Thursday, September 13, 2007

Io non sono qui... sono là

Tempo di voltare pagina. Non ho il coraggio di pensare cosa dovrebbe succedere se un giorno dovessi parlare male del nuovo disco di Bob Dylan. Scherzo. Ringrazio tutti quelli che hanno perso del loro tempo per partecipare al dibattito sul film I'm Not There. Divertente: sono stato invitato a presentare questo film in un cineforum che si tiene settimana prossima non vi dico dove per non trovarvi all'ingresso con i cartelli "Non fatelo entrare"...

E a proposito di nuovo disco... c'è una notizia davvero succosa che gira da qualche ora su Internet. Eccola:

Garret "Jacknife Lee" is a Grammy-award winning producer and remixer who has worked with U2, Green Day, Snow Patrol, Bloc Party and the Editors. He will also be working on Bob Dylan's new album in January 2008 with Rick Rubin.

(nella foto sotto, Rick Rubin in estatica meditazione al pensiero di lavorare con Dylan)

Dylan al lavoro per un nuovo disco. Ma soprattutto la presenza del formidabile producer (e oggi anche co-presidente della Sony americana) Rick Rubin, uno che non sbaglia mai, la mente dietro la serie di capolavori American Recordings di Johnny Cash e tanti altri dischi. Uno che agli artisti con cui lavora tira fuori il meglio. Non mi eccita molto invece la presenza di "Jacknife Lee", visti invece i nomi con cui ha lavorato. Questo disco o sarà prodotto in modo magistrale oppure potrebbe andare nella direzione di robetta commerciale buona per Mtv. L'importante è ovviamente che Dylan abbia pronte canzoni valide, sono davvero stufo di questa lounge music riciclata e di cover di vecchi blues. Tempo di voltare pagina anche per te, Bob.

Un'altra succosa notizia. A fine ottobre esce The Other Side of the Mirror, un dvd che contiene tutte le performance integrali di Dylan nelle tre edizioni del Festival di Newport a cui partecipò negli anni 60, vale a dire 1963, 1964 e 1965. Ne ho una copia e devo dire che è strepitoso (a dire il vero manca un brano, la It takes a lot to laugh del set elettrico del 65). Vedere il ragazzo passare dal folksinger in maniche di camicia-capello corto-look da attivista della sinistra liberale ad anfetaminico poeta rock visionario è una visione eccezionale.
E naturalmente ci sono le canzoni. Su tutte Chimes of Freedom nell'edizione del 64, in cui il cantautore sembra una sorta di Shakespeare posseduto dalla Musa che gli scuote corpo e testa in brividi di tensione emotiva e lirica mai visti.

(Dylan a Newport 64)

Direi che è abbastanza. Curioso che questo dvd esca così a ridosso di I'm not there. Forse per ribadire dove sta il vero Dylan? Non è là. E' qui.
Peace and good willing. Stay warm.

Friday, September 07, 2007

Io non sono qui (purtroppo c'è Todd Haynes)


Non permetterei mai a un critico cinematografico di recensire un disco, così questa non è una recensione. Poi a me il cinema non piace. Be’, mi piacciono I vitelloni di Fellini o Un mercoledì da leoni, ma poco altro. Lo trovo un mezzo limitato ad esprimere in un paio di ore storie, persone, fatti. Le vite della gente insomma. Oggi impazzano i biopic, e per la cronaca ho trovato quello su Johnny Cash pessimo. Todd Haynes si è preso la briga di fare il biopic su Dylan, ma Todd Haynes non ha cuore. Lo aveva già dimostrato con Velvet Goldmine, storia del Lou Reed e del David Bowie primi anni 70. Non sa cogliere il mistero che c’è dietro ogni grande storia di rock’n’roll, sa solo cogliere l’estetica, l’effettistica, quello che usualmente si dà in pasto al popolo bue. Così ha fatto anche questa volta, riducendo Bob Dylan a una icona da ingoiare forzatamente.

Per raccontare la vita di Dylan si è inventato qualcosa che lui pensava fosse originale e geniale, ma lo stesso Dylan lo aveva fatto già trent’anni prima, con quel grande film che fu Renaldo & Clara. Cioè confondere vita e realtà con personaggi fittizi che entrano ed escono dalla storia, ognuno dovrebbe rappresentare un lato della vita del protagonista. “Io è un altro” diceva Rimbaud, da sempre il motto stesso che Bob Dylan ha scelto per se stesso, e che Haynes pensa di aver inventato lui. Così abbiamo sei personaggi che rappresentano sei lati della vita di Dylan
Ma come?

Haynes ha preso porzioni larghissime di due classici documentari (Don’t Look Back e No Direction Home) che già dicono tutto quello che c’è da sapere su Bob Dylan, e li ha ‘trapiantati’ nel film di sana pianta. Ora: non fossero mai usciti quei due film, tutti grideremmo ‘fantastico’, ma preferisco guardarmi gli originali, almeno lì c’è il vero Dylan.
Intorno ha costruito queste storielle che non ci azzeccano praticamente nulla: la parte di Richard Gere, ad esempio, è buttata lì solo per avere ‘il grande nome’, ma è di una forzatura addirittura umoristica: il fuorilegge del West? Bob Dylan come Billy The Kid? L’ex Mister Jones che è diventato costruttore di autostrade e vuole schiacciare i piccoli proprietari terrieri? Ma per favore. Haynes aveva bisogno a tutti i costi di buttare dentro qualche frecciata politichese a Bush etc, e così ha fatto.


Tutto il film ruota poi intorno al (noiosissimo) divorzio tra Robbie (divo del cinema che rappresenta il Dylan anni 70) e la moglie Claire, un mix tra Suze Rotolo e Sara Dylan (sembra però una giovane Patti Smith) con scene insopportabili di (finto) dramma familiare.
Il Dylan folksinger (Jack Rollins) è terribile, finto come un pomodoro marcio e ritratto come un deficiente (il discorso con cui Dylan nel’ 64 attaccò i liberal sembra qui una farsa).

Jude, il Dylan del periodo elettrico '65-66 (una strepitosa Cate Blanchette, devo ammetterlo) non fa altro che recitare lunghissimi monologhi tratti da dichiarazioni dell’epoca di Dylan, ma sono buttati lì, spesso fuori contesto e annoiano a morte, così come quella filmografia stile psichedelia di quarta mano anni 60. Mi è piaciuta la scena in cui Dylan e i Beatles giocano sul prato con le voci da bambinetti, e un po’ lo scontro con il giornalista Mr. Jones. Ma la scena in cui Dylan e band a Newport si girano verso il pubblico e tirano fuori i mitra sparando sul pubblico… cinema di terza categoria, Todd…


Naturalmente il Dylan della svolta cristiana è ritratto come un mentecatto che predica davanti a quattro reduci hippie dal cervello bruciato.


Chi conosce Dylan, si annoierà; chi non lo conosce penserà: Bob Dylan è l’uomo più noioso del pianeta, chi se ne frega delle sue masturbazioni mentali e dei suoi guai familiari?
Resta la goduria di ascoltarsi in bella stereofonia tante canzoni di Bob (ottima la scelta di Idiot Wind da Bootleg Series invece che da Blood On The Tracks) e le cover, su tutte la formidabile Going To Acapulco del bravissimo Jim James dei My Morning Jacket.

Se potete riguardatevi Masked & Anonymous: quello era un grande film…

Wednesday, September 05, 2007

American gothic


"Gosh! There’s four churches on this corner and three of them have longer names than you could possibly envision a Church having like "The Greater Inner Light Fantastic Celebration of the Pentecostal Uprising With Cherokee Arrow Stuck In The Side" (Jim White)

Se Robert Johnson aveva un demonio che lo inseguiva, Jim White ha un Gesù Cristo strabico sulle sue tracce. Wrong Eyed Jesus si chiamava appunto il suo affascinante e inquietante disco d’esordio di una decina d’anni fa. Come Robert Johnson, anche Jim White viene dal profondo Sud degli States, ma non è nero e non fa il blues. È bianco, negli anni 80 faceva il fotomodello a Milano e si beccò una scimmia sulle spalle per via di certe sostanze stupefacenti che fanno bello e splendente il fashion world (ma non ditelo in giro). Tornato a casa, da qualche parte tra Mobile e Pensacola, si mise a scrivere canzoni, mentre leggeva un racconto di William Faulkner e uno di Flannery O’Connor. Scoprì di avere un’anima, per quanto perduta tra uno swamp della Louisiana e un trailer, una di quelle case viaggianti che ci sonosolo in America, in Alabama. Quell’anima non ha ancora smessa di cercarla, e tra dischi dai nomi bizzarri (“Scava un buco nel substrato e dimmi cosa vedi”) e un affascinante documentario (“In cerca del Gesù strabico”, ovviamente) dedicato ai demoni e agli angeli che abitano quel lembo di terra, sta per uscire quello che forse è il suo disco più bello, Transnormal Skiperoo. Altamente consigliato, se anche voi avete un Gesù strabico che vi sta addosso.

“I think really really really the whole American ideal of the proper family life being, you know, you always take your promotion at your job even if it takes you away from your roots. America is very uprooted. When you get to that new town you have no family there or purpose of being. It’s like a plant with no roots, if the wind blows, it’s going to blow it away. I think America is a country without a lot of roots. That’s why I like the South so much because I feel that the roots are a little deeper, there’s culture and foundation. People blow away less in the South than other places, but it still has some of the fine qualities of America in that the people aren’t entrenched and there isn’t a cultural inertia. Like when you go to Europe there’s a sort of inertia that keeps it stable, which you really notice when you come back to America. It’s not there. That stability is just not there. I mean most medium size cities, you know, Pensacola being the bottom of the medium size spectrum” (jim White)


(Le foto in questo post sono tutte di Jim White)

Tuesday, August 28, 2007

La chitarra dei miracoli & altre storie


Autunno caldo in vista: il 16 ottobre Neil Young arriva con Chrome Dreams II (stiamo aspettando Chrome Dreams I dal 1976 ma va bene lo stesso), annunciato come il nuovo After the Gold Rush. Speriamo, perché Living with War faceva veramente schifo.

Fine ottobre tornano gli Eagles, con il primo disco in studio dal 1979: ci hanno messo trent'anni a far ghiacciare l'inferno, come dicevano loro.

Poi torna ad ottobre anche la Signora dei canyon: non ci mancava granché, Joni Mitchell, visto che non ha fatto più un disco degno del suo nome da metà anni 70, ma staremo a vedere.

Chiudiamo in bellezza: il 2 ottobre arriva la "magia" di Bruce Springsteen: Magic è un disco con la E Street Band e il singolo, Radio Nowhere, è scaricabile gratuitamente da oggi un po' dappertutto. Carino, tre minuti secchi come ai bei tempi delle radio rock, quelle di American Graffiti, un bel sound garage come Bruce mai prima (grzie, Brendan O'Brien) e una melodia che ricorda tanto i gloriosi Clash.

Non sentivo proprio il bisogno di un disco (e un tour) con la E Street Band, comunque: il mondo che Springsteen stava cominciando a scoprire grazie al tour con la Seeger Sessions Band non meritava di essere accantonata così presto. Così mi piace sentirlo parlare della "chitarra dei miracoli" ancora una volta. C'è anche un accenno a When the Saints Go Marchin' In, una canzone che ormai associerò sempre all'amico Claudio Chieffo. Il suo è l'unico disco nuovo che vorrei tanto fosse annunciato in questi giorni.

Monday, August 20, 2007

He was a friend of mine



9 marzo 1945 - 19 agosto 2007

La tristezza che c'è in me, l'amore che non c'è hanno mille secoli il dolore che ti dò,la fede che non ho hanno mille secoli.
Sono vecchio ormai, sono vecchio, sì questo Tu lo sai, ma resti qui.
lo vorrei vedere Dio, vorrei vedere Dio ma non è possibile:
ha la faccia che tu hai, il volto che tu hai e per me è terribile.
Sono vecchio ormai, sono vecchio, sì questo Tu lo sai, ma resti qui.

Ascoltami, rimani ancora qui ripeti ancora a me la Tua parola ripetimi quella parola che un giorno hai detto a me e che mi liberò.

La paura che c'è in me, l'amore che non c'è hanno mille secoli tutto il male che io so, la fede che non ho hanno mille secoli.
Sono vecchio ormai, sono vecchio, sì ma se Tu vorrai mi salverai.

Ascoltami, rimani ancora qui ripeti ancora a me la Tua parola ripetimi quella parola che un giorno hai detto a me e che mi liberò

(Claudio Chieffo)

Tuesday, August 07, 2007

There's a hellhound on my trail


Lo aveva cercato per tutta la vita. Da quando, ragazzino, aveva sentito una sua raccolta di registrazioni. Da allora si era messo sulle tracce di Robert Johnson, arrivandoci vicino più volte, ma sempre solo sfiorandolo. Anche quando, preso il coraggio a piene mani, aveva provato a rifare i suoi blues: Ramblin' on my Mind, con John Mayall, ad esempio. Ma era stato solo quando le dita avevano preso a riffare, con violenza che gli era stata fino ad allora sconosciuta, Cross Roads Blues, con i Cream, che dal palco, in mezzo al pubblico, una sera credette di vederlo in mezzo a quegli hippie strafatti di Lsd. Robert Johnson, il suo fantasma, o forse solo uno spettatore di colore seppure elegantemente vestito in doppiopetto e con un Borsalino in testa; quello era uno spettatore che non era solito vedere in mezzo ai suoi fan. Se ne era andato scrollando le spalle. Lui lo aveva evocato meglio che in precedenza, ma evidentemente non era ancora abbastanza.

Fu un paio di anni dopo, nel caldo opprimente di Miami, che Robert Johnson, o chi per lui, questa volta sarebbe rimasto. Lui, circondato da alcuni ottimi musicisti, tra cui il chitarrista slide 'straordinaire', Duane Allman, stava registrando un nuovo disco, ma era più di un disco soltanto: era una battaglia, per la vita e per la morte. "Perché l'amore fa male?" gridava con un urlo che gli veniva dalle viscere mentre la chitarra pestava e lanciava strali come un mitragliatore laggiù nel Vietnam. "Hai mai amato una donna?" si chiedeva battendo forte le dodici battute, e Duane gli veniva in soccorso quando le sue dita cominciavano a sanguinare. "Nessuno ti viene ad aiutare quando sei giù e fuori": già, se ne stava rendendo conto, ma la sua chitarra non voleva saperne di fermarsi di suonare. Come aveva detto una volta il suo grande amico George Harrison, "la sua chitarra stava piangendo". Per una donna, proprio la donna del suo amico George.

Mai duetti di chitarra furono registrati in modo più appassionante, come nella devastante e senza sosta Key to the Highway, mai Robert Johnson era stato evocato prima in modo così stupefacente. Ecco perché Layla and Other Asorted Love Songs trasuda disperazione e morte, ed ecco perché c'è sangue in quei solchi. Quel blues, quell'antico blues così profondamente cercato, per Eric Clapton si era finalmente reso reale. C'è più senso del blues in una (apparente) ballata acustica quas country come I Am Yours che in decine di altri blues che aveva e avrebbe poi registrato in seguito. Non è la formula che conta, l'anima di un uomo - quando suona.
Certa musica chiede un prezzo da pagare. Il conto sarebbe stato salato: un anno dopo quelle session Duane Allman sarebbe morto in un incidente di motocicletta; il formidabile batterista Jim Gordon una decina di anni dopo avrebbe fatto a pezzi (letteralmente) la madre, finendo la sua carriera in un ospedale criminale; il bassista Carl Radle sarebbe morto nel 1980, fegato spappolato da troppo alcol e droga; lo stesso Eric Clapton si sarebbe salvato per un pelo da una tossicodipendenza devastante e quasi vent'anni dopo Mr. Hellhound sarebbe venuto a chiedere il saldo, quando il piccolo figlio di 5 anni sarebbe volato giù da un grattacielo.

In questo disco un gruppo di musicisti lotta per la vita, affondando ed emergendo da una nebbia che li sta per inghiottire: dalle rullate di batteria cosmiche di Little Wing a quando sfumano gli ultimi accordi dolcissimi di pianoforte nella coda di Layla, sai che sono riusciti a mandare via quel demonio che stava sulle loro tracce. Almeno per un po'. Robert Johnson sfiora il Borsalino, sorride e si allontana. Non ci sarà mai più un altro disco così perché a scherzare troppo con il demonio ci si scotta.

E' tutto lì, in quei cinque minuti grondanti disperazione di Bell Bottom Blues, il blues di quando hai toccato il fondo. Perché dal fondo puoi solo risalire.

Sunday, August 05, 2007

Hello Big Brother


Niente paura, non sto parlando di quegli innocui per quanto stupidissimi spettacolini televisivi dal nome omonimo. Sto parlando del più mostruoso, dittatoriale, inquietante organismo oggi esistente, che risponde al nome di Parlamento Europeo.
Persi completamente i connotati originari, voluti dai padri fondatori della Comunità Europea, politici di grande tradizione cristiana che si rifacevano appunto alle radici cristiane dell'Europa, oggi negate in nome di un illuminismo di quarta mano, il Parlamento Europeo si è trasformato sempre più in un Grande Fratello di orwelliana memoria e di laicissimo vuoto ideale.

Non solo mantiene con costi altissimi una casta di inutili burocrati con stipendi degni di una star hollywoodiana che passano il tempo in amene commissioni come quella che deve determinare la circonferenza esatta del pisello (non scherzo: esiste davvero la commissione che decide quanto devono essere grandi i piselli... da coltivazione ovviamente), oppure decidono che la pizza non deve essere cucinata con il forno a legna... ma sempre più legiferano intromettendosi nella privacy e nella morale privata.

Come l'ultima trovata, degna proprio del grande scrittore Orwell: il Parlamento Europeo ci ordina, a noi genitori, di non mollare più un sano scapelotto (o ceffone, o sberla, come preferite) ai nostri figli. In nome del politically correct, in nome di un presunto diritto civile, i nome del.. niente, ovviamente. In un momento storico in cui si assiste a una generazione d ragazzi costituita da bulli privi di spina dorsale e di cervello, che esercitano loro stessi la violenza perché educati da "genitori amici", come quel patetico telefilm che si intitola "una mamma per amica". Quelli che non mollano mai un ceffone al figlio.

No, non "genitori amici: genitori assenti. Ma la cosa inaccettabile è l'intrusione dello Stato, del potere, nella sfera del privato e del diritto familiare. Ci ha già provato qualcuno in passato, e sappiamo come è andata a finire. Questo è il nuovo totalitarismo, quello del "political correct". Altrettanto indegno.


Fate come me: boicottate il Grande Fratello. Non andate più a votare per il Parlamento Europeo. Prima che facciano una legge in cui decidano a che età dobbiamo morire.

Tuesday, July 31, 2007

Desire



"La bellezza strappa fuori il nostro cuore dall'accomodamento al quotidiano, dal decadere nel niente, dal non essere presente a noi stessi" (Platone)

"Uomini che hanno in sé un desiderio così possente che supera la loro natura, ed essi bramano e desiderano più di quanto all'uomo sia consono aspirare, questi uomini sono stati colpiti dallo Sposo stesso; Egli stesso ha inviato ai loro occhi un raggio ardente della sua bellezza. L'ampiezza della ferita rivela già quale sia lo strale e l'intensità del desiderio lascia intuire Chi sia colui che ha scoccato il dardo" (Nikola Kabasilas, teologo bizantino)

Che la nostra ferita sia sempre aperta.

Tuesday, July 17, 2007

“Milano, prega con me”

Antefatto.
Savona, 5 luglio 2007. Ferdinando Molteni, assessore alla Cultura del Comune di Savona dice a Patti Smith che a pochi chilometri dalla città, il 18 marzo 1536 a un anziano pastore di nome Antonio Botta, è apparsa la Madonna. Lei vuole sapere tutto di questo mistero e chiede di organizzare una gita al Santuario il giorno dopo. Accompagnata da Ezio Guaitamacchi (“il diretùr” come lo chiamo io, di Jam, carissimo amico che purtroppo vive di una fede sbagliata, quella milanista) a mezzogiorno di sabato 6 luglio Patti Smith è nella cripta che ricorda l’apparizione della Vergine ad Antonio, il vecchio pastore ligure. Bacia il pavimento, si raccoglie in preghiera, fa mille domande su quel luogo sacro.
Alla sera, durante il concerto, più volte giunge le mani in preghiera e ringrazia “Antonio, per essere stato tramite tra la Vergine e noi”.


(La chiesa N.S. della Misericordia, Santuario di Savona)

Intermezzo.
“La crocefissione di Cristo, la sua trasfigurazione, è un atto che si può a malapena comprendere in questa epoca intrisa di scienza” (Patti Smith, durante una intervista degli anni 90).



Finale.
Milano, 16 luglio 2007. È l’ultima serata di un tour di 47 date, e Patti Smith, 60 anni da poco compiuti, a tratti mostra tutta la fatica. Non importa. Davanti a un pubblico debordante (doveva essere un concerto per pochi intimi, sono arrivati in migliaia), la cantante si commuove più volte, ringrazia la città e il suo pubblico. Durante l’esibizione di Are You Experienced? (Jimi Hendrix), cade in ginocchio, improvvisa alcuni versi e a un certo punto dice “Milano, prega con me, non siamo fatti per morire, siamo fatti per rinascere”.
E se mi piace citare una debordante versione di Blitzkrieg Bop dei Ramones (ho aspettato tutta la vita di sentirla fare, soprattutto adesso che i fratelli Ramones sono andati tutti là nel paradiso dei rocker) in cui lei si limita a ballare e saltellare mentre Lenny Kaye e JD Daugherty fanno del loro meglio per farci sentire come se fossimo al CBGB’s, là sulla Bowery, in una sera di metà anni 70, non posso fare a meno di citare la conclusiva, parossistica, devastante, lunghissima e abrasiva Rock’n’Roll Nigger. Presa una chitarra, Patti sale sulla batteria lanciando strali di feedback. Non è più una donna di 60 anni anni, mistica e dolcissima, come lo era stata pochi minuti prima quando aveva eseguito Perfect Day di Lou Reed (“Domani mi fermo qua” dice “vado alla Scala a sentire la Traviata. Per cui non vi lascio, sarò tutto il giorno insieme a te, Milano”), adesso è la selvaggia ragazza punk che ricordavamo trent’anni fa. A un certo punto comincia a staccare a una a una, in modo lento e intenso, le corde della chitarra. La alza alta verso il cielo e dice, declamando forte: “No more fucking bombs, no more fucking wars, this is our instrument of war, there is only one war, the war of rock’n’roll”.

Detto da chiunque altro, sarebbe semplicemente stupido. Detto da lei, in questa afosa notte milanese in cui il rock’n’roll è riuscito misteriosamente a compiere ancora una volta la sua missione, quella di spaventarci, ispirarci, farci guardare verso un “oltre”, è maledettamente giusto. E anche vero.

Thursday, July 12, 2007

tweedle dee & tweedle dum

Forse la gente ha preso davvero sul serio il messaggio del concertone salva-mondo, altrimenti noto come Live Earth: lo share televisivo in Inghilterra e Stati Uniti è stato infatti così basso che viene da pensare che nessuno abbia acceso il televisore per risparmiare un po' di energia e contribuire così alla salvezza del nostro povero eco-sistema. Di fatto le esibizioni musicali sono state così penose (a parte gli immortali Spinal Tap e i sempre tosti Metallica) che non valeva propio la pena guardare una accozzaglia di giovinastri stonati e incapaci di stare sul palco (due nomi su tutti: Kasabian e James Blunt).
Sembra che Madonna, poi, con la sua esibizione abbia prodotto più sostanze inquinanti di un volo di linea 747.

A proposito di voli di linea: la cosa più divertente erano i messaggi pro-ambiente che venivano trasmessi tra una esibizione e l'altra, probabilmente frutto della geniale mente del simpatico Al Gore. Tipo: prendete l'aereo solo se indispensabile! Certo Al, scusa: di solito vado a fare la spesa all'Esselunga con un Boeing, ma adesso non lo farò più. Accidenti.

Saltando di palo in frasca, da buon genitore mi sono dovuto arrendere all'enesima richiesta-ricatto di mia figlia, che ha voluto come regalo di compleanno un i-pod. Ho potuto constatare di persona quello che avevo sempre pensato: l'oggetto più obsoleto che le brillanti menti del marketing mondiale ci hanno regalato (regalato?? 150 euro per un oggetto che come costi puri di fabbricazione ne vale neanche 30): qualità sonora della musica infame; aspetto oggettistico irritante e demenziale (già so che finirò per sedermici sopra prima o poi, visto che è quasi invisibile); modalità d'uso impraticabile (devi strusciare il ditino su e giù per cambiare le funzioni... i vecchi comodi tasti sono una cosa poco trendy per il terzo millennio, vero?); concezione della fruizione musicale nulla: come ha detto recentemente il grande songwriter Loudon Wainwright, “la gente scarica le mie canzoni una qua e una là, fregandosene dell’ordine con cui ho deciso che andrebbero ascoltate sul disco”. Aggiungo io: è come prendere i capitoli di un libro qua e là e pretendere di dire di aver letto un libro. Dimenticavo: una volta avevamo la presunzione che un disco fosse un oggetto che trasmettesse”cultura”, proprio come un libro. Oggi con l’i-pod la musica si ascolta un tanto al chilo: mi dia due canzoni di Britney Spears, ci metta in mezzo una di Bob Dylan e poi faccia anche tre di Tiziano Ferro…

Bah... decisamente sono ormai tagliato fuori dal mondo di Al Gore e degli i-pod, ma meglio così. Il mio mondo era molto meglio. Vi lascio con la foto di un amico inglese: notare il look praticamente identico: men in black... soprattutto men in... bald...

Che la vostra sia una buona estate.

Thursday, July 05, 2007

Me and Blind Willie McTell

I still remember that day. As Greil Marcus said, those were the days, like already in 1965-67, when you were afraid of entering a record shop because you knew how many good albums you could find and buy. So it was a 1978 afternoon when I entered my local record shop, and the guy, as soon as he saw me, started to yell: “Check this, check this! Great music!”. What the fuck is that, I thought, another Sex Pistols look-a-like band? I wasn’t much into the music of those days, punk music they called it, honestly, the Clash were something I would discover only one year later, with the magnificent London Calling album. But yes, every day there was a new band to check. So I asked to listen to it, and soon as the notes of the very first Dire Straits album came out from the speakers, I knew that something special was in that album and in that band.


Almost 30 years later, I finally had the chance to meet the leader of the band, now a solo artist with some wonderful solo albums behind him and a new one coming out in September: Mark Knopfler.

I’m sitting in front of this almost 60 year-old man, dressed in black with green sunglasses, and you can’t help but notice the tons of charisma coming out of him, something I noticed only once in my life, ten years ago, when I met Robbie Robertson.



He is a great cool guy, a funny one too, and in the end we get so well that he even asks me if I know some cool small club in my town where he can come and play next September. When I tell him that my then 14 year-old wife saw him in concert with the Dire Straits, the very first time they came to Italy in 1979, he just smiles and asks: “Did she have a good time?”.

But, like Robbie Robertson, Mark Knopfler was with a certain Bob Dylan during a very special moment. In fact, he recorded with him what I consider Bob Dylan’s best song after Like a Rolling Stone. The song is Blind Willie McTell, and when I ask Mark if he was surprised when that masterpiece wasn’t included in the album the two recorded together (Infidels), he just laughes and says: “No. I already knew what kind of person Bob Dylan is”.



He also tells me that a third still not circulating version of the song was recorded, just Dylan on piano and himself on electric guitar. Wow. Could you send me a copy, Mark?
About that song, he said that “With a song like that, which is such a great song, the old St. James Infirmary song, it doesn’t matter what instrumentation you use, because it’s a great construction, and a fantastic conception. It wouldn’t make any difference. You could have a concertina and a trumpet and it would be great”.

Knopfler first saw Bob Dylan in concert in Newcastle, UK, his hometown, in 1966, during the legendary first Dylan electric tour: “I was so involved when I saw him that night. I was already a Bob fan. I remained a Bob fan and I will always be a Bob fan”.

Do you need to ask him something more?

Sangue nei solchi del cuore

“Bob Dylan è in città, c’è bisogno di catturare qualcosa di magico”. La “città” è ovviamente New York, al telefono John Hammond, il più gran...

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