Monday, August 20, 2007

He was a friend of mine



9 marzo 1945 - 19 agosto 2007

La tristezza che c'è in me, l'amore che non c'è hanno mille secoli il dolore che ti dò,la fede che non ho hanno mille secoli.
Sono vecchio ormai, sono vecchio, sì questo Tu lo sai, ma resti qui.
lo vorrei vedere Dio, vorrei vedere Dio ma non è possibile:
ha la faccia che tu hai, il volto che tu hai e per me è terribile.
Sono vecchio ormai, sono vecchio, sì questo Tu lo sai, ma resti qui.

Ascoltami, rimani ancora qui ripeti ancora a me la Tua parola ripetimi quella parola che un giorno hai detto a me e che mi liberò.

La paura che c'è in me, l'amore che non c'è hanno mille secoli tutto il male che io so, la fede che non ho hanno mille secoli.
Sono vecchio ormai, sono vecchio, sì ma se Tu vorrai mi salverai.

Ascoltami, rimani ancora qui ripeti ancora a me la Tua parola ripetimi quella parola che un giorno hai detto a me e che mi liberò

(Claudio Chieffo)

Tuesday, August 07, 2007

There's a hellhound on my trail


Lo aveva cercato per tutta la vita. Da quando, ragazzino, aveva sentito una sua raccolta di registrazioni. Da allora si era messo sulle tracce di Robert Johnson, arrivandoci vicino più volte, ma sempre solo sfiorandolo. Anche quando, preso il coraggio a piene mani, aveva provato a rifare i suoi blues: Ramblin' on my Mind, con John Mayall, ad esempio. Ma era stato solo quando le dita avevano preso a riffare, con violenza che gli era stata fino ad allora sconosciuta, Cross Roads Blues, con i Cream, che dal palco, in mezzo al pubblico, una sera credette di vederlo in mezzo a quegli hippie strafatti di Lsd. Robert Johnson, il suo fantasma, o forse solo uno spettatore di colore seppure elegantemente vestito in doppiopetto e con un Borsalino in testa; quello era uno spettatore che non era solito vedere in mezzo ai suoi fan. Se ne era andato scrollando le spalle. Lui lo aveva evocato meglio che in precedenza, ma evidentemente non era ancora abbastanza.

Fu un paio di anni dopo, nel caldo opprimente di Miami, che Robert Johnson, o chi per lui, questa volta sarebbe rimasto. Lui, circondato da alcuni ottimi musicisti, tra cui il chitarrista slide 'straordinaire', Duane Allman, stava registrando un nuovo disco, ma era più di un disco soltanto: era una battaglia, per la vita e per la morte. "Perché l'amore fa male?" gridava con un urlo che gli veniva dalle viscere mentre la chitarra pestava e lanciava strali come un mitragliatore laggiù nel Vietnam. "Hai mai amato una donna?" si chiedeva battendo forte le dodici battute, e Duane gli veniva in soccorso quando le sue dita cominciavano a sanguinare. "Nessuno ti viene ad aiutare quando sei giù e fuori": già, se ne stava rendendo conto, ma la sua chitarra non voleva saperne di fermarsi di suonare. Come aveva detto una volta il suo grande amico George Harrison, "la sua chitarra stava piangendo". Per una donna, proprio la donna del suo amico George.

Mai duetti di chitarra furono registrati in modo più appassionante, come nella devastante e senza sosta Key to the Highway, mai Robert Johnson era stato evocato prima in modo così stupefacente. Ecco perché Layla and Other Asorted Love Songs trasuda disperazione e morte, ed ecco perché c'è sangue in quei solchi. Quel blues, quell'antico blues così profondamente cercato, per Eric Clapton si era finalmente reso reale. C'è più senso del blues in una (apparente) ballata acustica quas country come I Am Yours che in decine di altri blues che aveva e avrebbe poi registrato in seguito. Non è la formula che conta, l'anima di un uomo - quando suona.
Certa musica chiede un prezzo da pagare. Il conto sarebbe stato salato: un anno dopo quelle session Duane Allman sarebbe morto in un incidente di motocicletta; il formidabile batterista Jim Gordon una decina di anni dopo avrebbe fatto a pezzi (letteralmente) la madre, finendo la sua carriera in un ospedale criminale; il bassista Carl Radle sarebbe morto nel 1980, fegato spappolato da troppo alcol e droga; lo stesso Eric Clapton si sarebbe salvato per un pelo da una tossicodipendenza devastante e quasi vent'anni dopo Mr. Hellhound sarebbe venuto a chiedere il saldo, quando il piccolo figlio di 5 anni sarebbe volato giù da un grattacielo.

In questo disco un gruppo di musicisti lotta per la vita, affondando ed emergendo da una nebbia che li sta per inghiottire: dalle rullate di batteria cosmiche di Little Wing a quando sfumano gli ultimi accordi dolcissimi di pianoforte nella coda di Layla, sai che sono riusciti a mandare via quel demonio che stava sulle loro tracce. Almeno per un po'. Robert Johnson sfiora il Borsalino, sorride e si allontana. Non ci sarà mai più un altro disco così perché a scherzare troppo con il demonio ci si scotta.

E' tutto lì, in quei cinque minuti grondanti disperazione di Bell Bottom Blues, il blues di quando hai toccato il fondo. Perché dal fondo puoi solo risalire.

Sunday, August 05, 2007

Hello Big Brother


Niente paura, non sto parlando di quegli innocui per quanto stupidissimi spettacolini televisivi dal nome omonimo. Sto parlando del più mostruoso, dittatoriale, inquietante organismo oggi esistente, che risponde al nome di Parlamento Europeo.
Persi completamente i connotati originari, voluti dai padri fondatori della Comunità Europea, politici di grande tradizione cristiana che si rifacevano appunto alle radici cristiane dell'Europa, oggi negate in nome di un illuminismo di quarta mano, il Parlamento Europeo si è trasformato sempre più in un Grande Fratello di orwelliana memoria e di laicissimo vuoto ideale.

Non solo mantiene con costi altissimi una casta di inutili burocrati con stipendi degni di una star hollywoodiana che passano il tempo in amene commissioni come quella che deve determinare la circonferenza esatta del pisello (non scherzo: esiste davvero la commissione che decide quanto devono essere grandi i piselli... da coltivazione ovviamente), oppure decidono che la pizza non deve essere cucinata con il forno a legna... ma sempre più legiferano intromettendosi nella privacy e nella morale privata.

Come l'ultima trovata, degna proprio del grande scrittore Orwell: il Parlamento Europeo ci ordina, a noi genitori, di non mollare più un sano scapelotto (o ceffone, o sberla, come preferite) ai nostri figli. In nome del politically correct, in nome di un presunto diritto civile, i nome del.. niente, ovviamente. In un momento storico in cui si assiste a una generazione d ragazzi costituita da bulli privi di spina dorsale e di cervello, che esercitano loro stessi la violenza perché educati da "genitori amici", come quel patetico telefilm che si intitola "una mamma per amica". Quelli che non mollano mai un ceffone al figlio.

No, non "genitori amici: genitori assenti. Ma la cosa inaccettabile è l'intrusione dello Stato, del potere, nella sfera del privato e del diritto familiare. Ci ha già provato qualcuno in passato, e sappiamo come è andata a finire. Questo è il nuovo totalitarismo, quello del "political correct". Altrettanto indegno.


Fate come me: boicottate il Grande Fratello. Non andate più a votare per il Parlamento Europeo. Prima che facciano una legge in cui decidano a che età dobbiamo morire.

Tuesday, July 31, 2007

Desire



"La bellezza strappa fuori il nostro cuore dall'accomodamento al quotidiano, dal decadere nel niente, dal non essere presente a noi stessi" (Platone)

"Uomini che hanno in sé un desiderio così possente che supera la loro natura, ed essi bramano e desiderano più di quanto all'uomo sia consono aspirare, questi uomini sono stati colpiti dallo Sposo stesso; Egli stesso ha inviato ai loro occhi un raggio ardente della sua bellezza. L'ampiezza della ferita rivela già quale sia lo strale e l'intensità del desiderio lascia intuire Chi sia colui che ha scoccato il dardo" (Nikola Kabasilas, teologo bizantino)

Che la nostra ferita sia sempre aperta.

Tuesday, July 17, 2007

“Milano, prega con me”

Antefatto.
Savona, 5 luglio 2007. Ferdinando Molteni, assessore alla Cultura del Comune di Savona dice a Patti Smith che a pochi chilometri dalla città, il 18 marzo 1536 a un anziano pastore di nome Antonio Botta, è apparsa la Madonna. Lei vuole sapere tutto di questo mistero e chiede di organizzare una gita al Santuario il giorno dopo. Accompagnata da Ezio Guaitamacchi (“il diretùr” come lo chiamo io, di Jam, carissimo amico che purtroppo vive di una fede sbagliata, quella milanista) a mezzogiorno di sabato 6 luglio Patti Smith è nella cripta che ricorda l’apparizione della Vergine ad Antonio, il vecchio pastore ligure. Bacia il pavimento, si raccoglie in preghiera, fa mille domande su quel luogo sacro.
Alla sera, durante il concerto, più volte giunge le mani in preghiera e ringrazia “Antonio, per essere stato tramite tra la Vergine e noi”.


(La chiesa N.S. della Misericordia, Santuario di Savona)

Intermezzo.
“La crocefissione di Cristo, la sua trasfigurazione, è un atto che si può a malapena comprendere in questa epoca intrisa di scienza” (Patti Smith, durante una intervista degli anni 90).



Finale.
Milano, 16 luglio 2007. È l’ultima serata di un tour di 47 date, e Patti Smith, 60 anni da poco compiuti, a tratti mostra tutta la fatica. Non importa. Davanti a un pubblico debordante (doveva essere un concerto per pochi intimi, sono arrivati in migliaia), la cantante si commuove più volte, ringrazia la città e il suo pubblico. Durante l’esibizione di Are You Experienced? (Jimi Hendrix), cade in ginocchio, improvvisa alcuni versi e a un certo punto dice “Milano, prega con me, non siamo fatti per morire, siamo fatti per rinascere”.
E se mi piace citare una debordante versione di Blitzkrieg Bop dei Ramones (ho aspettato tutta la vita di sentirla fare, soprattutto adesso che i fratelli Ramones sono andati tutti là nel paradiso dei rocker) in cui lei si limita a ballare e saltellare mentre Lenny Kaye e JD Daugherty fanno del loro meglio per farci sentire come se fossimo al CBGB’s, là sulla Bowery, in una sera di metà anni 70, non posso fare a meno di citare la conclusiva, parossistica, devastante, lunghissima e abrasiva Rock’n’Roll Nigger. Presa una chitarra, Patti sale sulla batteria lanciando strali di feedback. Non è più una donna di 60 anni anni, mistica e dolcissima, come lo era stata pochi minuti prima quando aveva eseguito Perfect Day di Lou Reed (“Domani mi fermo qua” dice “vado alla Scala a sentire la Traviata. Per cui non vi lascio, sarò tutto il giorno insieme a te, Milano”), adesso è la selvaggia ragazza punk che ricordavamo trent’anni fa. A un certo punto comincia a staccare a una a una, in modo lento e intenso, le corde della chitarra. La alza alta verso il cielo e dice, declamando forte: “No more fucking bombs, no more fucking wars, this is our instrument of war, there is only one war, the war of rock’n’roll”.

Detto da chiunque altro, sarebbe semplicemente stupido. Detto da lei, in questa afosa notte milanese in cui il rock’n’roll è riuscito misteriosamente a compiere ancora una volta la sua missione, quella di spaventarci, ispirarci, farci guardare verso un “oltre”, è maledettamente giusto. E anche vero.

Thursday, July 12, 2007

tweedle dee & tweedle dum

Forse la gente ha preso davvero sul serio il messaggio del concertone salva-mondo, altrimenti noto come Live Earth: lo share televisivo in Inghilterra e Stati Uniti è stato infatti così basso che viene da pensare che nessuno abbia acceso il televisore per risparmiare un po' di energia e contribuire così alla salvezza del nostro povero eco-sistema. Di fatto le esibizioni musicali sono state così penose (a parte gli immortali Spinal Tap e i sempre tosti Metallica) che non valeva propio la pena guardare una accozzaglia di giovinastri stonati e incapaci di stare sul palco (due nomi su tutti: Kasabian e James Blunt).
Sembra che Madonna, poi, con la sua esibizione abbia prodotto più sostanze inquinanti di un volo di linea 747.

A proposito di voli di linea: la cosa più divertente erano i messaggi pro-ambiente che venivano trasmessi tra una esibizione e l'altra, probabilmente frutto della geniale mente del simpatico Al Gore. Tipo: prendete l'aereo solo se indispensabile! Certo Al, scusa: di solito vado a fare la spesa all'Esselunga con un Boeing, ma adesso non lo farò più. Accidenti.

Saltando di palo in frasca, da buon genitore mi sono dovuto arrendere all'enesima richiesta-ricatto di mia figlia, che ha voluto come regalo di compleanno un i-pod. Ho potuto constatare di persona quello che avevo sempre pensato: l'oggetto più obsoleto che le brillanti menti del marketing mondiale ci hanno regalato (regalato?? 150 euro per un oggetto che come costi puri di fabbricazione ne vale neanche 30): qualità sonora della musica infame; aspetto oggettistico irritante e demenziale (già so che finirò per sedermici sopra prima o poi, visto che è quasi invisibile); modalità d'uso impraticabile (devi strusciare il ditino su e giù per cambiare le funzioni... i vecchi comodi tasti sono una cosa poco trendy per il terzo millennio, vero?); concezione della fruizione musicale nulla: come ha detto recentemente il grande songwriter Loudon Wainwright, “la gente scarica le mie canzoni una qua e una là, fregandosene dell’ordine con cui ho deciso che andrebbero ascoltate sul disco”. Aggiungo io: è come prendere i capitoli di un libro qua e là e pretendere di dire di aver letto un libro. Dimenticavo: una volta avevamo la presunzione che un disco fosse un oggetto che trasmettesse”cultura”, proprio come un libro. Oggi con l’i-pod la musica si ascolta un tanto al chilo: mi dia due canzoni di Britney Spears, ci metta in mezzo una di Bob Dylan e poi faccia anche tre di Tiziano Ferro…

Bah... decisamente sono ormai tagliato fuori dal mondo di Al Gore e degli i-pod, ma meglio così. Il mio mondo era molto meglio. Vi lascio con la foto di un amico inglese: notare il look praticamente identico: men in black... soprattutto men in... bald...

Che la vostra sia una buona estate.

Thursday, July 05, 2007

Me and Blind Willie McTell

I still remember that day. As Greil Marcus said, those were the days, like already in 1965-67, when you were afraid of entering a record shop because you knew how many good albums you could find and buy. So it was a 1978 afternoon when I entered my local record shop, and the guy, as soon as he saw me, started to yell: “Check this, check this! Great music!”. What the fuck is that, I thought, another Sex Pistols look-a-like band? I wasn’t much into the music of those days, punk music they called it, honestly, the Clash were something I would discover only one year later, with the magnificent London Calling album. But yes, every day there was a new band to check. So I asked to listen to it, and soon as the notes of the very first Dire Straits album came out from the speakers, I knew that something special was in that album and in that band.


Almost 30 years later, I finally had the chance to meet the leader of the band, now a solo artist with some wonderful solo albums behind him and a new one coming out in September: Mark Knopfler.

I’m sitting in front of this almost 60 year-old man, dressed in black with green sunglasses, and you can’t help but notice the tons of charisma coming out of him, something I noticed only once in my life, ten years ago, when I met Robbie Robertson.



He is a great cool guy, a funny one too, and in the end we get so well that he even asks me if I know some cool small club in my town where he can come and play next September. When I tell him that my then 14 year-old wife saw him in concert with the Dire Straits, the very first time they came to Italy in 1979, he just smiles and asks: “Did she have a good time?”.

But, like Robbie Robertson, Mark Knopfler was with a certain Bob Dylan during a very special moment. In fact, he recorded with him what I consider Bob Dylan’s best song after Like a Rolling Stone. The song is Blind Willie McTell, and when I ask Mark if he was surprised when that masterpiece wasn’t included in the album the two recorded together (Infidels), he just laughes and says: “No. I already knew what kind of person Bob Dylan is”.



He also tells me that a third still not circulating version of the song was recorded, just Dylan on piano and himself on electric guitar. Wow. Could you send me a copy, Mark?
About that song, he said that “With a song like that, which is such a great song, the old St. James Infirmary song, it doesn’t matter what instrumentation you use, because it’s a great construction, and a fantastic conception. It wouldn’t make any difference. You could have a concertina and a trumpet and it would be great”.

Knopfler first saw Bob Dylan in concert in Newcastle, UK, his hometown, in 1966, during the legendary first Dylan electric tour: “I was so involved when I saw him that night. I was already a Bob fan. I remained a Bob fan and I will always be a Bob fan”.

Do you need to ask him something more?

Thursday, June 21, 2007

The bells of Dublin - seconda parte

Giunto in cima alla collinetta, alla sinistra c’è la prima chiesa. Anzi due, una a ridosso dell’altra. La prima ha un bel prato verde davanti, tipico prato anglosassone. È dell’anno mille o anche prima, ed è dedicata al culto anglicano. Subito dopo c’è ne è un’altra, decisamente più imponente. È collegata a un edificio medievale da un passaggio sospeso sopra la strada. Bellissima. E inquietante. Anche lei risale all’anno mille. “La più antica chiesa di Dublino”, dice un cartello. È Christ Church, ma non è cattolica, appartiene anch’essa alla Chiesa d’Inghilterra.



Bizzarro, che dopo essersi ripresi l’indipendenza dall’odiata Inghilterra, gli irlandesi non si siano ripresi la loro più antica chiesa. È chiusa, non si può visitare. Di fronte si apre un largo viale. Se lo fai tutto, non più di dieci minuti a piedi, in fondo sulla sinistra vedrai aprirsi un bel parco. In mezzo c’è Saint Patrick, ovviamente la chiesa più importante di Dublino e dell’intera Irlanda. Cattolica, certamente.



Di poco posteriore all’anno mille. Dentro alla chiesa c’è ancora una vecchia pietra che si dice sia stato il fonte battesimale di San Patrizio, il monaco inglese che convertì l’Irlanda. Nelle navate laterali pendono dall’alto decine, centinaia di vecchie bandiere: alcune sono ormai degli straccetti anneriti, impossibili da riconoscere. Sono come dei moncherini di un cadavere bruciato dalle bombe. A differenza delle nostre chiese, dove al massimo si ricordano i caduti della Grande guerra, sui muri (e queste bandiere ne sono la testimonianze) il ricordo dei caduti in decine di guerre coloniali in ogni angolo del mondo, dal Sudafrica all’India, quando l’Irlanda era parte dell’Impero britannico. Fa specie pensare a questi irlandesi mandati a morire in angoli di un mondo di cui non avevano probabilmente neanche idea dove fosse. E nonostante l’indipendenza da Londra, questo passato è ancora qui, a ricordo imperituro.
Torno indietro, adesso, è già buio pesto, non ci sono più neanche macchine in giro e devo ancora trovare Vicar Street, il club dove devo assistere a un concerto. È a metà di Thomas Street, una via che prendi lasciandoti sulla destra Christ Church. Questa strada è la sola parte del centro di Dublino dove ho visto ubriachi addormentati sul marciapiede nel loro stesso vomito. Uno sembra freddo stecchito ma i pochi passanti lo ignorano bellamente. Sporcizia ovunque, qualche venditore di fiori. Il Vicar Street è qui, all’angolo fra, appunto, Vicar Street, e Thomas Street.
Alla sinistra del locale una brutta chiesa, di fronte un’altra: enorme, esagerata, imponente.
Non puoi che pensare al giorno di Natale e alle campane delle chiese di Dublino che suonano libere e senza interruzione. Non ho mai sentito suonare le campane durante tutti i giorni che sono stato a Dublino.

Qualche anno fa Bob Dylan venne a suonare al Vicar Street, un locale che tiene al massimo un migliaio di persone. Non lo fa spesso di suonare in posti così piccoli, anzi non lo fa quasi mai. Dicono che il confronto ravvicinato con il pubblico lo infastidisca. A lui, anche sul palco, così come nella vita privata, è sempre piaciuto nascondersi, tenere le distanze. E dicono che quando si esibisca in locali così, le sue performance non siano delle migliori. Tant’è.



Quella sera che si esibì al Vicar Street fece una canzone che non fa quasi mai. Si intitola Ring Them Bells (“Orsù, suonate le campane”), e anche quando la fa, non gli viene mai bene.
Quella sera al Vicar Street, di un concerto effettivamente non spettacolare, Ring Them Bells fu il momento più significativo. In fondo, per arrivare qui, seppure a bordo di una limousine o del suo bus privato super lusso, deve aver fatto anche lui la strada che ho fatto io. E deve aver notato anche lui le chiese: “Ring them bells St. Peter… ring them bells Sweet Martha… ring them bells Saint Catherine…”.
Quella sera succede quello che succede raramente. Uno di quei rari momenti in cui non è più il musicista a eseguire della musica, ma è la musica che sta suonando (attraverso) il musicista. I versi sono scanditi con urgenza e dinamismo bruciante, è un crescendo tumultuoso. E poco importa che Dylan a un certo punto inciampi su una parola. Sta chiedendo che le campane di Dublino tornino a suonare. Che le sue chiese non siano più inquietanti maestosi edifici abbandonati. O forse è solo la mia impressione. Non sono il tipo di persona che cerca un significato particolare dietro una canzone, anche perché ho imparato negli anni che gli stessi autori delle canzoni il più delle volte non conoscono il significato della canzone che essi stessi hanno composto. Come ha detto una volta Bruce Springsteen, “le canzoni conoscono più cose di me di quanto io conosca a proposito delle canzoni che ho scritto”.
La musica ti porta in territori sconosciuti: il performer questa sera sta entrando in un territorio di questi, e il pubblico con lui. Perché mai, altrimenti, suonare una canzone che non fai quasi mai (quando sei sul palco circa 200 sere all’anno tutti gli anni), una canzone che è un’esortazione affinché i santi citati suonino le campane. Le campane delle chiese, che un tempo richiamavano i contadini a interrompere il lavoro per dire l’angelus. A risvegliare l’umanità assopita: “Ring them bells for the blind and the deaf, Ring them bells for all of us who are left, Ring them bells for the chosen few
Who will judge the many when the game is through. Ring them bells, for the time that flies, For the child that cries When innocence dies”.
Ci deve essere qualcosa nell’aria di Dublino.



C’è un momento, durante questa esecuzione della canzone, quando Bob Dylan canta i versi “ring them bells so the world will know that God is one” che senti distintamente un solitario, unico spettatore applaudire con forza. Forse san Pietro era tra il pubblico quella sera. Forse san Pietro era da quelle parti anche quando sono stato io a Vicar Street. Potrei giurare di aver visto qualcuno che gli somigliava parecchio, nel pub dopo il concerto. Forse avrei dovuto chiedergli se adesso le campane di Dublino hanno ripreso a suonare. Offrirgli una Guinness e fumare con lui una sigaretta. Sul marciapiede fuori del pub, naturalmente.

Post scriptum: questa storia ha un finale che ancora deve scriversi. Prima o poi arriverà. Abbiate fede.

Wednesday, June 20, 2007

The bells of Dublin - prima parte

Le chiese di Dublino sono tutte uguali. Non che siano brutte, ma sono proprio tutte uguali. Sembra che il tempo a Dublino – ma solo per quello che riguarda le chiese – si sia fermato. No, i pub non centrano. Sì, più o meno hanno tutti lo stesso stile ma è una forzatura, lo si capisce subito. Fatto apposta per i turisti.
Le chiese di Dublino fanno specie perché in ogni parte del mondo le chiese hanno seguito l’evolversi degli stili architettonici. Anche negli Stati Uniti, dove hanno cominciato a costruire chiese da pochi secoli, più o meno quando sono arrivati i Padri Pellegrini, hanno usato negli anni diversi – finti, ovviamente – stili architettonici, ora facendo una chiesa finto gotica, ora una finto romanica, ora una finto rinascimentale. Che negli Stati Uniti è un po’ tutto finto. Ma loro sono un Paese giovane, l’Irlanda no.

Lo stile, anche per le chiese di costruzione più recente, è sempre quello dell’alto medioevo, tipico dell’Irlanda. Grossi, monumentali edifici di pietra nera, tanto che c’è anche una chiesa del tardo ‘800 che si chiama The Black Church, la chiesa nera.



È lo stile di Dublino. Sono costruzioni che incutono timore, e non importa che siano chiese cattoliche o anglicane, sono tutte uguali. Sembrano enormi sepolcri abbandonati dove nessuno entra più: “Ring them bells, ye heathen, from the city that dreams, ring them bells from the sanctuaries”.
Sono tante le chiese di Dublino, a testimonianza di una fede (un tempo?) radicata. E c’è una zona in particolare della vecchia Dublino dove te le trovi tutte addosso, una accanto all’altra.

La chiamano “la zona vichinga”, a ovvia testimonianza di come essa sia la parte più antica della città. Per arrivarci, venendo dalla periferia, bisogna attraversare il fiume. Immediatamente dopo il ponte, uno a destra e uno di fronte, a sinistra, ci sono i due più vecchi pub di Dublino, l’O’Shea’s Merchant e il Brazen Head.



Questo addirittura ha in bella mostra sui muri la scritta “il più vecchio pub di Dublino”. Ha conservato ben poco però dell’atmosfera medievale. Meglio l’O’Shea’s,



diviso in due locali separati, dove è possibile ascoltare la sera tardi ottima musica tradizionale irlandese. Le vecchie assi di legno, i ritagli di giornali sportivi sui muri (niente calcio, solo rugby: siamo irlandesi), il palchetto addossato a un muro laterale, l’aria ancora fumosa per via di decenni e decenni di sigarette pestilenziali anche se adesso è vietato fumare nei pub. L'ultima volta che sono stato a Dublino, l'anno scorso, l'Italia e l'Irlanda erano i due soli paesi in tutta Europa dove era vietato fumare nei locali. The luck of the irish come diceva Paul McCartney, ci aggiungerei la mia sfiga abituale. Questa estate si aggiungerà alla lista anche l'Inghilterra: tra una Guinness e l’altra andare a fumare sul marciapiedi, e certo che il fumo fa male, ma non è la stessa cosa.


(How to fight loneliness when in Dublin: she is the original irish rover...)

La strada dopo i due pub curva poi a sinistra e comincia a salire in modo piuttosto brusco verso una collina che domina il fiume.

Ci sono arrivato una fredda sera di inizio febbraio, all’ora del tramonto, quella tipica ora del giorno che è sempre la più disturbante, almeno per me. Non solo perché è quella sorta di terra di nessuno, che non è né giorno né notte, “the twilight zone”, come dicono gli anglosassoni, la zona di confine. Dove il tempo sembra sospeso, e così finisci per sentirti anche tu, sospeso, incapace di svolgere lo sguardo in una direzione o nell’altra. Coincide sempre, almeno nelle città, con l’ora di punta. Meglio: “the rush hour”, visto dove ci troviamo. Quando l’orario di lavoro è finito e la gente corre a casa. E a Dublino corrono davvero, altro che Milano. Se poi sei uno straniero in una città straniera, il senso di dislocamento è ancora più grande. Perché a differenza degli altri intorno a te, che corrono a casa, tu non hai nessuna casa dove correre. Alzi gli occhi ai palazzi intorno e vedi le luci dietro le tendine. Vedi le macchine sfrecciare veloci. Guardi di nuovo verso le finestre e ti immagini il padre di famiglia che è appena tornato, la moglie che lo sta aspettando. I bambini anche. Vorresti che qualcuno ti invitasse a casa sua, per provare un po’ di quel senso di accoglienza che adesso ti manca maledettamente. Tu non hai nessuno che ti aspetta a Dublino, così continui a salire la collina.

Graham Nash, in una sua canzone, l’ha detto meglio di chiunque: “Pioggia fredda sul mio volto, gli autobus corrono veloci, il lavoro è finito, ecco la corsa, la gente se ne va a casa. Pioggia fredda e nessun posto dove andare, tanta gente condivide gli stessi tristi sogni e speranze macchiate dallo zolfo nell’aria. Quella pioggia fredda, per le strade, sono tutto solo con la pioggia fredda sul volto”.

Friday, June 15, 2007

Holy Roller. Un altro 1977



“Tu sei più un artista be bop che altro, non è vero? Ti definiresti così?”. “Oh, beh, non mi sono mai definito con un nome, ma molti dj mi chiamavano hillbilly boppeggiante e be bop…”. È il 13 maggio 1955 quando si svolge questa conversazione, e nessuno, compreso Elvis Presley, sa che accidenti sia il rock’n’roll.
Nel bel libro appena edito in Italia da White Star (contenente decine di formidabili memorabilia estraibili) “Elvis, tesori e ricordi” è incluso anche un cd con alcune interviste tenute dall’artista tra il 1955 e il 1970. In un’altra di esse, l’intervistatore gli chiede se lui si considera un “holy roller” (termine dispregiativo che si usava per definire quei gruppi religiosi il cui fervore spirituale veniva espresso con urla e movimenti convulsi). Elvis si arrabbia parecchio, ma poi ammette di aver copiato parte del suo modo di porsi sul palcoscenico dallo stile di alcuni quartetti di musica gospel che era solito vedere esibirsi da ragazzino.

Il rock’n’roll è figlio della musica del diavolo? Certamente, ma evidentemente anche della musica sacra.
Da demonio e santità, non poteva che nascere un figlio pieno di contraddizioni come appunto il rock’n’roll… ma questo ce lo fa sentire ancora più vicino alla nostra fragile natura umana.

16 agosto 2007: saranno passati trent’anni dalla morte di Elvis. Ricordo ancora quando sentii la notizia alla radio, quel giorno. Sapevo poco di lui, ma ricordo ancora come se fosse oggi le reazioni dei miei genitori, anche loro presenti in quel momento. Mia madre un po’ commossa: “Oh… è morto anche lui…”. Mio padre infastidito: “Ecco la fine che fanno tutti quei drogati!”.

Anche questo è 1977.

Tuesday, June 05, 2007

1977



Ho ritrovato queste mie foto qualche giorno fa. Molti capelli in più e la faccia perennemente incazzata. Vedo in giro un po' dappertutto celebrazioni del 1977, di cui quest'anno si ricordano i trent'anni. Queste foto credo siano del 1978, ma nel 1977 c'ero anch'io . Ricordo come fossero ieri le contestazioni al presidente della CGIL, Luciano Lama, e la nascita in quei giorni degli indiani metropolitani. Finalmente anche noi che eravamo nati troppo tardi per il '68 avevamo il nostro anno di gloria, o così credevamo.

Entrare in classe con Lotta Continua nella tasca della giacca equivaleva a farti sentire sorvegliato speciale; organizzare quello che sarebbe passato alla storia come il primo sciopero nell'unica scuola in tutta Italia che dal 1968 ad allora non ne aveva mai fatti, equivalse a essere sospesi in massa il giorno dopo. Alla fine, avrei perso anche un anno di scuola.

Ma non furono formidabili, quegli anni. Vedo che la storia viene riscritta in modo imbarazzante, come nel film di Guido Chiesa "Lavorare stanca". Dove si tace che gli incidenti in cui fu ucciso lo studente furono la conseguenza del tentativo di militanti della sinistra extra parlamentare di fare irruzione violenta in'aula dell'università di Bologna dove gli studenti di Comunione e Liberazione stavano svolgendo un'assemblea. Se la polizia non fosse intervenuta, probabilmente ci sarebbe stata una strage.
Ma secondo quel film, la polizia si divertì a impallinare gli studenti che passavano per strada.

Non furono formidabili quegli anni. Ho ancora a casa diversi libri di Toni Negri in cui ci invitava "a scendere per strada con le armi, perché era giunta l'ora della rivoluzione". Grazie Toni, a nome di tutti quei ragazzi che ti hanno preso sul serio mentre tu stavi comodamente seduto dietro la tua cattedra universitaria.

Non furono formidabili quegli anni. Quando una mattina la mia ragazza non venne più a scuola. Perché? chiesi in giro. Non lo sai? Stanotte hanno arrestata la sorella, era una della colonna militare delle Brigate Rosse.

Me la ricordo bene, anche trent'anni dopo, la sorella della mia ragazza. Girava per casa con i suoi bellissimi capelli biondi, due occhi meravigliosi e un sorriso incantevole. In carcere, si sarebbe dichiarata "irriducibile. Prigioniera politica".

La morte mi ha sfiorato molte volte, in quegli anni formidabili. Come l'eroina che arrivò all'improvviso e si portò via molti di noi.

In quegli anni Bob Dylan scrisse una canzone che terminava così: "Non posso crederci, sono vivo". A volte lo penso anch'io. Non posso crederci, ma qualcosa o qualcuno mi ha portato fino a qui.

Trent'anni fa, il 1977. Non furono anni formidabili, no davvero.

Sangue nei solchi del cuore

“Bob Dylan è in città, c’è bisogno di catturare qualcosa di magico”. La “città” è ovviamente New York, al telefono John Hammond, il più gran...

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