Sunday, November 15, 2009

You'll never rock alone (Wilco, via Chicago)

You hurt her but you don't know why
You love her but you don't know why
Short on long term goals
There's a party there that we ought to go to
Do you still love rock and roll?

(Misunderstood, Wilco)

Alla fine mi sono anche comprato la sciarpetta di lana, tipo quelle dei tifosi inglesi, che invece della scritta classica "you'll never walk alone" ha su "you'll never rock alone". Perché sì, come mi disse una volta lo stesso Jeff Tweedy, non c'è nulla di più simile a una comunità, come quando si va (o si andava) in chiesa, di trovarsi a un concerto rock. Un tutt'uno, un momento in cui si fondono le migliaia di persone là sotto e i performer sul palco, catarsi e telogia del rock (che d'altro canto i Wilco in repertorio hanno anche una canzone che si intitola Theologians). Io invece ieri sera al concerto dei Wilco non mi sentivo parte di nessuna comunità e mi sono sentito solo, sarà perché ho troppi cazzi miei per la testa, sarà per quelle assurde poltroncine che vanno bene per i puffi e non per un adulto, con le ginocchia nelle gengive e mi domandavo come si fa a sentire un concerto di musica classica in quelle condizioni e questo è pure il Conservatorio di Milano. Per quello mi sono comprato la sciarpa dei Wilco, per fare memoria che non si vive il rock'n'roll da soli.

E allora, proprio perché avevo troppi cazzi miei per la testa, mi sono anche permesso di fare il critico, che quando facevo il critico per davvero me ne fottevo bellamente e mi godevo la musica: sempre fantastici i Wilco, è sempre "il" concerto rock da vedere oggigiorno, però hanno raggiunto anche loro il limite oltre cui basta. Da quando li vidi per la prima volta nel 1998, ai Magazzini Generali e con ancora il povero Jay Bennett in formazione, è sempre stata una ascesa, una sfida nuova verso cieli sempre più alti. Chissà cosa inventeranno questa volta, ti domandavi prima che salissero sul palco. Ieri sera hanno replicato nota per nota il concerto di tre, quattro anni fa, quando fecero uscire di senno i coraggiosi presenti in un Palatrussardi mezzo vuoto, segno che anche per i Wilco la corsa è finita e che quello che bisognava raggiungere, scovare tra le pieghe della musica, è stato trovato e adesso va bene così. Lo dimostra anche il fatto che abbiano quasi del tutto ignorato l'ultimo, recente disco, quello del cammello: come dire, è un disco inutile anche per noi.

Ed è segno di questo anche il fatto che il momento più spettacolare e coinvolgente rimanga sempre la stratosferica versione di Misunderstood, un pezzo che ha sulle spalle la bellezza di 13 anni. E sarebbe anche l'ora che i critici, quelli veri, quelli illuminati (mica io) si decidessero a inserire questo pezzo tra le 10 più grandi canzoni rock di tutti i tempi, tra Like a Rolling Stone, Satisfaction e Born to Run. Perché Misunderstood è davvero tale, dalle liriche che dicono tutto quello che c'e da dire su cosa è la trascendenza della musica rock, liriche che sanno ancora porre la domanda esistenziale decisiva: ma a te piace ancora, il rock'n'roll? Cioè, è ancora quella cosa che al di là della miseria e delle sconfitte della tua vita sa definirti e farti puntare lo sguardo in alto? E poi per la musica, con quelle esplosioni e quell'infinita sequenza di stop and go: ieri sera il mio amico ne ha contati 32, dce che l'ultima volta erano 34. In questo video io ne ho contati 37. Da paura.Tra le delicatezze jazzy di Impossibile Germany, il punk di I Am a Wheel, l'adrenalina di A Shot in the Arm, la poesia di Jesus etc, i Wilco dal vivo sono un'orchestra rock, fatta di riff, assoli di una nota sola, incursioni elettroniche, catastrofi rumoristiche in crescendo che neanche John Cage, che chiudi gli occhi e ti trovi catapultato alla fine dei mondi. E poi California Stars, tanto per dire da dove veniamo, e la perfezione melodica di Via Chicago e tanto altro. Fin troppo.

Che Dio benedica i Wilco, l'ultima grande american rock band. Dopo di loro, nessuno. Io intanto, giro per casa con la sciarpa dei Wilco, e cerco di rispondere alla domanda, anzi la Domanda: do you still love rock and roll?

Thursday, November 12, 2009

A new kind of death

Il titolo a questa poesia dello straordinario songwriter canadese Barzin mi sono preso la libertà di darglielo io. Così come mi sono preso la libertà di riprenderlo dal sito degli amici di Happy Days Are Here Again (http://takethesongsandrun.wordpress.com/). Perché il problema è che il cuore vuole tutto il mondo, nulla gli basta. E la Bellezza, che è sempre così vicina, è anche sempre impossibile da afferrare.

I have sat on leather sofas
waited in waiting rooms
in subways stations.
I have dreamt of limbs
of soft eyes
velvet breasts.

Autumn went by without me
the yellow leaves piling
higher and higher.

I had so much to say then
I had so much to say
yet I saved them for a day like today.
And now
I have forgotten everything

The problem with the heart
is that it wants the world.
It wants everything:
fresh laundry on Sundays
avocados and French baguettes
girls in long leather boots
ruby cunts to kiss
a house to call its own
and Death, yes even Death.
It wants a simple, quiet death.

These days I am distracted
one step behind my deeds
sleeping walking through a fog
thinking too much about loneliness
and as always someone else’s voice has
gotten caught in my thoughts
and I mistake it for my own.

I still fall in love
wherever I go.

Ah, the beauty that is so close to touch
yet always out of reach.

Where is the girl who lay beside me last year?
Whose arms is she in tonight?
Who is picking flowers for her hair?

Maybe I’ll go to Paris.
The city of forgetfulness.
The unreal city.

I am ready for a new kind of death.


© 2009 Barzin

Wednesday, November 11, 2009

E poi uno dice: volevo nascere in America

UNIVERSITY OF CALIFORNIA, SANTA CRUZ

Grateful Dead Archivist

The University Library of the University of California, Santa Cruz, seeks an enterprising, creative, and service-oriented archivist to join the staff of Special Collections & Archives (SC&A) as Archivist for the Grateful Dead Archive. This is a potential career status position. The Archivist will be part of a dynamic, collegial, and highly motivated department dedicated to building, preserving, promoting, and providing maximum access both physically and virtually to one of the Library’s most exciting and unique collections, The Grateful Dead Archive (GDA). The UCSC University Library utilizes innovative approaches to allow the discovery, use, management, and sharing of information in support of research, teaching, and learning.

Magari qua trovo un posto alla biblioteca di Pizzo Calabro - part time e con rimborso spese come stipendio - come archivista della discografia dei Pooh.

Tuesday, November 10, 2009

Rock'n'roll ruined (our) life

Padre preoccupato: ha una figlia che dalle 10 di stamattina è in fila fuori del Forum per il concerto di stasera dei Green Day.
Poi pensa che di cose simili ne ha fatte anche lui. Però all'uscita non aveva nessun papà che lo aspettava in macchina per portarlo a casa. Things have changed indeed.

E si domanda: quando lei avrà l'età di suo padre, ci saranno ancora i concerti rock? E se ci saranno, cosa andranno a vedere i figli di sua figlia, nel 2042? La reunion dei Franz Ferdinand?

Friday, November 06, 2009

Pathway to the stars (episode # 2)

(In cui si narrano tutti i concerti di His Bobness visti da colui che smaneggia questo blog, saltellando di qua e là negli anni, senza alcun filo logico, senso compiuto e soprattutto alcuna capacità critica)

Area Ex Autodromo, Modena, Italia, 12 settembre 1987

“Andiamo”. “Dove?”. “Non lo so, l’importante è andare”. No, checché ne dicessero le guide spirituali di tutti gli automobilisti del mondo, santi protettori Dean Moriarty e Neal Cassady, noi quel giorno caldo del 12 settembre 1987 ci mettemmo on the road con una meta ben precisa:Modena. Dentro a una autentica Ford degli anni 70, quelle che avevo visto solo nei film di Martin Scorsese, che ciucciava benzina come un dinosauro e che andava anche più o meno alla stessa velocità, la meta era il festivalone dell’Unità dove sotto garrule bandiere falce & martello (il muro era lì lì per crollare, ma ancora non lo sapeva nessuno) avremmo rivisto the blue eyed boy, dopo l'apparizione di tre anni prima, e non ci speravamo più che sarebbe ritornato.
E mica da solo. Accompagnato dalla più scintillante e ardente rock band d’America (“L’ultima rock band americana” come la definiva Dylan stesso, e a ragione), Tom Petty And The Heartbreakers. E mica solo loro, perché prima ancora avrebbe suonato Mister Roger Tambourine Man McGuinn. Roba da infarto per quelli come me, cresciuti piangendo sui vinili dei Byrds, di Dylan e urlando American Girl.

Posto infame, l’autodromo di Modena. Desolante e tristissimo, sotto al sole, manco un albero per ombrarsi o pisciare. Ci mettiamo in fila ben presto già al pomeriggio per finire comunque a metà dell’enorme spiazzo, lontani dal palco, schiacciati tra 20mila altre anime povere. Allora ancora non si usavano i megaschermi al fianco del palco, e noi cerchiamo di vedere le figurine piccole laggiù. Grazie a Dio l’impianto audio è ottimo. McGuinn, da solo all’acustica, già fa capire che stanotte anche senza dosi di LSD viaggeremo bene in alto negli spazi siderali delle buone vibrazioni. Chestnut Mare, Mr Tambourine Man, ovviamente. Poi sul palco salgono gli Heartbreakers ed è So You Want to Be a Rock’n’Roll Star. Sì, stanotte vogliamo essere tutti rock’n’roll stars. Portaci in viaggio sulla tua magica nave scintillante. Ecco: è come, anzi meglio, essere da Ciro’s a Los Angeles quella sera del 1965 in cui The Byrds entrano nella storia.
La tensione cresce e gli Heartbreakers la spazzano via con un set solidissimo, sguaiato e divertente: this is american music. Fucking american music. Non c’è uno dei 20mila che non stia saltando con loro. American girl. Mi giro per vedere se è scesa dal palco, ma non c’è.

Foto di Guido Harari

Le luci calano. Lo stomaco si avvinghia di terrore e amore. Perché il picoclo jokerman sta per salire sul palco. Allora non esisteva internet. Allora non si sapeva cosa aveva suonato la sera prima. Allora era tutto una scommessa. Allora era tutto più bello. A guardare oggi la set list di quella serata sembra di non crederci. Ma con gli Heartbreakers dietro, ogni cosa è possibile: c’è il fantasma dell’elettricità (addirittura Pledging My Time che su Blonde on Blonde seguiva Rainy Day Women, pezzo suonato in apertura di serata; da quel disco glorioso arrivano anche una spregiudicata I Want You e Memphis Blues Again). C’è il poeta solitario di Simple Twist of Fate e…. non potevo crederci, in quel momento… sta suonando Joey…………… E mi ritrovo catapultato in quel ‘claim bar in New York’--- C’è un po’ di Caraibi psichedelici in I and I e c’è il gospel poderoso, grazie alle meravigliose Queen of Rhythm, di In the Garden. Scampolo di Rolling Thunder Revue quando McGuinn si unisce a Dylan per Knockin’s on Heaven’s Door e poi la cavalcata sexy funk di When the Night Comes Falling from the Sky per mandare tutti a casa in grazia di Dio.
Gli Heartbreakers sono incredibilmente duttili, sanno replicare magicamente i suoni di ogni singolo disco originale, dal wild mercury sound di Blonde on Blonde alle delicatezze folk di Blood on the Tracks, aggiungendoci tocchi di ispirato jazz.
Nei giorni successivi non potrò credere alle cose che leggerò: tutti sono intenti a massacrare e stroncare questo concerto. Non ha fatto questa canzone non ha fatto quella e non ha detto neanche un grazie al pubblico…. Canta male ed è noioso. Coglioni tutti, dai quotidianisti alle riviste specializzate. Ancor più coglioni pensando agli orridi concerti che Dylan ha messo in scena in questi ultimi anni e sempre salutati dalla stampa come serate di grande musica. Prezzolati ignoranti con l’articolo già scritto nel cassetto due mesi prima.

Ma stanotte è per gli amanti. Stanotte è per chi è giovane. Stanotte è per chi è venuto fino a qui cercando la magia e l’ha saputa cogliere. Gli altri si mettano in coda per il prossimo concerto di Phil Collins. Stanotte è per correre sulle highway di casa, e poco importa che il sottoscritto provi a vedere se è possibile guidare – almeno un pochino – dormendo. L’esperimento non va in porto e passiamo il volante. Fra meno di un mese Bob Dylan e il tour dei templi in fiamme (è già never ending tour, ma nessuno lo sa) tornerà, questa volta a casa mia, a Milano. Ma questa è un’altra storia, altrettanto magica e forse ancor più bella.


Tour
: Temples in Flames

Band: Tom Petty And The Heartbreakers and The Queen of Rhythm

Scaletta concerto: Rainy Day Women # 12 & 35 / I Want You / In The Garden / Highway 61 Revisited / Simple Twist Of Fate / I And I / I'll Remember You / Joey / Tangled Up In Blue / Ballad Of A Thin Man / Pledging My Time / Stuck Inside Of Mobile With The Memphis Blues Again / All Along The Watchtower / Knockin' On Heaven's Door / When The Night Comes Falling From The Sky

Vites rating
: **** su *****

Thursday, November 05, 2009

I'm with stupid

Cioè, lo stupido sono io ovviamente, anche se la meravigliosa Aimee Mann quando scrisse questa canzone pensava ad altri. Se comunque volete stare con lo stupido, cioè me, oltre che su questo simpatico (?) blog da gennaio potrete trovarlo sull'eccellente rivista Raro! dove avrà uno spazio tutto suo, dedicato a un grande disco del passato visto, rivisto, raccontato e sezionato.

Nella settimana che va da lunedì 16 novembre a domenica 22 compresa potrete ascoltarlo invece su MWRadio, un'ottima web radio dove lo stupido è stato ospite di due puntate in cui ha spiegato perché vale la pena ascoltare canzoni rock e quali canzoni rock, tanto per dire, uno farebbe bene ad ascoltarsi. Più altre idiozie assortite.
Gli orari della messa in onda sono questi:
Lunedì 15-16 p.m
Mercoledì 18-19 p.m
sabato 19-20 p.m
Domenica 21-22 p.m

Il programma in cui appare lo stupido si chiama Like a Rolling Stone (esatto) e la radio la trovate qui: http://www.mwradio.it/

Infine lo stupido scrive, da tempo ormai, anche per il prestigioso quotidiano online Il Sussidiario (nella sezione musica, qui http://www.ilsussidiario.net/articoli.aspx?canale=77). Vi segnalo, tra le altre cose, una splendida serie di articoli che rivisitano tutta la discografia dei Beatles alla luce delle recenti ristampe rimasterizzate, scritti da competenti critici musicali e anche dallo stupido.

Vaja con Dios and keep rockin'

Friday, October 30, 2009

Pathway to the stars (episode # 1)

(In cui si narrano tutti i concerti di His Bobness visti da colui che smaneggia questo blog, saltellando di qua e là negli anni, senza alcun filo logico, senso compiuto e soprattutto alcuna capacità critica)

Montreux, Svizzera, Casino de Montreux

9 luglio 1990

Oziosa calda estate sulla riviera. Che altro di meglio da fare se non prendere la quattro ruote e puntare a nord, oltre confine, specie se Bob Dylan quest'anno in Italia non ci verrà. Niente di meglio, se non che per qualche oscuro motivo la quattro ruote si decide di lasciarla a Milano e di proseguire in treno. Il motivo sfugge tutt'oggi: beata incoscienza da stupidità congenita, così come quella di non preoccuparsi di sapere quando ci sarà il primo treno per tornare a indietro ("ci sarà ci sarà" - "non non ce ne è manco uno fino a domani mattina") né preoccuparsi di aver cercato una locanda per dormire. Tantè. Ehi, questa è Montreux, si sente ancora il puzzo di smoke on the water. Bob Dylan in una piccola location, al casinò. Wow.

Dentro, tra i primi, ordinata fila svizzera. Dentro, un bel migliaio di persone. Dentro, un caldo porco. Prima, seduti uno sull'altro con le ginocchia in gola per quasi due ore: Ry Cooder, David Lindley e Flaco Jimemez. Che è un figo, l'ultimo dei tre, insopportabilmente noiosi gli altri due a fare il ripasso di come si suona bene la chitarra in tutte le sue declinazioni. Roba da università della musica, ma qua vogliamo tutti rock'n'roll, quella musica che come dice Lou Reed, "un accordo va bene, con due accordi stai già esagerando. Tre accordi, e stai suonando del jazz". Appunto. E noi vogliamo solo rock'n'roll. Che arriva, piove abbondante, attenua il caldo porco qua dentro non appena un pazzo in camicia bianca, gilet di pelle e colbacco dell'Armata Rossa di pelo si presenta sul palco. Sì, solo Bob Dylan può suonare per oltre due ore in questo caldo porco sotto a dei riflettori con un colbacco di pelle. Dell'Armata Rossa, comprato a Berlino due giorni prima davanti ai ruderi del Muro. Absolutely Sweet Marie 'spacca', e mi spacca ancora oggi che 19 anni dopo non glie l'ho mai pù sentita fare dal vivo. Ride, sorride, saltella e strimpella con foga la sua chitarra, mentre GE Smith, il biondo crinuto chitarrista alle ultime tappe del suo never ending tour, fa lo snob: suonicchia, si siede su di un amplificatore, fa capire che per lui la strada è agli sgoccioli. Mica sempre però, che durante Masters of War esplode riff come bombe al napalm. Il sound è approssimativo e sgangherato come vuole la visione che Dylan appicca al NET durante il 1990, un anno di transizione, di perduta concentrazione, anche di noia, ma di serate illuminanti - random - come questa. La voce gracchiante da Donald Duck del rock che segue itinerari tutti suoi, quasi sul palco intorno a lui non ci fosse nessuno ad accompagnarlo. Per non parlare dell'incredibile varietà della set list: praticamente ogni era dylaniana viene rappresentata, compresa quella "born again"(Gotta Serve Somebody, un treno sferragliante quella sera).

"You already heard this one before... But is soooo good we are going to play it once again". Io, addormentato, non mi ero manco accorto che Cooder e Lindley avessero già eseguito Across the Borderline. Chissefrega: Dylan invita sul palco Flaco e la sua fisarmonica e il caldo porco ora ha un senso, perché le note della immortale ballata portano lontano dalla Svizzera, lì sul border, tra Texas e Messico. Caldo, ma magia pura. All'inizio del concerto ero sulla destra del palco quasi sulle transenne: per quando finisce mi trovo dalla parte opposta trascinato da questo mare che è la folla in trance. Al mio amico quasi sequestrano la macchina fotografica, io devo sfuggire quasi dandogli un cazzotto un gay che mi fa delle avanche strusciandomi le mani addosso da più di mezz'ora. Can't help it if I'm lucky: non ci torno più a Montreux. C'è ancora tempo per una I Believe in You che, giurerei, Bob Dylan canta fra le lacrime, una Watchtower che rimanda Jimi Hendrix a casa (o all'inferno, non so) per sempre e un ennesimo bis rotolando sulla Highway 61. Questi erano i tempi d'oro del NET, dove ogni cosa poteva accadere.

Un'altra Across the Borderline, ma anche questa is soooo good...

Noi, una decina di birre dopo, aspettiamo l'alba seduti al freddo di una panchina della stazione in attesa del primo treno per Milano. Fa molto rock'n'roll. Ma anche no. Non mi muovo più se con il biglietto non c'è anche la prenotazione per un albergo.

Set list: Absolutely Sweet Marie, Ballad Of A Thin Man, Memphis Blues Again, I'll Remember You, Masters Of War, Gotta Serve Somebody, It's Alright Ma (I'm Only Bleeding), Don't Think Twice, Gates Of Eden, Mr. Tambourine Man, It Ain't Me Babe, Across The Borderline, Everything Is Broken, I Believe In You, All Along The Watchtower, I Shall Be Released, Like A Rolling Stone, Blowin' In The Wind, Highway 61 Revisited

Anno di grazia del Never Ending Tour: terzo.

Band: Tony Garnier (basso); Christopher Parker (batteria); GE Smith (chitarra).

Disponibilità: www.dylansconcerts.com/1990-07-09.htm

Vites rating: **** su *****

Wednesday, October 28, 2009

La leggenda di Duluoz

"Quell'inevitabile dolorosa profondità che trapela luminosa"
(Jack Kerouac, sul genio della scrittura, 1962)

Si era alzato alle quattro del mattino e aveva parlato con la madre fino all'alba. Poi era andato a sedersi davanti al televisore con una scatola aperta di tonno, il suo rimedio contro la sbornia da whisky. Aveva con sé anche il suo taccuino per appunti, come sempre. Improvvisamente si era alzato per correre in bagno a vomitare. Il fegato aveva ceduto, aveva un'emorragia nelle arterie della gola e del torace. Un intervento chirurgico di emergenza non potè nulla: nella notte del 21 ottobre 1969 muore Jack Kerouac, soffocato dal proprio sangue.Succede 40 anni fa, di anni ne aveva solo 47 e chissà quanto avrebbe potuto ancora fare Kerouac se fosse riuscito a sfuggire al demone della bottiglia. Ma non poteva. Aveva sempre cercato la morte, incapace di trovare incarnazione al suo disperato bisogno di felicità nella realtà che aveva vissuto. E' impossibile immaginare la musica rock senza Jack Kerouac. Il flusso di scrittura spontanea, gli eccessi, i santi e i peccatori, gli angeli della desolazione, i vagabondi della strada, l'America come possibilità infinita, quella "tristessa" che lui seppe incarnare sono alla base delle migliori canzoni rock e ancora ne costituiscono l'essenza.
"Prima soddisfa te stesso, e poi al lettore non mancherà lo choc telepatico e la corrispondenza significante perché nella tua e nella sua mente operano le stesse leggi psicologiche".

Monday, October 19, 2009

Why we listen

"La presenza della tua assenza" intitolava un suo articolo l'inventore del giornalismo rock, Paul Williams. "Perché ascoltiamo musica?" si chiedeva. "La solitudine è una verità universale. La musica, in tutte le sue accezioni, è uno dei tentativi dell'uomo di riempire questa assenza. E' la ricerca di qualcosa. Deliberatamente, intelligentemente, con passione e molte volte inconsciamente".

Da qualche parte su Internet ho trovato la bella e divertente recensione di un recente concerto di Bob Dylan chetrovate più sotto. L'ha scritta non so chi, una ragazzina americana andata da sola a vedere il grande bardo, probabilmente per la prima volta, da sola e con il cuore spezzato per una storia d'amore finita male. In fila per entrare nella sala, da sola in mezzo a sconosciuti tutti più vecchi di lei, piangeva. Dentro, non si è più sentita sola. "Quando ha suonato Highway 61 era come essere in chiesa". Questa recensione dice tutto quello che si può dire del perché ascoltiamo musica, perché andiamo ancora a vedere vecchi cantanti quasi senza voce, perché siamo fortunati che questi vecchi siano ancora in giro. Perché una ragazzina di vent'anni invece di fondersi il cervello con X Factor se ne va da sola, piangendo, a fare la fila per vedere Bob Dylan. Non troverete recensioni come queste sulle riviste musicali patinate. Là ci sono (ci siamo) i bioriosi critici soloni che vi spiegano perché Bob Dylan era meglio nel '66 o nel '75. Ma che non sanno dirvi perché abbiamo biosgno di ascoltare musica. Perchè ascoltiamo Dylan, gli Smiths, i Beach Boys e i Wilco.
L'ho lasciata in inglese perché non aveva senso tradurla: tradurre Bob fucking Dylan suonerebbe un insulto. Invece è una dichiarazione d'amore.

Grazie chiunque tu sia, Lindsay
(http://elohbee.tumblr.com/)

This is the shirt I bought. I’ve been trying to type how I feel about tonight like sixty different ways. I could tell you that he sounds fucking great, and he’s so handsome, and he dances A LOT, and that he still does that quick little awkward half smile that he does in all of those videos you’ve seen of him when he was young. I could tell you that actually listening to him play harmonica in real life is fucking surreal, and that his lead guitarist is a fucking WARLOCK, and that the whole band is really fucking great in general.

I could tell you that he opened with Leopard Skin Pillbox Hat, and that he played Don’t Think Twice, It’s Alright, and Ballad of a Thin Man, and that when he played Highway 61 Revisited it felt like church, and that the first chords of Like A Rolling Stone have left me irreversibly changed. I could tell you that I was the youngest person there by a long shot, in a packed venue, surrounded by people from every corner of the world who have loved him for forty years, who call themselves “followers”, who took care of me when some drunk fucking asshole was breathing down the back of my neck and brushing up against my ass and when he spilled two drinks all over my bare legs and didn’t apologize.

I could tell you about Carol, who went to every stop on the European leg of this tour, who has seen him sixty times, who was standing right in front of him and was dancing and screaming like a teenager. I could tell you about how I cried the minute he walked on the stage. I was twenty feet away from Bob Dylan, Robert Allen Zimmerman, do you even fucking understand how fucking cool that is I don’t really it hasn’t really hit me yet but when it does I’ll probably have a fucking heart attack Bob fucking Dylan. I could tell you that I had my heart indelibly shattered a year and half ago, and that sometimes it feels like it hasn’t gotten any better. I spend so many days feeling sorry for myself. I cried waiting in the line tonight, because I went to this concert completely alone, as I do so many things these days. I felt very small. I thought of so many people I wanted to be with tonight.

All I do is think about how I wish everyone was here, with me everyday, so I don’t feel so alone all the time. I have completely forgotten how to be happy that I’M here, and that I’m not alone at all. I went to a Bob Dylan concert tonight. That’s a pretty big fucking moment in my life, you know? I went to a Bob Dylan concert with a thousand other people who love him just as much as I do. And maybe they also love people who have stopped loving them back, and that is just the loneliest feeling in the world. But we’ve all felt it, right? Bob Dylan felt it, too. He’s written songs about it. Joan Baez fucking felt it, am I right? And maybe when you’ve had your heart broken, and you’re pretty fucking sure it’s broken beyond repair, you sit in your room and put on your sad Bob Dylan records, or your sad Smiths records, or your sad Beach Boys records, or your sad Wilco records, and you really feel like it’s you, and your music, against the world. What else, besides music, does that? It has a way, like nothing else, of letting you know that you’re not even remotely alone, and even though you might be a little pathetic at the moment, that horrible, throbbing pain you’re feeling deep inside your very core isn’t mutant. It’s universal.

Heaven knows Morrissey is miserable now too, man. Ryan Adams got royally screwed over by this broad who fucked all of his friends and then stole all of his records just like you, dude. That’s why we listen to music in our darkest hours, because we’re able to say, “YES! That is EXACTLY right. That is EXACTLY how I’m feeling right now.” That’s music. I love music. I love it more than anything or anyone in the world. And it loves me back, I think. I figured all of this out standing in a room with Bob Dylan. Isn’t that crazy? So, that pretty much sums up how I feel about going to the Bob Dylan concert tonight. That’s a cool shirt, huh?

Friday, October 16, 2009

Da Big Sur a Guadalupe

Quella scogliera che si intravvede nella foto qua sopra ce l'ho appesa proprio sopra il computer da cui sto scrivendo in questo momento. Ce l'ho incorniciata in un quadro da quando tornai dagli Stati Uniti, nell'ottobre del 1991. La scattai nella zona di Big Sur, a sud di San Francisco, in una fredda e ventosa giornata. Sapevo di essere nella zona celebrata da Jack Kerouac nel suo splendido omonimo romanzo, ma solo la mia fantasia, quando mi affacciai dalla strada la sopra dopo aver osservato decine di altre spiagge simili, mi fece dire: questa deve essere la spiaggia su cui si recava di notte Kerouac a sbronzarsi e a prendere ispirazione per la magnifica ode a Big Sur che conludeva il libro. Me lo sentivo dentro, senza averne alcuna certezza. Probabilmente, 40 anni dopo, avvertivo ancora le vibrazioni dell'uomo solo di fronte all'immensità dell'oceano. A sinistra della statale, in direzione delle montagne là dietro, ricordo partiva una stradina sterrata e guardandola pensavo, quella deve proprio essere la direzione che Jack prese quel giorno, zaino in spalla, per dirigersi al rifugio che gli aveva prestato il suo amico per fare meditazione e ovviamente ubriacarsi.
Diciotto anni dopo ritrovo la mia identica fotografia in questa pubblicità che avvisa dell'uscita di un bellissimo disco (che ho potuto ascoltare grazie al consiglio dell'amico Raffaele) inciso da Jay Farrar (ancora lui... questa è il nostro autunno, amico triste...) insieme al cantante dei Death Cab for Cutie, Ben Gibbard, come commento a un documentario su Kerouac e su Big Sur intitolato One Fast Move or I'm Gone: Kerouac's Big Sur. La foto scelta per il progetto conferma le mie intuizioni di 18 anni fa: quella era la spiaggia di Jack. Quello era il suo mare. E per mezz'ora ho respirato la stessa violenta brezza dell'oceano Pacifico che respirò lui. Meglio di una intervista con Bob Dylan. Prima di morire, tornerò a Big Sur e cercherò di nuovo quella spiaggia. Allora la mia corsa sarà davvero finita.

O potrebbe finire a sud di quella stessa California. In quella Guadalupe dei misteri di cui canta, in un altro, bellissimo disco nuovo, il grande Tom Russell, forse l'ultima voce poetica della canzone d'autore americana. Sangue e fume di candela (Blood and Candle Smoke) contiene fra le altre splendide composizioni un pezzo che si chiama Guadalupe, dedicato alla cittadina messicana dove apparve a un contadino indio Maria. E' la Madonna più amata e invocata dei messicani, ce l'hanno anche dipinta sulla grancassa della loro batteria i Los Lobos. "Chi sono io per dubitare di questi misteri?" si chiede Russell. "Sono l'ultimo dei tuoi figli ma sono quello che ha più bisogno di speranza. Lei apparve a Juan Diego, lei lasciò la sua immagine sul suo mantello, 500 anni di dolore non possono distruggere la fede più profonda". Proprio così: non c'è dolore che possa toglierci questa speranza. Lasciateci almeno accendere ancora una candela. "Eccomi qua stanotte, il tuo miscredente straccione. Il vecchio Thomas pieno di dubbi e ridotto in lacrime che guarda la tua chiesa annegare nella terra come un cuore ferito dalla paura".
Il cuore. Ferito. Lasciamo sanguinare le ferite del cuore che nessuno può guarire: è da lì che passa la luce.
Vecchio Thomas miscredente come lo sono io, come lo siamo tutti, in questa notte di vento freddo d'autunno. Che guardiamo a Big Sur e a Guadalupe perché non ci restano altri luoghi a cui guardare.
Tom Russell, l'uomo che scrisse dei misteri dell'angelo di Lione. L'uomo che canta adesso il mistero di Guadalupe.

Tuesday, October 13, 2009

Cose belle

Il disco di Jon Allen, Dead Mans Suit. Il ragazzo è inglese, ha una voce calda e fumosa che sembra il giovane Rod Stewart e fa un disco americano al 100%. Tra The Band, il giovane Stephen Stills (quello tutto acustico), un po' di Bob Dylan ovviamente e dosi massicce di negritudine in un paio di pezzi da urlo, grondanti note grasse di Hammond. Ha senso della melodia purissimo, non annoia mai, se fosse stato in giro negli anni 70 con un disco come questo saremmo qui a ricordare la ristampa deluxe di uno dei più bei esempi di songwriting di quella stagione. Invece il disco è nuovo nuovo e lui è bravo bravo. Fa cose belle, Jon Allen.

Invece fanno cose un po' meno belle ma comunque simpatiche i Monsters of Folk. D'altro canto, sebbene osannati dalla intellighenzia musicale, la critica radical snob chic del rock'n'roll, Conor Oberst (Bright Eyes) e M Ward sono sempre stati due mediocri autori di canzoni. E Jim James (My Morning Jacket) una voce straordinaria, bellissima, ma anche la sua band deve ancora scrivere una canzone immortale. Si mettono a fare il supergruppo (c'è anche Mike Mogis, anche lui Bright Eyes) un po' alla CSNY 40 anni dopo e infilano un pezzo straordinario, la bellissima The Right Place, suono un po' alla Traveling Wilburys, tanta voglia di pop-rock anni 70 pure loro, e una manciata di brani dignitosi, tra folk vintage e appunto sonorità 70s. Carino, ma si salva la metà dei brani. Da scaricare, non da comprare come ho fatto io, anche se la confezione è molto cool.
Torna a fare cose belle Tom Ovans, indimenticata voce dylaniana dei primissimi anni 90, dopo alcuni dischi un po' troppo introversi e affannosi. Get On Board recupera la voglia di lasciare andare libere e orgogliose le chitarre elettriche e - novità - apre anche al soul di casa Stax, con la fiatistica Night Train. Belle canzoni, robuste, guidate da un gusto melodico raro per il songwriter oggi di casa ad Austin che continua a combattere la sua battaglia per la sopravvivenza. Sua, e della buona musica.
Le cose più belle però le sta tornando a fare Bob Dylan: dopo anni di oblio, ha capito che doveva richiamare nella sua live band uno che sapesse davvero suonare e non fare la bella statuina sul palco. Dio benedica Charlie Sexton che ha fatto tornare la voglia di cantare e suonare allo stesso Dylan. Il Dylan show adesso è di nuovo uno show da andare a vedere. E il disco di Natale è formidabile (lo avevo già detto? Cazzomene. Lo è davvero).

Sangue nei solchi del cuore

“Bob Dylan è in città, c’è bisogno di catturare qualcosa di magico”. La “città” è ovviamente New York, al telefono John Hammond, il più gran...

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