Tuesday, November 19, 2013

Woolgathering

"Tutto ciò che è contenuto in questo libro è vero ed è stato descritto esattamente com'era": è la frase che campeggia in alto sullo sfondo del dipinto di Jean Francois Millet, la pastorella che sorveglia il suo gregge di pecore. E' la copertina dell'ultimo libro di Patti Smith, "I tessitori di sogni" (Bompiani, 109 pgg.), uscito in parte negli Stati Uniti nel 1992 con il titolo di "Woolgathering" e ampliato adesso in questa nuova edizione. Il libro venne scritto quando la cantante e poetessa aveva 45 anni e viveva quella specie di "buon ritiro" dal mondo della musica, incominciato nel 1980 e che sarebbe proseguito fino alla morte del marito, avvenuta nel 1994.


Con lui aveva vissuto tutti quegli anni, mettendo al mondo tre figli e occupandosi della famiglia. Ma non smettendo di creare arte, anche se per lo più per se stessa. Questo libro fu una delle poche eccezioni a essere messa in commercio.

Scritto con il consueto stile della Smith, più che una raccolta di racconti brevi, si tratta di poesia in prosa: quello stile tumultuoso, visionario, sognante che l'ha sempre caratterizzata, specie nelle lunghe improvvisazioni musicali che si trovano quasi in ogni suo disco.

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Friday, November 08, 2013

Glory days. What a Long Strange Trip It's Been

Era una bella mattinata di ottobre, sole caldo e aria fresca, cielo blu e niente polveri sottili come Milano, rare volte, sa essere. Fuori di quel locale che apparteneva a Enzo Jannacci, in pieno centro, splendido locale purtroppo chiuso prima del previsto, fumavo una sigaretta prima di entrare a incontrare Donovan. Già, una delle prime leggende del mio piccolo mondo musicale, leggende che negli anni a seguire avrei incontrato a piè sospinto. Eccolo che arriva: "Che ci fai qui, non ti piacerà mica Donovan?" gli chiedo. "Sono scappato per respirare un po' d'aria".

Lui è Claudio Todesco, di lì a pochi mesi sarebbe diventato il mio "compagno di banco" per oltre tredici anni. Avrei capito cosa intendeva con quelle parole, molte le giornate e anche non poche serate passate in quegli uffici di Milano 2 con gli aeroplani rombanti che passavano sopra la testa direzione Linate. Mi dà un disco da recensire, "roba che può piacerti", l'esordio dei 16 Horsepower e sì che mi sarebbero piaciuti (li avrei anche intervistati, ovviamente). Me ne avrebbe passati un bel po' di dischi che mi sarebbero piaciuti, negli anni.

Questa è la storia di Jam, così come l'ho vissuta dall'ottobre 1996 mio ingresso in redazione, al luglio 2009, mia uscita dalla redazione. Adesso, tre anni circa dopo che me ne sono andato, non ci sarà mai più alcuna redazione di Jam perché non ci sarà più Jam. E mi dispiace, mi dispiace un sacco.


Se ho imparato a scrivere, lo devo a Jam. E' stata una palestra di esercizio formidabile, e non poteva essere altrimenti con le dozzine tra recensioni e articoli che scrivevamo ogni mese. E' stata anche una palestra di crescita musicale, visto che i tre moschettieri che eravamo (io, Claudio e il direttore Ezio Guaitamacchi) esprimevamo tre mondi musicali diversi. Grunge con derive pinkfloydiane Claudio, hippismo sfrenato Ezio e… un grande boh io, che passavo dai Clash a Bob Dylan e dai Ramones a Gram Parsons. In tre discutevamo e ci passavamo i dischi da scoltare, ma poi aveva sempre ragione il direttore: ho lottato strenuamente per avere i Wilco in copertina ma non ci sono mai riuscito. Va bene così.

Jam era davvero un gran bel giornale, specie negli ultimi anni che ci sono stato e immagino anche in quelli che io non c'ero (non ho più avuto il coraggio di sfogliarne neanche una copia, troppo male). Un giornale equilibrato, vintage al punto giusto, appassionato con un grande cuore. Le cover story di anche 50mila battute erano la nostra forza, come nessuno le faceva in Italia. La mia prima fu sulle connessioni tra beat generation e musica rock, la mia ultima su Astral Weeks di Van Morrison,.Avevo cominciato bene e finivo meglio, anche se non lo sapevo. Grazie a Jam ho incontrato per telefono o di persona eroi assoluti della mia vita: Paul McCartney, Joe Strummer, Patti Smith, Robbie Robertson e una valanga di altri, ad esempio la mia amata Beth Orton, con la quale nel backstage di un suo concerto quasi ci baciavamo sulle labbra e nella sua camera d'albergo con le scarpe coi tacchi sbattute in giro e il letto disfatto Chrissie Hynde. Sogni di rock'n'roll.

Jam era tutto e il contrario di tutto: pensavamo di essere grandi giornalisti, poi una volta al mese a me e a Claudio ci toccava scaricare in garage il nuovo numero. Ci chiedevamo: ma anche Jann Wenner e Greil Marcus scaricavano Rolling Stone in cantina?

Poi succedeva anche di andare in stampa (poche volte eh) con una svista madornale, come quando scrivendo una recensione di un disco di Meshell Ndegeocello, non ricordandomi come si scriveva esattamente e proponendomi di controllare in seguito, rimase nella versione andata in stampa e poi in tutte le edicole la frase: "il nuovo disco di Meshecomecazzosichiama". Vabbè, è rock'n'roll anche questo.

Yours, truly. Mark Knopfler con il suo vero fratello

Ho viaggiato in Europa grazie a Jam: concerti e interviste a Londra (Mark Knopfler, Sheryl Crow, Lauryn Hill), in Germania (John Mellencamp, Aerosmith, Kings of Leon). Dopo il concerto di Mellencamp ero così eccitato - e ubriaco - che quasi cercai di mettere in pratica una leggenda del rock'n'roll: sfasciare la camera d'albergo. Riuscii solo ad aprire una bottiglia di birra sul davanzale della finestra, non se ne deve essere accorto nessuno, meglio così. Con gli Aerosmith invece io e un collega di un altro giornale partimmo convinti che tutto, viaggio, albergo e soprattutto cibo alcolici fossero pagati dalla casa discografica come era sempre successo. Invece no: solo viaggio e albergo erano pagati e avevamo speso in alcol più del viaggio. Fu un momento di panico leggendario. Ma era anche l'inizio della fine del giornalismo musicale italiano: i soldi stavano finendo. Adesso gli artisti esteri non vengono neanche più in Italia a farsi intervistare, i viaggi te li devi pagare e invece del disco omaggio ti arriva un bel link da fare il download. Non crediate che stia facendo quello della "casta": chi ha lavorato nei mensili musicali specializzati di soldi ne ha sempre visti pochi e quelli non erano privilegi, ma un modo di arrotondare.

Claudio Todesco, con cui ho scazzato spesso (minchia, mi correggeva anche le virgole in bozza) rimane un esempio di professionalità e serietà come nel giornalismo musicale non ho mai incontrato. Infatti mi sono sempre chiesto come mai facesse il giornalista musicale. E un grande scrittore: spero che il giornalismo non perda la sua firma, adesso che non c'è più Jam.

Con Ezio ci siamo lasciati male, era un periodo di merda della mia vita (toh, lo è ancora adesso), ma è stato un amico, sempre.

In questi ultimi anni che non ero più a Jam quasi una volta al mese sognavo di tornare a lavorarci: Ezio non ne era molto contento, ma me ne dava la possibilità. Questo per dire quanto mi mancava quel giornale.

Adesso se n'è andata anche la Liliana, sorella di Ezio, che era un po' la nostra mamma adottiva. Mi dispiace un casino. Mi dispiace di tutto. Ma ho anche incontrato un sacco di bella gente: i nostri collaboratori, troppi per ricordarli tutti. Loro sanno chi sono. Che cazzo di lungo strano viaggio è stato.

Monday, November 04, 2013

And these visions of Johanna are now all that remain

Sembra strano, a dirsi, ma Bob Dylan, nei suoi trent’anni di calate in Italia da quella prima volta nel 1984, non aveva mai suonato prima in un teatro. A parte la splendida cornice dell’Arena di Verona, un paio di volte, per il resto sempre e soltanto palazzetti dello sport dalla pessima acustica, campi di pallone inariditi o affondati nel fango. L’eccezione è stata qualcuna delle nostre splendide piazze medievali. Si sa che la musica rock è qualcosa di viscerale che si vive in qualunque condizione (pur alcuni, peggio è la condizione ambientale meglio è), ma certamente una sede come il Teatro degli Arcimboldi, pensato per la musica classica, Bob Dylan l’ha finalmente meritata. E per ben tre sere consecutive, anche se oggi il cantante presenta scalette sempre simili ogni sera, con una ritrovata professionalità e attenzione al particolare che fa un po’ rimpiangere lo zingaro irriverente e arruffone che anni fa cambiava e improvvisava le scalette direttamente sul palco. Chi scrive ricorda ancora gli sguardi terrorizzati dei suoi musicisti sul palco quando una sera, a Roma, buttò lì con nonchalance una Homeward Bound di Simon and Garfunkel evidentemente mai provata prima e di cui si era ben guardato di avvertire che l’avrebbe suonata.


Il Dylan di oggi presenta uno spettacolo ben ferrato e ben provato, con la novità, in questi concerti europei autunnali, di presentare molti dei pezzi che compongono il suo ultimo disco in studio, “Tempest”, dunque una novità per tutti colore che lo vanno a vedere.

Per Bob Dylan in concerto vale sempre il vecchio assioma: andare a vederlo è come assistere a William Shakespeare che sta mettendo in atto la sua ultima opera. Ma, viceversa, anche quanto disse una volta un amico americano: Dylan oggi è come uno dei volti scolpiti sul Monte Rushmore, uno dei padri dell’America, ma anche una scultura fissata e immobile nella sua grandezza, che non dice e non comunica nulla se non la propria effige.


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Friday, November 01, 2013

Lunga vita alla bellezza

Ai nostri vicini:

Che autunno meraviglioso! Tutto luccica e splende come oro e tutta quell'incredibile morbida luce. L'acqua ci circonda.
Lou e io abbiamo passato molto tempo qui negli ultimi anni, e anche se siamo gente di città questa è la nostra casa spirituale.

La settimana scorsa avevo promesso a Lou di portarlo fuori dall'ospedale per tornare a casa, a Springs. E l'abbiamo fatto!
Lou era un maestro di tai chi e ha passato i suoi ultimi giorni qui, felice, abbagliato dalla bellezza, e dalla forza, e dalla dolcezza della natura. E' morto domenica mattina guardando gli alberi e facendo la famosa posizione 21 del tai chi, con le sue mani da musicista che si muovevano nell'aria.

Lou era un principe e un combattente e so che le sue canzoni sul dolore e la bellezza del mondo riempiranno molta gente dell'incredibile gioia che aveva per la vita. Lunga vita alla bellezza che scende, attraversa e si impadronisce di tutti noi.


Laurie Anderson
moglie innamorata e amica eterna


Wednesday, October 30, 2013

La donna che visse una volta sola, ma morì due volte (Una storia di Halloween)

Irlanda, primissimi anni del settecento. Margorie McCall, una giovane donna, muore di una grave forma di febbre che l'ha colpita. E' il 1705. Viene sepolta in fretta, per paura che la sua febbre possa in qualche modo essere contagiosa. Il problema è che nella fretta il marito le lascia al dito un anello di grande valore economico. La coppia era evidentemente conosciuta nel villaggio se la notte stessa della sua sepoltura due ladri di tombe sono già lì a scavare per portarle via l'anello. Il quale però non voleva saperne di uscire. Così i due personaggi pensano bene di tagliare con un coltello il dito intero dove si trovava l'anello. Purtroppo per loro, non appena ebbero staccato il dito e il sangue cominciato a zampillare, Margorie McCall si risveglia dal coma in cui era caduta urlando dal dolore. Non era morta evidentemente, solo caduta in uno stato di coma, ai tempi difficile da identificare. Secondo le storie dell'epoca, benché il destino dei due ladri rimanga sconosciuto, uno dei due morì stecchito dal terrore, l'altro scappò via così lontano che di lui non si seppe più nulla e tutti dubitarono che fosse mai tornato a fare il ladro di tombe.


A quel punto Margorie si alza dalla fossa e si mette in marcia verso casa. Dove il marito si stava mettendo a cena con i figli. Sentono bussare alla porta. Il vedovo dice: se vostra madre non fosse morta, giurerei che questo è il suo tipico modo di bussare alla porta. Il pover'uomo si dirige all'uscio, apre e si ritrova davanti la moglie ancora vestita dell'abito funebre e con una mano sanguinante. Cadde a terra stecchito. Venne sepolto nella fossa che la moglie aveva lasciato vuota. Le parti si erano invertite nel giro di poche ore.


Margorie McCall in seguito si risposò, ebbe altri figli e quando finalmente morì di vecchiaia venne sepolta nel cimitero di Shankill, a Lurgan, dove la sua tomba si trova ancora oggi. Sopra la lapide, l'iscrizione: “Lived Once, Buried Twice", visse una volta sola, ma morì due volte.


La morale di questa storia? Irish women are strong as fuck...


(questo racconto, in dozzine di versioni, esiste quasi in ogni parte d'Europa da centinaia di anni, il più vecchio risale al XIV secolo; la tomba di Margorie McCall a Lurgan in realtà non esiste, la targa con la frase citata fu aggiunta un centinaio di anni fa a una tomba sconosciuta)

Sunday, October 27, 2013

New York City Man

- Lewis Allan Reed (Brooklyn, 2 marzo 1942 – Long Island, 27 ottobre 2013)

One fine morning, she heard on a New York station
she couldn't believe what she heard at all
She started dancing to that fine-fine music
her life was saved by rock 'n' roll





Magician Magician take me upon your wings
and ... gently roll the clouds away
I'm sorry so sorry I have no incantations
only words to help sweep me away

I want some magic to sweep me away
I want some magic to sweep me away
I want to count to five
turn around and find myself gone
Fly through the storm
and wake up in the calm

Release me from the body
from this bulk that moves beside me
Let me leave this body far away
I'm sick of looking at me
I hate this painful body
that disease has slowly worm away

Magician take my spirit
inside I'm young and vital
Inside I'm alive please take me away
So many things to do - it's too early
For my life to be ending
For this body to simply rot away

I want some magic to keep me alive
I want a miracle ... I don't want to die
I'm afraid that if I go to sleep I'll never wake
I'll no longer exist
I'll close my eyes and disappear
and float into the mist

Somebody ... please hear me
my hand can't hold a cup of coffee
My fingers are weak - things just fall away
Inside I'm young and pretty
Too many things unfinished
My very breath taken away

Doctor you're no magician - and I am no believer
I need more than faith ... can give me now
I want to believe in miracles - not just belief in numbers
I need some magic to take me away

I want some magic to sweep me away
Visit on this starlit night
replace the stars the moon the light - the sun's gone
Fly me through this storm
and wake up in the calm ...
I fly right through this storm
and ... I ... Wake ... Up ... In ... The ... Calm





Friday, October 25, 2013

The Enemy

Chi è il Nemico, chi è lo straniero, chi è l’occulto e misterioso male che ci assale? Lo vedi in un passante per strada, il Nemico: gli sguardi si incrociano per un breve istante, brividi lungo la schiena, poi il passante, il Nemico, sparisce tra la folla. Ma non sei solo: il Nemico è sempre attorno a te. Sono le banche, sono i politici, sono le cattiverie di ogni giorno, sono i totalitarismi e il fanatismo che prendono il sopravvento sul significato vero della religione. Ma alla fine, il Nemico sono io stesso e lo riconosco quando mi guardo allo specchio. “Hats off to (Roy) Harper”, giù il cappello davanti a Roy Harper, cantavano i Led Zeppelin nel loro terzo album, mentre i Pink Floyd lo invitavano a cantare una loro canzone sul disco “Wish You Were Here” qualche anno dopo.
Roy Harper, che da tutta la vita combatte contro quel Nemico, è tornato, dopo anni e anni di silenzio, che lo si pensava ormai ritiratosi dal music business.



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Saturday, October 19, 2013

Pioggia fredda. E un sacchetto della spesa in ciascuna delle mani

Lo vedi che stai tornando a casa in queste sere che l’autunno sfila nell’inverno che ancora non fa freddo ma neanche più caldo e la pioggerella scende fastidiosa e cade già al fondo delle ossa. Lo vedi lì impalato davanti al citofono con un sacchetto in ciascuna delle mani il buffo cappellino tipo da baseball, la pancia prominente la vecchiaia che s’allarga dalle spalle a quel viso. Che quando ti sei avvicinato da lontano lo vedi ancora più vecchio e ti domandi che diavolo ci fa impalato davanti al citofono che ormai se in casa ci sono avrebbero dovuto aprirgli e se invece non c’è nessun ormai lo dovrebbe aver capito.



Lo vedi sempre lì che fissa i citofoni senza muovere un muscolo gli occhi nascosti dietro gli spessi occhiali e tu che hai ormai aperto il portone stai a guardarlo incantato e ti domandi ma cosa diavolo aspetta.
E lo vedi come fosse un fantasma una presenza fastidiosa un urlo muto davanti al maledetto citofono che non risponde e allora gli domandi un po’ timidamente scusi vuole entrare e lui non risponde e continua a fissare il citofono muto i sacchetti della spesa uno in ciascuna delle mani.

E alla fine ti muovi entri e chiudi il portone e ti domandi quante ore ancora rimarrà davanti a quel citofono immobile con un sacchetto della spesa in ciascuna delle mani.


E mentre vai verso l’ascensore cominci a pensare una storia che viene fuori da sola dal buio e vedi quell’anziano con due sacchetti della spesa in ciascuna delle mani solo che non è ancora anziano ma un giovanotto sereno che ha suonato quel citofono e ha sentito grida di bambini e poi la moglie che gli ha aperto e lui che entra sorridente guardate cosa ho comprato uscendo dal lavoro dai metti su le pentole su bambini venite qua a giocare col papà.

Cosa l’ha portato ancora qui pensi mentre stai entrando in casa quel vecchio uomo con i suoi sacchetti della spesa in quell’appartamento ormai da tempo non abita più nessuno non ci sono bambini non c’è una moglie che attendono il papà che attende il marito. Non c’è più nessuno, ma tu rimani davanti al citofono a fissarlo sotto la pioggia fastidiosa che l’autunno sta scivolando nell’inverno un sacchetto della spesa in ciascuna delle mani.

Friday, October 11, 2013

New York City serenade

Ci fu un periodo tra il 1969 e il 1973 all'incirca in cui uscirono nei negozi alcuni dei migliori dischi live di tutti i tempi. Non che dopo e anche in anni recenti non ne siano usciti più, ma sicuramente in quei pochi anni si concentrò un tale numero di dischi straordinari come mai più in seguito. Il motivo era semplice: quegli anni corrispondevano infatti allo strapotere della musica live rispetto a quella in studio. Le logiche dei 45 giri, spariti da tempo, ma anche quelle degli lp, le logiche di mercato insomma, si erano infrante contro una voglia di vivere la musica in presa diretta, in comunione, in piena libertà. Era l’epoca dei festival, certamente, ma non solo: i musicisti stessi godevano di questa dimensione che lasciava aperte le porte a ogni genere di improvvisazione e libertà. Basta dare un’occhiata veloce ad alcuni dei titoli dal vivo usciti in quei quattro anni: “Live/Dead” dei Grateful Dead; “The Turning Point” di John Mayall; “Made in Japan” dei Deep Purple; “At Fillmore East” della Allman Brothers Band; “4 Way Street” di CSNY; “Kick Out the Jam” degli MC5; “Get Yer Ya-Ya's Out!” degli Stones; “Mad Dogs & Englishmen” di Joe Cocker. Solo alcuni. Altre band, tipo i Led Zeppelin avrebbero goduto di uscite live inerenti a quel periodo solo decenni dopo, ma comunque testimonianza di quell’epoca unica per la musica dal vivo. In seguito, si fu costretti ad assistere a fenomeni imbarazzanti, cioè il ritoccamento in studio delle performance live, come nel tristemente noto caso degli Eagles. Il loro – vendutissimo – live del 1980 infatti venne corretto in studio per cancellare ogni possibile errore, almeno al 50% ponendo di fatto fine al disco dal vivo come pura improvvisazione rendendolo invece riproposizione di grandi successi il più simile possibile ai dischi in studio.



Tornando a quell’epoca d’oro, tra quella caterva di meraviglie, c’è un altro live, “Rock of Ages” di The Band, uscito nel 1972. Ai tempi un doppio vinile, documentava le quattro serate che il 28, 29, 30 e 31 dicembre 1971 il gruppo che fu accompagnatore di Bob Dylan aveva tenuto all’Academy Of Music di New York.

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Wednesday, October 09, 2013

La guerra nei nostri cuori

Non capita spesso di intervistare una band che ha appena pubblicato il suo nuovo disco e nel frattempo si è sciolta. Al sottoscritto non era mai successo, almeno. E' quello che invece è successo ai Civil Wars, un nome che visto come sono andate le cose, è tutto un programma, come si suol dire. Una guerra civile, una guerra interna che ha portato alla disintegrazione di una delle più interessanti realtà del neo-folk americano, fenomeno che in questi ultimi anni grazie al successo mondiale di gruppi come Mumford and Sons, Fleet Foxes o Avett Brothers ha riportato alla ribalta la grande tradizione musicale americana e anglo sassone. Anche i Civil Wars, benché ancora sconosciuti in Italia, hanno goduto di questo successo con il loro disco di esordio, "Barton Hollow", premiato con ben due Grammy come miglior disco folk e miglior disco country. L'omonima pubblicazione che esce in questi giorni avrebbe dunque dovuto essere la consacrazione del duo, composto dalla bella e brava Joy Willliams e da John Paul White, seconda voce e straordinario chitarrista acustico. Magari avrà successo comunque, sta di fatto che a disco non ancora uscito i due hanno annunciato pubblicamente un momento di stasi e di ritiro dalle scene: non ci saranno concerti a promuovere l'uscita e nessuno sa se i due torneranno insieme.



Una storia tormentata, che ricorda frizioni interne tra membri dello stesso gruppo, ad esempio quella dei Fleetwood Mac che in mezzo a dissapori e storie d'amore andate male producevano il loro capolavoro "Rumours".



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Sunday, October 06, 2013

Quando il gioco si fa duro...

Il film che ha rovinato una generazione: mai slogan fu più appropriato. Io posso dirlo, perché faccio parte di quella generazione di rovinati. Avevo 17 anni infatti quando una sera mi portarono a vedere Animal House. Era il 1979 e l’originale in America era uscito circa un anno prima, ma allora i film ci mettevano un po’ ad arrivare da queste parti. Mi trovavo a Milano, sulle tracce della solita ragazzina _-questa aveva i capelli biondi e corti però - altrimenti a Chiavari non so se l’avrei mai visto che i film lì arrivavano dopo secoli quando arrivavano. Ricordo che rimasi piuttosto traumatizzato da quello che vidi, non sapevo se ridere o rimanere a bocca aperta tanto quel film mostrava cose per noi italiotti di provincia impensabili, ma allo stesso tempo sentivo che erano le cose che avevo sempre sognato e desiderato. Dopo aver visto Animal House, proprio come quando ascoltai qualche anno prima Bob Dylan per la prima volta, inutile dire che la mia vita non fu più la stessa.



Eh sì, eravamo così fessi da provare a bere una bottiglia di Jack Daniel a canna come avevamo visto farlo a John Bluto Belushi, solo che lui beveva una bottiglia di tè freddo messo al posto del JD.



Ci siamo rovinati fegato reni e quant’altro e abbiamo provato a fare i nostri toga party anche se con risultati non così eclatanti. Ma ci siamo divertiti e ancora oggi ci sentiamo intrappolati in quel film e in quegli eroi. Vorremmo che la nostra vita fosse un eterno toga party, ce lo ha ricordato anche Bruce Springsteen questa estate quando ci ha fatto cantare Shout e ha trasformato San Siro in un toga party da 60mila persone. Ma fu davvero un film che cambiò la gente e cambiò il cinema: le imitazioni da quattro soldi che ne seguirono non si contano.




Scopro solo adesso che il film è ambientato nel 1962, l’anno in cui sono nato e penso che non sono solo coincidenze: insieme ad American Graffiti I e II e a un Mercoledì da leoni, il miglior film americano degli anni 70.
Quelli erano anni: quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. Poco importa che noi duri abbiamo perso.

(Il film torna al cinema nei giorni 7, 8 e 9 ottobre. I primi che si presentano in toga entrano gratis: toga toga toga per sempre)


Sangue nei solchi del cuore

“Bob Dylan è in città, c’è bisogno di catturare qualcosa di magico”. La “città” è ovviamente New York, al telefono John Hammond, il più gran...

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