Friday, January 22, 2010

Morte di un dongiovanni

Don't go home with your hard-on
It will only drive you insane
You can't shake it (or break it) with your Motown
You can't melt it down in the rain


E' vero che le canzoni rock dicono la verità, ma a volte parlano di una realtà che non ci appartiene e in cui cerchiamo forzatamente di identificarci. Voglio dire: l'amore è sempre amore a tutte le latitudini e in tutte le situazioni, ma quello di cui cantavano ad esempio i Led Zeppelin o gli Stones era frutto di esperienze che solo i "gods of rock" potevano vivere. Non sono andato in tour con loro, ma qualcosa ho visto del rock'n'roll lifestyle e comunque ne ho letto.

Mi piace Leonard Cohen per tanti motivi, uno dei quali è che lui non ha mai fatto parte di quel lifestyle, anche se ci è passato abbastanza vicino per ovvi motivi di lavoro. Lui è però uno di noi, da tutti i punti di vista. Basterebbe il look, giacca e cravatta, per farlo sembrare uno che ha appena timbrato il cartellino ed è uscito dalla banca dove va a lavorare tutti i giorni. Le sue canzoni d'amore, praticamente tutte, parlano di un amore di ogni giorno, a volte fin troppo banale (vabbé, a parte quella sera al Chelsea Hotel con Janis Joplin...), amori consumati in fretta con una moglie o un marito che aspettano a casa, niente a che vedere con groupie disperate abbandonate in qualche memory motel.

C'è un suo disco, che è normalmente considerato il suo peggiore, che invece merita ben altri riconoscimenti. Si intitola in modo appropriato Death of a Ladies' Man, morte di un dongiovanni, ricorda un po' il Morte di un commesso viaggiatore credo non a caso, ed è solo apparentemente l'opposto di quanto detto prima. Prodotto (super prodotto!) dal genio di Phil Spector, contiene tutti gli eccessi musicali che solo Spector poteva permettersi: una valanga di strumenti e di idee pazze. E' il trionfo del kitsch ma è il trionfo di una epoca storica, gli anni 70, e montagne di polvere bianca si annidano ancora tra i solchi, ogni volta che lo suonate. Che ci azzecca il tranquillo e triste signor Cohen? Ci azzecca, ci azzecca... Come il commesso viaggiatore di Arthur Miller, questo dongiovanni è un borghese piccolo piccolo.

Da un punto di vista l'ironia di questa operazione è massima, dall'altro ascoltarlo è veramente infilarsi nei panni di un qualunque brav'uomo degli anni 70. Non so voi, ma io me li ricordo questi personaggi. Camicie collo d'elefante, orribili cravattone larghe e corte quasi al mento, completi gessati di tinta pacchiana.... e belle donne con vaporosi capelli e tacchi alti intorno. Dongiovanni del bar di periferia o del lungomare. Gente dalla vita banalissima che si truccava da quello che fingeva di essere e faceva, della libertà sessuale acquisita dalle rivoluzioni degli anni 60, il proprio privato e impietoso tornaconto. Ne paghiamo oggi le conseguenze. C'è un orribile e disgustoso programma televisivo, ad esempio, su un canale satellite che ne è lo specchio perfetto: un gruppo di uomini, attoruncoli, modelli, architetti di successo, conduttori radio, trend setters vari, si ritrova a tavola ad abbuffarsi intanto discutendo del modo migliore per farsi una ragazza, se davanti o di dietro e altre amenità del genere. Roba da vergognarsi di essere uomini: ma le femministe dove sono finite? (non che ne senta poi tanto la mancanza eh).

Non è un caso che, a livello lirico, questo sia il disco meno interessante di Cohen, di solito poeta massimo, qua descrittore quasi imbarazzato di vizi e noiose love story di terza mano. Con un momento di selvaggio umorismo, però: Don't Go Home with your Hard-on, in cui fanno capolino ai cori due altri geni di ebrei, un quartetto (includendo anche Spector), anzi un poker d'assi che sconquassa tutto quanto gli anni 70, nel loro aver voluto essere politically correct, non furono: Bob Dylan e Allen Ginsberg + Cohen ovviamente. Provate a tradurre il titolo di questa canzone in italiano: peggio di un brano di Elio e le storie tese... E Cohen, che di solito sussurra, non canta, qua canta a squarciagola, come non lo avete mai sentito, inebriato di tanto cazzeggio (è il caso di dirlo).

Gli arrangiamenti di Spector comunque sono bellissimi, e il risultato - ma ci vogliono parecchi ascolti e nessun pregiudizio in mente, per apprezzarlo - è unico e stordente, divertente ed esaltante. Questo disco è il romanzo degli anni 70, la dissacrazione dell'era del soft rock, del prog rock, del country rock e finanche della disco music. O la loro singola esaltazione in parti diverse scecherate insieme.
Dicono che Cohen e Spector quasi si presero a colpi di pistola durante queste registrazioni. Niente di più possibile, sapendo che fine ha fatto l'ex grande produttore (in galera per omicidio).
Io però sogno ancora un disco di Bruce Springsteen e uno di Bob Dylan prodotti da lui. Ve li immaginate Born to Run o Blonde on Blonde con il suo wall of sound? Da paura.

Wednesday, January 20, 2010

Amelia

L'altro giorno per strada ho visto i cartelloni pubblicitari di un nuovo film. Il protagonista è Richard Gere, che credo non abbia più fatto un film decente da prima di Pretty Woman. La protagonista però l'adoro, è Hilary Swank che sebbene sia alta un metro e un tappo credo sia bellissima e mi piacciono quasi tutti i film che fa (ricordo di averne visto uno, anni fa, mai più passato alla tv, ambientato a Nashville nel mondo della musica con alcune scene girate al leggendario Blue Bird Café e in cui se non sbaglio si vedono anche camei di Townes van Zandt e qualcun altro).
Il film è dedicato alla donna che, per prima, attraversò da sola l'Atlantico in aeroplano, Amelia Earhart. Allora mi è venuto in mente che a casa ho un disco di un gruppo scomparso come scomparì Amelia, nel nulla, un bellissimo disco dei primi anni 70. Il gruppo che lo incise erano i Plainsong, e il titolo dell'album In Search of Amelia Earhart...

I Plainsong erano una band inglese, il cui membro più famoso era Ian Matthews, già fondatore dei Fairport Convention e, nel 1972, con un paio di dischi solisti sulle spalle. Inizialmente al progetto doveva partecipare anche Richard Thompson. Il gruppo, sebbene inglese, se ne uscì con un disco incantevole che guardava direttamente alla California e al country-rock. Di fatto, In Search Of Amelia Earhart è il miglior disco che gli Eagles non hanno mai fatto. Arrangiamenti acustici purissimi, armonie vocali perfette, atmosfera malinconica e crepuscolare. E un paio di canzoni dedicate alla bella e coraggiosa Amelia.
Matthews sostiene ancora oggi che il disco non è un concept album, e in effetti i brani a tema sono appunto solo due, ma la copertina, le belle foto interne, il mood generale sono inevitabilmente tutti per lei, per Amelia (per una bizzarra coincidenza, i Plainsong incidevano per la casa discografica Elektra: l'aereo di Amelia si chiamava Electra...). Nel disco, Matthews sfiora la tesi che la donna non fosse morta per un incidente quando stava tentando di fare il giro in aereo dell'intero pianeta, ma fosse stata catturata dai giapponesi mentre, con la scusa del volo, effettuava spionaggio per conto del governo americano. E' una delle tante tesi sulla fine misteriosa di Amelia, scomparsa nel 1937 sopra una isola del Pacifico. Chissà cosa sosterrà il film...

Il disco in questione è stato ristampato qualche anno fa in un doppio cd contenente anche il secondo album della band, Now We Are 3, meno bello ma comunque discreto. Entrambi i cd hanno una manciata di brani tratti da session radiofoniche o live, tra cui una cover della straordinaria Spanish Guitar di Gene Clark.
Dopo, i Plainsong si sarebbero sciolti con Matthews che fnalmente coronava il suo sogno, quello di volare, come Amelia, in California a tentare una carriera solista. Gli altri, a parte Andy Roberts che avrebbe suonato con tanti musicisti e scritto colonne sonore, tornavano alle loro vite ordinarie. Rimane un disco dedicato a una donna coraggiosa e una manciata di bellissime canzoni scritte e interpretate da un gruppo di ragazzi inglesi dai lunghi capelli che sognavano la California... E un mistero, quello di Amelia Earhart...

Saturday, January 16, 2010

The Armadillo Man e il serpente la croce e la corona

I, I wanna live on the stage,
I wanna play the guitar,
And I wanna get paid.
But no, responsibilities please.
I wanna do what I want,
And I wanna get paid

(The Snake The Cross The Crown, Cakewalk)

"direttore ma il tuo cd non funziona. mi legge una unica traccia e poi non suona"
"sei ancora ubriaco?"
"pirla... no mi è successo già altre volte con cd duplicati come il tuo. forse le mie apparecchiature sono obsolete"
"è la prima volta, anche il PC non lo legge?"
"uh... sul PC lo legge... Ehi bastardo.. ci hai messo dentro anche i Great Lake Swimmers senza dirmelo... lo sai che non li posso ascoltare"
"te li ho fatti sentire ieri sera e mi hai detto tu di metterli"
"allora ero davvero ubriaco"

Sì, mi rendo conto che questo scambio di battute possa sembrare una conversazione del tipo, fra Scemo e più Scemo. In realtà si tratta di due delle menti più brillanti della vostra generazione. Alessandro Ciciuxs Paramount Maggiori - detto anche The Armadillo Man - è un eroe, il mio eroe (quello che non riesce a suonare il cd sono io, il vostro idiota tecnologico). Uno che era fra i soli dieci giornalisti al mondo invitati a incontrare personalmente Johnny Cash (Austin, Texas, 1994) non può che essere il mio eroe. Ma mica solo per quello. Uno che riesce a vomitare sul volante mentre sta guidando a 180 all'ora in autostrada senza capottarsi fuori, dopo una notte passata a bere, non può che essere il mio eroe. Roba che neanche Neal Cassady. In realtà è il mio eroe perché ha un cuore grande così, come si deduce dai messaggi di auguri che mi ha inviato la notte di capodanno, gli unici che ho conservato e che ovviamente tengo per me. E poi dovevo smetterla di dedicare post del mio blog a ragazze.

Johnny Cash - foto di Alessandro C.P. Maggiori

A casa sua c'è un antro nascosto, che è un piccolo pezzo di Texas a Milano, con tanto di bandiera del Lone Star appesa al muro. Armadilli imbalsamati che stringono bottiglie di vino e un sacco di grandi dischi. Peccato per quel cazzo di labrador che mi ringhia contro ogni volta. Il labrador non è imbalsamato.
L'altra sera mi ha invitato a una proiezione privata, che nell'antro texano c'ha uno schermo da cinema. Quasi. Una ottima bottiglia di Rosso di Montalcino 2006, cantina Il Paradiso di Manfredi, ci scaldava il cuore (a me ottenebrava anche il cervello, ma mi ci vuole poco alla mia età).
In anteprima nazionale (eh no, di questi nessuno in Italia ha mai parlato) mi ha mostrato il bellissimo film di una delle migliori rock band americane - unico difetto: si sono già sciolti -, i The Snake The Cross The Crown, nome che non è un riferimento religioso, ma è la traduzione di ciò che contiene il logo dell'Alfa Romeo, che il padre di uno di loro aveva una officina dell'Alfa Romeo.

Erano dell'Alabama, giovanissimi, ma suonavano da dio e cantavano benissimo, che come ogni buon americano hanno imparato ad armonizzare in chiesa. Il sound ricorda un po' i Wilco (specie nelle esplosioni soniche di grande impatto) e The Band (per le radici folk), qualche riferimento ai Beatles naturalmente. Nel film qualcuno li definisce "country Pink Floyd" per quell'attitudine pazzoide a partire per jam cosmiche tipo il periodo Syd Barrett. Il film è un'epopea di una band in cerca della gloria, certi che non è il successo a dar la gloria, ma l'intima consapevolezza che la musica è la chiave verso la Bellezza.
Così consapevoli da osar confessare la verità che tutti sanno, ma nessuno ammette: "Oggi tutti fanno dischi. Ci sono più musicisti in giro che gente disposta ad ascoltarli". Il problema è che pochi meritano di fare dischi.
E' girato in modo strepitoso, il film, con landscape mozzafiato del sud degli States, della California, di concerti in piccoli club (esilarante la scena in cui, già annunciati dallo speaker, non riescono a trovare la strada che dai camerini porta al palco, perdendosi tra gabinetti e stanzini vari), di notti tempestose, di viaggi in un piccolo furgone. E' il loro ultimo valzer, di una band che nessuno ha mai conosciuto e già non c'è più. Il dvd si può acquistare sul loro sito e, credetemi, è il miglior film rock da anni a questa parte.
Poi The Armadillo Man ha generosamente voluto mettermi su cd un po' delle circa 70mila canzoni che ha nel Mac. Dentro ci ha infilato una tonnellata di bella roba, tipo gli Snake, i Great Lake Swimmers, i Weepies, gli Shearwater (che verranno a suonare alla Casa 139 a breve), Megafaun e probabilmente anche qualcun altro. Tutte grand band, che sanno mischiare attitudine pop alle loro radici folk, che sanno cantare malinconia e bellezza. Che sanno suonare. No, non ci sono band altrettanto valide nelle terre bagnate dal mar Mediterraneo.
E' stata una grande serata. Labrador a parte, ci devo tornare nell'antro texano. God bless you, Ale. Ps: non staremo mica diventando due indie kids con 'sta musica che ascoltiamo? Eh?

Con l'Armadillo Man. In persona. We believe in magic, yes we do

Friday, January 15, 2010

Oh mercy


"Quando cala l'oscurità, tutto quello che si sente sono i canti e le preghiere: alleluia, alleluia"
Testimonianza di un sopravvissuto al terremoto di Haiti

Tuesday, January 12, 2010

The mixtape girl

Diana vive agli antipodi. I miei, che io sto a Milano e lei a Catania. Diana ha 21 anni, ma ne sa della vita. Diana ha coniato una delle frasi che amo di più, "I'm always listening to some music, wherever I am, whatever I am suppose to be doing. I love to go out while listening to my i-pod. It feels like I'm living in a movie". Diana è diventata da un po' la mia spacciatrice ufficiale di buona musica. Da quando non lavoro più in una rivista musicale, sto scoprendo universi di canzoni che avevo snobbato, ignorato, by passato, dimenticato. Per fortuna c'è Diana, che dimostra quanto le riviste musicali siano inutili.

Qualche volta a notte fonda ci raccontiamo le nostre tristezze, che a Catania come a Milano sono uguali. L'altra sera mi ha spedito per via cosmica (sì, la Rete, ci siamo capiti) il Desperation Mixtape, come l'ha chiamato lei, che l'altra sera eravamo tutti e due più o meno di quell'umore. Dentro c'era una bonanza di bellissime canzoni. Ho cominciato ad apprezzare gente che avevo sempre disprezzato, come Sufjan Stevens e Bon Iver e anche Paolo Nutini. E poi gente mai sentita prima, Nels Andrews, Ethan Daniel Davidson, Lisa Hannigan, Polly Paulusma, Seasick Steve. Tutti bravissimi. Naturalmente c'era dentro anche Josh Ritter, che lei è "Josh Ritter addicted". E poi i National, che sono stati i più apprezzati. Adesso sto ascoltando il loro disco del 2005, Alligator, che è bello un casino. Andrò a recuperare gli altri, e fra poco dovrebbe uscire il loro nuovo album.
Diana ha una sorella, Giulia, che è cool come lei. Una volta Giulia, su FB, ha scritto questa cosa: "Giulia ha letto "Bob Dylan - 40 anni di canzoni" e si è innamorata di Paolo Vites". Per fortuna mia moglie non va su FB. Però è stato il commento più bello che ho mai ricevuto per un mio libro. Anche se, dopo aver letto un libro del genere, mi aspettavo che una ragazza si innamorasse di Bob Dylan.
Ok, torno ai National e a tutti gli altri. Thanx, D. And G., of course. Keep rockin' girls.

Friday, January 08, 2010

I believe in Elvis Presley


Che oggi compie 75 anni. BP Fallon forse altrettanti, per fortuna fa ancora video come questo. Jack White produce, Bob Dylan ispira.

Wednesday, January 06, 2010

Juliet, naked

La notizia è con i controcazzi, ed è degna di aprire quella che si prefigura come una grande annata: "Arriva la pillola Amorex. E che promette davvero miracoli. Insomma, basta pene d'amore, addio cuori infranti e sofferenze senza fine: una pillola e via, passa tutto. Vale per uomini e donne, nessuno escluso, a qualsiasi età. Almeno così dicono, in stile Se mi lasci ti cancello. Ma sarà vero?". Ma anche no. Non funzionava nel (bellissimo) film citato, dovrebbe funzonare nel mondo reale? Ma soprattutto: a me in realtà spaventa se dovesse funzionare. Immaginate Leonard Cohen, Van Morrison e Bob Dylan, Nick Cave e anche Tiziano Ferro. Di cosa si metterebbero a cantare? E funzionerebbe in retrospettiva? Cioè tutto quello che ha scritto William Shakespeare sarebbe "cancellato"? Un mondo sempre più anestetizzato. Che pena.

Io intanto, visto che fare il disoccupato a Milano è lo stesso che farlo altrove, mi sono trasferito in riva al mare. Dopo due gorni che ero lì, ha cominciato però a fare un freddo porco, un belin di freddo, per usare lo slang dei nativi, che sono dovuto fuggire con la scopa della befana con una influenza da paura. Ha anche nevicato. E devo dire che camminare sulla spiaggia con una temperatura tipo pista da sci e con la neve a poche centinaia di metri era davvero surreale. Notare la faccia incazzata di quello che avrebbe potuto essere un perfetto nostromo della capitaneria di porto quando scopre che il mare è diventato ghiaccio. Global warming anyone? Appena sgela un attimino e mi si decongestiona il naso ci torno, comunque.

Intanto che ero lì, mmentre facevo la quotidiana passeggiata in carruggio trascinandomi da una rivendita di focaccia normale a una di focaccia col formaggio, ho comprato due belle cose. Un disco che non trovavo neanche su Internet e che invece era lì che mi aspettava chissà da quando, la colonna sonora di un film che adoro, Streets of Fire di Walter Hill, che in realtà fa abbastanza cagare - la colonna sonora, non il film - anche se è a cura di Ry Cooder e ci suonano anche i Blasters. Però c'è una delle mie canzoni preferite in assoluto, dritta nella mia Top Ten di tutti i tempi, Tonight Is What It Means to Be Young, quasi otto minuti di romanticismo totale. Cacciata a forza nell'i-pod e adesso in replay continuativo.

Ho comprato anche il nuovo libro di Nick Hornby. Da grande voglio sposare Nick Hornby. Non voglio diventare come Nick Hornby, perché lo sono già. Tutti quelli che leggono questo blog lo sono. Insomma, uno che continua a ripetere che i più grandi sono Leonard Cohen, Bob Dylan e Bruce Springsteen (meglio di quest'ultimo sarebbe Nick Cave, eh) come farei a non volerlo sposare e a essere già io?
In italiano ha un titolo orribile (Tutta un'altra musica), l'originale è Juliet, naked. Mi ci sono ritrovato troppo, e mi sono anche abbastanza inquietato: ma noi musicofili siamo così deficienti? Però si parla anche di amore - soprattutto - e Hornby ha sempre un taglio preciso: in High Fidelity, in About a Boy e anche qui si ragiona sulla realtà. Altro che pillole anti-sofferenza. E i figli giocano sempre un ruolo decisivo. E si parla di ciò che è dietro un'opera d'arte (ogni riferimento a Blood on the Tracks non è casuale, è fottutamente voluto): "Sì, sei un pessimo uomo. Sei stato un padre incapace per quattro dei tuoi cinque figli, un marito incapace per tutte le tue mogli e uno schifo di compagno per tutte le tue ragazze. E Juliet(il disco che ha nciso il protagonista del libro, nda) rimane sempre stupendo".
L'ho divorato in un giorno e mezzo, metre nevicava sul mare.

Ok, non vedo l'ora di tornare alla mia finestra con vista sul campanile, giù al mare. Ho un libro da finire, il mio Chronicles. E un sacco di focaccia da mangiare. Ehi amici, con che canzone avete cominciato l'anno nuovo? E' importante, sapete. Io la mattina del primo gennaio 2010 ho acceso il mio i-pod in funzione random ed è partita Ring Them Bells di Bob Dylan. Non potevo essere più felice. Benedetto da Bob e da Dio. Can't help it if I'm lucky. God bless ya all, too.

Wednesday, December 30, 2009

Have yourself a rockin' and rollin' 2010

Don’t worry about the world coming to an end today. It’s already tomorrow in Australia
Charles M. Schulz

"When you think that you lost everything you find out you can always lose a little more", quando hai perso ogni cosa, puoi sempre perdere qualcosa di più, diceva Robert lo Zimmerman. Ho sempre sostenuto che le canzoni rock dicono la verità, e in una fredda sera di fine inverno devo constatare una volta di più che ho ragione. In un anno balordo in cui ho praticamente perso tutto o quasi, mia moglie riesce anche a perdermi il portafogli con dentro un sacco di contante appena prelevato e soprattutto ogni singolo documento di identità, anche la tessera Arci della Casa 139. Non posso manco guidare la macchina adesso. Vabbè, faccio mia la filosofia del grande inventore di Charlie Brown e penso che domani si chiude questo cazzuto 2009. Potrà andare peggio di così?

Penso anche che non abbiamo certo bisogno dell'ultimo dell'anno per far festa. Però quella notte ha qualcosa di magico. E' sempre come se fosse l'ultima notte del mondo. Forse perché segretamente speriamo che a mezzanotte il mondo finisca davvero, o che almeno quella notte si porti via tutte le minchiate fatte, le speranze disilluse e tutti gli incubi che ci hanno perseguitato negli ultimi 365 giorni in modo che non ritornino più. Portafogli compresi. Mai più. O forse che a mezzanotte ci venga a trovare una fatina dotata di apposita bacchetta.

Io ho sempre sognato di passare un ultimo dell'anno tutto rock'n'roll, come si usa in America. Non dico essere stati al Fillmore East quando Jimi Hendrix era sul palco, quella mezzanotte del 1969, o neanche all'Academy of Music sempre a NYC, quella sera del 1971 quando Bob Dylan fu ospite inatteso di The Band e neanche a ballare con Jake e Elwood Blues al Winterland, nel 1978, in attesa dei Grateful Dead. Però magari a tirare i palloncini a Warren Haynes mentre canta All You Need is Love, o a fare il countdown insieme a Patti Smith, quello sì. Mi sarei accontentato anche del capodanno 2004 a Chicago, con White Stripes e Flaming Lips, o meglio ancora quella mezzanotte del 1997 al Tipitina di New Orleans: una wild night, come cantava John Mellencamp.

Vado ad aspettare la mia fatina. Neanche questa notte sarà l'ultima notte del mondo. Per fortuna. O purtroppo. E non entrate nell'anno nuovo con un cuore vuoto, don't let me into this year with an empty heart. Lo ha detto Josh Ritter, e le canzoni rock dicono la verità.


Jimi Hendrix @ Fillmore East, 1969


Bob Dylan and The Band, Academy of Music, NYC 1971



Blues Brothers @ Winterland, 1978


John Mellencamp @ Tipitina, New Orleans 1997


White Strips and Flaming Lips + countdown, Chicago, 2004


Gov't Mule, NYC, 2007


Patti Smith + countdown, NYC 2008

Monday, December 28, 2009

Saturday, December 26, 2009

Italians

Chi mi conosce sa che diffido degli italiani (in tutti i sensi). Quando si tratta di musica rock, poi, mi dico sempre: che senso ha, se posso ascoltare gli originali? Specie quando gli italians cantano in inglese....
Per questi ragazzi che seguono si fa una eccezione. E capirete perché.

I veneziani The Beards nascono come tribute band di The Band. Il fatto che incidano per una etichetta americana dice bene che il loro inglese è credibile, e la loro musica una inquietante miscela tra rimandi a Nick Cave, blues e rock. Il nuovo cd, Diggin' Fingers, è una bella raccolta di cover, da The Band appunto (Whispering Pines, This Wheel's on Fire) a Johnny Cash (Cry Cry Cry, Folsom Prison Blues, Ring of Fire), Dylan (Million Dollar Bash) a insospettabli come Chris Cornell (Rusty Cage). Confezione del cd al sempre intrigante, elegante e con tanto di storia a fumetti inclusa.

Lorenzo Bertocchini è una leggenda del varesotto e non solo, visto che si esibisce spesso negli States. Madrelingua, il suo inglese è assolutamente valido. Il nuovo cd, Hearts of Stone, è una raccolta di canzoni del suo eroe Bruce Springsteen, ma attenzione, lui le canta con attitudine intimista, folkie, la voce sussurata e niente esibizione di muscoli. Operazione riuscita (avreste mai immaginato una Incident on 57th Street col banjo? Ci sta ci sta...), piena di sentimento e anche un duetto con il suo padrino musicale, Elliott Murphy (The Angel).

I Mandolin' Brothers non li scopro certo io, visto che sono sulle scene da un bel trentennio. 30 Lives è un live che festeggia appunto il bell'anniversario: vibrazioni country-rock con la California dei 70s nei cuori per un disco registrato in modo eccellente. Quasi tutti brani originali più cover di lusso, come Almost Cut My Hair.

Infine gli Shangai Noodle Factory, nuovo progetto dell'ex Voodoo Lake (eccellente band torinese di southern rock) Max Arrigo. Il cuore, in questo bel Second Nature, batte ancora tra Allman Brothers Band e il buon southern rock dei 70s. La sua chitarra slide gronda umori sudisti e svisa in lungo e largo senza sensazionalismi, ma con il cuore, come ben pochi in Italia sanno fare. Anche una acustica Come On in my Kitchen di Robert Johnson (tra gli ospiti presenti, anche il grande Jono Manson).

Perché tutti questi eccellenti musicisti di casa nostra io non li abbia mai potuti godere dal vivo nella mia Milano, la dice lunga della minchiaggine di chi governa i club meneghini, troppo attenti al nuovo eroe indie alternative del momento e all'happy hour degli sfigati. Voi date loro una chance: meritano.

Monday, December 21, 2009

Merry Christmas baby

Ci vediamo lungo la strada. Che ne siamo degni
(Francesco De Gregori)

Ho viste cose che voi umani non potreste immaginare. Bicchieri di negroni e gin tonic uno sull'altro durante ogni happy hour da Lambrate a Porta Ticinese. Nessuna ora è mai stata più infelice di quelle. Mi sono rinchiuso in macchina in una afosa notte di fine luglio a urlare e picchiare i pugni contro i vetri. Ho giocato a carte con il diavolo mentre un angelo mi accarezzava e implorava di seguirlo. Sulle rive del Fiume Rosso ho pianto calde lacrime e ho distrutto bottiglie ormai vuote contro i sassi in una spiaggia davanti al mare a pochi metri da dove baciai il mio primo amore. Nella mia testa ho scritto due libri che nessuno leggerà mai, mentre guidavo nella tempesta ascoltando un milione di volte qualcuno che cantava sono malato d'amore, ma ci sono dentro fino al collo.

Ho bestemmiato il nome di Dio e anche quello di lei. Mi sono fumato il cervello con sigarette e canzoni per notti intere. Ho cenato con re e regine, e ho bruciato le mie ali. Da qualche parte, qualcuno tirava fuori il mio nome dal suo cilindro e decideva che era il mio turno: disprezzo gelosia e malavoglia mi sono piovuti addosso con innocenza. Il ragazzino sperduto che si prendeva così sul serio non c'è più. Nell'appartamento di fronte al mio, le luci andavano e venivano mentre il termosifone tossiva e la radio suonava piano. Mi sono chiesto qual è il prezzo da pagare per non ripetere tutto un'altra volta. Alla fine, sulla strada per Reno, in una tempesta di neve, mi sono perduto e poi ritrovato. Non ero mai solo, non lo sono mai stato anche se credevo di esserlo. Il male che ho fatto lo porto dentro come una cicatrice che non si richiuderà mai, perché è dalle crepe che passa la luce.

Sono le quattro del mattino, è la fine di dicembre. Fra due giorni è Natale, ci scommetto che nevica, ci scommetto dal freddo che fa. Fra due giorni è Natale, non va bene, non va male. Buonanotte, torna presto e così sia.

E' stato un anno lungo un giorno, ma siamo ancora indietro di un mattino. Strike another match, go start a-new. Now that the past is gone.

Hanno cantata con me: il replicante Roy Batty, Bob Dylan, Johnny Cash, Bruce Springsteen, Leonard Cohen, Francesco De Gregori.

Dedicato ai miei angeli di Internet. They know who they are.


Buon Natale a tutti i lettori di questo blog

Sangue nei solchi del cuore

“Bob Dylan è in città, c’è bisogno di catturare qualcosa di magico”. La “città” è ovviamente New York, al telefono John Hammond, il più gran...

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