Wednesday, June 26, 2013

Il mio amico Wilko

Metti che vai al concerto del tuo artista o gruppo preferito. Metti che questo suoni per oltre due ore. Metti che del suo repertorio - delle canzoni dei suoi dischi insomma, quelle per cui tu conosci l'artista o il gruppo in questione - in queste due ore e passa, in una scaletta di ben 27 pezzi, ne faccia una sola. Ti incazzi o sei felice?

Be', sono cose che succedono ai concerti dei Wilco. Lo scorso 21 giugno al Solid Sound Festival di Chicago i Wilco hanno eseguito 26 brani di altri artisti e un solo pezzo del loro repertorio (per la cronaca, il brano numero 24 in scaletta, Kingpin). E' vero che si sono esibiti anche la sera prima con un concerto dei loro brani, ma chi era lì il 21 giugno soltanto cosa avrà pensato? Che è stata una figata pazzesca, ne siamo certi.



Hanno cominciato con The boy are back in town dei Thin Lizzy e hanno chiuso con Roadrunner dei Movern Lovers (peraltro con gli Yo La Tengo sul palco insieme a loro). In mezzo, pezzi dei Big Star, di Bob Dylan, di The Band, degli Uncle Tupelo (!!), dei Grateful Dead, dei Beatles, degli Stones, dei Kinks, degli ABBA (oddio..) e anche dei Daft Punk. Uno sballo. Solo loro possono dare vita a una festa del genere oggi. Fortunati i presenti. Il concerto è disponibile sulla Rete, i vide non mancano. Lunga vita al mio amico Wilko, come direbbe quello là...

LA SETLIST COMPLETA DEL CONCERTO

Tuesday, June 18, 2013

The ghost of electricity

Già in occasione del tour europeo del 1981 si erano sparse le voci che quella sarebbe stata l'ultima tournée di Bob Dylan. Il cantautore americano, si sa, si porta sempre dietro un'aurea apocalittica, da fine del mondo. Io ricordo di aver pensato una casa del genere dopo il concerto di Milano del 1989: è troppo tutto, non può fare altre tournée, ha raggiunto l'apice. Sta di fatto che il Never Ending Tour ha cancellato per sempre queste paure. Anzi, qualcuno avrebbe preferito fosse successo il contrario, che il NET cioè avesse indotto Dylan a ritirarsi. Ma è un altro paio di maniche.

Questa nuova sezione di concerti europei che si terrà però il prossimo autunno ha un aspetto particolare, alquanto affascinante e misterioso, per chi crede a queste cose. Intanto si svolgono d'autunno, che come ben sanno tutti coloro che frequentano con assiduità il mondo dylaniano e dylaniato, è il suo periodo concertistico migliore. Poi perché infilano l'Europa alla fine dell'anno. E infine perché si svolgono con una modalità rara per Dylan, specie in Europa: i migliori teatri. Anche noi italiani questa volta - e per la prima volta - avremo il lusso di vedere Dylan finalmente in un bellissimo teatro, costruito appositamente per tenerci i concerti de La Scala. Sarà agli Arcimboldi, le sere del 2, 3 e 4 novembre. Non andrà bene agli amici romani che invece dovranno vederlo in una sorta di discoteca.

Quando andai a Londra nel febbraio del 1993 (venti esatti anni fa) per seguire alcuni dei sette concerti consecutivi che Dylan teneva all'Hammersmith, vissi quell'eperienza in maniera splendida. Uscivo dall'albergo, entravo in metropolitana e circa venti minuti dopo mi trovavo comodamente seduto all'interno del teatro. Per me questa volta sarà analogo: uscirò di casa, quindici minuti di macchina e sarò seduto nell'intimità del teatro. Dove Dylan si potrà vedere e ascoltare come Dio comanda. Rispetto ai 150 e passa euro pagati per vedere Neil Young e Leonard Cohen nello stesso teatro, poi, i prezzi sono abbastanza contenuti (sovrattasse vergognose aggiunte da ticketbastard a parte). Ci saranno sorprese in quelle tre serate consecutive? Chi lo sa. Bob Dylan è una sorpresa, nel bene e nel male, e tanto basta.


Un tour strano dunque questo di Dylan, tra le ombre e i fantasmi dei più antichi teatri d'Europa, che giungerà dopo quello estivo americano, intitolato sagacemente "Americana" che avrà visto esibirsi il meglio della scena statunitense contemporanea, dai My Morning Jacket a Ryan Bingham ai Wilco. Una sorta di Rolling Thunder Revue del terzo millennio. Poi l'Europa, dal Grand Rex di Parigi fino a...

...la Royal Albert Hall di Londra. Fu qui, nel maggio del 1966 che Bob Dylan tenne il suo ultimo concerto per otto anni a seguire (ce ne furono in realtà alcuni, ma semplici esibizioni in eventi altrui). La sua ultima tournée. E qui, per la prima volta da quel giorno, Dylan tornerà i prossimi 26, 27 e 28 novembre, le ultime date di questo tour... Coincidenze?


Nel mio ultimo libro sul nostro, "Un sentiero verso le stelle", avevo concluso raccontando di un sogno. Il protagonista - che poi ero io - sogna che Bob Dylan dopo un lungo silenzio live toria a esibirsi scegliendo proprio come luogo il teatro degli Arcimboldi. Da quella serata magica riprenderà gli stimoli per nuove avventure artistiche. Il sogno si sta avverando: finalmente vedrò Dylan agli Arcimboldi, anche se in un contesto diverso da quello sognato. Coincidenze?

Dagli Arcimboldi alla Royal Albert Hall sarà un momento della storia che lascerà un segno. Io ci credo, anche se non so ancora in quale modo. Nell'attesa, vado a spulciamri la scaletta di quel cocnerto del 27 maggio 1966, che come tutti sanno non è quello pubblicato nel The Bootleg Series Vol. 4: Bob Dylan Live 1966, The “Royal Albert Hall” Concert, e nei molti bootleg precedenti. Dentro c'è il concerto di Manchester, quello di "Judas!". Ma è una storia che conosciamo a memoria...


ACOUSTIC SET
She Belongs to Me
4th Time Around
Visions of Johanna
It’s All Over Now, Baby Blue
Desolation Row
Just Like a Woman
Mr. Tambourine Man

ELECTRIC SET
Tell Me, Momma
I Don’t Believe You (She Acts Like We Never Have Met)
Baby, Let Me Follow You Down
Just Like Tom Thumb’s Blues
Leopard-Skin Pill-Box Hat
One Too Many Mornings
Ballad of a Thin Man
Like a Rolling Stone

Sunday, June 16, 2013

And the winner is...

Be' fa piacere. Nel senso che allora vuol dire che il tuo blog non è perso nella miriade di parole e immagini che vagano nel vuoto cosmico della Rete e che qualcuno lo ha notato. Poi fa sorridere di essere inserito come candidato al premio Indie Blog Award: indie io? Che sono vecchio e su questo blog ho pure preso di mira volentieri il mondo indie. Poi pensando a tutte le volte che ho crerduto di abbandonare tutto quanto, blog compreso. Comunque la concorrenza è tosta, guardate qua:

PREMIO SPECIALE ”MIGLIOR BLOG PERSONALE”
(10 blog personali in ordine alfabetico)

- Doctor Wu di Leo Giovannini (www.wudoctor.blogspot.it)
- Fard Rock di Luciano “Joyello” Triolo (www.fardrock.wordpress.com)
- Fascino Rock di Sara Stella (www.fascinorock.wordpress.com)
- L’ultima Thule di Federico Guglielmi (www.lultimathule.wordpress.com)
- Musica, viaggi… di Paola De Angelis (www.paoladeangelis.tumblr.com)
- Onan Records di Luca Bettega (www.onanrecords.blogspot.it)
- The Red River Shore di Paolo Vites (www.gamblin–ramblin.blogspot.it)
- Tony Face di Antonio Bacciocchi (www.tonyface.blogspot.it)
- Venerato Maestro Oppure di E. Cilìa (www.venerato-maestro-oppure.com)
- Zambo’s Place di Mauro Zambellini (www.zambosplace.blogspot.it)

La storia comunque è questa:

"Dopo diversi mesi di ricerche e valutazioni, la giuria della Targa Mei Musicletter (composta da Annachiara Pipino, Luca Minutolo, Ilenia Lando, Marco Archilletti, Gaetano Ambrosiano, Luca D’Ambrosio e Giordano Sangiorgi), con il contributo della “rete”, ha finalmente scelto, con non poche difficoltà, i siti web e i blog collettivi candidati alla vittoria finale del primo premio nazionale destinato al miglior sito o blog indipendente d’informazione musicale e culturale. (Siti web e blog che si occupano, in particolar modo, sia di musica italiana che straniera; ragion per cui è stato escluso dalla lista il validissimo portale Rockit). Inoltre, per l’occasione, è stato pensato di realizzare una categoria speciale allo scopo di premiare anche il miglior blog personale a carattere musicale e culturale".

Ecco allora dopo le quirinarie, anche le "bloggarie": se questo blog vi piace veramente, potete votarlo fino al 31 agosto: "Nell’attesa del verdetto finale, anche questa volta il “popolo della rete” potrà segnalare fino al 31 agosto prossimo, con un semplice “mi piace”, il proprio sito web o blog preferito attraverso l’apposita pagina di (Facebook)".

Qua le info cliccando su questo link

Al limite ci vediamo a Faenza. O anche no.

Friday, June 14, 2013

Il volo magico di Claudio Rocchi

“La vita è quello che ti succede mentre sei impegnato a fare altri progetti”: questa frase di John Lennon dovrebbe piacere a Claudio Rocchi. Non solo perché il musicista italiano ha mosso i suoi primi passi artistici negli stessi anni di John Lennon, i 60; non solo perché la visionarietà cosmica di Claudio Rocchi deve molto a quella dell’ex Beatle. Ma perché Rocchi può testimoniare con la sua vita quanto siano vere quelle parole.
Negli ultimi mesi infatti l’artista italiano era impegnatissimo a promuovere la sua ultima fatica discografica, un disco che lo vedeva impegnato in un progetto ambizioso e inedito, una collaborazione con l’ex Litifiba, CCCP, Csi, Pgr e tanto altro ancora Gianni Maroccolo. Ne parlava continuamente sui social network, Claudio Rocchi, pieno di entusiasmo come un bambino davanti a una cosa bella, e bella sicuramente lo deve essere dalle parole di coloro che hanno avuto la fortuna di sentire in anteprima “Nulla è andato perso”, il disco realizzato grazie a una piattaforma di crowdfunding e che si spera sarà disponibile a breve.
In mezzo a tutto questo, comunicata dallo stesso Claudio, arriva poche settimane fa la brutta notizia, quella che dimostra come la vita sia quella cosa che succede mentre sei impegnato a fare altri progetti.

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Wednesday, June 05, 2013

Summer of '85

Ero andato a San Siro tutto preparato a puntino, da bravo giornalista embedded: iPod, iPad, iPhone, cavi e cavetti, anche block notes per gli appunti che non si sa mai. Per qualche ragione a me ignota invece che in tribuna stampa sono finito nel pit. Ci sono entrato alle 7 di sera, un'ora prima del concerto. Adesso so che è stato un angelo custode a mandarmi nel pit, anche se lei dice che aveva finito i posti a sedere in tribuna stampa. Mi sono trovato vecchio tra i giovani, e ovviamente non sono riuscito a tirare fuori dalla borsa neanche una delle cose che avevo per prendere appunti. Meglio così, ho fatto finta di ballare e di cantare che sono troppo vecchio, ma d'altro canto anche Little Steven faceva finta di cantare. E ho visto, ancora una volta, quella luce.




CLICCa su questo link per leggere la recensione del concerto di Bruce Springsteen a San Siro

Friday, May 31, 2013

Whatever gets you through the night

- Benedetto, perché stai nelle tenebre se cerchi la luce?
- Nella notte più oscura splendono di più le stelle





Ci fu una grande esplosione. Il big bang della mezza età. Esplosioni come queste in parte accadono per moto proprio, in parte succedono perché le si è cercate con insistenza per tutta la vita, magari senza esserne consapevoli. Spesso agiscono anche agenti esterni che viaggiano per conto proprio, come spiegano molti manuali di ricerca scientifica.
Tutto andò in frantumi, milioni di piccoli pezzi ovunque. Per mesi e anni dovette strisciare sul pavimento cercando di recuperarli tutti, ma ovviamente era impossibile. Sentiva che doveva farlo, che doveva rimettere insieme il puzzle andato in frantumi. Ma naturalmente non si poteva fare. Eppure ci provò, almeno inizialmente. Cercare di recuperare ogni pezzetto schizzato ovunque sul pavimento, sul soffitto, sulle pareti, negli angoli più nascosti anche dietro la lavatrice, sembrava l'unico modo per rimettere insieme quello che c'era prima. Missione impossibile, dovette ammetterlo. Inoltre c'era un problema in più. Molti dei pezzi che riusciva a recuperare e a rimettere insieme dopo un certosino lavoro, non corrispondevano più a quello che erano prima dell'esplosione. Si incastravano tra di loro lo stesso, ma c'era un problema. Bizzarro. Cazzuto. Vaffanculo, finì per pensare.
Una volta rimesso insieme tutto quello che era riuscito a recuperare, il quadro che gli si presentò davanti era maledettamente diverso da quello che aveva conosciuto per tutta la sua vita. E quello che vedeva non era bello per niente. Anzi, vedeva cose che prima non aveva neanche mai visto. Quello era il problema più fastidioso.


Tutto si rivelava peggio di come lo aveva conosciuto. Avete presente quei film di fantascienza dove il protagonista vede chi c'è dietro le apparenze umane che aveva conosciuto fino a poco prima? Esseri mostruosi. Cattivi e maligni che facevano del male. La cosa più terrificante fu capire che queste persone, praticamente tutte, avevano sempre agito così, anche prima che il quadro andasse in frantumi. Adesso poteva rivedere tutta la sua vita e da sempre aveva subito dalle persone cose cattive. Certo, molte ne aveva fatte anche lui. Però l'unica consolazione che gli era rimasta è che lui non era mai stato coi cattivo come lo erano loro. C'era qualcuno si salvava fortunatamente. Come quella amica incontrata per caso sulla metropolitana una mattina in cui, piegato in due dai conati di vomito come ogni mattina, si stava recando al lavoro. Lo aveva riconosciuto lei e gli aveva dato una tenera carezza sulla guancia. Lei non era cattiva, anche se soffriva molto.Queste persone poi erano fugaci apparizioni che duravano lo spazio di qualche minuto e poi scomaprivano di nuovo, per sempre, inghiottite nella folla di gente cattiva che si trascinava a tutte le ore sui vagoni della metropolitana, neglle strade della città, sulle macchine di notte, nei vicoli e anche nelle belle spiagge.


Così non seppe più se la sua vita era meglio adesso o prima dell'esplosione. Rimpiangeva l'innocenza, la serenità, i bei momenti che aveva vissuto fino a quel momento. Ma adesso aveva visto la verità e sapeva. Lui sapeva ogni cosa. E forse un giorno avrebbe potuto usare quel potere tremendo contro di loro, contro il mondo intero. E lo avrebbe visto andare tutto in frantumi, proprio come era successo a lui. Ma invece di aiutarli a rimettere insieme i loro pezzi, avrebbe dato un gran calcio a tutti quei milioni di piccoli pezzi e li avrebbe spediti nel vuoto cosmico Che bruciassero all'inferno, loro e i loro pezzetti. Non meritavano di meglio. Perché il male che avevano fatto, lo avevano fatto con la consapevolezza di volerlo fare. Avevano mentito. E la menzogna è l'unica cosa che non si può perdonare.


Back on the street I saw a great big smiling sun
It was a Good day and an Evil day and all was bright and new
And it seemed to me that most destruction was being done
By those who could not choose between the two

Amateurs, dilettantes, hacks, cowboys, clones
The streets groan with little Caesars, Napoleons and cunts
With their building blocks and their tiny plastic phones
Counting on their fingers, with crumbs down their fronts

(Nick Cave)

Saturday, May 25, 2013

Demasiado Corazon

"Nel 1981 in un'afosissima giornata newyorchese di fine agosto me la trovai di fronte non appena varcata la soglia della camera 329 del Chelsea Hotel, per quella che doveva essere la prima intervista italiana a Willy DeVille". Mi sono bastate queste poche righe a inizio libro per capire che mi stavo trovando davanti a un grande libro. La lei in questione è Toots, la musa e amante per tanti anni di Willy DeVille.

Si intitola "Love and emotion, Una storia di Willy DeVille" (Pacini editore, 160 pgg, 16 euro) e l'autore è Mauro Zambellini, Non c'è certo bisogno che spieghi io chi sono l'uno e l'altro: non sono mai entrato al Chelsea Hotel in vita mia e nel 1981 andavo ancora a scuola. Zambellini ci batte tutti e con questa impresa dà le coordinate di un libro straordinario, non solo la storia di un grande artista, ma di un'epoca, quella degli ultimi romantici del rock'n'roll: ricordate gli Elliott Murphy, i Steve Forbert, i Willie Nile e tanti, tanti altri che si sono dovuti accontentare delle briciole di un successo andato interamente a qualcun altro, sicuramente più bravo di loro, ma anche più fortunato. Uno su mille ce la fa, potrebbe essere il sottotitolo valido per tutti loro. Willy DeVille è stato sicuramente il più affascinante, il più misterioso, il più maledetto di tutti questi.

Dunque dopo le prime pagine mi sono buttato senza esitazione a capofitto nel resto del libro, che è anche un tributo a tanti generi musicali e artisti dimenticati, dai grandi del doo-wop e del soul anni 50 e 60 a John Hammond Jr. ad esempio. Un libro competente, affascinante ed emozionante, impreziosito dalle postfazioni di Marco Denti e Blue Bottazzi. Un libro che riesce nel compito dei libri migliori: farti venir voglia di riascoltare subito ogni canzone che viene citata mentre ti fa respirare l'aria viziata di New York, Parigi, New Orleans e tanti altri posti.



Se Zambo è stato il primo italiano a interviste Willy, io credo di essere stato se non l'ultimo uno degli ultimi a intervistarlo prima della morte improvvisa. Ricordo nella cornetta del telefono il rumore di sigarette accese in continuazione, il naso che tirava su come un raffreddato cronico ma ovviamente un naso che tirava su ben altro, i rumori che faceva muovendosi agitato mentre mi rispondeva: forse era ancora nella stanza 329 del Chelsea Hotel, quell'albergo maledetto che ha succhiato la vita di tanti. Un po' come l'Hotel California: puoi sempre entrarci, ma non ne uscirai mai più.

(Un plauso a David Nieri direttore della collana Fanclub di Pacini editore che ha pubblicato questo libro: se guardate il piccolo ma ormai prezioso catalogo di questa collana vi renderete conto del lavoro geniale e prezioso che sta facendo David, in questi tempi di abbruttimento dove le buone letture, oltre alla buona musica, sono stati cancellati dal fascismo dell'idiozia)

Sunday, May 19, 2013

Va tutto bene mamma. Sanguino soltanto (quarta parte)

Appunti nel caos per un libro che non uscirà mai dedicato alla più grande canzone rock di sempre


Nel tour successivo, quello straordinario, diviso in due parti, 1975 e 1976,della Rolling Thunder Revue dedicato al bicentenario della nascita degli Stati Uniti e al tentativo di far rivivere lo spirito di innocenza e di promessa degli anni 60 (proprio Dylan che dagli anni 60 aveva sempre cercato di sfuggire), It’s Alright Ma viene eseguita pochissime volte. Esattamente una volta sola nel 1975 a Providence, e tre volte nel 1976, a St. Petersburg, Orlando e Mobile. Troppo difficile da eseguire, troppo estenuante da proporre, fuori contesto in quella celebrazione di una promessa, di un rinascimento, come Allen Ginsberg avrebbe definito quel tour? Di fatto in quelle poche esibizioni il primo a non essere convinto del fatto di doverla eseguire è Dylan stesso, che la canta annoiato, ripetendo i cliché del 1974, facendo finta di essere incazzato quando incazzato non è e cercando l’applauso facile al verso fatidico. Quello del presidente.

Non lo sappiamo, ma sta di fatto che tornerà a far capolino nel 1978. Nel tour più glam della sua vita, perfetta messa in scena della decadenza anni 70 del mondo delle rock star, con arrangiamenti a metà strada tra i Queen e una delle tante hard rock band del periodo, It’s Alright Ma diventa una scoppiettante apocalisse sonica. Una apocalisse sostenuta da abbondanti dosi di cocaina, ovviamente. Quello che il testo può significare non ha più importanza per Dylan o per gli ascoltatori e d’altronde sarebbe difficile, anche se ci furono, sentire applausi di pubblico alla frase sul presidente degli Usa in quel cataclisma di suoni debordanti. A Dylan interessa la musica, in questo tour, non il messaggio. Ma siccome la musica è già messaggio, va bene anche così. It’s Alright Ma cerca di esplorare le vie che un arrangiamento full band potrebbe offrire. Sembra non ne avesse molte di possibilità da offrire, se per il resto della sua carriera Dylan deciderà di eseguire questo pezzo nuovamente in acustico o quanto meno semi acustico.

Da allora con la ovvia pausa del 1979-80 in cui Dylan dal vivo esegue solo pezzi dei suoi album della conversione, It’s Alright Ma con più o meno frequenza non mancherà mai più nei concerti dell’artista. La eseguirà così tante volte infatti da trasformarla spesso e volentieri in un cavallo morto (di noia). Ma ci saranno le eccezioni ovviamente.
Già nel 1981 la canzone torna a essere eseguita con i suoi classici, in una versione pomposa, esagerata, addirittura festaiola.
Ma sarà nel 1984, vent’anni esatti dopo le prime esecuzioni, che il brano tornerà a splendere di nuova vita, quasi quella definitiva. Nel contestato tour solo europeo di quell’anno Dylan nei brevi intermezzi acustici eseguirà alcune delle sue migliori esibizioni live di sempre. Esecuzioni di fascino altissimo, capaci di trasformare gli stadi dove si esibisce in piccole e fumose coffee house. Non fa eccezione It’s Alright Ma, che è adesso piena di mestizia. Non più rabbia, ma affetto: i peccati che questa canzone denunciava come mortali e quindi da sfuggire se possibile adesso sono elencati con l’umana consapevolezza che tanto siamo tutti peccatori. Se mai, adesso, questa è una canzone di denuncia contro se stessi. Il presidente degli Stati Uniti, nudo, viene ovviamente applaudito di nuovo fragorosamente, ma non ha poi molta importanza. Va tutto bene mamma. È la vita, la vita soltanto.

Ci saranno altre belle esecuzioni di questa canzone, ad esempio nel tour del 1986 con Tom Petty e i suoi Heartbreakers, in splendida e acustica solitudine. Immortalata nel video live a Sydney appunto del 1986, è una feroce e assatanata meravigliosa versione, che non fa sconti a nessuno.



Quando comincerà ad apparire però nel corso del Never Ending Tour, con accompagnamento di batteria spazzolata e basso acustico, la maggior parte delle volte sarà una noia mortale, per lui e per gli ascoltatori. Fino a quella sera dell’ottobre 1992 quando, davanti a migliaia di dark eyes ai suoi piedi, Bob Dylan riporterà tutto a casa. E It’s Alright ma verrà consegnata alla storia nella sua versione definitiva: l’implacabile, sanguinante, straziante profezia di un rabbino cacciato dalla sinagoga. Un lungo, lento e lugubre canto di morte. Amen.




Thursday, May 09, 2013

Chinese Bar

L’uomo deve innamorarsi
di Qualcosa o di Qualcuno
se no si ammala


— W. H. Auden,



"Ti porto a cena fuori" le disse lui.
"Ma dai" sorrise lei muovendo la testa con i folti capelli grigi tagliati corti sul collo. "Come quando eravamo ragazzi?".
"Sì" rispose lui sorridendo dietro i lunghi baffi grigi e le spesse lenti degli occhiali da vista.
Escono di casa e fanno pochi passi.
Si siedono a un tavolino del triste e squallido bar cinese sotto casa loro, il primo di due bar cinesi uno dopo l'altro. I bar cinesi sono sempre un po' tristi: vengono lasciati così come sono dai nuovi proprietari, senza un ritocco e un cambiamento. Dentro, per lo più, gente che gioca alle slot machine. E famiglie cinesi che parlano fra di loro nella loro lingua.

Li vede che siedono al tavolino che aspettano gli spaghetti, una bottiglia di birra in due. Li osserva mentre succhia il suo bicchiere, il suo veleno quotidiano nel corpo. Parlano poco, i due vecchietti, ma si guardano molto.

Poi mangiano con gusto i loro spaghetti cucinati da un cinese che vuole fare l'italiano. Lui non può fare altro che osservare loro invece della partita di calcio sul maxi schermo.


Se ne torneranno a casa tenendosi sotto braccio, senza bisogno di dirsi niente.


Lui torna al suo rumore quotidiano, se n'è andato prima dei due vecchietti.

Thursday, May 02, 2013

Ho un debole

Sì ho un debole per Lorenzo Bertocchini. Non importa che faccia sempre il verso a Springsteen, nei suoi dischi, cosa che difficilmente accetterei da qualcun altro. Ho un debole per lui innanzitutto perché anche se non lo vedo da anni mi ricorda le mille serate passate insieme a Carlo Carlini a Sesto Calende: molte volte era proprio Lorenzo ad aprire qualche artista americano che doveva esibirsi e dopo si andava tutti insieme a sbevazzare, raccontarsi e cantare ancora. E Carlo mi manca troppo. Poi ho un debole per lui perché è sempre stato un ragazzo umile, in un campo, qui in Italia, dove invece abbondano "i numeri uno", quelli che sembra sempre che siano appena tornati da un concerto al Madison Square Garden. E ha anche un grande cuore romantico come si capisce ascoltando le sue canzoni. Ho un debole anche perché i suoi dischi sono sempre prodotti e suonati egregiamente, cosa rara dalle nostre parti. Lui comunque il verso a Springsteen lo sa fare bene, come dimostra il nuovo cd Bootcut Shadow, perché ha scelto il suo periodo migliore, quello che va dal 73 all'80, certe ballate notturne e spezzacuori in particolare e poi ci mette quella bella voce dylaniana che lo caratterizza. I suoi cd suonano sempre benissimo, ci sa fare in studio, e sono stampati con una cura (e una spesa, immagino) notevolissime: libretti, cartonati, belle foto. Insomma: lui ama la sua musica e io ho un debole per lui e i suoi cd li ascolto sempre volentieri. Sono un'ottima compagnia per quelle notti dove non trovi la strada verso casa.




Ho un debole anche per Luca Rovini, che ho conosciuto di persona solo cinque minuti dopo il concerto di Tom Petty dello scorso anno a Lucca, ma vedo giornalmente su fb. Ho un debole per la sua bella famigliola di tre splendide bimbe e un po' di invidia per quella bella casa nel pisano di cui ho visto dalle foto solo il giardino ma mi basta il giardino per farmi venire l'invidia. Da quando mi ha fatto sentire le sue canzoni ho un debole anche per quelle, e poi sempre su FB l'ho visto costruirsi una bellissima chitarra acustica da solo. Non è roba da poco. Adesso ho un debole per il suo nuovo cd, Avanzi e guai. Ha un suono fenomenale: acoustic rockabilly, insomma tra Johnny Cash e il primo Elvis. Roba che fanno in pochi in Italia, niente Springsteen (scusa Lorenzo….). Canta in italiano e le sue ballate ricordano Luigi Grechi, il primo De Gregori, insomma quel bel modo antico quando dire cantautore in Italia aveva un significato. Sono belli e intelligenti anche i testi. Con lui solo l'ottimo Claudio Bianchini alle elettriche, dobro e quant'altro. Un disco scarno, ma pieno di anima e di suoni gioiosi, quello di chitarre antiche come la storia del rock, da schiantarsi sulla strada tra Memphis e Nashville. Ho un debole per Luca Rovini perché mi ha detto una cosa bellissima: "Una volta a fine anni 90 feci ascoltare delle registrazioni a Carlo Carlini che mi dette il suo numero di telefono e mi disse che mi avrebbe fatto aprire per qualcuno a Sesto Calende. Il mio più grosso rimpianto è non averlo mai chiamato perché all’epoca forse avevo troppo timore dei giganti che suonavano là". Ecco, i conti tornano sempre. Chi è stato amico di Carlo è amico mio. C'è buona musica anche in Italia, dopo tutto.




Sangue nei solchi del cuore

“Bob Dylan è in città, c’è bisogno di catturare qualcosa di magico”. La “città” è ovviamente New York, al telefono John Hammond, il più gran...

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