E ci sono state le lacrime e c’è stata una stella cadente che ha attraversato il cielo aprendosi in due. E ci sono state preghiere e c’è stata consolazione e redenzione. C’è stato che solo ieri sera mi sono accorto che hai due anni soltanto meno di me (portati solo un filo meglio…) e allora solo ieri sera ho capito una cosa di cui non mi ero mai accorto, ho capito cosa mi aveva sempre dato fastidio, impaurito, allontanato da te. Che siamo della stessa generazione io, te, Kurt, Chris, ma mi facevate troppa paura, per cui me ne stavo alla larga. Usavo la scusa dei gusti musicali, ma in fondo ero morbosamente attratto da voi e dal vostro male. Perché era lo stesso mio male. Generazione X senza saperlo, figli di un boom economico falso, violento, spacca famiglie. Ognuno di noi cresciuto in quegli anni 60 è stato lasciato solo. Certo che tu o Kurt avete passato una adolescenza peggio della mia, che pure è stata devastante. E allora ieri sera ho capito che la nostra strada si è finalmente incrociata e ti ho riconosciuto. “Aveva un diavolo su una spalla e uno sull’altra, che le dicevamo, fuma, bevi, sniffa, scopa. Io avevo un diavolo che mi diceva solo fuma, bevi, bevi e fuma. Poi un giorno a Milano ho incontrato un angelo che mi ha detto: amami”. E la tua vita è cambiata, perché noi abbiamo sempre solo avuto bisogno di qualcuno che ci amasse, mendicanti dell’amore, mendicanti di una mano tesa.
Allora la bottiglia di vino stasera è solo una scusa per fare un sorso e brindare “A questo santo patrono della vostra città che non ho mai sentito nominare” e poi anche un sorso di birra e un “vaffanculo” come dire: ma sì stasera è festa grande e fatemi fare lo stupido. Non come tre anni fa che eri sempre attaccato alla bottiglia. Solo un sorso di vino e birra.
Si capisce dal primo istante quando ti si illuminano gli occhi: “E’ la prima volta che suono da solo davanti a tante gente (50mila persone)… Solo in Italia succedono queste cose…”. E si capisce che sarà una serata speciale, diversa da ogni altra.
E ci sono state le lacrime quando alla fine di Black continuavi a ripetere al tuo amico Chris Cornell “come back come back” fino a quando la voce ti si è spezzata in un singhiozzo e gli occhi colmi di lacrime. E c’è stata una meraviglia quando alla fine di Imagine, per una volta apparsa non come la banalità buonista spazzatura come è stata ridotta, ma come un desiderio davvero sincero in questi tempi che ci ammazzano i figli ai concerti quando una stella cadente ha attraversato il cielo e si è spezzata in due punte di fuoco, una per Chris e una per John. E una per tutti noi, che davvero possa arrivare la pace. “Io sono uno, voi siete tanti, ma siamo tutti insieme tutti una cosa sola”. E’ stato un segno, lanciato da Qualcuno lassù che è sembrato dire: la strada è questa, the long road”, mandando la sua benedizione.
“Stasera c’è la luna crescente, ma non si vede, però c’è. E’ come Dio: c’è ma non si vede... forse”. Perché hai voluto condividere tanta intimità con noi?
Da solo con una chitarra elettrica strapazzata alla morte per le più feroci canzoni del tuo gruppo (e quello sguardo, anche se hai fatto pace con il tuo demone del fumo e del vino, sempre allucinato, lo sguardo di un killer, lo sguardo dell’allucinazione, che riemerge ogni volta che canti una di quelle canzoni scritte nella disperazione della nostra generazione, fa ancora paura), con l’acustica per pagare pegno ai nostri maestri, da “Uncle Neil” a Cat Stevens ai Pink Floyd (maltrattta ugualmente...)
Insieme a un busker di Dublino, alla fine, a cantare insieme “society have mercy on me if I disagree…”, abbiate di pietà di chi non riesce a tenere il passo di questa società della follia e della morte, due mondi diversi che si mischiano. Lui un busker dell’amore implorato, e della misericordia, tu un busker punk, ma come cazzo siete uguali mentre spaccate ogni corda delle vostre chitarre.
E che sei un uomo umile, un uomo buono, lo si capisce quando, a differenza di tutti i tuoi colleghi, per il momento climax della serata in cui scendi in mezzo al pubblico invece di cantare una canzone tua ne fai una di Glen Hansard, la canzone della buona speranza, come un augurio, come un abbraccio: “And I know where you've been
It's really left you in doubt
Of ever finding a harbor
Of figuring this out
And you're gonna need
All the help you can get
So lift up your arms now
And reach for it
And reach for it”
Abbiamo bisogno di tutto l’aiuto possibile, alza le tue braccia e raggiungilo: condividere è il segreto, unire invece che dividere, abbracciare invece che scansarsi, accettare il nostro limite e andare avanti giorno per giorno, che tutto è una benedizione.
Così la nostra generazione troverà pace. Grazie dell’insegnamento, forse risparmierò qualche soldo in psicanalisi. Grazie dell’amore. Grazie delle lacrime. E grazie della musica. Perché ci vuole il rock'n'roll per tenerci la mente sana e lontana dal dolore e dalla paura che avremo sempre dentro di noi, e allora vai di mulinello alla Pete Townshend e poi salya, salta sugli amplificatori. Ma va bene anche l’ukulele.
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Sunday, June 25, 2017
Tuesday, December 24, 2013
Heart and soul
Questa canzone non è una canzone di Natale, ma è anche una canzone di Natale. Qualcuno, su questo giornale, giorni fa scriveva che “ciò che serve al Natale è un desiderio, il desiderio magari lancinante che qualcuno venga, che qualcosa accada”. Se il Natale si attende - perché lo attendono tutti, belli e brutti anche chi non lo vuole ammettere - questa canzone parla di questo. Nel buio della notte più profonda, nella solitudine dell’abitacolo di una macchina, nell’incertezza che qualcuno ti stia veramente aspettando, con a fianco un regalo banale come un paio di scarpe nuove, un uomo attese qualcosa.
Probabilmente è ancora una attesa insicura e incerta quella che viene cantata, ma d’altro canto la vita stessa è una attesa che aspetta di compiersi tra mille dubbi, attraverso i segni, attraverso il desiderio del cuore, che più di ogni altra cosa grida un desiderio implacabile: che la nostra vita si compia nel suo significato, che cioè il nostro desiderio non sia solo un insieme di apparenze, ma uno incontenibile. Quando questo compiersi potrà accadere definitivamente, non è compito nostro saperlo. Compito nostro è semmai cogliere i segni di questo compimento giorno dopo giorno, e in mezzo ecco il Natale il segno più clamoroso ed evidente del compiersi dell’attesa.
Quando Bruce Springsteen incide Drive All Night, per alcuni un riempitivo, per altri un capolavoro, per molti una delle canzoni passate maggiormente inosservate su un disco scoppiettante di grandi e maestose canzoni (“The River”, uscito nel 1980) ha appena compiuto trent’anni, sta passando all’età adulta ed è pieno di incertezze e paure. Ha ottenuto un buon successo in madrepatria, ma è in quel punto di svolta dove potrebbe perdere tutto o diventare una star mondiale (succederà la seconda cosa, come tutti sanno).
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Probabilmente è ancora una attesa insicura e incerta quella che viene cantata, ma d’altro canto la vita stessa è una attesa che aspetta di compiersi tra mille dubbi, attraverso i segni, attraverso il desiderio del cuore, che più di ogni altra cosa grida un desiderio implacabile: che la nostra vita si compia nel suo significato, che cioè il nostro desiderio non sia solo un insieme di apparenze, ma uno incontenibile. Quando questo compiersi potrà accadere definitivamente, non è compito nostro saperlo. Compito nostro è semmai cogliere i segni di questo compimento giorno dopo giorno, e in mezzo ecco il Natale il segno più clamoroso ed evidente del compiersi dell’attesa.
Quando Bruce Springsteen incide Drive All Night, per alcuni un riempitivo, per altri un capolavoro, per molti una delle canzoni passate maggiormente inosservate su un disco scoppiettante di grandi e maestose canzoni (“The River”, uscito nel 1980) ha appena compiuto trent’anni, sta passando all’età adulta ed è pieno di incertezze e paure. Ha ottenuto un buon successo in madrepatria, ma è in quel punto di svolta dove potrebbe perdere tutto o diventare una star mondiale (succederà la seconda cosa, come tutti sanno).
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Friday, February 22, 2013
From Grafton Street to the stars
La sfilata dei musicisti che scende le scale dai camerini per arrivare al palco dei Lime Light di Milano sembra non finire mai: cinque, sette, otto, ma quanti sono? Alla fine oltre al cantante se ne conteranno undici: tre archi, tre fiati, basso, batteria, chitarra, tastiere, violino solista. E lui, Glen Hansard, il più straordinario performer dell'ultima generazione. Va in scena la nuova Caledonia Soul Orchestra, quella di cui detiene il copyright originale il Van Morrison della prima metà degli anni settanta, quello più appassionante e trascinante di sempre. Glen Hansard ne è l'erede, ma non solo. Irish soul certamente, ma anche rock, funk, folk, canzone d'autore. Un caleidoscopio di suoni e immagini che questo cantautore, nato come busker di strada, assunto alla celebrità grazie a un film meraviglioso, Once, ma già conosciuto in un altro film altrettanto bello, The Commitments, sa mettere in scena come nessun altro.
La filosofia è la stessa di un Bruce Springsteen: suonare concedendosi senza riserve al suo pubblico, anche per tre ore buone come fatto a Milano. E' così che a un certo punto, lasciati dietro di sé i microfoni e le amplificazioni, si mette a suonare in piedi in mezzo al pubblico, ed è così che a fine serata guida la sua orchestra in mezzo al pubblico, scendendo dal palco e piazzandosi a suonare in mezzo alla sala.
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La filosofia è la stessa di un Bruce Springsteen: suonare concedendosi senza riserve al suo pubblico, anche per tre ore buone come fatto a Milano. E' così che a un certo punto, lasciati dietro di sé i microfoni e le amplificazioni, si mette a suonare in piedi in mezzo al pubblico, ed è così che a fine serata guida la sua orchestra in mezzo al pubblico, scendendo dal palco e piazzandosi a suonare in mezzo alla sala.
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Friday, October 12, 2012
Sapevatelo
Come dicono i giovani d'oggi, sapevatelo o sappilo, tu, lettore. Che nel numero della bella rivista Suono in edicola a ottobre ci sono due pezzoni di cui vado abbastanza fiero. Soprattutto l'intervista a Glen Hansard, la voce e il songwriter migliore degli ultimi quindici anni. Un gran divertimento parlare con lui, loquace e pieno di anedotti e riflessioni ricche di significato. D'altro canto è irlandese. C'è anche un pezzone o pezzullo sul nuovo disco di Bob Dylan, un po' più approfondito di quanto avevo già scritto, con una splendida fotona dell'anmico Paolo Brillo.
Accattatevolo, se vi va, questo Suono, ma anche i prossimi. Qualche estrattino dall'intervista Glen per mandarvi in edicola:
"Gli Swell Season sono Markéta ed io. Possono esistere solo quando Markéta e io siamo insieme nella stessa stanza a fare musica. Lei adesso sta vivendo la sua vita, sta molto bene, è felice e sta facendo un nuovo disco solista in Islanda. Non mi ci vedo io e lei di nuovo insieme al pianoforte, almeno in tempi brevi. Gli Swell Season sono sospesi, magari potrebbe succedere in futuro, ma sarà il destino o le circostanze a deciderlo. Vedi, la nostra relazione è sempre stata basata sull'amore e non su un piano politico. Se ci troveremo di nuovo in quelle condizioni, allora faremo ancora musica insieme".
"C'è un tipo di musica che è stato definito grazie a Van Morrison, ed è Celtic soul. Van Morrison è il progenitore e il leader di questa musica. E' l'autentico inventore del Celtic soul. Essere paragonati a Van Morrison è…. be'… Se quello che faccio io è Celtic soul, ne sono felice. E' stata una influenza fortissima per me. Credo che la mia conoscenza della musica sia stata arricchita dal fatto di provenire da un Paese che ha una tale grande tradizione di canzoni e poesia".
"I miei eroi sono Bob Dylan, Van Morrison e Leonard Cohen: sono la mia Santa Trinità, i Tre Uomini saggi".
"Conosco gente che vive in modo cosciente una vita distruttiva così da poter essere creativi, ma per me è banale. Può funzionare per uno o due dischi ma se basi tutta la tua vita su questo aspetto allora sei nei guai. C'è una grande poesia di Leonard Cohen, molto corta, che dice: "Ho quasi 70 anni, non ho mai incontrato la donna giusta, sono distrutto. Seguimi". Sta dicendo: se sono il tuo eroe dopo tutte queste canzoni sul fallimento, allora tu sei nei guai".
E poi la storia, inedita in Italia, di come divenne amico di Eddie Vedder...
Thursday, July 05, 2012
Irish gipsy's heart
C'è una scena, all'inizio del bellissimo film "Once", in cui Glen Hansard, rimasto solo sul marciapiede di Grafton Street a Dublino, dopo aver cantato tutto il pomeriggio per i passanti, canta ancora una canzone. Non ha più un pubblico, se così si possono definire i passanti che ascoltano distrattamente un busker, un cantante da marciapiede, ed è ormai notte, la buia e fredda notte di Dublino. La canzone che segue è un urlo viscerale di dolore, nel vero senso del termine: Hansard si lascia andare a una interpretazione vocale straboccante, che fa tremare i polsi. A guardarlo c'è solo una ragazzina, la protagonista insieme a lui del film. Rimane così colpita che non può fare a meno di andare a conoscerlo e chiedergli il perché di tanta rabbia e dolore.
Così è la musica di questo fantastico ragazzone irlandese, giunto adesso al suo primo disco da solista ("Rhythm and Repose") dopo le esperienze con i Frames prima e con gli Swell Season (lui e Markéta, la ragazza del film, con cui vinse anche un Oscar per la miglior canzone da film).
CLICCA SU QUESTO LINK PER CONTINUARE A LEGGERE LA RECENSIONEL DEL NUOVO DISCO DI GLEN HANSARD. SUL NUMERO DI SETTEMBRE DI "SUONO" LUNGA E APPROFONDITA INTERVISTA CON GLEN HANSARD
Così è la musica di questo fantastico ragazzone irlandese, giunto adesso al suo primo disco da solista ("Rhythm and Repose") dopo le esperienze con i Frames prima e con gli Swell Season (lui e Markéta, la ragazza del film, con cui vinse anche un Oscar per la miglior canzone da film).
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Tuesday, January 03, 2012
Radio Rock

La musica rock opera al più alto livello della ragione, perché sa abbracciare il cuore e lo stomaco così come la mente
(John Waters)
C'è una nuova rubrica(etta) in città, la radio che nessuno può sentire. Ne sono già uscite due puntate, sintonizzatevi qui if you like. Buon 2012 e forza Maya.
"And the healing has begun", la guarigione di Van Morrison
"Falling Slowly": amore e destino nella storia di Glen e Markéta
Saturday, December 31, 2011
Sleepless nights (no more)
Che il 2012 vi porti notti addormentate - io me lo auguro - e non più notti insonni
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