Monday, October 29, 2012

Cavallo Pazzo

Ci sono pillole e pillole. A Neil Young, 66 anni di età, piacciono quelle psichedeliche. In realtà non si arriva a questa età facendo ancora così grande musica se si abusa di stupefacenti, anche se il canadese in vita sua non ha mai disdegnato certi abusi, per sua stessa ammissione. Oggi quelle sostanze, pillole psichedeliche comprese, sono un modo per far riferimento a un'epoca e a una stagione, musicale soprattutto, che "Psychedelic Pill", il nuovissimo disco, il 35esimo della carriera, di Neil Young celebra ampiamente con un senso di malinconia incombente. Un disco che segna il ritorno dopo molti anni dei suoi accompagnatori preferiti, quei Crazy Horse che cominciarono con lui appunto in era psichedelica e che da tempo erano stati messi da parte. Si sa che quando Young lavora con il Cavallo Pazzo il risultato può essere uno solo: musica estrema, metallo urlante, infinite cavalcate chitarristiche. E qua ce ne sono di cavalcate chitarristiche visto che un paio di brani arrivano a quasi mezz'ora di durata e gli altri poco meno.



Successe una sera di diversi anni fa, durante un concerto italiano di Neil Young. Durante l'esecuzione di un brano in cui si stava impegnando in un lungo assolo di chitarra, Young si avvicinò pericolosamente al bordo del palcoscenico. Non cadde, ma improvvisamente fu chiaro a chi gli stava davanti che era come se fosse perduto in una trance. Non smise mai di suonare, ma andò avanti barcollando pericolosamente come se non avesse più cognizione di dove si trovasse.


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Saturday, October 27, 2012

Il Manifesto dell'intelligenza

Questo articolo dell'amica Barbara dice tutto quello che c'è da dire, e perciò lascia più depressi che mai. Anche se lei non si deprime, ma lei è giovane. Linkatelo, stampatelo, volantinatelo, manifestatelo, se vi stanno a cuore la musica e l'intelligenza. E la bellezza


Ci siamo persi, anzi, ci siamo voluti perdere. E lo abbiamo fatto nella maniera più semplice, usando l'immobilismo e lasciando che le cose continuassero ad essere come sono sempre state. Abbiamo fatto, in poche parole, finta di niente. Abbiamo continuato a distribuire targhe e premi, a ritrovarsi a Meeting dove anno dopo anno ci siamo raccontati le solite cose, facendo finta di porsi dei problemi, ma alla fine senza aver mai voluto trovare davvero le soluzioni. Arrivati a questo punto, ovvero al punto in cui l'intero sistema musica sta collassando su stesso, risucchiato da un enorme buco nero di cui tutti siamo colpevoli, cosa ci resta da fare? Prima di tutto bisogna smettere di fare gli struzzi e guardare la realtà dei fatti che va oltre le singole colpe di settore. Non è solo colpa dei promoter, non è solo colpa delle agenzie, non è solo colpa degli artisti, non è solo colpa del pubblico. Il problema è che il meccanismo a un certo punto si è inceppato e a ognuno faceva comodo pensare che la colpa non fosse sua. E mentre eravamo impegnati a scagliare parole come pietre contro quello o quell'altro, siamo rimasti fermi nel cercare la soluzione. Intanto la SIAE faceva i suoi comodi, i negozi di dischi chiudevano, i cd non si compravano più, le riviste di musica crollavano, la gente non andava più a vedersi un concerto. Tutti attorcigliati all'interno, salvo poi, felici come delle pasque, premiare o essere premiati con una targa come quella del Tenco, che davvero bisognerebbe chiedersi oggi, a fronte di tutti i problemi che ho elencato, che senso ha.


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Wednesday, October 24, 2012

This must be the place


The waiting, is the hardest thing. L'attesa, cantava Tom Petty, è la cosa più difficile. L'attesa è il tema del bel film di Paolo Sorrentino anche se questa attesa è celata, fa capolino a tratti e solo nella scena finale si capisce che era il significato di tutto. Ma l'attesa è quello che rende la vita degna di essere vissuta, per quanto sia anche la cosa più difficile. Come ogni prodotto italiano - film, musica, libri - avevo accuratamente evitato di guardare questo film, anche se la presenza di uno dei massimi attori (ma soprattutto registi) viventi, Sean Penn, mi intrigava. Poi il fatto che si parlasse di una rock star. Vedere Sean Penn conciato da Robert Smith coatto però mi aveva stoppato, fino a quando la solita notte in solitaria mi ha messo davanti al film. E l'ho visto.

This Must Be the Place
è fatto benissimo innanzitutto perché è girato e prodotto come un film americano, da tutti i punti di vista, anche grazie al fantastico cast: oltre a Penn infatti ci sono i bravissimi Frances McDormand, Eve Hewson, Harry Dean Stanton.


Poi è pensato come un film americano, pieno di pause, silenzi, panoramiche di alto livello e non ultimo c'è anche una gran bella colonna sonora. Inevitabile pensare ai film del grande Wim Wenders da cui attinge a piene mani per l'ispirazione. C'è un sottile umorismo tipicamente americano anche quello, impossibile da trovare nei film italiani. E c'è un significato. "Qualcosa mi ha disturbato, non so bene cosa, ma qualcosa mi ha disturbato…", dice Cheyenne/Sean Penn, una rock star che da anni non fa più dischi e concerti, chiuso con la moglie nel suo castello prigione. Cosa lo ha disturbato è il suicidio di alcuni suoi fan che avevano preso troppo sul serio i testi depressivi e nichilisti delle sue canzoni: non basta a Cheyenne recarsi ogni settimana sula loro tomba a portare fiori, con i genitori dei ragazzi che cercano di cacciarlo, per togliersi il senso di responsabilità per la loro morte. Cheyenne passa e ore a fissare il nulla se non fosse per una moglie affettuosa che di giorno fa il pompiere (a sua insaputa) e di una ragazzina fan (che peraltro è la figlia di Bono degli U2) che gli tiene compagnia senza chiedere nulla in cambio. Una ragazzina triste come lui che Cheyenne cerca inutilmente di far fidanzare, ma non ci riesce: "la tristezza è incompatibile con la tristezza" commenta.


"Non sto cercando me stesso. Sono in New Mexico, non in India…": un giorno Cheyenne parte alla volta dell'America per vedere il padre che sta morendo ("Mio padre sta morendo di vecchiaia... Una malattia che non esiste!"). Lui vive in Inghilterra, non lo vede da trent'anni e ha paura di volare, così prende una nave. Arriverà che il padre è già morto, ma sulla nave assisterà a un concerto di David Byrne. Illuminante il colloquio fra i due: "Io ero una pop star del cazzo! E scrivevo canzonette lugubri perché erano di moda e ci si facevano un sacco di soldi, con testi deprimenti per ragazzetti depressi; e due di loro, più deboli di tutti gli altri, ci sono rimasti sotto! Questo è il risultato! E adesso io vado al cimitero tutte le settimane per alleviare il senso di colpa, ma col cazzo che lo allevio: così peggiora solamente e allora mia moglie mi dice "ma perché non torni a suonare?" e io penso che è una stupida oppure penso che magari mi ama fin troppo e allora è stupida uguale perché come fa a non rendersi conto del disastro che si ritrova davanti?" dice Cheyenne.




In tutto questo ogni tanto si vede Cheyenne che va a trovare la madre. Vive sola, seduta su una poltrona rivolta alla finestra e fissa là fuori. Aspetta. Aspetta un altro figlio che è sparito da anni e non si più fatto risentire. Solo alla fine capiremo chi stava aspettando veramente. A Cheyenne che si lamenta di essersi fatto di tutto nella vita, la madre risponde: "Non hai mai incominciato a fumare perché sei rimasto un bambino. I bambini sono i soli che non provano mai il desiderio di fumare".


C'è poi il lungo viaggio in America in solitudine dopo la morte del padre e la scoperta di un segreto sul suo conto, con incontri decisivi che a poco a poco cambiano Cheyenne. Che alla fine del film torna dalla madre. Non ha più il look orribile alla Robert Smith, probabilmente adesso non è più una rock star per davvero, mentre prima continuava a esserlo anche se non faceva dischi o concerti. La madre lo vede arrivare dalla finestra dal fondo della strada. Lui, da sotto, le sorride. Anche lei sorride. L'attesa, che è la parte più difficile, è finita. "Il problema è che passiamo troppo velocemente dall'età in cui diciamo "farò così" a quella in cui diremo "è andata così". Ma con una constatazione: "Un padre non può fare a meno di amare suo figlio". Che è lo stesso per una madre. E questo, deve essere il posto, this must be the place.

Sunday, October 21, 2012

La sera in cui ho imparato a non pregare più

In redazione a Jam succedeva anche questo. Che sotto la tua scrivania da mesi ci fossero degli scatolini su cui sbattevi sempre i piedi e che un giorno rotte le palle dall’incoveniente decidevi di spostarli e così facendo ci guardavi dentro. Per trovarci ammassati una quantità di cd. In effetti la quantità mostruosa di cd che arrivava settimanalmente in redazione era tale da non solo non poterli recensire tutti, ma da finire per cacciarli da qualche parte, scatoloni, armadi, balcone e cesso. Anche questo è rock’n’roll.

Quella volta però frugai nello scatolone e individuai un cd che dalla copertina mi colpì subito: una bella ragazza dai lunghi capelli biondi seduta a un tavolo davanti a una finestra da cui si scorgevano fiori e piante, una lettera in mano e l’aria assorta. Incantevole. Tanto da dare un ascolto a quel cd.

Il cd in questione era My Life, la cantante Iris Dement. Pubblicato nel 1993, era rimasto nello scatolone per quattro, cinque anni. Io me ne innamorai subito: anello di congiunzione tra la Carter Family e Joni Mitchell, Iris Dement esplodeva in quella country music pre rock’n’roll, ma lo faceva con capacità cantautorali moderne. Un disco dedicato al padre scomparso, tematiche tipiche del sud degli States: famiglia, Dio e amore. Per anni aspettai un seguito a quel disco, ma persi Iris per strada. Neanche gli scatoloni di Jam la accoglievano più. La ritrovai in uno straordinario disco inciso con John Prine, In spite of ourselves, una serie di duetti di cassici della country music più antica. In realtà fece altri due dischi, The way I Should e Lifeline. Ma si era spostata con il bravissimo Greg Brown, cantautore potente e affascinante, e aveva una famiglia da tirare su.

Oggi, negli scatoloni virtuali di Internet, ho trovato il suo nuovissimo cd, Sing the Delta. Sembra diventata una sorta di Randy Newman, quello dei tempi gloriosi di inizio carriera, tutti o quasi brani pianistici profondamente sudisti e scoppiettanti, a volte anche un contorno fiatistico. Il suo primo disco in sedici anni è una bella festa, canzoni come non se ne sentono quasi più. Canzoni d'autore di classe sopraffina, ancorate a quel sud antico e popolato di fantasmi, quelli del Delta appunto. C’è un brano poi che lascia interdetti. The Night I Learned How Not to Pray, su una base acustica che mette insieme Bruce Springsteen, il mandolino dei Rem e Tom Petty, è una brutta storia, quella di una ragazzina che una sera vede il fratellino cadere giù dalle scale e rompersi la testa. Morirà pochi giorni dopo. Una storia sudista, gotica e molto alla Flannery O’Connor, solo che qui di speranza ce n’è poca. Quella sera imparai a non pregare, dice. Pregai, pregai con tutte le forze che mio fratello si salvasse, ma non andò così. Dio fa quello che vuole comunque e io imparai a non pregare più.



Dio fa quello che vuole è una bella domanda. A volte siamo solo dei pupazzi nella mani di un Dio cattivo nel migliore dei casi, oppure Dio proprio non c’è. Altre volte pretendiamo di essere liberi a ogni costo, liberi di fare tutto ciò che vogliamo e intanto vorremmo che Dio intervenisse nelle nostre vicende. Questo Dio che ha fatto del rispetto della libertà dell’uomo il suo unico vero significato. Ma a volte la notte è così buia che ci si dimentica come si fa a pregare.


Attenti a quello che trovate negli scatoloni dimenticati.

Thursday, October 18, 2012

Angeli & fantasmi

A volte torna con un suo disco. Discreto, gentile, senza quei modi un po' presuntuosi che talvolta caratterizzano altri esponenti della musica italiana che spesso si considerano il centro del mondo. Eppure Luigi Grechi di ragioni per considerarsi tale ne avrebbe tante. Adesso che è tornato a usare anche il suo cognome paterno, De Gregori - già, perché lui è il fratello più grande di un certo Francesco De Gregori - che per tutta la sua carriera aveva nascosto in cambio di quello materno, proprio per quel suo carattere gentile che non ha mai voluto favoritismi o scorciatoie, Luigi sembra voler reclamare qualcosa di suo. Fa bene: è stato lui ad aprire la strada della canzone d'autore a una generazione di pargoli che senza di lui forse avrebbero faticato di più a trovare il successo. Stiamo parlando di suo fratello, di Antonello Venditti e tanti altri, che lui, un po' più grande di loro come anni, ha tenuto a battesimo ed educato musicalmente.


Ha fatto loro conoscere i grandi della canzone d'autore americana a cui poi si sono ispirati, ha insegnato a stare su di un palco. Oggi Luigi pubblica uno dei suoi lavori discografici migliori, in una carriera rada di titoli, ma non di grandi canzoni, basti pensare a quella Il bandito e il campione che suo fratello ha portato in classifica. "Angeli e fantasmi" recupera brani già incisi e ne regala di nuovi, sempre su quella strada intensa di narrarorie di storie e di autore elegante, tra il folk nordamericano e la tradizione popolare italiana. Ad accompagnarlo musicisti di classe quali Paolo Giovenchi e Stefano Parenti, Francesco Bellani, Fiore Benigni, Leonardo Petrucci, Andrea Tarquini alla chitarra, Alessandro Valle a dobro e pedal-steel e Franz Mayer al contrabbasso ad arco. Un disco da ascoltare a lungo, come un bel libro che non si finsice mai di sfogliare.


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Saturday, October 13, 2012

Give me hope in the darkness so I will see the light

“Nel mio ultimo libro, Cattedrale, le storie hanno maggior respiro. Sono più piene, più forti, sviluppate, e più ricche di speranza”. Così diceva della sua ultima raccolta di racconti pubblicata quando era ancora in vita lo scrittore americano Raymond Carver. Cathedral, Cattedrale esce infatti nel 1983: cinque anni dopo, a soli 50 anni, Carver muore in seguito a lunga malattia. Difficile dire se lo scrittore avrebbe dato il meglio di sé se avesse continuato a vivere: lui stesso nell’ultimo periodo di vita si dichiarava insoddisfatto del suo lavoro e la frase citata indica un cambiamento di visuale, ma questa è una attitudine che hanno tutti i grandi artisti, quella di ritenere di non aver mai raggiunto il meglio di sé.
Carver, spesso preso a prestito dal cinema hollywoodiano (su tutti, Shorts Cuts di Robert Altman che mescola genialmente alcuni suoi racconti) è stato uno straordinario autore specializzato in racconti brevi, di taglio minimalista e fortemente realista, perfetti come spunto per sceneggiature cinematografiche. Gigliola Nocera in un suo saggio ha detto che Carver è stato “un grande narratore perché ha saputo trasgredire e sconvolgere ogni teoria, ed essere un fuorilegge in grado di scrivere nuove leggi. Ha cercato dei maestri, da John Gardner a Gordon Lish, per imparare a non seguirli, e ha saputo allargare i confini del realismo americano”. Realismo e vita quotidiana della coppia media americana, nei dettagli di un televisore o di un frigorifero rotti, di un cane abbandonato, di un venditore di aspirapolvere, sono il tema dello scrittore, sempre con uno sguardo di partecipata commozione.




Uomo dalla vita travagliata, sia nell’infanzia che nella maturità gravata anche da problemi di alcolismo, Carver può riuscire in parte ostico al lettore europeo proprio per la sua spiccata americanità, ma le sue di fatto sono storie dal respiro universale. Storie di esistenze gravate dal dolore, dalla fatica del vivere, dal desiderio di una pienezza difficilmente raggiungibile, ma che piccoli incidenti di vita riportano a galla come esigenza insopprimibile. Storie che rimangono sospese, senza un vero finale a lasciare aperta la domanda.

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Friday, October 12, 2012

Sapevatelo



Come dicono i giovani d'oggi, sapevatelo o sappilo, tu, lettore. Che nel numero della bella rivista Suono in edicola a ottobre ci sono due pezzoni di cui vado abbastanza fiero. Soprattutto l'intervista a Glen Hansard, la voce e il songwriter migliore degli ultimi quindici anni. Un gran divertimento parlare con lui, loquace e pieno di anedotti e riflessioni ricche di significato. D'altro canto è irlandese. C'è anche un pezzone o pezzullo sul nuovo disco di Bob Dylan, un po' più approfondito di quanto avevo già scritto, con una splendida fotona dell'anmico Paolo Brillo.


Accattatevolo, se vi va, questo Suono, ma anche i prossimi. Qualche estrattino dall'intervista Glen per mandarvi in edicola:


"Gli Swell Season sono Markéta ed io. Possono esistere solo quando Markéta e io siamo insieme nella stessa stanza a fare musica. Lei adesso sta vivendo la sua vita, sta molto bene, è felice e sta facendo un nuovo disco solista in Islanda. Non mi ci vedo io e lei di nuovo insieme al pianoforte, almeno in tempi brevi. Gli Swell Season sono sospesi, magari potrebbe succedere in futuro, ma sarà il destino o le circostanze a deciderlo. Vedi, la nostra relazione è sempre stata basata sull'amore e non su un piano politico. Se ci troveremo di nuovo in quelle condizioni, allora faremo ancora musica insieme".


"C'è un tipo di musica che è stato definito grazie a Van Morrison, ed è Celtic soul. Van Morrison è il progenitore e il leader di questa musica. E' l'autentico inventore del Celtic soul. Essere paragonati a Van Morrison è…. be'… Se quello che faccio io è Celtic soul, ne sono felice. E' stata una influenza fortissima per me. Credo che la mia conoscenza della musica sia stata arricchita dal fatto di provenire da un Paese che ha una tale grande tradizione di canzoni e poesia".


"I miei eroi sono Bob Dylan, Van Morrison e Leonard Cohen: sono la mia Santa Trinità, i Tre Uomini saggi".



"Conosco gente che vive in modo cosciente una vita distruttiva così da poter essere creativi, ma per me è banale. Può funzionare per uno o due dischi ma se basi tutta la tua vita su questo aspetto allora sei nei guai. C'è una grande poesia di Leonard Cohen, molto corta, che dice: "Ho quasi 70 anni, non ho mai incontrato la donna giusta, sono distrutto. Seguimi". Sta dicendo: se sono il tuo eroe dopo tutte queste canzoni sul fallimento, allora tu sei nei guai".

E poi la storia, inedita in Italia, di come divenne amico di Eddie Vedder...

Thursday, October 11, 2012

Sedici modi di dire felicità

Non è negli eventi che si forma la condivisione. La condivisione si definisce nella pratica quotidiana, non è invece con l'emergenza che si risolve qualcosa". In un momento storico in cui gli eventi dedicati a situazioni di emergenza invece si moltiplicano, colpisce una frase così. Ma Niccolò Fabi è uno che sa stupire. La testimonianza di positività e speranza con cui ha reagito alla tragedia che lo ha colpito (la morte della figlioletta di 22 mesi) è un esempio. Il giorno dopo una acclamata presentazione del suo nuovo disco, "Ecco", alla Fnac di Milano ci ritroviamo a discutere di condivisione, ispirati da una frase che a entrambi piace molto, quella che il protagonista del film "Into the Wild" lascia come epitaffio davanti alla sua morte: "La felicità è reale solo se condivisa".



Il protagonista di quella tragica storia, Christopher McCandles, realmente esistito, se ne accorge quando è troppo tardi, dopo anni passati a fuggire da tutti e da tutto. Per Niccolò la condivisione è qualcosa che supera gli eventi, ma anche le situazioni contingenti: "Certo, la famiglia è il primo luogo dove si sperimenta questa condivisione, ma può anche diventare un luogo utilitaristico dove ci si chiude e ci si estranea" dice. "Invece io penso a qualcosa che travalichi e diventi sociale, nel senso di mettere al corrente gli altri delle tue idee e della tua vita, dare la possibilità di avvicinarsi a te, e quindi non essere protezionistici nei propri confronti". Niccolò Fabi è di nuovo tornato alla sua attività, la musica. Ha appena pubblicato un gran bel disco "Ecco" e lo sta presentando in giro per l'Italia. A Milano c'erano centinaia di persone così tante che la sala della Fnac di via Torino non riusciva a contenere, segno di un pubblico sempre più numeroso e affettuoso nei suoi confronti.

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Tuesday, October 09, 2012

From Trastevere to the California sun

In un momento storico dove le grandi multinazionali del disco latitano, sprofondate in una crisi che ha radici ben più lontane e profonde di quelle dell'eurozona, bisogna affidarsi a piccoli e coraggiosi attivisti del rock. Le grandi case discografiche si sono infatti affossate da solo, scegliendo logiche di mercato a scartamento ridotte, basate su idoli passeggeri creati spesso a tavolino, spulciando fra i protagonisti dei talent e dei reality show. Smettendo insomma di andare a cercare i talenti sulle assi sudate e sporche dei piccoli locali. Se una volta a guidarle c'erano mecenati illuminati che hanno avuto l'ardire di scommettere sui Bob Dylan, i Bruce Springsteen e tanti altri, oggi ci danno ragazzini scovati grazie ai click su youtube. E' così che operazioni come quelle di Ermanno Labianca (scrittore e giornalista, un passato da discografico lui stesso) che ha dato vita a una piccola etichetta indipendente, la Route 61, si distinguono modo meritevole. Si tratta di autentiche operazioni di "resistenza musicale": difendere il buon nome dell'arte in un'epoca storica di cialtroneria dilagante.



L'ultima coraggiosa peripezia di Ermanno si chiama "Music is love", un doppio cd tributo alle canzoni leggendarie di Crosby, Stills, Nash e Young. Per la precisione, il primo tributo al mondo dedicato a quattro dei più importanti autori di canzoni di ogni epoca, e arriva proprio dall'Italia.




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Thursday, October 04, 2012

In missione per conto di Joe Strummer

Certi fan della musica rock, come dice spesso Francesco De Gregori, sono un po' dei talebani. Personalmente li definirei più vicini a certa tifoseria calcistica. Nel senso che vivono di etichette e regole non scritte, dove non bisogna mai trasgredire alla regola del "fandom", ovvero la mia squadra è migliore della tua e tanto basta. Così è anche con i musicisti rock. Il caso di Jakob Dylan è emblematico: per il fatto di portarsi cotanto cognome, l'ultimo della nidiata del massimo cantautore di tutti i tempi non si sarebbe mai dovuto permettere di fare il musicista anche lui. Addirittura, ci fu qualcuno che gli rimproverò di usare il nome "Dylan". Lui, poveretto, rispose che suo padre, nato Zimmerman, da decenni aveva cambiato dal punto di vista della legge il suo cognome in quel modo per cui non poteva certo assumere a sua volta un altro cognome che non fosse il suo naturale.




Ma nonostante queste spiegazioni, Jakob per molti rimane un usurpatore. E poco importa che nella sua ormai ventennale carriera non abbia mai inciso una canzone che ricordi in qualche modo quelle del padre. Anzi, per anni si è nascosto all'interno di una band dove nonostante fosse il cantante e l'autore totale dei brani, i dischi erano denominati con il marchio "The Wallflowers". In un mondo, quello musicale, dove di nuovi Dylan e plagiatori vari è pieno, l'unico che non ha mai copiato Bob Dylan è proprio Jakob.





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Monday, October 01, 2012

Una cosa piccola ma buona



“Probabilmente avete bisogno di mangiare qualcosa” dice “spero vogliate assaggiare i miei panini caldi. Dovete mangiare per andare avanti. Mangiare è una cosa piccola, ma buona in un momento come questo”.


Il pane spezzato. Condiviso.


Il gesto banale, è caritatevole? La partecipazione al dolore altrui si misura? L’immedesimarsi e l’offrire: niente di che, perché davanti al dolore più grande, la perdita di un figlio, che cosa si può fare o dire? Nulla. Del resto, davanti a nessun dolore nessuno può far qualcosa se non rimanere a guardare. Meglio se in silenzio.


Oppure offrire “una cosa piccola, ma buona”. La vita, fatta di dolori immensi e indicibili, e di cose piccole, ma buone che rendono la ferita sopportabile.


La coppia e il pasticciere restano insieme tutta la notte, fino alle luci dell’alba, a condividere quei piccoli dolci. Non c'è più nulla da recriminare o da odiare.


“Rimasero lì a parlare fino all’alba, un chiarore pallido e intenso che entrava dalle vetrine senza che venisse loro in mente di andarsene”.


Una cosa piccola ma buona: nel dolore, l’inizio di una umanità diversa.