Showing posts with label pensieri sparsi. Show all posts
Showing posts with label pensieri sparsi. Show all posts

Thursday, August 02, 2018

If you don't become the ocean, you'll be seasick every day

“Let us fancy we see hell, and imagine what is worst to behold – a horrible cavern full of black flames. Sulphur, devils, dragons, fire, swords, arrows, and innumerable damned who roar in despair. Imagine the worst you can, and then say, ‘All this is nothing compared to hell”
- St. Ignatius of Loyola

Una gelida sera di gennaio dei miei vent’anni o poco più ero in motorino in viale Fulvio Testi dopo aver fatto una consegna. Facevo il fattorino, come servizio civile alternativo al militare. Non avevo neanche il parabrezza, e a gennaio a Milano fa così freddo che mi veniva da piangere. Ma pensavo: ecco, tutta questa fatica, questa sofferenza costruirà il mio futuro. Mi sto temprando, pensavo, sto diventando uomo cominciando dal livello più basso. Un giorno tutto cambierà.
36 anni dopo ho raggiunto il basso più basso che ci sia, ma la colpa è solo mia.

Ricordo quando negli ultimi mesi del 1979 con un amico parlavamo del nuovo decennio che sarebbe cominciato di lì a poco: negli anni 80 avremo fatto tutto quello che dobbiamo fare nella vita, ci dicevamo con grande soddisfazione. Troveremo il nostro lavoro, ci sposeremo, avremo dei figli. Tutto quanto insomma. A parte che mi sono sposato nel 1991, non ho mai trovato un vero lavoro (sempre colpa mia), ma ho avuto due figlie (sempre negli anni 90). Cazzo facevo negli anni 80?

Ricordo che pensavo che la vecchiaia, sperando di non avere problemi fisici, sarebbe stato il tempo del giusto riposo e delle soddisfazioni per una vita pienamente vissuta. Non potrò riposarmi mai da vecchio, dovrò lavorare fino all’ultimo giorno di vita (per colpa mia) e ho vissuto la mia biografia, non una vita vera.

Ricordo che un prete mi disse qualche anno fa che diventando vecchi cominciano i problemi. Mi incazzai, perché mi avevano sempre detto il contrario. Invece aveva ragione.

Ricordo che da qualche parte ho letto questa cosa: "Lo spirito religioso si associa in genere ad un'attitudine mentale positiva, che 'protegge' da malattie che si associano a personalità poco duttili, come ictus o colite ulcerosa. Ed è infine documentato che la religiosità protegge dalla depressione, notoriamente a sua volta associata a malattia e morte".



Palle. Sono stato religioso tutta la vita, ma ho sofferto come un cane per tutta la vita. Palle. Ho la depressione da anni, ma probabilmente è ancora colpa mia. “Per il credente l’esperienza del dolore è ancora più temibile che per il non credente, perché significa anche l’esperienza del silenzio di Dio”: ricordo di aver letto anche questo ed è una cosa che sento più vera.

Ricordo che ho contato sul prossimo tutta la vita, salvo scoprire (troppo tardi) che nessuno può aiutare nessuno. Non sempre per cattiveria (spesso), ma perché ognuno è diverso dall’altro, quello che sono io non sei tu e cosa puoi saperne di come aiutarmi. La frase, dai andiamoci a fare una birra mettetevela nel culo. Insieme alla pacca sulle spalle.

Ricordo la prima volta che ho sentito una canzone uscire dalla radio, forse era Elton John, forse erano i Beatles, forse era Bob Dylan. Ricordo che ho pianto.
Una canzone può salvarti la vita? Può un canto cambiarla, alterare fondamentalmente il suo corso? Può succedere un momento del genere, magari da diventare parte di ciò che sei, di chi stai per diventare?

Sì, può succedere. A me è successo, e non con una canzone sola, ma con diverse. D'altro canto sono vecchio abbastanza per poter dire che ascolto canzoni da più di 40 anni. E ne ho ascoltate tante, sin da quando, ragazzino, infilavo la radio sotto il cuscino la sera a letto
per ascoltarle senza farmi scoprire dai miei genitori. La musica è sempre stata il mio angolo sicuro sin da quando avevo 13 anni per nascondermi e difendermi da un mondo che là fuori mi terrorizzava. Quando ascoltavo un disco, nulla e nessuno poteva toccarmi, ero
protetto, diventavo invisibile. Continuamente, come se una radio fosse sempre accesa nella
mia testa, fluiscono senza interruzione. Quando dormo, quando cerco di distendere i nervi in silenzio, quando mi inginocchio a pregare. C'è sempre una melodia che spunta fuori. Una canzone. Quel mondo là fuori continua a terrorizzarmi.

Le canzoni sono le mie preghiere.

“Le canzoni sono la mia religione”
- Bob Dylan

Friday, April 14, 2017

Love & Hate

When you're lost in the rain in Juarez when it's Easter time, too and your gravity fails and negativity don't pull you through


Dove c'è amore c'è odio, dove c'è ammirazione, c'è antagonismo, dove c'è fiducia c'è sospetto. Amore e odio sono la consistenza del nostro io e del modo in cui conosciamo e apprendiamo il mondo. Sono indipendenti, ma solo nel senso che non puoi avere l'uno senza l'altro, ma anche perché uno nutre l'altro. Il modo in cui amiamo qualcuno dipende da come lo odiamo e viceversa. Questa modalità fa parte di noi fino dentro a ogni singola cellula del nostro corpo. Questo vale anche per il modo in cui guardiamo e sentiamo noi stessi: ci amiamo e ci odiamo. In questo modo noi osserviamo, calcoliamo e respiriamo. La gran parte del nostro tempo la spendiamo a criticare noi stessi e gli altri.


Ci facciamo un male incommensurabile, ci mutiliamo e godiamo a vederci sanguinare in modo tale che non possiamo neppure immaginare una vita diversa. Così ogni mattina quando ci svegliamo aspettiamo la nostra dose quotidiana di insoddisfazione, ogni giorno non sarà mai quello che vorremmo che fosse, perché lo abbiamo già deciso noi. Ci rassegniamo, nella nostra viltà, a sprofondare con godimento nella rassegnazione di un cinismo senza sbocchi e senza fine. In questo modo passeremo la vita a punirci, perché è quello che ci rende corazzati, vittime supreme, indelebili a qualunque proposta la vita ci faccia. E dopo? L'autodistruzione. Felicità, infelicità, e la prigione che ci siamo imposti. Null'altro conta. Di una cosa sola era certo: la sua propria inadeguatezza.
Chiuso il libro, appoggiato sul comodino, messi via gli occhiali, spenta la luce, chiuse gli occhi. Mentre i fantasmi come ogni sera si radunavano attorno al suo letto.

Tuesday, June 14, 2016

"Desire" 40 anni dopo: furore e desiderio, quel fuoco che non si è mai spento

La mia seconda figlia in questi giorni sta facendo gli esami di terza media. Immagini e ricordi lontani nel tempo sbucano fuori. Quarant'anni fa anche io facevo quegli stessi esami. E mi ricordo...

Il ragazzino curvo sul foglio, nel grande tavolo della sala. Sfoglia continuamente un minuscolo dizionario italiano-inglese, poi prende la penna e annota ogni singola parola: “the”, articolo, “il”. Bene, commenta. Va avanti così in quell’impresa impossibile, tradurre i testi di quelle canzoni di “quel” disco. Più difficile quando trova espressioni non contemplate nel vocabolarietto, tipo “son of a bitch” o "nigger". 
Una mattina a scuola il prof di tedesco chiede alla classe di portargli “uno di quei dischi di quei cantanti che ascoltate sempre, mi interessa capire l’uso dell’inglese moderno”. Lui gli porta ovviamente “quel” disco, che per lui è “il” disco (anche perché non poteva permettersene economicamente tanti in prima superiore e comunque era il disco che gli stava cambiando la vita, anche se non se ne rendeva ancora bene conto). Il giorno dopo il prof torna in classe sbraitando e mollandogli malamente indietro il disco: “Ma che razza di inglese è questo, poi è pieno di parolacce, i Beatles sì che cantano usando un inglese scolasticamente perfetto!”. Ecco un buon motivo per starsene alla larga dai Beatles pensa, accarezzando teneramente il suo disco.
Anni dopo, a una cena super posh (cercatelo sul vocabolario) con i dirigenti americani di Mtv che stavano per aprire i loro uffici in Italia, la manager chiede ai giornalisti: “Come avete imparato l’inglese?”. Silenzio. “Ascoltando i dischi rock, immagino”. Tutti alzano la mano: io sì! Anche io! Certo! A lui il pensiero va a quei lunghi pomeriggi spesi a tradurre quelle canzoni, non si alzava dal tavolo neanche se i suoi amici, come fino a poche settimane prima, venivano a chiamarlo per andare a giocare a pallone o se in televisione c'era il suo programma preferito. "In realtà" disse alla donna "io ho imparato l'americano, non l'inglese". Era vero.
D’altro canto non poteva farne a meno. Da quella sera che per puro caso, chiuso in cucina dai genitori che ricevevano nel salotto buono degli ospiti, facendo zapping sugli unici due canali disponibili, Rai Uno e Rai Due, era incappato in quella figura inquietante. Aveva smesso di fare qualunque cosa stesse facendo, non poteva togliere gli occhi dallo schermo della tv e non poteva far altro che ascoltare. Pareti, sedie, casa: nulla esisteva più. Una figura enigmatica, ma talmente carismatica da reclamare attenzione senza fare il minimo sforzo. Come si dice in gergo, "bucava lo schermo". Giacca di pelle nera, una capigliatura stile afro, la chitarra, occhi pieni di furore che lanciavano saette minacciose verso di lui. Voleva essere ascoltato. Si imponeva. Era come una sorta di profeta dell’ultima ora che chiamava a uscire dall’angolo in cui ti eri nascosto. Pentitevi peccatori bastardi, sembrava dire. E tu sapevi che aveva ragione anche se non capivi una parola di quello che cantava.


La voce. Incazzata, rabbiosa, veemente, spigolosa, apocalittica, ma allo stesso tempo sprigionava una melodia strana, magica, ipnotica. Ammaliante. E soprattutto incalzante: non si esce vivi da qui, suggeriva misteriosamente. Non era una bella voce no. Non come quelle dei cantanti che ascoltavano i suoi fratelli maggiori, ad esempio i Beatles. Era una sorta di angelo vendicatore. Una canzone lunghissima che non finiva più. Fece in tempo a sentire dai presentatori il titolo: Hurricane. Da quel momento lo scopo della sua vita fu sapere quanto più possibile di quel cantante che, seppe da suo fratello, si chiamava Bob Dylan. Il primo passo doveva essere comprare il disco che, sebbene uscito a gennaio, era in quella tarda primavera ancora il suo ultimo e conteneva quella canzone: si intitolava "Desire". Internet era probabilmente qualcosa che non era ancora nella mente dei suoi creatori e a metà degli anni 70 scoprivi che un disco era uscito anche mesi dopo la pubblicazione.
A giugno, quando ebbe tra le mani le 5mila lire, regalo per la promozione all’esame di terza media, si recò alla Standa dove sapeva si vendevano i dischi. Chiese alla commessa “l’ultimo di Bob Dylan” ma lei non sapeva quale fosse. Lui le disse il titolo, “Desire”. Lei non lo trovava mentre l’angoscia cominciava a stringergli lo stomaco: ma io devo averlo! diceva a se stesso. Ah eccolo, disse la commessa. Sollievo. Ma si chiama “Desiré” (alla francese). Pagò e lo portò via ripetendo fra sé e sé: presuntuosa ignorante.

"Desire" pubblicato nei primi giorni di gennaio 1976, fu il 17esimo disco della carriera di Bob Dylan, cominciata con il primo album del 1962. E’ un disco unico fra i suoi tanti capolavori, frutto di un periodo particolare di genialità e passione creativa, quando il cantante tornò nei luoghi dove aveva mosso i primi passi da sconosciuto per diventare il più acclamato artista rock degli anni 60 insieme a Beatles e Stones. Tornò al Greenwich Village di New York, dove ancora sopravvivevano i suoi antichi compagni di quei giorni antichi e riprese possesso del suo ruolo, riscoprendo chi era. 
Accompagnato da una violinista zigana incontrata per caso sui marciapiedi del Village e portata in studio, da una sezione ritmica potente e pulsante come un treno nel seguire le sue linee musicali irregolari e improvvisate, e dalla voce meravigliosa di Emmylou Harris, l’ex compagna di Gram Parsons (che si dannò per riuscire ad armonizzare con lui, incapace di aspettare gli altri e sempre avanti), con l'aiuto nel comporre alcuni testi del commediografo di Broadway Jacques Levy, Dylan incise in alcune sedute di registrazioni caotiche la versione rock di Furore di Steinbeck e le visioni dei Vagabondi del Dharma di Jack Kerouac. Un disco che è la messa in scena della New York degli anni 70, delle sue contraddizioni e dei suoi eroi perdenti, di un'America a metà strada nel suo percorso, piena di dubbi e interrogativi.
Rubin Hurricane Carter, il pugile condannato all’ergastolo per un omicidio che non aveva mai commesso; il boss della mafia Joey Gallo che diventa una sorta di Robin Hood che abita e muore nelle Main Streets di Martin Scorsese. La regina degli zingari incontrata nel sud della Francia a cui dedica una preghiera yiddish straziante in One More Cup of Coffee; fuorilegge, santi e peccatori in fuga nel Messico di Pancho Villa inseguiti da un Pat Garrett fuori tempo massimo, in Romance in Durango; un’isola dell’Oceano Pacifico dove un terremoto travolge, come nel film di John Houston L’isola di corallo (anche se lì era un uragano),  l’ambasciatore sovietico, un greco, una donna con un cappello di panama, un soldato omosessuale, un giocatore d’azzardo, il portiere di un albergo, lì esiliati dal mondo della normalità apparente, uniti nella morte. E poi la moglie di Dylan, la cui relazione stava andando a pezzi, dipinta come “un mistico angelo” tra le piramidi egiziane, Isis, Iside, la dea egizia della fertilità in un blues apocalittico seduto al pianoforte come fosse una marcia funebre. Nel disco anche il tempo di uno scherzetto, sorta di spot per un’agenzia di viaggi esotica inesistente – chi diavolo mai avrebbe voluto andare in vacanza in Mozambico? - , Mozambique, a discapito di capolavori registrati in quelle session e lasciati fuori, come Abandoned Love. Ma chi conosce Dylan sa che da ogni suo disco restano sempre fuori uno o due capolavori. Non sarebbe un genio se avesse le idee chiare sulla sua stessa arte e su se stesso.


Il disco si chiude con una disperata implorazione, che porta il titolo della moglie stessa, Sara. Dicono le leggende che mentre Dylan stava registrando questa canzone, lei fosse dietro al vetro dello studio di registrazione. Un momento di cinema verità, di vita, arte, amore e odio che culminano in un momento fotografato per l’eternità. Dopo il divorzio della coppia, un paio di anni dopo, questa canzone non sarebbe mai più stata eseguita dal vivo. 
Con Hurricane infine Bob Dylan, come a inizio carriera, era tornato a essere la voce degli ultimi, di tutti gli“aching ones whose wounds cannot be nursed (…)  the countless confused, accused, misused, strung-out ones an’ worse”. L’America guardava a lui di nuovo come il punto di riferimento, sembrava essere di nuovo colui che “indica la strada” e magari adesso, là dove i presidenti americani affondavano negli scandali e nella mancanza di alcuna ispirazione, in un paese che usciva con le ossa rotte da una guerra inutile e che aveva ucciso i suoi giovani migliori, lui era in grado di portarla fuori dalle paludi del post Vietnam, Bob Dylan stava invece già guardando oltre.

Desire (che all’interno conteneva lunghe note poetiche di Allen Ginsberg, entusiaste, tanto da scrivere di un nuovo rinascimento poetico, simile a quanto accaduto nel 1955 - i poeti beat - e nel 1965 - la controcultura) fu l’ultimo grande successo discografico di Bob Dylan, un milione di copie vendute solo in Italia, ai primi posti in molte classifiche del mondo. Tutte queste canzoni sono state rimosse dal suo autore: quando l’arte incontra la vita troppo profondamente, quello che resta è sangue nei solchi. Lui era comunque già andato via, altrove, a inseguire il mistero della vita, mai pago e per sempre incapace di rimanere nello stesso posto con le stesse persone. “Un milione di facce ai miei piedi ma tutto quello che vedo sono occhi scuri”.
Ma per noi mortali le canzoni restano e il disco può suonare ancora e ancora. Le ferite che sono diverse per ciascun ascoltatore si riaprono e si richiudono con consolazione a ogni ascolto: “Metti su un disco e gli angeli si radunano intorno” aveva promesso Dylan.

Bob Dylan mi ha preso una sera dal mondo dell’innocenza per darmi mille visioni di un lento treno dove il tempo non interferisce, e un tamburino magico quando il dolore senza senso scompare; attraverso giorni di crescita e attraverso le lotte con il mondo e con me stesso, con il sapore agrodolce della solitudine, come un uccello ferito sul filo della luce. Le sue parole taglienti come lama di rasoio mi marchiarono a sangue per lunghi anni, dandomi come una barriera per respingere gli assalti del mondo e del male sino a che venne il momento di pagare il prezzo alla vita e non bastò più nemmeno quello scudo. Ma ancora, in certi momenti, faccio ritorno a quella barriera, un luogo della mente e dell’anima dove io sono io e nessun altro può entrarci. E lì mi sento salvo, al sicuro dal male del mondo. Quelle canzoni sono rimaste. Come un tatuaggio marchiato a fuoco nel sangue. Come un segno. Come un urlo.


Adesso sorrido, insieme a quel ragazzino di quaranta anni fa curvo sul foglio, che non avrebbe mai pensato che quarant'anni dopo Bob Dylan potesse ancora fare dischi e concerti. Sono stato fortunato: quale titolo più bello e autentico poteva avere il primo disco della mia vita di questo: “desire”, desiderio. Il desiderio di una vita piena di occasioni e incontri, di bellezza e felicità impiantato nel cuore, quello che hanno tutti gli uomini e le donne della terra. Non sapevo di averlo, un disco me lo tirò fuori. Ci sarebbe stato un prezzo da pagare, perché per vivere all’altezza del nostro desiderio si prendono pugni in faccia, calci nel sedere, a volte lo eliminiamo noi perché fa troppo male, a volte si palesa inaspettato in un paio di occhi, in un tramonto, in una notte stellata. A volte in una carezza, altre, spesso, in una bottiglia di vino da quattro soldi lanciata a frantumarsi contro gli scogli. A volte fa male, davvero male. Come un cavatappi infilato nel cuore, o come un uccello sul filo che il vento butta giù. Quel desiderio che nessuno può togliermi, se non io. Quel desiderio di essere alla fine accolto da un abbraccio che non finisce più: Oh sister when I come to knock on your door Don't turn away you'll create sorrow Time is an ocean but it ends at the shore You may not see me tomorrow.
Quella sera che fui mandato in cucina per non disturbare.





Ps: l'autore ci tiene a precisare che oggi ama e adora i Beatles... 

Friday, December 25, 2015

Safe, in Heaven & Dead to the world

Ramblin Jack era selvaggio era vecchio era giovane parlava senza fermarsi e diceva quanto avrebbe voluto fumarsi una canna guardando le vetrine dei negozi illuminati poco prima di Natale & Joe seduto a gambe incrociate sul marciapiede fuori del negozio sole caldo primavera in posa perfettamente zen ma Jack la macchina è ghiacciata & come facciamo prese una cassetta e sferzò via il ghiaccio dal vetro preparandosi prima con un bagno caldo “per me il viaggio fino a San Francisco è già cominciato” Ramblin Jack Jack il selvaggio nel baretto di Sesto a notte fonda Joe prende la chitarra & tu gli insegni lo spirito della strada & Rolling Thunder Rolling Thunder. Andersen esce dal bagno Andersen è alto Andersen è meraviglioso Jim Morrison & Jack Kerouac camminano attorno a lui come angeli custodi & le sigarette fumate una via l’altra quando quella di prima è ancora accesa accedendo la successiva con quella accesa nella stanzetta di un albergo a una stella Townes voleva andarsene apriva la finestra e davanti c'era un casinò e sorrideva come potrò mai smettere & Rick dormiva chiuso a chiave Andersen mi dice “questa casa è New York all’alba sento le stesse vibrazioni” Bowery & Greenwich Village & Chelsea Hotel & Washington Square “hai il ritmo della musica nella voce” hey Joe che cammini timidamente nella stanza dici ascoltate questo ascoltate questo Spanish is the Loving Tongue Joe & James Dean lo spirito americano sa già che sarà un altro canta country & western sbilenco stanotte pensando già al jazz & a Ornette Coleman la macchina il freddo della notte ghiaccio e oscurità sul lago quelle notti quelle sigarette Bob è infastidito Bob è deluso amareggiato ma non se ne frega dice Bobby ha detto che le piacciono le sue canzoni Bobby voleva portarsela a letto Bob che ha tolto la bottiglia a Johnny Cash Bob sulla barriera corallina & Victoria dolce piccola tenera Victoria il marito la guarda e sorride she is crazy I know adorata Victoria con la testa sulla mia spalla & tutte quelle notti dove sono andate tutti quei volti conosciuti e amati passati di lì guardo da dietro il palco rubo piccoli segreti mi ammalo di nostalgia segno su una piccola agenda faccio il pieno seguo il piano & ricomincio daccapo c'è sempre la macchina da mettere in moto e domattina all'alba ci sarà un'altra storia da raccontare. Carlo mi manchi se solo potessimo tornare a quei giorni là. Ho paura del buio ho paura dei fantasmi. La gentilezza del mondo, siamo morti davanti al mondo piccolo Buddha nel mio cuore siamo vivi per l'eternità nel respiro di Dio

Friday, October 23, 2015

La chiave dell'anima

C'è una zona franca nelle nostre esistenze, dove nessuno può entrare, neanche i violenti e i dittatori. "È qualcosa che sfugge ai leader, che il potere non può controllare, una delle pochissime. Nessun dittatore può imbrigliarla. È zona franca, l’unica che ci resta" ha detto poco tempo fa Keith Richards nel corso di una intervista parlando della musica rock e delle canzoni.
Ho sempre vissuto una esperienza similare quando ho ascoltato una canzone, sin dalle primissime volte, quando ero un ragazzino. Nel momento stesso in cui le prime note si spargono nell'aria, è come se un muro si ergesse tra me e il mondo, tra me e gli altri. Una forza più grande di me mi trascina, mi trasporta e mi conduce altrove. In quella zona franca di cui parla Keith Richards. Lì, nessuno può entrare, tantomeno il male del mondo, i potenti, i violenti, i dittatori. Il mio stesso male rimane fuori. E' una forma di autismo probabilmente, ma è salvifico. A me ha salvato la vita.
E soprattutto non sono stato io a creare questi muri. Non è stata una costruzione auto imposta. E' accaduto. Una liberazione immensa, qualcosa di più grande di me e di misterioso. Succede continuamente, anche quando accendo la radio in macchina, qualcosa si sovrappone al rumore fastidioso, alle chiacchiere inutili e banali. A volte mi sono dovuto fermare e accostare la macchina al ciglio della strada per non perdere un istante di una canzone che stava passando improvvisamente. A volte una frase rivoltami mentre ascoltavo una canzone mi ha fatto male come uno schiaffone in faccia, perché ha interrotto quel mio viaggio meraviglioso.
Non è che necessariamente l'ascolto di una canzone mi faccia stare meglio o peggio, semplicemente mi tira fuori da me, spalanca il mio io a un Io più grande. A volte mentre ascolto un disco sto galleggiando sopra il mio corpo disteso là, sopra il divano. Lo guardo affascinato e sono in trance.
"Non ho mai trovato un duplicato di quella chiave che apre l’anima" ha detto ancora Richards. Neanche io ho mai fatto una esperienza più liberante, solo in quei momenti sono in contatto con la mia anima, il mio io più profondo e troppo spesso trascurato dalla vita.

Naturalmente questo tipo di esperienza non è sufficiente per condurre una esistenza "liberata". Il fatto stesso che la canzone dopo tre o quattro minuti finisca è un brutale ritorno alla realtà, una realtà che va comunque affrontata. Ma quello che ho vissuto in quei pochi minuti in quella zona franca, lascia una sorta di eco che riverbera dentro di me, suggerendomi che la vita è qualcosa che va oltre e verso quell'oltre io posso e devo guardare.
Se oggi le canzoni rock hanno perso in gran parte quella carica propulsiva e immaginifica che possedevano, c'è abbastanza materiale in cinquant'anni di storia per attingervi continuamente. Qualcosa che è sempre stato trascurato, qualcosa definito un passatempo, una distrazione, qualcosa che non ha mai avuto una dignità culturale, almeno in Italia.



Nei paesi angloamericani le canzoni rock sono state recepite come quello che sono state per davvero, il più grande esperimento innovatore culturale e sociale del novecento. Una esplosione di libertà, di porte abbattute, di connessione dell'anima con il grande spirito che muove l'universo. Presidenti della Repubblica, primi ministri, scienziati, scrittori e registi citano continuamente canzoni rock, attingono a quella carica per giudicare il presente. C'è una mole immensa di giudizi storici e politici, ma soprattutto umani, nelle canzoni rock. Nessun altra forma di comunicazione degli ultimi cinquanta, sessant'anni ha espresso in maniera talmente profonda il contenuto del cuore dell'uomo: bisogno di felicità, di giustizia, di amore, di significato, il grido dell'uomo in poche parole.
Ci sono dischi come Highway 61 Revisited di Bob Dylan che descrivono meglio di qualunque trattato socio politico che cosa succedeva nell'America degli anni 60 e ci sono canzoni come Stairway to Heaven dei Led Zeppelin che descrivono tutto il mistero che inabita nell'uomo e oltre l'uomo.
Ma in Italia tutto questo non è mai stato recepito. E' un peccato. Continuiamo ad assistere a dibattici politici che usano formule appartenenti a un passato naufragato, che non hanno più nulla da dire all'uomo di oggi, linguaggi che si rifanno a ideologie marxiste, liberal che non parlano più a una umanità che intanto è andata da un'altra parte. Professori universitari e insegnati scolastici insistono in linguaggi codificati che non dicono nulla ai giovani, non sanno suscitare alcun interesse, censurando la ricchezza del loro io. Eppure c'è un patrimonio là fuori, in centinaia di dischi, che sa dire tanto.

Immaginate di tornare a casa ogni sera e trovare cucinato da vostra moglie lo stesso menu. Un piatto di pastasciutta al sugo rosso e una bistecca. Così ogni sera della vita. Poi una volta per caso entrate in cucina e trovate ogni ben di dio, carni, pesce, condimenti succulenti, piatti di ogni tipo. Vostra moglie è lì che se li sta godendo. Voi ne assaggiate qualcuno, vi incuriosite, ma poi tornate alla sicurezza della pastasciutta. Così accade con le canzoni rock, lasciate in cucina per pochi.

Le trasmissioni televisive italiane hanno imposto da tempo un blackout cerebrale. Il modo di intervistare i musicisti, sempre con le solite domande a base di luoghi comuni. Ma, più in generale, il fatto è che c'è poca o nessuna preparazione e si tirano fuori sempre le stesse cose: la droga, lo spirito ribelle, il sesso e la trasgressione. 
Bob Dylan è il menestrello di Duluth e il cantore del '68, Bruce Springsteen è quello di Born in the Usa. Patti Smith è la sacerdotessa del punk.
In generale il rock trattato sempre come una cosa da ribelli, da alternativi, come una curiosità zoologica. 
Un importante quotidiano a proposito del film su Janis Joplin, ha scritto: Jonis e i Bog Brothers.

Nella sua intervista Keith Richards lascia intuire che le canzoni rock hanno un linguaggio che va oltre e aiuta a capire cosa succede. "Solo più tardi avrei capito che in quelle cose che chiamavamo americane di America non c’era niente. Il paese è un miscuglio di razze. Questo e solo questo mi affascina degli Stati Uniti: al contrario dell’Europa, ne riconosci l’identità attraverso la musica più che attraverso la letteratura o la pittura".
Va bene citare i soliti noti, da Leopardi a Cesare Pavese, soprattutto perché è facile, scontato e non costa fatica, ma quanta ricchezza si potrebbe comunicare ai giovani parlando loro di Nick Cave o Leonard Cohen. Non è esterofilia: ci ripetono tutti i giorni che viviamo in un mondo globalizzato, ma vale solo per le strategie economiche. E la cultura?
Va bene leggere I promessi sposi, ma chissà cosa scatterebbe nei giovani se si leggessero Il libro del desiderio di Leonard Cohen, le poesie di Patti Smith o I diari del campo di basket di Jim Carroll.

"Per me il rock and roll è sempre stato per tutti, fin dall’inizio. Avvertivo qualcosa di profondissimo, di sconvolgente in quel ritmo. Mai pensato che fosse musica usa e getta. Non ho mai trovato un duplicato di quella chiave che apre l’anima". Chi quella chiave l'ha trovata, ringrazia.

Friday, September 11, 2015

Incoerente anche come panettiere

Adesso che tutti quelli che ti davano dei consigli vomitano la loro plastica ai miei piedi per convincermi del mio dolore e che le mie conclusioni dovrebbero essere più drastiche. Non chiedetemi più di presentare i vostri libri quando nessun editore vuole pubblicare i miei. Non chiedetemi di ascoltare i vostri dischi. Non chiedetemi di scrivere recensioni dei vostri libri e delle vostre canzoni con la scusa che vi interessa la mia opinione, se così fosse me la chiedereste in privato. Ho fatto scarpe per tutti, ho creato anche dei mostri, siete stati più furbi di me, mentre io vado ancora in giro scalzo. Non mandatemi post su facebook, a meno che me li mandiate dal vicolo della desolazione.



Io voglio tornare a casa da mia mamma, mangiare la pastasciutta che ha cucinato per me e camminare per ore intorno al tavolo basso rotondo della sala mentre sta suonando Workingman's Dead dei Grateful Dead. Voglio ascoltare Alabama Rain di Jim Croce mentre lei suona il campanello e sale a trovarmi. Per rinunciare alla mia giovinezza ho fatta tanta fatica, anche per arrivare di fronte al mare. Queen Jan, approssimativamente, vieni a trovarmi. Sono incoerente, anche come panettiere.

Saturday, July 25, 2015

Tree of life

Guarda il riso che ti casca sui pantaloni. Tieni in mano quella forchetta nello stesso modo in cui non riesci più a tirare i fili della tua mente. Ogni cosa si confonde, quel piatto di riso come il tempo e lo spazio. Ogni cosa si sovrappone in una nebbia cattiva da cui emergi a tratti, guardandoti allo specchio, ma in realtà in quello specchio non ci sei più tu. Chi? Un bambino tanti anni fa. Sali le scale alle sei del mattino cercando un pacchetto di sigarette, mi stringi le mani sul collo ma dici che lo facevi per proteggermi perché dalla tua stanza sentivi che mi lamentavo.



Io ti guardo e so chi sei, ma se allungo la mano per afferrati, farti ridere, consolarti tu sfuggi in fondo a quel buco nero. O invece nel buco nero ci sono io, ma che importanza ha. E il riso che ti casca sui pantaloni, la cenere sul maglione e la cicca sui pantaloni, un buco in più che differenza fa. Abbiamo la stessa ansia e le stesse paure. Figli di uno stesso dolore. Sai chi sono? Sono un’ombra che appartiene a un tempo immemorabile e da cui non ti stacchi, sono il volto di tuo padre e di tua madre e di tua sorella, mentre i fili si intrecciano sempre di più e imploriamo che qualcuno li sbrigli. E poi dici, come se non volesse voler dire nulla, che quando Dio vuole servirsi di qualcuno comincia spesso con il ridurlo ad uno zero. Mi sento come quell’albero, secco e senza foglie, i rami che puntano disperatamente il cielo. In attesa di un fulmine che mi squarti e chiuda il conto. Per sempre. Da un albero con le radici secche non può nascere più nulla.

Saturday, July 04, 2015

For free

C'era una vecchia canzone di Joni Mitchell che più o meno diceva: "Nessuno si fermava a sentirlo suonare, nessuno lo aveva mai visto alla televisione, ma quell'uomo da solo suonava davvero bene, e lo faceva gratis". La canzone, For Free, era una riflessione sul suo ruolo di star super pagata che viaggia in limousine e ha folle adoranti e un musicista di strada che suona per qualche spicciolo. Ma non c'è differenza nel risultato finale: tutti e due fanno bella musica, anzi, sembra suggerire la Mitchell, lui forse ne fa anche di migliore.



La musica arriva dal cuore, e se uno lo ha al posto giusto, non è un problema di soldi. La fai comunque, perché non puoi tenertela dentro, devi farla uscire se no stai male. La devi regalare, magari farai sentire bene qualcuno che passa di lì in fretta.
Donald Gould potrebbe essere il protagonista della canzone di Joni MItchell. Cinquant'anni, senza lavoro e senza casa, è un ex marine, un veterano dell'esercito americano. Magro, pelle e ossa, i capelli lunghi e sporchi, una barba anche quella lunga e incolta. Uno dei tanti barboni che popolano le strade delle opulente città del ricco occidente. A Saratoga, dove sopravvive più che vivere, in Florida, hanno messo un pianoforte su un marciapiede, a disposizione di chi voglia fermarsi e suonarlo. Una cosa bella. Un invito alla bellezza nel caos delle nostre metropoli. Come dire, dai fermati qualche minuto e pensa qualcosa di bello, esprimilo, mettilo in comune.

CLICCA SU QUESTO LINK PER CONTINUARE A LEGGERE L'ARTICOLO

Saturday, February 28, 2015

Shadows in the night

Adesso la mattina scelgo: o mi faccio la barba o mi faccio la doccia. Tutte e due è troppo faticoso, troppo pesante. Spesso poi non faccio nessuna delle due cose. Il caffè, le pillole e poi esco. Ogni cosa è diventata una routine insopportabile. Timbrare il biglietto, salire sul vagone della metro, prendere un cappuccino al bar. Gesti fatti milioni di miliardi di volte sempre identici. I capuccini in qualunque bar fanno sempre più schifo. La tazza sa di sapone da lavapiatti, le miscele sono sempre più orride. La sigaretta, le persone da scansare sul marciapiede.
Eppure ogni mattina quando esco di casa ti vengo a cercare. A volte non mi riesce, rimango stordito e inebetito nel ripetersi di gesti sempre uguali. A volte mi sembra di vederti, dietro l’angolo, nella luce fioca di un lampione.


Ricordo benissimo il primo giorno che ti ho incontrato e visto in faccia. Un pomeriggio mite di ottobre, io ragazzino in mezzo a cento ragazzini, sui gradini del piazzale davanti a una chiesa. Poi nel bosco, a inseguirsi e inseguirti. La felicità. Mi sentivo nella casa dove non ero mai stato.

Ti ho perso da qualche parte. Ogni giorno mi chiedo se sono io che ti ho lasciato andare o sei tu che mi hai lasciato. La legge è diventata il mio io fino a farmi perdere i tratti del mio volto.

Nessun essere umano per sua natura è in grado di sostenere la verità. I rapporti a qualunque livello si basano su menzogne, compromessi, cose non dette nella loro interezza

Faccio cose strane, anche brutte, perfino disgustose per sfuggire alla legge e alle regole della sopravvivenza. Questo orrore impossibile da affrontare poi lo ricaccio subito nell’ombra. Diventato anonimo questo senso di colpa si riflette su tutto il mio comportamento. La folla che mi circonda fa lo stesso. Ci riconosciamo colpevoli di tutto cioè di niente. Tutti torturati da un senso morboso di indegnità, un senso di colpa generalizzato. E rinunciamo alla vita.

Vorrei reincontrarti di nuovo. Sentirti dire quello che dicevi: “Tutte queste miserie provano la sua grandezza. Sono miserie da gran signore”.

Saturday, January 10, 2015

Paris, Hollywood

Non è Bruce Willis, non è Hollywood. E’ la periferia sud di Parigi e qui si muore davvero. Qualcuno, sui social network, il giorno dopo la strage al supermercato ebraico, fa dell’ironia: sembrano le sturmtruppen, le caricature a fumetti dei soldati nazisti, un famoso cartone degli anni '70. Guardateli come si accartocciano per salire su un dislivello erboso come se ai piedi avessero dei mocassini.
L’ironia riguarda un filmato dove i reparti speciali della sicurezza francese arrivano nei pressi del locale dove si trova il terrorista con gli ostaggi e si gettano sotto a un muretto. Sì, sono immagini che in realtà fanno davvero sorridere: dove sono i superuomini bardati da robocop che ci aspettiamo di vedere in queste occasioni? Sembrano piuttosto dei bambini che si nascondono impauriti. Hanno paura, e fanno bene ad averla. Non è Hollywood, questa è Parigi dove si sta consumando una battaglia della Terza guerra mondiale in corso.


Anche un noto politico italiano si è permesso di fare ironia su questi robocop che sotto le maschere di guerra sono probabilmente dei ragazzini, con un post su Twitter che sinceramente poteva evitarsi, ironizzando sugli agenti francesi e sul fatto che “adesso non si andrà più a Parigi tranquillamente”. Poterselo permettere, intanto, di andarci a Parigi, non è da tutti oggigiorno, forse lo è da politici…
Il secondo filmato è quello dell’irruzione nel locale dove si trova il terrorista con gli ostaggi.

CLICCA QUI PER CONTINUARE A LEGGERE L'ARTICOLO

Wednesday, December 31, 2014

La fine di un anno


E sapere di non esser mai stato un gran signore, e sapere e sapere di non averti mai dato neanche un fiore, e vedere, e vedere nella stanza pieno di gente, e sapere, e sapere che è venuto il momento, e vederti, e vederti piangere, piangere senza neanche il fazzoletto, e sapere, e sapere di non averti mai voluto bene, e volere, e non voler credere che adesso tocca a te, sì ma, sì ma sentire, capire, capire che ti tocca di morire. E vedere, e vedere, e vedere andar via piano piano la luce, e sapere, e sapere che non c'è dietro proprio niente, e sentire, e sentire il prete continuare a pregare, pregare per me, e sapere piuttosto, e sapere di averti fatto tanto soffrire. E vedere, e vedere, e vederti andar via le mani nelle mani, e vedere, vedere, vedere andar via la luce piano, piano piano, e non potere, no, non potere più tornare indietro, e sapere, e capire che lo scherzo non è uno scherzo...e sapere, sapere di non aver mai avuto niente da dire, niente, e sapere, e sapere di non essere mai stato capace di ridere...di ridere *


* Enzo Jannacci

Friday, December 26, 2014

Il giorno dopo Natale

You got me singing
Like a prisoner in a jail
You got me singing
Like my pardon's in the mail


Ieri ho visto un uomo anziano piangere. Un uomo anziano che piange destabilizza sempre più che il pianto di chiunque altro. Improvvisamente il volto dell’uomo anziano si contrae e si trasforma in quello di un bambino piccolo. Passato, presente e futuro si sciolgono insieme nelle lacrime. Ci stava raccontando della sua infanzia e si è commosso.
Più passa il tempo della vita e quei momenti, certi momenti dell’infanzia, diventano quei momenti della felicità più piena, quei momenti che si rimpiangono di più. Rimpiangere, piangere di nuovo e ancora.
Quei momenti in cui ogni cosa era perfetta e la vita serena. Con il passare del tempo quei momenti si restringono sempre di più fino in molti casi a scomparire. Restano amarezza, dolore, sofferenza, rabbia. Restano piccole oasi di felicità sempre più piccole, mille punti di felicità che a fatica si riesce a unire con una retta, dispersi in migliaia di ore e di giorni e di notti di dolore e paura. La vita diventa un ricordare, ma a stento. Restano le mille maschere del compromesso a cui la vita ti sottopone per riuscire soltanto ad andare avanti. Il prezzo che ognuno paga è enorme e spropositato, ingiusto.



Non resta che restare attaccati a quei momenti che più diventi vecchio più diventano la commozione e la gratitudine di averli vissuti.
In attesa che tutto si compia e si torni per l’eternità a quei momenti. Quei momenti in cui qualcosa o qualcuno ci ha fatto cantare, cantare l’alleuja. Anche se siamo stati prigionieri per tutto il resto della vita.



Friday, December 05, 2014

Downtown train

C'è sempre qualcosa di fuori posto. Un capello sul cappotto perfettamente stirato, il cappotto firmato e assai costoso. C'è una macchia invisibile mentre ti affretti nei corridoi della metropolitana, quella macchia ce l'hai sulle spalle e dunque non la vedi, pensi di non averne nessuna, ma c'è.

C'è la ragazza con lo sguardo ferito, preoccupato, insicuro mentre osserva lo schermo pubblicitario che diffonde reclame e notizie e intanto lancia occhiate fuggenti verso la galleria dove dovrebbe spuntare il treno che sta aspettando.
Il treno arriva e tutti salgono di corsa spintonandosi come sempre e si schiacciano ai finestrini. Il treno va in una direzione ma quale sia nessuno lo sa. I pendolari in fondo al cuore vorrebbero che non facesse nessuna fermata e semplicemente inghiottisse tutti nel buio di una galleria senza fondo.



Siamo tutti così diversi e sconosciuti ognuno all'altro. Ognuno con la sua storia, i suoi dolori e le sue preoccupazioni, le sue ansie e le sue felicità. Cresciuti in mondi diversi, non abbiamo nulla da condividere. Ognuno vede se stesso e gli altri in un modo diverso e davvero non ci si riesce a capire. Parliamo lingue diverse e abbiamo sentimenti differenti, ci ascoltiamo parlare e diciamo: ma cosa sta dicendo? Io non lo capisco. Non c'è pace nel mondo. Farsi esplodere con una cintura di bombe alla vita è mettere fine a questo dialogo fra sordi.

Eppure ci deve essere un punto di contatto. Forse è in fondo alla galleria buia che ha inghiottito il treno della metropolitana. Qualcosa si è perso all'inizio dei tempi e aspetta di essere ritrovato. Ma si nasconde al cuore di ognuno e l'attesa comincia a finire, il tempo è scaduto.

Sunday, November 16, 2014

Messico e nuvole

Ogni volta che la vostra rock star preferita, anche gli idoli dei teenager, sale sul palco gonfia di cocaina un ragazzo in Messico viene ucciso. Ogni volta che il vostro attore di commedie o pseudo drammi hollywoodiani recita un ruolo che vi fa sbellicare di risate o piangere di commozione, c’è una donna che viene massacrata in Messico. Non citiamo quanti dirigenti di industrie e aziende, qualcuno famoso per essersi fatto rifare il setto nasale con lamine d’oro per l’uso sproporzionato che ne faceva, quanti politici, quanti avvocati hanno il naso gonfio di polvere bianca. Acquistata chissà dove e da chissà chi, ma intanto uno studente di 18 anni, una giornalista madre di famiglia, un contadino, un’attivista veniva fatto a pezzi già in Messico a ogni sniffata di piacere. È la cocaina, bellezza, la droga dei ricchi come si diceva una volta, oggi a portata un po’ di tutti, quella che fa ricchi, ricchissimi, i cosiddetti narcos. Quelli contro i quali paesi potenti hanno da anni lanciato inutili “war on drugs”, guerre alle droghe.


43 studenti messicani sono stati bruciati vivi e gettati in una discarica, uccisi da poliziotti pagati dai narcos su richiesta della moglie del sindaco di Iguala, la cittadina nello stato di Guerrero che praticamente è in mano ai narcotrafficanti e dove le autorità centrali non possono mettere piede. Gli studenti erano arrivati a Iguala da ogni parte del paese per manifestare contro i legami autorità-trafficanti di droga, ma la moglie del sindaco in quei giorni teneva una festa a cui teneva molto nei suoi possedimenti, così ha chiesto ai narcos di toglierle di torno quei fastidiosi e impudenti ragazzini. Lo hanno fatto, li hanno bruciati vivi e gettati in una discarica. 43 ragazzi.

clicca su questo link per continuare a leggere l'articolo

Thursday, November 13, 2014

Zen vision

L'aeroplano nel cielo
traccia
rette raggianti
eternità
per me


(Chiavari, alba di una mattina di primavera, 1982)

Wednesday, July 23, 2014

siamo i giornalisti della ggente, il potere ci temono

Quanto ci divertiamo su facebook. Una cifra. Ehi sono serio. Io mi ci diverto. Si scherza, ci son quelli che sanno davvero far ridere. In molti ci provano a far ridere ma non è che ci riescano così bene. Non è obbligatorio lasciare sempre un commento o una frase, volevo dirvelo. Volevo anche dire ai signori di Wall Street che quotano in borsa il faccia libro che ho 1800 amici di cui solo il 2,5% è attivo, cioè frequenta il sito. Un altro 2,5% magari ci passa senza mai lasciare commenti e legge qualcosa ma quotare a livelli milionari facebook è una delle tante bufale della realtà virtuale che ormai si è impossessata anche dell’economia. Facebook vale un cazzo la cifra che viene valutato, sappiatelo. Ah lo sapete? Ottimo. Dunque l’economia del terzo millennio vale un cazzo pure.


Comunque ho imparato da mo’ a non tirare fuori argomenti di politica e religione su facebook che poi ne escono sempre fuori delle risse (virtuali ovviamente che in faccia nessuno avrebbe il coraggio). Mi occupo solo di musica o dei miei malanni (purtroppo non virtuali). A proposito di musica, ultimamente mi sta venendo la voglia di non andarci più su fb. Devo dirlo: sono un po’ stufo di leggere aggiornamenti quotidiani di tanti cantautori o presunti tali che ci informano in che tonalità hanno accordato oggi la chitarra, cosa hanno mangiato a pranzo che poi li ha ispirati a scrivere una canzone, come procede day by day la registrazione del loro nuovo disco, quanti soldi hanno incassato ieri grazie al crowdfunding, cosa faranno domani e perché insomma il mio disco sarà meglio del tuo. In realtà mi sono accorto di avere più amici cantautori intenti a pubblicare un nuovo disco – in media ne fanno tre all’anno – che amici ascoltatori. Non parliamo poi dei critici musicali, o anche degli scrittori. Mi sento obsoleto. E pensare che io quelle cose lì le faccio per lavoro. Ma nel tempo che ci metto a scrivere un articolo o un libro, qualcuno ha già scritto otto recensioni di dischi e pubblicato sei libri. Cazzo scrivo a fare, mi domando? Anche perché è tutto gratis oggigiorno.

Così volevo dire ai miei amici cantautori o rock band che non è così figo pubblicare ogni giorno informazioni sulle canzoni che state scrivendo o di che colore sarà la copertina del vostro disco. Lasciate un po’ di mistero. Auto promuoversi su base quotidiana non dà grandi risultati. Almeno per me. Io preferisco avere il disco fatto e finito e semmai lo ascolterò. Ho la casella postale inondata invece di demo e proto demo, pseudo demo e anti demo. Non li ascolto. E’ così bello ascoltare quello che avrete fatto quando l’avrete finito, non mi interessa sapere se quando avete registrato quella tal canzone avevate gli slip o i boxer con la faccia della Mogherini. Il mistero è tutto, nell’arte e nella vita. Coltivatelo. Fatevi scoprire, non svendetevi in anticipo. Poi non vi compra più nessuno.

Siccome poi questa sembra l’estate dei festival che nascono come i bambini sotto alle foglie di cavolo – che i bambini mica li porta la cicogna, sappiate anche questo – mi viene da dirvi che andare a un festival sponsorizzato da una rivista anche se musicale non vi fa molto del bene. Io che scrivo per altre riviste – musicali – non vedo perché dovrei parlate dopo di voi dopo che avete suonato per quel tal giornale. Non perché sia un brutto giornale, ma allora aspettatevi per tutta la vita recensioni solo da quel giornale. E’ così che funziona, ci vuole un po’ di rispetto anche in queste cose. Anche perché in quei festival c’è più gente sul palco che tra gli spettatori, se ci fate caso. E da decenni da quel buchino lì non esce niente e nessuno. Ve la cantante e ve la suonate tra di voi. Certo, vi diranno che siete incredibilmente bravi e che cazzo di rock figo fate e che siete degni di suonare in America e che l’Italia non è degna di voi e che non capiamo un cazzo, italiani di merda. Ma vi ha fatto vendere due dischi in più tutto questo? Non so, vado a mettermi le mutande con la faccia della Mogherini.

Monday, June 09, 2014

Old Man

Stasera sono andato dal mio nuovo dottore. Il mio quadro clinico fa abbastanza schifo ma già lo sapevo, solo facevo finta di non saperlo. Mi ha dato un fottio di esami da fare no so se li farò, chi ne ha voglia. Ne ho ancora in arretrato di sei mesi da fare. Mi ha detto che devo farlo perché sono vecchio, sono un uomo e ho uno stile di vita di merda. Interessante che abbia detto che sono un uomo. Gli uomini si sa muoiono prima delle donne. Poi sono andato al bar sotto casa e mi sono ubriacato pensando che sarà l'ultima volta che lo faccio perché ehi sono vecchio ho un quadro clinico da schifo e sono un uomo. Mi sono ubriacato u con un autista di camion in pensione che è il sosia di Gino Paoli. Mi sono divertito un casino più di quando mi ubriacavo con quei cazzoni di giornalisti musicali a qualche concerto del cazzo sperando di ubriacarmi ancora dopo il concerto con la star. Mi ha raccontato un sacco di cose divertenti della sua vita, mi ha fatto vedere tutto contento sul suo cellulare che non era un iPhone ma una schifezza da quattro soldi la foto di quando qualche settimana fa aveva vinto una gara di pesca, un pescione da quattro chili tutto orgoglioso che poi ha rimesso in acqua. Poi mi ha detto che non va quasi più a casa sua in Abruzzo dove ha ancora la mamma di 94 anni viva, perché sua moglie ha un sacco di problemi fisici e si è un po' intristito. Pensava fossi anche io un pensionato, tanto devo apparire un vecchio del cazzo anche se fino a oggi ho fatto finta di non crederci. Sono un vecchio del cazzo con un quadro clinico di merda. Chisse ne fotte, continuerò a ubriacarmi lo stesso. Tanto io in pensione non ci andrò mai, me l'hanno fottuta insieme alla mai vita. Giovane in fondo non lo sono stato mai.

Saturday, May 24, 2014

Great Expectations

Scrivere. Scrivere sempre. Anche quando ti viene da vomitare sulla tastiera anche quando le dita gettano sangue sui tasti e le lacrime bagnano gli sputi. Scrivere per non impazzire. Scrivere per non morire o per morire prima. Scrivere se non hai niente da dire perché devi farlo comunque altrimenti poi non riuscirai più a riprendere. Scrivere contro la menzogna che ti asfissia ogni giorno sempre di più l'incredibile l'universale menzogna di ogni uomo che mantiene viva l'umanità. Ecco perché tu stai morendo poco a poco. Scrivere gratis scrivere per nessuno scrivere sempre. Scrivere non per fuggire ma per auto importi quella santità che ti viene negata. Santo santo santo scrivere. Scrivere sempre anche se non c'è motivo alcuno per farlo perché sei rifiutato fregato incastrato bloccato e maledici il gesto stesso di scrivere. Scrivere per non bestemmiare la santa bestemmia. Scrivere perché non ci sarà mai una ricompensa. Scrivere perché non c'è successo come il fallimento. E il fallimento non è un successo per nulla.

Friday, March 07, 2014

Hey hey my my Kurt Cobain will never die

Da qualche tempo mi succede spesso: ho nostalgia degli anni 90. Non so bene perché, ma mi succede. Forse dipende dal solito fatto, cioè rimpiangere quanto abbiamo vissuto nel passato e considerarlo sempre migliore di quanto stiamo vivendo adesso. Un classico, insomma, della nostalgia umana. O forse dipende dal fatto che da quando siamo entrati nel terzo millennio non è accaduto niente degno di nota. Sto parlando di musica naturalmente. Del resto di cose successe, purtroppo, dalle Twin Towers alla crisi economica globale, ce ne sarebbe da riempire una enciclopedia.

Di certo negli anni 90 non avevo nostalgia degli anni 80, quel decennio non mi è mai mancato e credo non mi mancherà mai. Gli anni 70? In quelli ci sono dentro da sempre, praticamente sono una istantanea vivente di quel decennio e vista la musica che girava allora, non me ne pento e ci sto dentro alla grande. Sono sempre fortemente convinto infatti che l'ultimo grande disco della storia del rock sia uscito il 14 dicembre 1979, "London Calling" dei Clash ovviamente.


Se penso invece a questi ultimi tredici anni, a parte le band di cosiddetto neo folk (Avett Bros, Fleet Foxes, Mumford and Sons e chi più ne ha più ne metta) cos'altro è accaduto da farti fermare la macchina mentre hai la radio accesa e dire: accidenti che canzone? Che poi anche questi gruppi tendenzialmente hanno fatto un bel disco e poi niente di che. A me non viene in mente nulla, e infatti siamo sempre qui a lodare i dischi dei grandi vecchi, ormai vecchissimi. Già sapete chi intendo. Degli anni Duemila salvo due canzoni, neanche due dischi interi, però sono due grandi canzoni: England dei National e I and Love and You degli Avett Brothers.

CLICCA SU QUESTO LINK PER CONTINUARE A LEGGERE L'ARTICOLO

Wednesday, February 12, 2014

Cronaca vera

Mi chiamo Francesca. Ho 14 anni e non so perché mi trovo in questo posto. E’ buio, fa freddo, ci devono anche essere dei topi schifosi. Li sento. In realtà so benissimo perché mi trovo qua. Sto salendo le scale fino al tetto. Questo era un albergo una volta. Ogni piano che faccio credo di sentire voci di bambini che ridono, mamme arrabbiate, papà che russano. Ma adesso è buio e fa freddo. E ci sono i topi. Devo arrivare sul tetto di questo schifo di albergo abbandonato e poi sarà finita. Mi dispiace tanto, mi dispiace nonna. Chiedo scusa a tutti, anche a papà e mamma. Ma sto salendo le scale al buio e poi non ci sarà più nessuno che mi prenderà in giro.

Volevo tanto bene al mio ragazzo, lui mi ha lasciato e vabbè ci stava, e me piaceva andare a scuola. Però mi prendevano in giro, ogni volta che scrivevo qualcosa e chiedevo per favore aiutatemi c’era qualcuno che mi diceva che ero una brutta culona e che dovevo morire. «Fai schifo come persona». Perché? Le mie piccole bocche aperte sulle braccia chiedono solo un po’ di aiuto. «Spero che uno di questi giorni taglierai la vena importantissima che c’è sul braccio e morirai!». Non dimenticatemi. Fra poco sarò morta davvero. Mi dispiace tanto nonna.

Ecco, sto per buttarmi di sotto. Così il computer non lo accenderò più e nessuno mi prenderà più in giro. Ciao nonna, addio anche a questi topi schifosi. Non voglio più piangere da sola in camera mia. Mi dispiace, chiedo scusa a tutti. Non dimenticatemi. Non so cosa sta succedendo.


Lui ha chiesto alla prima moglie se può prendere Caterina, Caterina ha 8 anni, può vederla due volte la settimana. Poi ha chiesto anche alla seconda moglie se può stare un po’ con Roberto, 2 anni, è figlio di questa altra donna e suo, naturalmente. Solo qualche ora, sto traslocando, spiega, mettiamo via le robe negli scatoloni, giochiamo un po’. Va bene, hanno detto tutte e due, alle 20 mando mia mamma a prendere Caterina. Ok, Roberto lo riporto io.
Nella casa c’è confusione e sporcizia, a Caterina non piace, Papà voglio andare a casa. Anche questa è casa tua, risponde lui innervosito. Roberto inciampa su degli scatolini e comincia a piangere. Lui rivede in pochi istanti una vita di fallimenti, due matrimoni fottuti andati in pezzi, il secondo pochi giorni prima di Natale. Che schifo pensa. Poi il lavoro che c’è ok, ma quanti soldi mi ci vorranno adesso per pagare tutti questi alimenti, pensa. Non ce la potrà mai fare. Sono solo. Guarda i suoi bambini e gli viene da piangere. Sono solo. Ho fallito tutto. Non sa come si è trovato quel coltellaccio per tagliare il salame tra le mani, però gli dà un senso di sicurezza.


Si guarda attorno. Quello non è un posto per due bambini piccoli, tutto quel casino e lo sporco. E’ allora che si avvicina prima a lei e con un taglio veloce le squarcia la gola. Non riesce neanche a gridare. Poi tocca al fratellastro. Il sangue zampilla ovunque. Cosa ho fatto. Telefona al fratello per dirglielo poi si pianta il coltello nel petto. Ma lui non è degno neanche di morire.

Che fallito sono, pensa mentre lo portano in ospedale.
Fuori la nonna è arrivata a prendere la sua nipotina, ma l’hanno già portata via quelli della polizia mortuaria. Nella notte fredda un urlo indicibile si alza nel buio. I miei bambini. La mia bambina.

Sangue nei solchi del cuore

“Bob Dylan è in città, c’è bisogno di catturare qualcosa di magico”. La “città” è ovviamente New York, al telefono John Hammond, il più gran...

I più letti