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Tuesday, December 13, 2011

After Midnight

Paris in the morning is beautiful,
Paris in the afternoon is charming,
Paris in the evening is enchanting,
but Paris after midnight… Is magic.

Midnight in Paris



Il giochino alla fine è fin troppo facile. Ad esempio, lo ha già fatto la mia amica Manu "Blue Eyes" sul suo status di Facebook: "Dodici rintocchi... e... arriva un taxi nero con su Dylan e John Lennon, che mi invitano a salire, mi offrono un joint e si va ad una festa dove ci sono Allen Ginsberg, Gregory Corso, Donovan e The Band al completo…". E' il giochino che viene spontaneo appena si esce dalla visione dello straordinariamente bello ultimo film di Woody Allen, Midnight in Paris. Anche io ho voluto provarlo subito appena uscito dalla sala, ma come quasi sempre succede, mia moglie non mi ha capito mentre blateravo. In realtà, grazie al non avermi capito, mi sono fermato un attimo dubbioso perché non saprei neanche io in quale epoca avrei voluto andare a finire nello spassoso - ma emozionante - viaggio indietro nel tempo che ogni sera a mezzanotte il protagonista del film va a fare, sorta di Cenerentola back to the future. Il primo pensiero è stato: gli anni 70, alle serate dei Led Zeppelin o degli Stones, backstage con Andy Warhol e groupie assortite, al Max Kansas City di New York. Però io negli anni 70 ci ho vissuto veramente, anche se da ragazzino e in zone meno interessanti di quelle.


Midnight in Paris
è un film incantevole. Soprattutto perché per la prima volta dopo decenni Woody Allen lascia perdere quel suo cinismo ossessivo "la vita è una merda" che onestamente aveva un po' rotto le palle. Ad esempio nel, per me noioso e davvero brutto Basta che funzioni (Whatever Works). Sono infatti rimasto sbigottito quando il protagonista del film a un certo punto dice: "La vita è un mistero". E la tipa risponde: "Questo è il presente: è un po' insoddisfacente perché la vita è insoddisfacente". Cioè nulla basta a soddisfarci in questa vita terrena, eppure è un mistero che ci cattura. Tutto il film si gioca infatti nel desiderio di sfuggire il presente per un passato giudicato meglio di quanto si sta vivendo. Avanti e indietro nel tempo, per scoprire che ogni passato rimanda a un altro passato, e alla fine quello che conta è il presente. Con la speranza di un cambiamento possibile, come avviene nell'ultima scena conclusiva. Rarissimo in un film di Woody Allen.



Un film incantevole che esalta tutta la bellezza e la magia di Parigi, ed essendoci appena stato mi sono divertito a rivedere tutti i luoghi che avevo attraversato. La frase migliore però rimane quella che il protagonista rivolge alla ragazza che è l'amante di tutti i personaggi della Parigi anni 20, da Picasso a Modigliani: "Con te le groupie fanno un salto di qualità". Lei ovviamente non capisce. Genio di Woody Allen.

Ripensandoci, alla fine però c'è un'epoca in cui vorrei recarmi, qualche sera, dopo lo scoccare della mezzanotte. Memphis, Tennesse, studi della Sun Records. A sentire e guardare Johnny Cash, Elvis e Jerry Lee Lewis che registrano i loro capolavori. E dopo andare con loro in un juke joint ad ascoltare vecchi bluesmen e bere Bourbon. Sì, mi piacerebbe davvero guardare in faccia Elvis e come il protagonista del film rimanere incantato dal privilegio di un incontro così. Non sarà Hemingway, o Salvator Dalì, o Picasso, o Gertrude Stein, ma che diavolo, ognuno ha il suo dopo mezzanotte che si merita.

Friday, November 18, 2011

Una panchina vuota. A Soho Square

An empty bench in Soho Square.
If you’d have come you’d have found me there

But you never did ‘cos you don’t care and I’m so sorry baby

I don’t mind loneliness too much but when I met you I was touched

And that was good enough for me but do we always have to be sorry

Why can’t we just be happy baby?

One day you’ll be waiting there, no empty bench in Soho Square

And we’ll dance around like we don’t care

And I’ll be much too old to cry

And you’ll kiss me quick in case I die before my birthday


A Soho Square c'è una panchina. E' vuota la maggior parte dell'anno, ma in un giorno speciale si riempie di gente, attorno. Soho Square è un angolo di verde e di silenzio nel cuore più vero di Londra, Soho. Ci sono capitato per puro caso anni fa mentre cercavo l'albergo dove dovevo incontrare per una intervista Shawn Colvin. Sono rimasto spiazzato, sbucando dall'intricato dedalo di vicoli e vicoletti che costituiscono Soho, il quartiere della musica e della vita notturna, in cui ogni metro parla di storia e di storie di uomini e donne. Qui c'è la chiesa di San Patrizio di cui ho parlato altre volte, dove dentro dormono tranquilli i barboni sulle panche e sotto si estendono chilometri di antiche catacombe. Soho Square è un rifugio, e come tutti i rifugi è il luogo degli innamorati. E' un luogo che sprizza magia, solitudine, amore e raffinata melanconia, tipicamente british. Ogni volta che vado a Londra passo da Soho Square, a respirare tutte queste cose e portarmele via.


A Soho Square c'è una panchina vuota quasi tutti i giorni dell'anno, tranne in un giorno speciale, dove alcune persone vi si radunano attorno. E' la panchina di Kirsty MacColl, che a Soho Square dedicò una bellissima canzone dal titolo omonimo, che diceva "C'è una panchina vuota a Soho Square, se ci verrai mi ci troverai, ma tu non ci vieni perché non te ne importa. Ma un giorno sarai lì ad aspettare, non ci sarà nessuna panchina vuota a Soho Square e danzeremo come se non ce ne importasse nulla e sarò troppo vecchia per piangere, e mi bacerai velocemente, nel caso io muoia prima del mio compleanno".


Kirsty MacColl, che tutti ricordiamo per il suo meraviglioso duetto con Shane MacGowan nel brano Fairytale of New York, è morta prima del suo compleanno, uccisa da un motoscafo di un milionario messicano entrato dove non si doveva entrare con un motoscafo, dove Kirsty stava nuotando con il figlio. Riuscì a salvare la vita del figlio, ma venne investita dalla barca morendo sul colpo. Era il 10 ottobre del 2001. Dieci anni fa. Da allora ogni 10 ottobre fan e amici si radunano introno alla panchina di Soho Square, su cui hanno messo una targhetta con alcuni versi della canzone di Kirsty.

Pochi giorni fa è morto, di tumore, anche un grandissimo della canzone inglese, Jackie Leven. C'è evidentemente una qualche maledizione sui grandi cantori folk inglesi, che in un modo o nell'altro muoiono tutti prima del tempo e malamente. Nick Drake, John Martyn, Bert Jansch, adesso Jackie. Vite maledette, troppo intense per rimanere su questa terra troppo a lungo. Jackie Leven scrisse un album intitolato The Mystery of Love Is Greater Than the Mystery of Death. Incise anche la sua versione di Soho Square di Kirsty, una bellissima versione. Non so se i due si siano mai incontrati in vita, conosciuti, seduti insieme su quella panchina. Ma sono sicuro che adesso quella panchina non sarà mai più vuota e abbandonata, neanche negli altri giorni dell'anno. Perché a Soho Square c'è adesso una panchina dove siedono per sempre Kirsty e Jackie: il mistero dell'amore è più grande del mistero della morte. E supera la morte. Questo dicono le canzoni.

Saturday, November 05, 2011

Genova resiste


Tragedie come quella di ieri succedono ogni giorno in tutto il mondo. Ovvio che quando colpiscono ciò che hai di più caro, ti costringono a reagire maggiormente, anche se non è bello, anche se non bisognerebbe mai ignorare tutto il dolore del mondo. Questa volta però è un orrore che si ripete, in modo ingiustificato. Quella foto qua sopra è la prima pagina de Il Secolo XIX del 1970: 41 anni fa, l'alluvione a Genova fece 25 morti. Ieri ne ha fatti 7, tra cui tre bambini, annegati come topi. Le colpe di chi amministra Genova e la Regione Liguria sono immense, hanno le mani lorde di sangue, perché non solo non hanno mai risolto alla radice in 41 anni una situazione metropolitana a perenne rischio, ma perché hanno mandato la gente a morire per strada in situazione di allarme due. C'è da chiedere al signor sindaco di Genova se sappia cosa significi un allarme due: le scuole dovevano restare chiuse, la gente invitata a non uscire. Una mamma è morta annegata per essere andata a prendere il figlio a scuola. Una città in mano a degli irresponsabili che verrebbe voglia di chiamare assassini.

Io amo Genova. Conosco ogni centimetro di questa città come si conosce il corpo della donna che ami. Genova mi ha sempre accolto come una madre nelle mie fughe, da casa, da scuola. E' una città misteriosa, Genova, piena di piccoli angoli nascosti e meravigliosi: li conosco tutti. In quegli angoli nascosti ho incontrato i miei primi amori di ragazzino, nei bar fumosi e puzzolenti ho bevuto il mio primo vino, alle donne di vita nei carrugi ho detto di no quando mi chiamavano sorrideno ad andare da loro. Al molo dove decenni prima partivano gli emigranti ho passato ore a sognare quei volti davanti ai moderni transatlantici immensi. Da Principe a Brignole ho attraversato ogni anfratto decine di volte. Sono ammutolito davanti alla Lanterna che neanche davanti all'Empire State Building e mi sono commosso dentro palazzi antichi chiusi al mondo e pieni di segreti. Ho corso e urlato alle manifestazioni e ho visto qui, a Genova, il mio primo cocnerto: David Bromberg, 1979. E ci ho visto Allen Ginsberg recitare il suo mantra con il mio primo grande amore sognando che eravamo Renaldo & Clara. Dallo stadio Marassi sono fuggito una volta durante Genoa - Inter, le mie due squadre del cuore, per colpa un diluvio torrenziale, partita interrotta, correndo bagnati fradici per le strade a cerca rifugio. Ti amo Genova. Non riesco a perdonare quello che continuano a farti. Belin.

Sunday, June 19, 2011

Stelutis alpinis


I miei genitori non avranno fatto tante cose, ma mi hanno messo davanti la Bellezza. Non solo sono nato e vissuto al mare, che è già bella cosa. Ho imparato a stare in silenzio davanti ai tramonti sul mare o a guardare attonito i cavalloni delle onde che si frantumavano durante le tempeste sugli scogli e sulla passeggiata. Tutte le estati, finché sono andato in vacanza con loro e cioè 13 anni, ci portavano sulle Dolomiti in un paesino che si chiamava Nova Levante. Per qualche motivo da alcune settimane sto pensando intensamente a quel posto e a quegli anni. Ho ancora dentro l'odore di quelle case di legno dove passavamo due mesi d'estate e venti giorni di inverno. I prati immensi intorno alle case, il "bambi" come lo chiamavamo noi che quasi ogni sera all'ora di cena usciva dal bosco dietro casa e si avvicinava alle abitazioni (sì lo so fa tanto Heidi ma me ne frega un cazzo se fa questa impressione). A volte veniva, altre no. Però c'era sempre l'anticipazione e il sussulto della sorpresa inaspettata quando poi si manifestava. Usciva dai boschi già scuri per la notte incipiente, un po' spaventosi, e cercava qualcosa, forse l'ultimo raggio di sole, forse una sorta di contatto. E anche noi cercavamo senza saperlo qualcosa. Attendevamo, e lui era quell'attesa.


Poi c'erano le montagne della catena del Catenaccio che vedevo dalle finestre di casa. Potevo stare ore a guardare quelle rocce che come tutte le Dolomiti all'ora del tramonto diventavano rosa. Mi facevano paura, queste montagne mute. Roccia morta. Una aveva un picco su cui si vedeva benissimo una croce piantata lì e io mi domandavo quanti anni ci voleva a una persona per arrivare fin lassù, forse tutta la vita. C'era il lago di Carezza, un nome già bello, in mezzo a boschi fittissimi con le acque più verdi del mondo, altro che Caraibi.


A Nova Levante ricorod benissimo le olimpiadi di Monaco del 1972, ricordo le gare di Mark Spitz che mi affascinavano un casino, ricordo la strage dei palestinesi come un evento oscuro e poco chiaro. Ricordo il correre a casa all'ora di cena dopo essere passato davanti a dozzine di piccole case di legno con fiori colorati ai balconi, i crocefissi piantati lungo i sentieri. Il senso di pace, anche da soli in posti sconosciuti, di non essere mai fuori luogo.


C'era questo enorme albergo stile Overlook Hotel di Shining, costruito dai tedeschi prima della Grande guerra, enorme e pauroso. C'era la cucina spaziosa e antica dove la mattina si aspettava il latte preso dal mucche (molto Heidi anche questo), e all'ora di pranzo si ascoltava alla radio la Corrida.


Per uno nato in una città di mare, poi, aver imparato a nuotare in una piscina con intorno le montagne è qualcosa di bizzarro. C'era un senso di solitudine malinconica e positiva, c'era la Bellezza tutto attorno, e mi è rimasta dentro e continuo a sognare Nova Levante ancora oggi. Lasciamo tracce ovunque siamo stati nella nostra vita, e quelle tracce non scompaiono, reclmano una presenza che c'è ancora. Forse un giorno ci tornerò, a vedere cosa è successo di quei posti.



Wednesday, January 19, 2011

Roma capoccia

Ti ricordi quella strada, eravamo io e te


Io me le ricordo, le strade di Roma. Quando la scuola cominciava ancora il primo ottobre, e noi ragazzi si passava il mese di settembre a casa delle zie romane. Io mi ricordo i cartocci di olive verdi dolci giganti che così buone non ne ho mangiate mai più. E mi ricordo i supplì, nella rosticceria dietro l'angolo, che anche quelli di così buoni chi li ha mai ritrovati.

Io me la ricordo, Roma immensa, i musei vaticani e il Colosseo, i fori imperiali e le terme di Caracalla e la parata dei bersaglieri a Porta Pia quella domenica del 1970, cento anni dalla presa di Roma pontificia, con il mio cuginone grande che poi se n'è andato per sempre. Io mi ricordo una città che mi faceva paura, così paura che non ho potuto fare a meno di amarla da morire.

Io mi ricordo, seduto al tavolo di cucina con mia sorella che ascoltava da un registratore a cassette canzoni strane, ma che mi inquietavano Lilly, di che sarà morta mai e perché senza denti? Penna sfera e Compagno di scuola, soprattutto. Compagno di scuola: io mi ricordo la nostalgia per qualcosa che ancora non avevo vissuto ma dentro al cuore sentivo inevitabilmente inconsciamente essere il mio destino. Nostalgia del futuro.

Io mi ricordo, una mattina di primavera, saltare la scuola, prendere il Ciao giallo e correre fino a Sestri Levante con l'aria fredda del mattino e il sole che sorgeva sopra la Baia del Silenzio, il cuore commosso per la belleza di sentirsi vivi in tanta bellezza. Su in motorino fino alla casa di questa professoressa, il cui figlio adesso ha l'età che aveva lei la mamma allora, ed è davvero la vita un gioco del cerchio infinito. Una professoressa che ci accoglieva sempre, noi sbandati di una generazione nata troppo tardi per il '68 e troppo presto per il '77, ma tanto riuscimmo in qualche modo a farli tutti e due, anche se male. Ci accoglieva sempre, a patto che l'indomani, va' che a scuola ci vai o telefono ai tuoi genitori. Poi tre giorni dopo eravamo di nuovo lì da lei. E io mi ricordo quella mattina che ero lì nella sua cucina di questa casa in mezzo ai boschi da cui vedevo tutto il Golfo del Tigullioe mi venivano le lacrime per la bellezza. Mentre lei preparava il caffè e la radio accesa e questa canzone, che sembrava stupida ma non lo era. Sara svegliati è primavera. E poi sta' attenta, ricordati che aspetti un bambino. Lei che scuoteva la testa, "guarda un po' ormai si dà per scontato che si può rimanere incinta che non hai manco 18 anni". E quando qualche mese dopo la ragazza dell'altra sezione, a scuola, che non aveva 18 anni, arrivò a scuola col pancione, capii allora per la prima volta che le canzoni rock (vabbè, anche quelle italiane, che non sono mai rock del tutto) dicevano la verità, sempre. Io me lo ricordo, e ancora oggi vale questa regola.

Io mi ricordo quella mattina dell'anno della maturità, notte prima degli esami. Svegli tutta la notte a bere e a fumare. Ascoltare Eric Clapton, i Byrds e Bob Dylan. E la mattina all'alba nel cielo immenso azzurro un aeroplano che passava lasciando una striscia bianca tra le nuvole rosa, e io mi ricordi scrissi la mia prima e ultima poesia molto zen davvero, "gli aerei lasciano rette raggianti eternità". E gli aerei volano in alto tra New York e Mosca. Notte prima degli esami.

Io me le ricordo le strade di Roma, le olive verdi dolci nel cartoccio e il Colosseo, e io me lo ricordo quell'anno dei miei 16 anni che persi l'anno a scuola e piansi lacrime amare sui solchi di Street Legal e sui solchi di Sotto il segno dei pesci. E adesso guardo incredulo questa ristampa su cd de Sotto il sengo dei pesci, "Venditti remastered" c'è scritto, e nel booklet dentro c'è anche il mio nome. Introduzione a cura di Paolo Vites. E penso che domenica mattina ho un altro appuntamento al telefono con lui, con quella voce che ascoltavo più di trent'anni fa in cucina dal registratore scassato di mia sorella, che mi poneva delle domande, e sorrido se penso che adesso ogni domenica mattina al telefono gliele posso fare tutte le domande che voglio sulle sue canzoni. Tanto neanche lui sa rispondere, perché è giusto così. Che cosa fantastica è la vita. E in qualche modo sapevo che tutto questo sarebbe successo, perché avevo già nostalgia del futuro. Che certe cose accadono, its magic, its all happening.

E che insomma, se ho baciato la mia prima ragazza con tra le mani la copertina di Alice di Francesco De Gregori, e ho pianto un'amica morta di eroina con tra le mani la copertina de Sotto il segno dei pesci, vuol dire che era destino che diventassi colui che raccoglie le parole dei due principi di Roma, Theorius Campus in qualche modo ricostituitosi tra le pagine del Corriere della Sera. Buon per loro, che mi hanno trovato, direi per concludere cazzosamente. Che tutte le strade portano a Roma.

Wednesday, October 06, 2010

Il tunnel degli alberi



Crescendo, dimentichiamo cosa significa essere bambini (…)

(…) ero ritornato (…) a un momento proustiano di richiamo alla memoria, quando il suono degli alberi fuori dalla casa di mia zia era vivido nella mia testa, come se quarant’anni si fossero ridotti a pochi istanti (…)

(…) il profumo del faggio, il mistero del campo di O’Rourke oltre il fosso, lo stupore della distanza dalla strada principale, più di un miglio a valle, il suono dell’espressione – “l’incrocio” – usata per descrivere l’intersezione fra la strada di mia zia e la strada principale che andava da Roscommon a Boyle,la luce esatta di quei molti giorni d’estate che io e Marian, la mia sorella maggiore, passavamo da bambini in quel paradiso (…)

(…) Lì la notte era fatta di morbido fresco, di piccoli colpetti d’aria che occasionalmente sorgevano dal buio. Foglia su foglia. Fil di ferro su legno. Acqua su ferro zincato.



Ricordo il “tunnel degli alberi” appena più in là della casa di mia zia e che c’era qualcosa di rituale nel passarci in mezzo correndo verso il punto in cui abitava Jimmy, che all’epoca era il fidanzato di mia zia (…)

Più avanti, in lontananza, dove la strada curva in salita in direzione dei campi di grano e del sole, sta il povero cancello della casa dove vivono i due Padian. La casetta si erge nella sua fiabesca grandezza profilata contro il cielo occidentale, che per un attimo si rischiara prima di capitolare all’oscurità, il sole fa una macchia rossastra che sembra filtrare attraverso la casa come una mano contro una lampadina.



Quelle settimane passate da zia Teresa erano le più intense della nostra infanzia e quando finivano le vacanze ci dovevano trascinare, urlanti, nel camioncino di papà, per riportarci a Castlerea. Adesso, quarant’anni dopo, mi rendevo conto che da bambino avevo avuto come tutti i bambini, un’intensissima esperienza della religione. Avevo incontrato la realtà e ne ero stato sopraffatto, sopraffatto dalla sua meraviglia e dalla sua intensità. Avevo, istante per istante, sperimentato un senso profondo della realtà religiosa, ma nessuno mi aveva mai detto che si chiamava così.

* John Waters, estratto da Lapsed Agnostic, da profugo a pellegrino

Friday, October 16, 2009

Da Big Sur a Guadalupe

Quella scogliera che si intravvede nella foto qua sopra ce l'ho appesa proprio sopra il computer da cui sto scrivendo in questo momento. Ce l'ho incorniciata in un quadro da quando tornai dagli Stati Uniti, nell'ottobre del 1991. La scattai nella zona di Big Sur, a sud di San Francisco, in una fredda e ventosa giornata. Sapevo di essere nella zona celebrata da Jack Kerouac nel suo splendido omonimo romanzo, ma solo la mia fantasia, quando mi affacciai dalla strada la sopra dopo aver osservato decine di altre spiagge simili, mi fece dire: questa deve essere la spiaggia su cui si recava di notte Kerouac a sbronzarsi e a prendere ispirazione per la magnifica ode a Big Sur che conludeva il libro. Me lo sentivo dentro, senza averne alcuna certezza. Probabilmente, 40 anni dopo, avvertivo ancora le vibrazioni dell'uomo solo di fronte all'immensità dell'oceano. A sinistra della statale, in direzione delle montagne là dietro, ricordo partiva una stradina sterrata e guardandola pensavo, quella deve proprio essere la direzione che Jack prese quel giorno, zaino in spalla, per dirigersi al rifugio che gli aveva prestato il suo amico per fare meditazione e ovviamente ubriacarsi.
Diciotto anni dopo ritrovo la mia identica fotografia in questa pubblicità che avvisa dell'uscita di un bellissimo disco (che ho potuto ascoltare grazie al consiglio dell'amico Raffaele) inciso da Jay Farrar (ancora lui... questa è il nostro autunno, amico triste...) insieme al cantante dei Death Cab for Cutie, Ben Gibbard, come commento a un documentario su Kerouac e su Big Sur intitolato One Fast Move or I'm Gone: Kerouac's Big Sur. La foto scelta per il progetto conferma le mie intuizioni di 18 anni fa: quella era la spiaggia di Jack. Quello era il suo mare. E per mezz'ora ho respirato la stessa violenta brezza dell'oceano Pacifico che respirò lui. Meglio di una intervista con Bob Dylan. Prima di morire, tornerò a Big Sur e cercherò di nuovo quella spiaggia. Allora la mia corsa sarà davvero finita.

O potrebbe finire a sud di quella stessa California. In quella Guadalupe dei misteri di cui canta, in un altro, bellissimo disco nuovo, il grande Tom Russell, forse l'ultima voce poetica della canzone d'autore americana. Sangue e fume di candela (Blood and Candle Smoke) contiene fra le altre splendide composizioni un pezzo che si chiama Guadalupe, dedicato alla cittadina messicana dove apparve a un contadino indio Maria. E' la Madonna più amata e invocata dei messicani, ce l'hanno anche dipinta sulla grancassa della loro batteria i Los Lobos. "Chi sono io per dubitare di questi misteri?" si chiede Russell. "Sono l'ultimo dei tuoi figli ma sono quello che ha più bisogno di speranza. Lei apparve a Juan Diego, lei lasciò la sua immagine sul suo mantello, 500 anni di dolore non possono distruggere la fede più profonda". Proprio così: non c'è dolore che possa toglierci questa speranza. Lasciateci almeno accendere ancora una candela. "Eccomi qua stanotte, il tuo miscredente straccione. Il vecchio Thomas pieno di dubbi e ridotto in lacrime che guarda la tua chiesa annegare nella terra come un cuore ferito dalla paura".
Il cuore. Ferito. Lasciamo sanguinare le ferite del cuore che nessuno può guarire: è da lì che passa la luce.
Vecchio Thomas miscredente come lo sono io, come lo siamo tutti, in questa notte di vento freddo d'autunno. Che guardiamo a Big Sur e a Guadalupe perché non ci restano altri luoghi a cui guardare.
Tom Russell, l'uomo che scrisse dei misteri dell'angelo di Lione. L'uomo che canta adesso il mistero di Guadalupe.

Wednesday, October 15, 2008

South France Exile

Nella seconda metà degli anni 70 mio padre si trasferì a lavorare in Francia. Costa Azzurra. Non male, ma a me bastava e avanzava la Riviera di Levante.
Ci passai delle splendide estati comunque, che coincisero con l’inizio della mia love story con la musica rock. Ci andai per la prima volta infatti nell’estate del 1976, quando avevo appena comprato il mio primo disco di Bob Dylan e giuro che un pomeriggio, nella spiaggia vicino a casa dove eravamo soliti andare ci ho visto proprio lui e figli. Be’, miraggi d’adolescente magari, però quel tizio non solo gli assomigliava un casino (naso a becco compreso), ma indossava il medesimo cappellaccio con piume che Dylan indossa sulla copertina di Desire. Col senno di poi e con le documentazioni raccolte negli anni, poteva proprio essere: nella primavera del 1975 il cantautore aveva passato le sue vacanze in alta Savoia, scendo poi fino da queste parti. Poteva esserci tornato in vacanza una volta finita la Rolling Thunder Revue (maggio 1976), no?(La spiaggia dove vidi Bob Dylan. O chi per lui)

(I miei vicini di casa, quando andavo in vacanza in Costa Azzurra)

E poi la Costa Azzurra era (ed è) ritrovo preferito di tante rock star. Allora non lo sapevo, ma a pochi chilometri da dove passavo le estati io (Sain Jean Cap Ferrat) c’era Villa Necote, la residenza che nell’estate 1971 gli Stones presero in affitto per registrarci il loro capolavoro, Exile On Main Street. Probabilmente ci sono passato davanti una infinità di volte, senza saperlo. Ma nel 1976, loro se ne erano già andati altrove, destinazione la Giamaica.
Quindici anni dopo circa, nell’estate 1992, tornai da quelle parti, questa volta con mia moglie, spingendoci un po’ più in là: Antibes, San Juan Le Pin. Questa volta Bob Dylan lo avremmo visto veramente, anche se su di un palco. Lì tenne infatti un concerto, bizzarro come tutti quelli dell’estate ’92, aperto con Hey Joe di Jimi Hendrix e con ospite Dave Stewart degli Eurythmics in un paio di pezzi. Il soundcheck, in modo curioso, era aperto al pubblico (tanto Dylan non li fa mai). Un’occasione simpatica per scambiare quattro chiacchiere con la band, in particolare quel giorno mi fermai a parlare con l’oggi scomparso batterista Ian Wallace.
Dopo lo show, eccitati dalla splendida atmosfera del luogo, i ragazzi della band si sarebbero fermati a suonare, come buskers qualsiasi, per le strade del paesino. Io ero già andato a dormire. Mi dissero che a un certo punto, incuriosito, aveva fatto capolino anche Bob Dylan. Ma che, appena riconosciuto da qualche tardona e chiamato a gran voce, era corso di nuovo nella sua camera d’albergo.

Ho passato bellissime vacanze in quei luoghi, girando da solo per ore su stradine deserte, innamorandomi di qualche ragazzina francese a cui non avrei mai rivolto la parola, guardando e osservando la bellezza intorno a me, tenendola nel cuore e pregando che i miei sogni non mi facessero troppo male. Facendo anche incredibili gite in motoscafi d’alto mare (mio padre era il direttore del porto turistico…) cagandomi letteralmente sotto per la velocità pazzesca con cui andavamo, una volta fino a Montecarlo. Un po’ di jet set l’ho fatto anch’io, più o meno.(La villa che era stata di Charlie Chaplin, esattamente a 200 metri da dove abitavo io)

Wednesday, September 03, 2008

O protagonisti. O nessuno

C'è un mondo che sei abituato a vedere come sfondo e che invece possiede il profilo del protagonista: per vederlo sarebbe sufficiente smettere per un attimo di correre dentro se stessi.
(Davide Van De Sfroos, da Il mio nome è Herbert Fanucci)

Sono in coda,una coda numerosa che dura anche mezz'ora. Qua, al Meeting di Rimini (il cui titolo quest'anno era O protagonisti o nessuno), davanti all'ingresso della mostra "Vigilare e redimere" è sempre così. C'è un tipo, maglietta bianca con la scritta "Vale la pena" che parla con i primi della fila. Ha l'aria contenta, seppur un po' stanca. Dice che è un carcerato, ma che quei secondini che si vedono dietro di lui in divisa non sono i suoi "custodi", bensì i suoi "angeli custodi": "Hanno rinunciato alle ferie per passare una settimana qui mentre noi presentiamo questa mostra. Stanno con noi dalle 8 di mattina a mezzanotte tutti i giorni". Ha un bel sorriso questo carcerato. Il giorno dopo rivedo la sua faccia, un fotone in primo piano su Il Quotidiano del Meeting. E' abbracciato a una bella donna di colore. Scopro che quell'uomo che parlava serenamente con noi è un ergastolano condannato per omicidio. Mica bruscolini. La donna che è con lui è Vicky, una africana malata di Aids (la sua storia, insieme a quella di Rose, la donna che l'ha conosciuta, e di altre come loro, è narrata in un bel documentario che quest'anno ha vinto il premio speciale a Cannes, grazie a Spike Lee che l'ha voluto premiare a tutti i costi).Si stava lasciando morire, ma un'altra donna le ha detto che la sua malattia non vale quanto lei. Lei vale di più. Ha ripreso a vivere Vicky, adesso è lei ad aiutare e sostenere le donne malate, proprio come quell'ergostolano che in prigione ha trovato gente che gli ha fatto capire che la vita anche lì vale la pena essere vissuta: "Non vedo l'ora di tornare in carcere per raccontare tutte le cose belle che ho visto qui al Meeting", dice. Pazzia? No, perché si può vivere così, basta riconoscere che cosa siamo: gente che non si fa da sola.
Storie, queste e altre, di persone che hanno riscattato la propria vita, gente che il mondo e la società aveva gettato nella spazzatura. Alla faccia dei filosofi del nichilismo che ci dicono tutti i giorni che la vita è una sconfitta. Alla faccia dei politici e dei cervelloni che studiano riforme carcerarie e cure contro l'Aids. Quello di Vicky e dell'ergastolano è il ricordo più grande di questa estate. Li vedete nella foto qua sotto. Gente che si incontra solo qui. Non crediate a chi vi dice che è una kermesse di politici, questo Meeting. Alcuni politici c'erano, è vero, ma non se li è filati nessuno. Eravamo più interessati a Vicky e all'ergastolano. Dei protagonisti, senza dubbio, anche se non li vedrete mai in TV.
Prima di Rimini c'è stata la Liguria, la mia smalltown di Chiavari. Quest'anno però non è stato solo mare, che gli amici ci hanno fatto visitare luoghi pieni di fascino antico e di mistero. Come l'Abbazia di Borzone, inerpicata sulle montagne dietro al mare, il cui campanile è quello che resta di una fortezza bizantina costruita nel IV secolo dopo Cristo per fermare l'avanzata dei Longobardi che, sapete, erano un po' come i milanesi che d'estate sciamano quaggiù dalla Padania invadendo ogni angolo di spazio.
Più su dell'Abbazia, per strade che si inerpicano tra i boschi (due caprioli ci tagliano la strada!) tra gli alberi gli amici mi indicano alcune rocce. Su una, inequivocabile, spunta un volto umano. Dico che no, è solo uno scherzo delle rocce. Invece a vederlo da vicino si capisce che è proprio una scultura megalitica fatta da mani d'uomo, la più grande esistente in Europa su roccia. E' un volto di Cristo, tracciato dai monaci che trasformarono la fortezza bizantina in convento. Domina la vallata come a benedirla, proteggerla, e per secoli interi fu dimenticato, coperto dalla vegetazione, e riscoperto per caso solo nel 1965. Nella valle di Borzonasca, infatti, per secoli le abitazioni dei contadini scolpivano sui portoni un volto simile. Protagonisti anche loro, questi monaci.

Ne ho visti altri di posti belli questa estate, come la torre di Varigotti, che domina uno dei panorami più incantevoli al mondo. A me però bastava anche assaporare un tramonto nel silenzio del giardino di casa Tanturli, la famiglia che gentilmente ci ha ospitati (e sopportati) quasi per un mese. I tramonti qui sono così belli che non ho avuto bisogno di ascoltare manco un disco per tutto il mese:E poi altri, come questo sulla spiaggia di Sestri Levante:Dire che farei carte false per tornare a vivere in riva al mare, non è abbastanza. Sto meditando di tutto al proposito: aprire un agriturismo, un bed & breakfast, uno stabilimento balneare... Ma in fondo, come diceva quello, anche le bellezze più toccanti non sono nulla se non sono condivise con qualcuno.

Fast forward. Avete mai visto un secondino suonare il tamburello e cantare insieme ai suoi carcerati? Al Meeting abbiamo visto anche questo, in una grande festa finale l'ultima notte.Io poi ho visto e incontrato anche Lou Marini, uno dei Blues Brothers originali, con cui abbiamo presentato il fantastico disco della BB Band che uscirà a Natale. Sarà uno degli eventi dell'anno: canzoni popolari italiane, dalle Alpi alla Sicilia, arrangiate in chiave R&B. Poi ho incontrato John Waters, una delle penne più prestigiose del rock magazine irlandese Hot Press negli anni 80, ex compagno di Sinéad O'Connor, oggi columnist dell'Irish Times.Insieme abbiamo presentato un libro che ho scritto insieme ad alcuni amici. Trovate maggiori dettagli qui: www.risonanza.net oppure qui http://www.itacalibri.it/Template/detailArticoli.asp?LN=IT&IDFolder=144&IDOggetto=33322 Attenzione, questo libro è hard to handle, non è la solita sciacquetta sulla musica rock. Non so se abbiamo centrato il bersaglio in modo equilibrato, ma sicuramente, come ha detto John, "questo libro è una guida al cuore del rock".

Al Meeting ho ritrovato anche un vecchio amico, Davide Van De Sfroos. Prima di suonare davanti a circa 4mila scatenati spettatori (sembrava di essere a un concerto dei Ramones) lo abbiamo sottoposto a qualche domandina davanti a circa un migliaio di ragazzi che hanno fatto la fila per fargli anche loro qualche domanda. Nella foto qua sotto sto cercando di convincerlo a incidere un disco in dialetto genovese.Grande concerto, dicevo, con un medley incredibile: La canzone del sole / La poma / Buona domenica / Whole lotta love. Un protagonista, senza dubbio.

Ne avrei ancora da raccontare. Basta così. La vita quotidiana già reclama la sua dose di impegno super. Ieri mattina in una mattinata sola sono andato ad ascoltare il nuovo Bootleg Series di Bob Dylan (bello, bello...) e il nuovo degli Oasis (sballoso, sballoso...), mia figlia grande vuole che la iscriva a una scuola di musica, l'altra sta per cominciare la prima elementare...
Allora è così, o protagonisti, o nessuno. Buona ripresa a tutti.
Peace and rock'n'roll.

Monday, June 23, 2008

Il Monte


L’estate è finalmente arrivata (non era uno sballo un giugno piovoso "come novembre"? eh sì che lo era, ma tanto vi siete lamentati...) e il caldo afoso ovviamente anche. Come al solito, mi sono beccato un raffreddore bastardo che mi trascinerò per tutta l’estate e non c’è niente di peggio che essere raffreddati quando fa caldo. Per rinfrescarmi idealmente cerco immagini della mia terra, ad esempio del Monte di Portofino. Una volta avevo scritto anche un racconto sulle bellezze e sui misteri di questo monte che vi risparmio volentieri. Lascio solo l’incipit:

Ormai non lo sanno più in molti, e con il passare degli anni il ricordo – e anche l’accessibilità ai quei luoghi – sta svanendo sempre più. Eppure il Golfo del Tigullio, detto anche Golfo Paradiso, è da sempre una delle mete turistiche più affollate del nostro Paese. Quello che molti dei turisti che affollano questi posti non sanno, è che da Riva Trigoso fino a Camogli, passando per il Monte di Portofino, è tutto un succedersi di bunker e gallerie costruite dai tedeschi nell’ultimo scorcio della Seconda guerra mondiale. Dopo lo sbarco di Anzio, infatti, si aspettavano uno sbarco analogo sulle coste della Liguria. Un po’ come i soldati di Dino Buzzati, attesero invano una invasione che non arrivò mai.




Tutto questo per dire cosa sono le foto che si vedono in questo post, scovate sul bellissimo sito panoramio.com, che è meglio di googleearth. Sono alcuni dei bunker, detti “batterie”, che si trovano sul Monte partendo dalla località di San Rocco sopra Camogli e andando verso San Fruttuoso. Alcuni, i primi, si raggiungono facilmente. Altri, i più interessanti, ad esempio la “Casa cucina” (che era la cucina delle truppe tedesche che erano stanziate in questi bunker) si raggiungono solo sfidando la guardia forestale che ha chiuso parte del percorso, infilandosi ad esempio in uno strettissimo cunicolo che un secolo fa era l’acquedotto che portava giù a valle. La vista quassù verso il mare davanti e la montagna alle spalle è di una bellezza incomparabile. Ad esempio quando si supera l'ultima serie di batterie e ci si affaccia sulla cosiddetta Cala dell'oro, dove anticamente chissà quali pirati vi nascondevano le loro ruberie, una insenatura poco prima di quella arci nota di San Fruttuoso, e che si raggiunge solo da mare, ma che da quassù si può osservare nel suo maestoso silenzio.

I bunker sono così ben conservati (a parte i cannoni che ovviamente sono stati portati via alla fine delle ostilità) che da un momento all’altro ti aspetti di vederne uscire un soldato del Reich. Tipo quei giapponesi che quarant'anni dopo la fine della guerra sono stati trovati su qualche isoletta sperduta del Pacifico, ancora in attesa dello sbarco degli americani e ignari che la guerra era finita. Questi qua, i nazi, non se l’erano passata male, direi: lontani dai combattimenti e in mezzo a una natura formidabile.


La Casa cucina sul Monte di Portofino

Ci sono stato almeno un paio di volte, in inverno e in estate, con gli amici. Quei due in questa ultima foto qua sotto, uno in piedi, l’altro sdraiato, siamo io e il mio amico Lelio, sul tetto di uno dei bunker. Ogni volta giuriamo che passeremo la notte nella Casa cucina, bevendo birra e aspettando l’alba. Non l’abbiamo ancora fatto. Forse troppa bellezza può fare male, e ce ne torniamo giù nella Liguria dei turisti.

Sunday, May 18, 2008

L'angelo di Lione

Era il 1992 e un amico mi suggerì di comprare questo disco, Switchblades Of Love, di tale Steve Young. Il nome “mi suonava una campanella”: già, era l’autore di quella (bella) Seven Bridges Road, che appariva in apertura del disco live degli Eagles uscito nel 1980. Sul retro copertina, il nome del produttore, Steven Soles, uno degli eroi della Rolling Thunder Revue, fu abbastanza da convincermi all’acquisto. Non me ne pentii. Dall’iniziale Have A Laugh, voce dylaniana su base mariachi, fino a un brano che non avrei dimenticato mai più, scritto insieme al bravo Tom Russell. Si intitolava The Angel Of Lyon. Oltre alla struggente melodia, una storia da brivido, quella di un uomo che lascia tutto, vende ogni sua ricchezza, fa voto di povertà e parte per la città francese di Lione, sperando di ritrovare quella persona – o forse era una visione – vista su uno dei suoi ponti: “Ebbe una visione di Anna Maria con un rosario fra le mani… disse, parto per il Paradiso, a cercare l’angelo di Lione… e cantò l’Ave Maria, o almeno le parti che si ricordava… chiuse gli occhi e vide due fiumi, la Rhome e la Sonne... lo spirito maschile e femminile della città di Lione…”.

L’8 dicembre a Lione si festeggia “la Festa della Luce”, in ringraziamento alla Vergine Maria che salvò la città da una epidemia nel medio evo. Durante questo evento la popolazione mette delle candele alle finestre e si organizzano imponenti manifestazioni di luce davanti ai monumenti, ad esempio intorno alla cattedrale di St. Jean.
Giugno 1993, e sono arrivato a Lione dopo un viaggio non stop da Milano, passando sotto al Monte Bianco. Scopro che la città è attraversata da due fiumi, Rhome e la Sonne, da tanti ponti che conducono nel centro medievale e affascinante della città. Sono qui per vedere Bob Dylan, naturalmente, che il concerto che ho visto a fine giugno (giorno del mio compleanno peraltro) è stato indimenticabile, di una bellezza esagerata. Ne voglio ancora. Di fatto, questo di luglio 1993 passerà alla storia come il primo concerto di Bob Dylan annullato in trent’anni di carriera. Che culo. Bob Dylan ha il mal di schiena, problema che diventerà drammatico nel 1995, quando in diverse serate si esibisce addirittura seduto sulla piattaforma del batterista senza chitarra. Tantè, io e la moglie facciamo i turisti. Lione è davvero magica. I ponti, le luci... Incontriamo anche John Jackson e Bucky Baxter della band di Dylan che si stanno comprando un cono gelato. Si fanno due chiacchiere. Più tardi, davanti a una chiesa, incrociamo anche il batterista extraordinaire Winston Watson, anche con lui qualche simpatica battuta.
In seguito, volendo tornare in albergo, mi perderò una infinità di volte cercando di capire il ponte giusto da attraversare, perché la città vecchia è circondata dai due fiumi.
Girando in macchina, a volte mi sembra di vedere un vecchio barbone con una candela in mano alla ricerca di qualcuno. Di una visione forse. O di Anna Maria con il rosario fra le dita.


Stanotte nella cattedrale mille candele stanno bruciando, le tiene accese suor Eva Maria, a mano a mano che si van consumando, e dentro ai vicoli come in sogno trascina il passo lo straccione, il vecchio scemo fuori di testa per il suo angelo di Lione
E cantò l’Ave Maria almeno i versi che ricordava mentre fissava sui vecchi muri la propria ombra che lo seguiva e attraversò quei due sacri fiumi, il Rodano e la Sonne e l’acqua scura come il MISTERO di quell’angelo di Lione


Maggio 2008, è il mese di Maria. Nel nuovo disco di Francesco De Gregori che esce il 23 proprio di questo mese particolare, c’è una ripresa di Angel of Lyon. L’aveva tradotta il fratello, il bravo Luigi Grechi, anni fa in un suo cd. Mi ritornano in mente i ponti di Lione, quelle anime perse in giro per la città mentre si fa scuro, Bob Dylan da qualche parte, candele accese al ristorante e fuori di una chiesa. È una storia bellissima quella che il cantautore chissà come mai, ha deciso di far sua in questo nuovo lavoro.
Era una persona vera, un angelo o una visione, quella che quell’uomo vide un giorno su un ponte e per cui rinunciò a tutto? Poco importa. È il mistero che De Gregori canta. È quella visione che cerchiamo tutti, ogni giorno, distrattamente o più coscientemente. E infatti De Gregori parla di "trascendenza del mistero dell'amore": "Una canzone diversa che mi ha affascinato per il suo testo impenetrabile. La definirei una canzone sull’impenetrabilità... la trascendenza dei misteri d’amore".
Nella versione originale, Steve Young dice “i due sacri fiumi… non rivelarono mai il segreto dell’angelo di Lione”.
Anche il volto di una donna, la sua bellezza, in fondo è un rimando al mistero. La trascendenza dei misteridell'amore.
A Lione, la città delle luci e dei ponti, si può perdere la propria vita e trovare in cambio il Mistero.

Wednesday, March 26, 2008

There are places I remember (2)

Prima di cominciare, un importante DISCLAIMER: tutte le foto che vedete in questo post non sono ciulate qua e là da Internet, ma le ho fatte IO. E che cavolo…
Insomma, questo è un posto dove anche con tutta la buona volontà (e i soldi che non ho) non ci potrò mai tornare. Ero lì in una tiepida e splendida prima settimana di ottobre del 1991, durante il mio viaggio di nozze, di ritorno da una settimana passata a San Francisco (di cui racconterò un’altra volta). Nel 2001, in occasione del nostro decimo anniversario di nozze, avevamo programmato di tornarci. L’occasione era ghiotta: oltre a celebrare i nostri ricordi, a novembre Bob Dylan si sarebbe esibito al Madison Square Garden, e il sogno di vedere il menestrello nella città che gli aveva dato i natali (artistici) è sempre stato un mio grande sogno, che è rimasto appunto tale.
Avevo fatto tutto per benino: il 10 settembre mi era arrivata la conferma dell’acquisto dei biglietti per il concerto e per il volo. Perfetto. Fantastico.
Il giorno dopo era l’11 settembre 2001.

Non ce la sentimmo di andare a celebrare in una città dove a novembre ancora tiravano fuori dalla terra ciò che rimaneva dei 3mila e più morti: ticketmaster, che come i più esperti sanno è soprannominata “ticketbastard”, fu meno bastarda del solito e per la circostanza mi diede indietro i soldi dei biglietti. Bob Dylan avrebbe suonato lo stesso – e dalla registrazione che ho fu anche un grandissimo concerto, baciato da una sua dedica alla “city of ruins”: “In questa città ho scritto le mie canzoni migliori e non ho bisogno di dire alcunché per esprimere tutto il mio amore per New York”, avrebbe detto riferendosi ai soliti imbecilli che polemizzavano sul fatto che Bob Dylan non avesse prese parte alle numerose maratone “buoniste” a cui tutte le star del rock stavano prendendo parte in quel periodo in ricordo delle vittime delle Twin Towers. Davvero in certi momenti non c’è bisogno del presenzialismo, ma solo dei fatti.

Ricordo che quando sbucai dalle parti di Wall Street e mi trovai davanti le Torri Gemelle, appunto, uno non poteva che rimanere a bocca aperta per lo spettacolo di grandiosità che esprimevano. Ricordo anche che mi fecero la stessa impressione che immagino un uomo dell’antichità potesse subire di fronte alla Torre di Babele: qualcosa di troppo grande e inquietante per mani d’uomo. Fu un brutto presentimento, me ne rendo conto oggi, ma l’idea di entrare lì dentro faceva davvero paura. Ricordo l’ascensore che dal piano terra ti portava in cima, letteralmente schizzando con l’accelerazione di una astronave, circa dieci minuti per scalare centinaia di piani incollandoti alle pareti per la pressione. Anche questa non era una cosa buona, pensai.
Il panorama da lassù era però davvero incredibile. Ci tornammo poi un’altra volta, alla sera, per ammirare le mille luci di New York.

Come al solito concludo con una foto della mia mogliettina: come si deduce dall’espressione, quando uscimmo sul tetto all’aria aperta era terrorizzata. In effetti le Twin Towers facevano paura. Ma senza di loro, New York non è più stata la stessa. E io non ci sono più tornato.

Friday, March 07, 2008

There are places I remember

There are places I remember all my life,
Though some have changed
Some forever, not for better
Some have gone and some remain.
All these places have their moments
Of lovers and friends I still can recall
Some are dead and some are living
In my life I loved them all



Così cantava il buon John Lennon. E ci sono giornate uggiose da morire come questa, in cui la mia mente se ne va a certi posti che ho avuto la fortuna di visitare. Così inauguro una nuova - per dirla all'americana... - "column". Ogni tanto piazzerò lì qualche foto e qualche ricordo di un posto in particolare dove vorrei essere in questo momento. Non che l'escapismo esistenziale sia un bel modo di affrontare la realtà. Anzi. Fa solo male, diventa una meta sempre più lontana con cui finisci per oscurare la vita stessa. Però è diverso sognare di andare in un posto dove non sei mai stato e invece nutrire dei (bei) ricordi di posti dove ci sei stato veramente. Rafforza lo sguardo che va sempre tenuto desto sulla vita quotidiana, triste o felice, facile o difficile che sia. Ti fa ripartire con maggior buon umore.

Perché - sì, Temple Bar a Dublino è un quartiere, non solo il pub più famoso di Dublino - in un pub come il Temple Bar ci entrerei al volo adesso. La sensazione di accoglienza, familiarità, calore, simpatia che un pub irlandese sa dare è impagabile. Mica come entrare al bar "Sandrino" che c'è dietro l'angolo qui dove vivo. Ti danno un caffé (freddo) e non vedono l'ora che ti togli di torno. E mica come i pub-imitazione che stanno prendendo piede qui da noi: enormi schermi che sparano insulsa muzak da Mtv a tutto volume e birra pessima, che quella irlandese o inglese non ha mica il contenuto di bollicine che invece infilano nelle nostre. La loro non è birra soltanto: è crema...

Vabbé. Tanto di posti che ho visitato in vita mia mica ce ne sono poi così tanti. Questa "column" finirà presto, non temete. Ah, e la bella ragazza che si vede seduta al Temple Bar è la mia signora...
Che naturalmente è l'unica persona che possiate incontrare in un pub irlandese a bere Coca Cola invece che birra...

Sangue nei solchi del cuore

“Bob Dylan è in città, c’è bisogno di catturare qualcosa di magico”. La “città” è ovviamente New York, al telefono John Hammond, il più gran...

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