchalance, tipo “Questa è una canzone che parla di un arcobaleno (e badabam! ecco Have You Ever See The Rain, mica l’ultima dei Coldplay, per intenderci, oppure “Eccone uan che ho scritto 35 anni fa” e vai con Comin’ Down The Road) ha sciorinato tre ore circa di brani da leggenda, capolavori che hanno definito e codificato il senso stesso di rock’n’roll music, debordando ora nel cayun (un magnifico violinista con lui), ora nell’R&B, ora nella country music. Solo Paul McCartney o gli Stones possono rovesciare sul pubblico una tale lista impressionante di hits da pelle d’oca. Qualche titolo? Mah, c’erano tutte: Born On The Bayou, Bad Moon Rising, Green River, Keep On Chooglin', Who’ll Stop The Rain, Midnight Special, Down On The Corner, Hey Tonight, Fortunate Son, Born On The Bayou e per noi di Milano anche Susie Q, Nightime Is The Right Time, Up Around The Bend, Sweet Hitch-Hiker e soprattutto una debordante e lunghissima I Heard It Through The Grapevine dove si è lasciato andare in un assolo che sembrava non finire mai, di chitarra di taglio psichedelico, con interventi dell’ottimo tastierista: chiudevi gli occhi e sentivi di essere al Fillmore, in una sera del 1969.

La sua bravura come chitarrista è apparsa evidente in ogni momento: oltre a quei riff memorabili che caratterizzano ogni canzone e che già da soli sono storia del rock al pari di quelli di Keith Richards, i suoi assoli di taglio bluesy spuntavano a ogni pie’ sospinto, dimostrando una attitudine alla musica libera e improvvisativi che oggi nessuno si ricorda manco cosa sia. In più. La sua band, per nulla retrò, grazie al già citato Aronoff ha espresso un sound moderno e vibrante, per nulla nostalgico. E che dire dell’urlo rauco “I’m not a senator’ son!”.
Qualche siparietto old time e con il cappello da cwoboy in testa, con i musicisti seduti a fianco a lui e poi di nuovo fiamme alle polveri con brani del repertorio solista che non sfiguravano accanto ai grandi classici ad esempio la bella Old Man Down The Road.
Finale da arresto cardiaco per tutti i quasi 5mila accaldati e sudati con Rockin’ All Over The World e Proud Mary. Ma chi cazzo scrive ancora canzoni così belle, oggigiorno?

Thursday, June 12, 2008

Giacomone

di Giovannino Guareschi

Il vecchio Giacomone aveva bottega nella città bassa. Una stanzaccia con un banco da falegname, una stufetta di ghisa e una cassa.
Dentro la cassa, Giacomone teneva un materasso di crine che, la sera, cavava fuori e distendeva sul banco: e lì dormiva. Anche il mangiare non era un problema serio per Giacomone perché, con un pezzetto di pane e una crosta di formaggio, tirava avanti una giornata: il problema era il bere. Giacomone, infatti, aveva uno stomaco di quel tipo che usava tempo addietro: quando, cioè, c’era gente che riusciva a trovare dentro una pinta di vino il nutrimento necessario per vivere sani e svelti come un pesce. Forse perché, allora, non avevano ancora inventato le calorie, le proteine, le vitamine e le altre porcherie che complicano la vita d’oggigiorno.
Giacomone, quindi, finiva sbronzo la sua giornata: d’estate dormiva sulla prima panchina che gli capitava davanti. D’inverno dormiva sul banco. E, siccome il banco era lungo ma stretto e alto, Giacomone, agitandosi, correva il rischio di cascare per terra: allora, prima di chiudere gli occhi, si avvolgeva nel tabarro serrandone i lembi fra le ganasce della morsa. Così poteva rigirarsi senza il pericolo di sbattere la zucca contro i ciottoli del pavimento.
Giacomone accettava soltanto lavori di concetto: riparazioni di sedie, di cornici, di bigonci e roba del genere. La falegnameria pesante non l’interessava. E, per falegnameria pesante, egli intendeva ogni lavoro che implicasse l’uso della pialla, dello scalpello, della sega. Egli ammetteva soltanto l’uso della colla, della carta vetrata, del martello e del cacciavite. Anche perché non possedeva altri strumenti. Giacomone, però, trattava anche il ramo commerciale e, quando qualcuno voleva sbarazzarsi di qualche vecchio mobile, lo mandava a chiamare. Ma si trattava sempre di bagattelle da quattro soldi e c’era poco da stare allegri.
Un affare eccezionale gli capitò fra le mani quando morì la vecchia che abitava al primo piano della casa dirimpetto alla sua bottega. Aveva la casa zeppa di roba tenuta bene e toccò ogni cosa a un nipote che, prima ancora di entrare nella casa, si preoccupò di sapere dove avrebbe potuto vendere tutto e subito.

Giacomone si incaricò della faccenda e, in una settimana, riuscì a collocare la mercanzia. Alla fine, rimase nell’appartamento soltanto un gran Crocifisso di quasi un metro e mezzo con un Cristo di legno scolpito.
«E quello?» domandò l’erede a Giacomone indicandogli il Crocifisso.
«Credevo che lo teneste» rispose Giacomone.
«Non saprei dove metterlo» spiegò l’erede. «Vedete di darlo via. Pare molto antico. C’è il caso che sia una cosa di valore».
Giacomone aveva visto ben pochi Crocifissi in vita sua: comunque era pronto a giurare che quello era il più brutto Crocifisso dell’universo. Si caricò il crocione in spalla ma nessuno lo volea.
Tentò il giorno dopo e fu la stessa cosa. Allora arrivò fino a casa dell’erede e gli disse che se voleva vendere il Crocifisso si arrangiasse lui.
«Tenetevelo» rispose l’erede. «Io non voglio più saperne niente. Se vi va di regalarlo regalatelo. Se riuscirete a smerciarlo, meglio per voi: soldi vostri.»
Giacomone si tenne il Crocifisso in bottega e, il primo giorno che si trovò senza soldi, se lo caricò in spalla e andò in giro a offrirlo.
Girò fino a tardi e, prima di tornare in bottega, entrò nell’osteria del Moro. Appoggiò il Crocifisso al muro e, sedutosi a un tavolo, comandò un mezzo di vino rosso.
«Giacomone» gli rispose l’oste «dovete già pagarmi dodici mezzi. Pagate i dodici e poi vi porto il vino».
«Domani pago tutto» spiegò Giacomone. «Sono in parola con una signora di Borgo delle Colonne. È un Cristo antico, roba artistica, e saranno soldi grossi».
L’oste guardò il Cristo e si grattò perplesso la zucca:
«Io non me ne intendo» borbottò «ma ho l’idea che un Cristo più brutto di quello lì non ci sia in tutto l’universo».
«La roba antica più è brutta e più è bella» rispose Giacomone. «Voi guardate le statue del Battistero e poi ditemi se sono più belle di questo Cristo».
L’oste portò il vino, e poi ne portò ancora perché Giacomone aveva una tale fame che avrebbe bevuto una damigiana di barbera.
L’osteria si riempì di gente e il povero Cristo sentì discorsi da far venire i capelli ricci a un’ brigadiere dei carabinieri pettinato all’umberta.
A mezzanotte Giacomone tornò in bottega, col suo Cristo in spalla e, siccome due o tre volte si trovò a un pelo dal cadere lungo disteso perché quel peso io sbilanciava, tirò fuori di sotto il vino che aveva nello stomaco delle bestemmie lunghe come racconti.

La storia del Cristo si ripeté i giorni seguenti: e ogni sera Giacomone faceva tappa a un’osteria diversa e passò tutte le osterie dove era conosciuto.
Così continuò fino a quando, una notte, la pattuglia agguantò Giacomone che, col Cristo in spalla, navigava verso casa rollando come una nave sbattuta dalla burrasca.
Portarono Giacomone in guardina e il Cristo, appoggiato a un muro della stanza del corpo di guardia, ebbe agio di ascoltare le spiritose storie che rallegrano di solito i questurini di servizio notturno.
La mattina Giacomone fu portato davanti al commissario che gli disse subito che non facesse lo stupido e spiegasse dove aveva rubato quel Crocifisso.
«Me l’hanno dato da vendere» affermò Giacomone e diede il nome e l’indirizzo del nipote della vecchia signora morta.
Lo rimisero in camera di sicurezza e, verso sera, lo tirarono fuori un’altra volta.
«Il Crocifisso è vostro» gli disse il commissario «e va bene. Però questo schifo deve finire. Quando andate all’osteria, lasciate a casa il Cristo. La prima volta che vi pesco ancora vi sbatto dentro».
Fu, quella, una triste sera per il Cristo: perché Giacomone se la prese con lui e gli disse roba da chiodi.
Si ubriacò senza Cristo ma, alle tre del mattino, si alzò, si caricò il Cristo in spalla e, raggiunta per vicoletti oscuri la periferia, si diede alla campagna.
«Vedrai se questa volta non riesco a rifilarti a qualche disgraziato di villano o di parroco!» disse Giacomone al Cristo.
Era autunno e incominciava a far fresco, la mattina: Giacomone s’era buttato addosso il tabarro e così, col grande Crocifisso in spalla e il passo affaticato, aveva l’aria di uno che viene da molto lontano.
All’alba, passò davanti a una casa isolata: una vecchia era nell’orto e, vedendo Giacomone con la croce in spalla, si segnò.
«Pellegrino!» disse la vecchia. «Volete una scodella di latte caldo?»
Giacomone si fermò.
«Andate a Roma?» s’informò la vecchia.
Giacomone fece cenno di sì con la testa.
«Da dove venite?»
«Friuli» disse Giacomone.
La vecchia allargò le braccia in atto di sgomento e gli ripeté che entrasse a bagnarsi le labbra con qualcosa.
Giacomone entrò. Il latte, a guardarlo, gli faceva nausea: poi lo assaggiò ed era buono. Mangiò mezza micca di pane fresco e continuò la sua strada.
Schivò le strade provinciali; prese scorciatoie attraverso i campi e batté le case isolate.
«Passo di qui perché la strada è piena di sassi e di polvere e ho i piedi che mi sanguinano e gli occhi che mi piangono» spiegava Giacomone quando traversava qualche aia. «E poi ho fatto il voto così. Vado a Roma in pellegrinaggio. Vengo dal Friuli».
Una scodella di vino e un pezzo di pane non glieli negava nessuno. Giacomone metteva il pane in saccoccia, beveva il vino e riprendeva la sua strada. Di notte smaltiva la sua sbronza sotto qualche capanna in mezzo ai campi.
In seguito era diventato più furbo: s’era procurato una specie di grossa borraccia da due litri. Non beveva il vino quando glielo davano; lo versava dentro la borraccia:
«Mi servirà stanotte se ho freddo o mi viene la debolezza» spiegava.
Poi, appena arrivato fuori tiro, si attaccava al collo della borraccia e pompava. Però faceva le cose per bene in modo da trovarsi la sera con la borraccia piena. Allora, quando si era procurato il ricovero, scolava la borraccia e perfezionava la sbornia.

Il freddo incominciò a farsi sentire, ma, quando Giacomone aveva fatto il pieno, era come se avesse un termosifone acceso dentro la pancia.
E via col suo povero Cristo in spalla.
«Vado a Roma, vengo dal Friuli» spiegava Giacomone. E quando era sborniato e traballava, la gente diceva:
«Poveretto, com’è stanco!».
E poi gli era cresciuta la barba e pareva un romito davvero.
Giacomone, che aveva la testa sulle spalle, aveva fatto in modo di gironzolare tutt’attorno alla città: ma l’uomo propone e il vino dispone. Così andò a finire che perdette la bussola e si trovò, un bel giorno, a camminare su una strada che non finiva mai di andare in su.
Voleva tornare indietro e rimanere al piano: poi pensò che gli conveniva approfittare di quelle giornate ancora di bel tempo per passare il monte. Di là avrebbe trovato il mare e, al mare, freddo che sia, fa sempre caldo.
Camminò passando da una sbronza all’altra, sempre evitando la strada perché aveva paura di imbattersi nei carabinieri: prendeva i sentieri e questo gli permetteva di battere le case isolate.
L’ultima sbronza fu straordinaria perché capitò in una casa dove si faceva un banchetto di nozze e lo rimpinzarono di mangiare e di vino fino agli occhi.
Oramai era quasi arrivato al passo. La notte dormì in una baita e, la mattina dopo si svegliò tardi, verso il mezzogiorno: affacciato alla porta della baracca si trovò in mezzo a un deserto bianco con mezza gamba di neve. E continuava a nevicare.
“Se mi fermo qui rimango bloccato e crepo di fame o di freddo” pensò Giacomone e, caricatosi il Cristo in spalla, si mise in cammino.
Secondo i suoi conti, dopo un’ora avrebbe dovuto arrivare a un certo paese. Aveva ancora la testa annebbiata per il gran vino bevuto il giorno prima, e poi la neve fa perdere l’orizzonte.
Si trovò, sul tardo pomeriggio, sperduto fra la neve. E continuava a nevicare.
Si fermò al riparo di un grosso sasso. La sbornia gli era passata completamente. Non aveva mai avuto il cervello così pulito.
Si guardò attorno e non c’era che neve, e neve veniva giù dal cielo. Guardò il Cristo appoggiato alla roccia.
«In che pasticcio vi ho messo, Gesù» disse. «E siete tutto nudo...».
Giacomone spazzò via col fazzoletto la neve che si era appiccicata sul Crocifisso. Poi si cavò il tabarro e, con esso, coperse il Cristo.
Il giorno dopo trovarono Giacomone che dormiva il suo eterno sonno, rannicchiato ai piedi del Cristo. E la gente non capiva come mai Giacomone si fosse tolto il tabarro per coprire il Cristo.
Il vecchio prete del paese rimase a lungo a guardare quella strana faccenda. Poi fece seppellire Giacomone nel piccolo cimitero del paesino e fece incidere sulla pietra queste parole:

Qui giace un cristiano
e non sappiamo il suo nome
ma Dio lo sa
perché è scritto nel libro dei Beati.

Monday, June 09, 2008

Il campo dei sogni

Faccio la stessa medesima strada per andare al lavoro da ormai - gulp! - 12 anni. Nell'ultimo tratto, mi lascio alle spalle la maledetta metropoli e attraverso un bel parco. Più o meno bello insomma... Nell'ultimo tratto alla mia destra e alla mia sinistra si aprono due grandi campi di grano. C'è un semaforo e spesso mi fermo lì in colonna, alla mattina e alla sera al ritorno. Di questi due campi ne osservo durante lo scorrere delle stagioni la vita: la maturazione rigogliosa in primavera ed estate, il taglio a fine estate, le zolle scuri e tristi d'inverno. Sotto cui so che però si cela sempre, pronta a balzare fuori, la nuova vita. E così sarà, alla prossima primavera. Vedo quegli steli di grano crescere sempre più sempre più, fino a diventare più alti di un uomo adulto. Li vedo con la luce diversa del sole che li bacia a seconda delle stagioni. Che meraviglia.

Guardare quei campi mi dà la misura di un tempo antico, di quando la vita dell'uomo seguiva quella del mondo, e non viceversa, come oggi, in cui abbiamo imposto noi le nostre regole frenetiche a noi stessi e alla natura, con il risultato di aver reso noi degli schizofrenici imbecilli e la natura un pallido ricordo di quella bellezza altra di cui era espressione. Però mi affascina anche osservare quegli steli di grano così alti e fitti che quasi una persona fa fatica a entrarci e sogno sempre di farci ingresso e perdermi in un'altra dimensione. C'era un bel film horror di cui non ricordo il nome che parlava di personaggi malefici che spuntavano dai campi di grano per rapire i passanti.

E poi naturalmente c'è il bellissimo film con Kevin Costner, L'uomo dei sogni, che mi commuove sempre, e dire che odio il baseball.
Quei campi di grano come porta che mette in comunicazione vita terrena e al di là. Una porta che solo l'uomo dei sogni sapeva scardinare.

Poi qualcuno mi suona il clacson e mi urla di muovermi, che ormai il semaforo è già verde. Dannata vita moderna.

Friday, June 06, 2008

He's an artist, he don't look back

Qualche giorno fa ho visto uno speciale televisivo sull’attuale campagna elettorale americana. Dicevano che nessuno dei candidati, né Hillary Clinton, né Barack Obama né McCain, ha a tema l’incredibile situazione di povertà che si vive negli Stati Uniti d’America. Cioè che la bella cifra di 50 milioni di americani vive sotto la soglia della povertà e che diverse decine di milioni di altri non se la passa poi molto meglio. Ma nessuno dei candidati, siano i democratici o i repubblicani, ne parla nei loro comizi, semplicemente perché non è un argomento che porta voti. I poveri, in America non vanno a votare, dunque chissenefrega, meglio parlare di argomenti come la guerra in Iraq che scaldano di più le platee e portano più voti.

Sul Times di oggi, il magazine inglese, è uscita una nuova intervista con Bob Dylan. Quando gli viene chiesto della sua visione sulle prossime presidenziali, il musicista americano dice: “L’America di oggi è in uno stato di sollevazione. La povertà è demoralizzante. Non ci si può aspettare che la gente abbia la virtù della purezza quando è povera”. È bello vedere che il cuore di Bob Dylan batte ancora per la sofferenza della gente e che non si perde in manicheismi da politicanti da quattro soldi (“Ring them bells, for the time that flies, For the child that cries When innocence dies”).
Per chi fosse interessato, Dylan dice anche di avere fiducia in Barack Obama: “Ma c’è questo tipo là fuori, che sta redefinendo la natura della politica da zero. Barack Obama. Sta redifinendo il ruolo del politico. Così aspettiamo di vedere cosa succederà. Se ho delle speranze? Sì, spero che le cose possano cambiare. Certe cose devono cambiare”.
L’intera intervista, che ruota essenzialmente sulla mostra dei suoi dipinti che si sta tenendo in questi giorni a Londra senza rivelare granché di particolarmente interessante, la trovate qui: http://entertainment.timesonline.co.uk

Ma mi piace ricordare come saluta il giornalista a termine dell’incontro: “Devi sempre prendere dal passato le cose migliori, lasciare le cose peggiori indietro e andare avanti nel futuro”. Don’t look back, Bob?

Thursday, June 05, 2008

My bloody valentine

C’è un uomo che parte, presumibilmente dal nostro opulento e annoiato mondo occidentale, verso i mari del Sud, verso i loro coralli, alla ricerca della Stella del Sud. È solo una metafora, del viaggio intrapreso dal fotografo Robert Mapplethorpe quando, ammalatosi di Aids, piano piano va verso la sua morte cercando, titanicamente, di combatterla. Sta cercando la Bellezza, prima di morire, la cerca nel Mar di Corallo. Questa storia la poteva raccontare solo Patti Smith, amante prima e poi amica fraterna dello scomparso fotografo e lo ha fatto in un libro pubblicato nel 1996, The Coral Sea.

Adesso questa storia arriva anche su disco, su doppio cd: spoken word con accompagnamento musicale del leader dei My Bloody Valentine, Kevin Shields. Il primo cd contiene la registrazione tenuta il 22 giugno 2005 alla Queen Elizabeth Hall di Londra; il secondo quella del 12 settembre 2006, le uniche due volte in cui la poetessa e cantante americana si è cimentata in una performance che lei stessa temeva di non essere in grado di portare a termine, per il coinvolgimento emotivo con il soggetto e per la difficoltà dell’esecuzione stessa: “Avevo provato a leggere questo poema in pubblico, ma non ero mai riuscita a sostenerne l’emozione” ha detto lo stessa Patti Smith. “Eseguirlo con Kevin Shields mi ha dato un orizzonte in cui esplorare le emozioni che mi portarono a scrivere quest’opera. Credo che insieme siamo riusciti a produrre un memoriale degno di Robert che fu, quando ero giovane, la mia bloody valentine”.

Non è ovviamente un ascolto facile, questo di The Coral Sea, soprattutto per noi italiani. Chiunque ami la recitazione spoken word su accompagnamento musicale però non potrà sottrarsi all’ascolto: a parte Jack Kerouac e il primissimo Bob Dylan, non ci sono altri esempi in campo musicale di capacità a recitare poesia davanti a un pubblico di pari livello emozionale come quello che è in grado di proporre Patti Smith. Veramente il concetto di canzone e poesia appaiono trasfigurati in una forma d’arte complementare che non necessita del capire ogni singola parola detta dall’artista, ma solo di lasciarsi trascinare in un viaggio oltre le porte della percezione. E senza bisogno di droga.

Se una volta Patti Smith era il nostro Rimbaud rock’n’roll, adesso è diventata San Giovanni della Croce, la mistica della compassione. Che Dio la benedica.