Saturday, March 01, 2014

To dance beneath the diamond sly

Bizzarro – ma mica tanto – che subito dopo aver riscoperto e riapprofondito i legami con il mio scrittore contemporaneo preferito, Nick Hornby, grazie a un suo vecchio libro letto solo adesso, riscopro e riapprofondisco i miei legami anche con il regista contemporaneo che, adesso lo so, è anche il mio preferito. Ho visto infatti per caso, come sempre mi succede con i film, Elizabethtown di Cameron Crowe, un film uscito nel lontano 20005: è incredibile come Crowe stia al cinema quanto Hornby stia alla letteratura.
La cifra che li contraddistingue è infatti la musica rock, intesa non come sottofondo riempi buchi, ma come parte integrante della vita. Non sono due cose separate: coincidono, si alimentano, si commentano, si confondono e si esaltano. Il risultato è sempre quello di dare una ventata di bellezza e di ottimismo.




Nessuno come Cameron Crowe sa usare le canzoni rock con altrettanta efficacia e buon gusto: Elizabethtown, che inizialmente mi sembrava un film stucchevole e che onestamente non ha questa gran trama, si risolve come la sua ennesima deliziosa, confortante e piacevolissima iniezione di bellezza. E che canzoni. Altro che il borioso uso che ne fanno i fratelli Coen, specie nell’ultimo fallimentare A proposito di Davis, dove la musica viene piegata alle esigenze immancabilmente pessimiste, dei due registi. Con Crowe la musica si impone: è la vita, è la realtà, ma solo pochi fortunati sanno percepirlo, devono avere amato la musica davvero tanto per capire questo fondamentale passaggio. “To truly love some silly little piece of music, or some band, so much that it hurts” come diceva una delle groupie in Almost famous, il film capolavoro di Crowe e il più bel film mai girato sulla musica rock. Ma sono cose queste che capiamo solo noi che nella vita siamo i “supplenti”, non i protagonisti, come dice la protagonista di Elizabethtown: noi le figure secondarie, quelli che non ci prendono mai sul serio, i falliti, i perdenti. Abbiamo il nostro piccolo segreto che ci aiuta a stare a galla.

Di Crowe ho trovato pretenzioso e noioso solo Vanilla Sky, il resto, da Singles a Jerry McGuire, sempre affascinante. Sì: Crowe è un inguaribile ottimista. Ma anche noi cinici abbiamo bisogno di ottimismo, almeno al cinema. E lui lo fa in modo convincente, ricco di magia e noi crediamo alla magia, do you believe in magic?
Elizabethtown si risolve meravigliosamente nell’ultima mezz’ora: in quel viaggio on the road non c’è solo la salvezza del protagonista, ma anche un minidocumentario sulla storia della musica rock con alcune canzoni straordinarie. E il finale.,. sì il finale è perfettamente a lieto fine. Ci sta. A cosa servirebbero altrimenti le canzoni rock? D’altro canto tutto il film è stato ispirato da un verso magico, quello che Bob Dylan scrisse in Mr. Tambourine Man: to dance beneath the sky with one hand waving free… Le canzoni rock dicono la verità. Sempre. Così che si può aver voluto così bene al proprio padre – o marito – morto da

Sunday, February 23, 2014

Come diventare buoni

“Che cosa ti fa pensare che io sia triste?”

“Ah! Tu sei triste per definizione. E’ la tua condizione permanente.”



Nick Hornby salva la vita. Nick Hornby è il miglior scrittore della mia generazione. In realtà non so se sia così, so che ogni volta che mi imbatto in un suo libro (ne ho letti solo quattro: Alta fedeltà, Un ragazzo, Tutta un'altra musica e Come diventare buoni) la mia vita diventa migliore, per quel tempo almeno che dura la lettura del libro. Come insegna proprio Come diventare buoni, l’ultimo che ho letto, è impossibile infatti cambiare la propria e altrui vita per sempre, ma il fatto che possa cambiare in meglio anche per poco, è già abbastanza.
A Nick Hornby mi sono sempre avvicinato con diffidenza, anche perché quando l’’ho scoperto era già un mito di generazioni intere e a me i miti scoperti da altri solitamente non piacciono. Devo scoprirli io, devono avere a che fare con me, devono parlare a me. Così + stato: leggendolo in ritardo rispetto alle masse, ho scoperto che Hornby scriveva di me e parlava a me. Nick Hornby mi parla, e alla grande: sa tutto di me. E poi scrive da dio. Ad esempio in Come diventare buoni, all’inizio non mi piaceva: uno scrittore uomo che scrive un libro in cui la protagonista è una donna? Ma che ne sa un uomo di cosa sia una donna? Presuntuoso, ho pensato. Poi invece mi sono arreso perché Hornby scrive veramente da dio. Fa sorridere, fa rolorare dal ridere, fa piangere, fa incazzare, ma soprattutto è un realista straordinario, una sorta di Raymond Carver in chiave generazione 2.0. Ha una compassione enorme per le persone di cui scrive, Nick Hornby, che è tenera e commovente: vuole bene al prossimo, si capisce, e non lo giudica, anzi lo abbraccia.


Come diventare buoni me l’ha regalato la mia famiglia lo scorso Natale, evidentemente perché pensavano che io debba diventare buono, e hanno ragione. Come dice la mia collega di scrivana in redazione, io sono una persona orribile. Proprio come David, il marito della protagonista Katie, che ha – con mia somma invidia – una rubrica sul quotidiano della sua città intitolata L’uomo più arrabbiato di Holloway. E’ il mio sogno avere una rubrica così.
Come diventare buoni, oltre a contenere pagine di letteratura di classe immensa, è bello perché alla fine ti dice che diventare buoni è impossibile. Ho tirato un sospiro di sollievo quando me ne sono accorto. Ma allo stesso tempo scava a fondo nelle nostre esistenze miserabili e ne tira fuori l’essenza: al fondo di noi stessi, desideriamo una cosa sola, appunto essere buoni. E’ ciò che fa la nostra consistenza, è nel nostro cuore e ci definisce, anche se cerchiamo di scacciare questa cosa ogni giorno di più. Così non serve il matrimonio a renderci buoni, non servono i figli, il lavoro, l’impegno nel sociale, andare in chiesa la domenica.
E’ qualcosa di più grande di noi, tocca affidarsi, e Hornby, pur chiudendo il libro in modo violento e apparentemente amaro - perfettamente carveriano, con la domanda lasciata irrisolta -, lascia intuire che è un lavoro da fare e da chiedere. Tolte le croste della banalità che ci contraddistingue – anche e soprattutto quella del buonismo – resta un cuore che implora per sé e per gli altri. E se nel nostro cuore c’è questo desiderio, fa intuire Hornby, vuol dire che ci è stato messo dentro e che allora tocca capire chi è stato. Uno buono, immagino.

Sunday, February 16, 2014

Siamo tutti come Giobbe

"Sentirsi tristi, ma proprio tristi tristi, tanto da chiedervi il senso della vita: a mio padre capitava spesso". Margherita è la figlia di Roberto Freak Antoni, il leader degli Skiantos, il gruppo - a torto o a ragione - definito di "rock demenziale", scomparso nei giorni scorsi. Quando Margherita finisce di parlare, di dire la sua orazione funebre ai funerali del padre, qualcuno alza un cartello con la scritta ovazione, in quello stile che sarebbe piaciuto al padre scomparso.



Chi sia stato veramente Freak Antoni è difficile dirlo, ma a questo punto non conta più. Figlio di una stagione particolarissima della storia italiana, quella che vide negli indiani metropolitani alla fine degli anni 70 porre domande implacabili a cui nessuno seppe rispondere, mentre la rivoluzione del movimento studentesco finiva inghiottita negli anni di piombo, dello spirito di quella stagione fu l'interprete migliore. Fece sua la cinica ironia di chi aveva perso tutto: le speranze, le utopie, le ideologie dei fratelli maggiori e si trovava a guardare i carri armati nelle strade di Bologna, mentre - eresia - questi perdenti fischiavano e insultavano i leader sindacali, i leader intoccabili dell'ideologia che li aveva traditi per primi. Chi c'era, ricorda quella stagione come un ultimo grido alzato al cielo: vogliamo il mondo e lo vogliamo adesso. Un grido disatteso.

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Wednesday, February 12, 2014

Cronaca vera

Mi chiamo Francesca. Ho 14 anni e non so perché mi trovo in questo posto. E’ buio, fa freddo, ci devono anche essere dei topi schifosi. Li sento. In realtà so benissimo perché mi trovo qua. Sto salendo le scale fino al tetto. Questo era un albergo una volta. Ogni piano che faccio credo di sentire voci di bambini che ridono, mamme arrabbiate, papà che russano. Ma adesso è buio e fa freddo. E ci sono i topi. Devo arrivare sul tetto di questo schifo di albergo abbandonato e poi sarà finita. Mi dispiace tanto, mi dispiace nonna. Chiedo scusa a tutti, anche a papà e mamma. Ma sto salendo le scale al buio e poi non ci sarà più nessuno che mi prenderà in giro.

Volevo tanto bene al mio ragazzo, lui mi ha lasciato e vabbè ci stava, e me piaceva andare a scuola. Però mi prendevano in giro, ogni volta che scrivevo qualcosa e chiedevo per favore aiutatemi c’era qualcuno che mi diceva che ero una brutta culona e che dovevo morire. «Fai schifo come persona». Perché? Le mie piccole bocche aperte sulle braccia chiedono solo un po’ di aiuto. «Spero che uno di questi giorni taglierai la vena importantissima che c’è sul braccio e morirai!». Non dimenticatemi. Fra poco sarò morta davvero. Mi dispiace tanto nonna.

Ecco, sto per buttarmi di sotto. Così il computer non lo accenderò più e nessuno mi prenderà più in giro. Ciao nonna, addio anche a questi topi schifosi. Non voglio più piangere da sola in camera mia. Mi dispiace, chiedo scusa a tutti. Non dimenticatemi. Non so cosa sta succedendo.


Lui ha chiesto alla prima moglie se può prendere Caterina, Caterina ha 8 anni, può vederla due volte la settimana. Poi ha chiesto anche alla seconda moglie se può stare un po’ con Roberto, 2 anni, è figlio di questa altra donna e suo, naturalmente. Solo qualche ora, sto traslocando, spiega, mettiamo via le robe negli scatoloni, giochiamo un po’. Va bene, hanno detto tutte e due, alle 20 mando mia mamma a prendere Caterina. Ok, Roberto lo riporto io.
Nella casa c’è confusione e sporcizia, a Caterina non piace, Papà voglio andare a casa. Anche questa è casa tua, risponde lui innervosito. Roberto inciampa su degli scatolini e comincia a piangere. Lui rivede in pochi istanti una vita di fallimenti, due matrimoni fottuti andati in pezzi, il secondo pochi giorni prima di Natale. Che schifo pensa. Poi il lavoro che c’è ok, ma quanti soldi mi ci vorranno adesso per pagare tutti questi alimenti, pensa. Non ce la potrà mai fare. Sono solo. Guarda i suoi bambini e gli viene da piangere. Sono solo. Ho fallito tutto. Non sa come si è trovato quel coltellaccio per tagliare il salame tra le mani, però gli dà un senso di sicurezza.


Si guarda attorno. Quello non è un posto per due bambini piccoli, tutto quel casino e lo sporco. E’ allora che si avvicina prima a lei e con un taglio veloce le squarcia la gola. Non riesce neanche a gridare. Poi tocca al fratellastro. Il sangue zampilla ovunque. Cosa ho fatto. Telefona al fratello per dirglielo poi si pianta il coltello nel petto. Ma lui non è degno neanche di morire.

Che fallito sono, pensa mentre lo portano in ospedale.
Fuori la nonna è arrivata a prendere la sua nipotina, ma l’hanno già portata via quelli della polizia mortuaria. Nella notte fredda un urlo indicibile si alza nel buio. I miei bambini. La mia bambina.

Monday, February 03, 2014

Uncool


Era un inverno del cazzo. Freddo, neve, tantissima neve: anche Times Square, la porta verso Brooklyn e i teatri era sommersa di neve. Qualche sera prima era andato a vedere una nuova messa in scena di Aspettando Godot. Gli piaceva il teatro, gli era sempre piaciuto e adesso, a 46 anni, gli piaceva ancora di più. Hollywood e quel mondo di finti bastardi cominciava a stancarlo. Non che lui aveva mai dovuto sottomettersi a qualche ruolo imbecille per un po’ di soldi. No, aveva sempre scelto le sue parti dopo averle studiato a fondo e allora diceva sì o no. Come quando gli avevano proposto di interpretare il ruolo di Hilly Kristal, il fondatore del CBGB’s. Aveva rifiutato perché, aveva detto loro, “non era una sceneggiatura storicamente realista”. Ecco.

Faceva freddo a New York in quei giorni, e sulla costa est era arrivata una nuova partita di eroina che, dicevano, era peggio di mettersi nelle vene un veleno per i topi: ci lasciavi la pelle subito, e di morti se ne stavano già trovando parecchi in giro, fulminati da una overdose. Per distinguerla, qualcuno vendeva le bustine di eroina con un asso di picche e un asso di cuori stampato sopra. Le bustine con l’asso di picche le prendevi a tuo rischio e pericolo.


"L'unica vera moneta in questo mondo in bancarotta è ciò che si condivide con qualcuno quando sei uncool": da qualche tempo quelle parole gli risuonavano in continuazione nella testa. Le aveva dette lui in uno dei suoi tanti ruoli di attore, o le aveva sentite dire da qualcun altro? Quando si recita a lungo, e in ruoli di personaggi così tragicamente devastati, ad esempio quel sacerdote che forse era stato un pedofilo, ma nessuno lo sapeva, neanche lui, alla fine finisci per diventare un altro, la tua identità si mischia con quella del personaggio. Lui, da tempo, forse da sempre, si sentiva “uncool”. Non si sentiva a suo agio in un mondo di cui non si sentiva parte. Sto sempre a casa, io non esco mai, diceva Lester Bangs/Philip Seymour.

Così quelle sere nonostante il freddo girava per le strade di NYC. Aspettava il suo uomo. Per 23 anni era stato pulito, poi un anno e mezzo fa aveva ripreso a farsi. Perché? Forse era stanco. Anche una vita piena di soddisfazioni ti stanca e ti svuota l’anima. Aveva una compagna e tre figli splendidi, ma si sentiva inadeguato, aveva paura. Forse era quel vuoto che si portava dentro da sempre, da quando bambino aveva visto sua madre crescere lui e gli altri tre fratelli da sola, perché il padre se n’era andato. Un padre che scompare non si rimpiazza con nulla, neanche con un premio Oscar, e lo aveva detto quella sera a Hollywood, prendendo in mano la statuetta e ringraziando davanti a tutti gli imbecilli in sala sua madre.

Allora quella mattina, prima di andare a prendere i figli e portarli a scuola, aveva deciso di farsi ancora una volta. Poi si sarebbe sentito meglio, avrebbe guardato i figli negli occhi sapendo di poter dire loro: io non vi abbandonerò mai. Altrimenti, temeva di non riuscirci.

Ancora in mutande era andato in bagno, aveva tirato fuor siringa e laccio e aveva preso in mano le due bustine. Su di una c’era un asso di picche, sull’altra quello di cuori. Non si ricordava più cosa gli aveva detto l’uomo che gliele aveva vendute, e decise di mettere nella siringa la povere che era in quella con su l’asso di picche.

Lo ritrovarono con la siringa ancora infilata nel braccio. C’erano otto bustine vuote vicino a lui e altre due ancora piene di eroina. Nessuno avrebbe mai saputo se aveva cercato apposta l’overdose.

Qualcuno nell’appartamento accese una radio. Si faceva fatica a sintonizzarsi, le frequenze erano disturbate. Fino a quando non venne captata una voce che veniva da molto lontano. Era la sua voce. Stava lanciando il suo ultimo messaggio al mondo:

“Cari ascoltatori, vi dico solo questo: che Dio vi benedica! Quanto a voi bastardi al potere, non sperate che sia finita! Anni che vanno, anni che vengono e i politici non faranno mai un cazzo per rendere il mondo un posto migliore! Ma ovunque nel mondo, ragazzi e ragazze avranno semre i loro sogni e tradurranno quei sogni in canzoni...
Non muore niente di importante questa notte! Solo 4 brutti ceffi su una nave di merda! L'unico dispiacere stanotte è che negli anni futuri ci saranno tante fantastiche canzoni, che non sarà nostro privilegio trasmettere ma, credete a me, saranno comunque scritte! E saranno comunque cantate! E saranno comunque la meraviglia del mondo!".


Philip Seymour Hoffman (July 23, 1967 – February 2, 2014)

Friday, January 31, 2014

Sign on the cross

Vorrei tirarti giù da quella croce. Vorrei tirarti giù e portarti a fare un giro, mostrarti la mia miseria quotidiana. Perché vengo qua tutte le mattine ormai da anni e sto a fissarti: non fai un cenno, non apri quegli occhi, anzi li tieni aperti ma sono sempre lì che fissano l'alto dei cieli, degnati una volta di guardare in basso. Puoi? Neanche un ghigno con la bocca. Niente. Ho anche toccato tante volte quel ginocchio tutto consumato da migliaia di mani che lo hanno accarezzato per non so quante centinaia di anni, ma niente. Certo capisco benissimo: anche tu hai i tuoi problemi. Immagino che stare inchiodato per le mani e i piedi da quasi duemila anni a questo pezzo di legno non sia piacevole. Però perché nessuno ti ha mai tirato giù di lì? Posso farlo io? Mi fai una rabbia a volte, che quel ginocchio lo prenderei a pugni.


Fai un cenno. Uno qualunque, mandami a quel paese, dimmi di restare, cacciamo fuori di qui, non mi mandare via, sputami in faccia. Qualcosa, qualunque cosa. Perché a un certo punto ci si stanca di guardare quel volto scolpito nel legno e non avere mai una risposta. Un segno. Scendi giù, vieni giù, andiamo fuori, prendiamo un caffè insieme, possiamo andare al sushi bar qua avanti se vuoi. Una sigaretta? Tu resti lì.

Chi sceglie al posto tuo? Chi decide che una vita sia fortunata e un'altra sfortunata? Chi dà i meriti e le competenze? A chi le maledizioni e la sofferenza, il dolore sordo, il buco nello stomaco, la rabbia che acceca lo sguardo, il sangue che ribolle nelle vene. A chi la disperazione e a chi la serenità? C'è un metodo? O è un gettito di dadi, a casaccio?


Fa freddo, piove, torniamo dentro, in quella chiesa. Tu alla tua croce, io alla mia. Toccherò comunque quel ginocchio ancora una volta. Ci si dimentica di tutto nella vita, anche dei morti. Perché non riesco a dimenticarmi di te?

Wednesday, January 29, 2014

This Machine Surrounds Hate and Forces It to Surrender

"Certo, è morto. Ma questo non significa che se ne sia andato": così Arlo Guthrie, figlio di quel Woody che aveva cantato e suonato con Pete Seeger, lui stesso compagno di avventure musicali in uno splendido revival degli anni 70 mai realmente interrotto, commentando la morte dell'anziano musicista americano. Pete Seeger, è di lui che stiamo parlando, è morto serenamente lo scorso lunedì, alla veneranda età di 94 anni. Una vita lunga, che ha attraversato quasi tutto il novecento in prima persona, ma anche questo terzo millennio cominciato da poco più di una decina di anni, perché, questa fu la qualità di Seeger, non si è mai fermato o arreso per un semplice motivo. In Seeger la canzone e la vita non avevano una spartizione, ma coincidevano. E lui ha sempre creduto di più nella canzone che nel cantante. Per questo, anche se morto, figure come quella di Peet Seeger non possono scomparire.

(Pete Seeger's banjo)

Certo, in questa epoca banale di notiziari usa e getta, di musica preconfezionata, di perdita della memoria e delle radici, la scomparsa di Seeger rappresenta un po' il taglio, doloroso, della grande quercia che vegliava sull'umanità e che ha tenuto unita l'America nei suoi laceranti conflitti interni. La caduta di questa quercia sta provocando grande rumore e turbamento, ma inevitabilmente da semi buoni potranno nascere frutti buoni.

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Saturday, January 25, 2014

Wanted man (?)

Quando sono tornato a casa, la sera che si era diffusa la notizia dell’arresto di Justin Bieber, mia figlia – 11 anni – era già lì dietro la porta che mi aspettava. Era evidentemente agitata, ma soprattutto stupita. Voleva sapere conferme dell’arresto di Justin Bieber. Mia figlia è ancora in quell’età che, da buona femmina, tifa esclusivamente per le femmine come lei, la notizia dell’arresto di Justin Bieber non la addolorava tanto per l’arresto di un suo idolo (insomma, lei tifa per Selena Gomez e non si dà pace perché lei e sempre Justin Bieber, si siano lasciati), quanto la sua agitazione era dovuta a un qualcosa che non capiva e in un certo senso la turbava.


Ad esempio non capiva come mai di qualcosa successo solo poche ore prima nella lontana America si parlasse già anche in Italia e di come lei e le sue amiche si stessero già messaggiando a tutta furia. Ho cercato di spiegarle qualcosa di quell’Internet che pure lei usa e abusa già da tempo, forse avrei dovuto dirle qualcosa di quello che il Papa ha detto in questi giorni a proposito dell’uso frenetico delle notizie che la Rete ci porta a fare, senza permetterci di fermarci a pensare a cosa sta davvero succedendo. Ma per questa volta ho rinunciato al Papa. Alla fine tra Bieber, Bergoglio e Internet le avrei dato un overload di notizie che è proprio il contrario di quanto hanno bisogno i ragazzini della sua età, visto che già fa male a noi adulti.

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Friday, January 17, 2014

L'uomo solo davanti al mare

Mio padre era un marinaio. lo è stato per tutta la vita. Non mi hai mai portato in barca con lui, non mi hai mai insegnato ad andare in nave.

Foto di Bruno Tesi


Mi ha permesso però di nascere in una città di mare, e così facendo mi ha messo nel cuore la nostalgia del mare, e la nostalgia della bellezza. Mi ha legato così a lui, e al mare.



L'uomo fermo davanti al mare aveva occhi di bambino,
ma la faccia segnata dal tempo raccontava il suo cammino.
Era già sera quando i marinai
ritornano col cuore nelle case,
era già sera e cercava un segno:
una vela all'orizzonte che non c'era.
E venne un angelo dal cielo: tra le nuvole una vela...

(C. Chieffo)

Grazie Lucia, Sara, Benedetto

Tuesday, January 14, 2014

Cosmic Charlie

ST. CHARLES – Jefferson Starship, album: “Spitfire”; anno di pubblicazione: 1976 - Ci sono dischi e gruppi rock finiti nel dimenticatoio o peggio bollati come spazzatura per superficiale conoscenza del gruppo stesso. Chi scrive anni fa andò a vedere un concerto di uno di questi gruppi: ricordo le facce schifate delle persone a cui lo dicevo. Quella sera sul palco c'erano Paul Kantner, Marty Balin e Jack Casady (tre membri fondatori dei Jefferson Airplane, uno dei più grandi gruppi degli anni 60), oltre a ottimi musicisti di supporto. Non c'era Grace Slick che con molto più onore di tanti suoi coetanei si era ritirata dalle scene a poco più di cinquant'anni di età. Non erano gli Airplane, ma la loro incarnazione successiva, cioè i Jefferson Starship. Il concerto fu ottimo e dignitoso, ma non è questo il punto: se è vero che a partire dalla fine dei 70 e negli 80 i Jefferson Starship fecero dischi spazzatura perdendo anche metà del nome e diventando solo Starship, nella prima metà dei 70 fecero quattro, magari tre e mezzo, dischi di grandissimo livello che la memoria storica del rock ha invece eliminato dalle cronache.


Se pensiamo che quel periodo storico diede vita a band ben più grossolane ma ancora oggi all'onore delle cronache i Jefferson Starship meriterebbero senz'altro più rispetto. Soprattutto, coniarono un modulo espressivo del rock che poi avrebbe fatto la fortuna di tante band davvero grossolane, quelle del cosiddetto rock da arena, mainstream rock di bocca buona.



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Wednesday, January 08, 2014

Make some noize

A volte quello che ci vuole veramente è un po' di rumore, aveva detto qualcuno anni fa. Quella che segue è una storia di rumore, quando il rumore è l'unica cosa che resta per farsi sentire, o per sentire se stessi.

Alla fine degli anni 60 una canzone tracciava le coordinate dell'apocalisse imminente così come la percepivano milioni di americani. All along the watchtower, scritta e incisa da Bob Dylan e pubblicata sul disco "John Wesley Harding" uscito nei primissimi giorni del 1968, l'anno in cui l'apocalisse sembrò davvero diventare ipotesi reale tra massacri in Vietnam e paese in preda alla rivoluzione, era una inquietante ballata acustica dai versi misteriosi sostenuta da un'armonica quasi impossibile da ascoltare, tanto lancinante e acida suonava nelle orecchie degli ascoltatori. Ispirata a diversi passaggi dell'antico testamento, essa sembrava esprimere una inquietudine potente, difficile da decifrare. Chi erano i messaggeri che stavano arrivando? Cosa portavano con sé, quale annuncio di morte e di paura? Chi erano il joker e il ladro, che studiavano come abbandonare una città troppo confusa e assassina? La vita ormai non era diventata altro che una beffa? In pochi versi scarni ed essenziali, Bob Dylan descriveva la pazzia che aveva avvolto la società americana, quella della guerra in Vietnam, e si tirava fuori da tutto ciò: io e te, si dicono il poker e il ladro, ci siamo già passati e non è questo il nostro destino, non diciamo falsità, l'ora sta diventando tarda.



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Sangue nei solchi del cuore

“Bob Dylan è in città, c’è bisogno di catturare qualcosa di magico”. La “città” è ovviamente New York, al telefono John Hammond, il più gran...

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