Monday, February 29, 2016

La mia corona di spine

"Indosso questa corona di spine sopra alla mia seggiola da bugiardo, pieno di ricordi spezzati che non riesco a riparare… Che cosa sono diventato, mio amico più caro, tutti quelli che conoscevo alla fine se ne sono andati, puoi averlo tutto il mio impero del male, ti deluderò, ti farò soffrire". 
Il video di David Bowie, Lazarus, ha impressionato tutto il mondo per il crudo realismo di un uomo malato che sta morendo che si fa riprendere su suo letto di morte. Più di dieci anni prima c'era però stato un precedente, probabilmente ancor più impressionante e coinvolgente, che ha ridotto in lacrime tutti quelli che lo hanno visto. Gente grande e grossa e che di dolore se ne intendeva, non ragazzine: Rick Rubin, ad esempio, produttore musicale tra i più scafati della scena: "Guardando quel video non potevo trattenere le lacrime" ha raccontato. "Se una tale emozione esce fuori durante un film che dura due ore, è un buon risultato. Ma se ti viene da piangere guardando un video che dura quattro minuti, è scioccante". 




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Monday, February 08, 2016

La fede e la grazia

Fede e grazia. La cantante le invoca con la voce che sembra una lenta litania. Fede e grazia. Parole che non si sentono più dire da nessuno. Perché implicano l'ammissione del nostro bisogno. Faith and Grace è la canzone che chiude il doppio, doloroso, ma incredibilmente bello, ultimo disco di Lucinda Williams, "The Ghosts of Highway 20", dodici minuti interminabili che ti lasciano inchiodato sul posto a bocca aperta.

Le sue origini profondamente sudiste, ambientate fra le paludi fangose abitate da spiriti dolenti della Louisiana, le pesche dolci amare della Georgia, la solitudine abbacinante dell'Alabama, le luci al neon di Nashville l'hanno resa la Flannery O'Connor del rock. Gothic rock. Predicatori che hanno venduto l'anima al diavolo, la schiena di Parker sanguinante del volto di Cristo inciso nella pelle, la malinconia della vita che si spegne nell'ansia delle possibilità perdute, la magnificenza di una catapecchia ai bordi dei campi di cotone.


"The Ghosts of Highway 20" è un disco di fantasmi, è una lunga riflessione sulla morte, una manciata di canzoni sfregiate dal tempo, che non chiedono perdono eppure potenti.

In realtà il concetto di canzone comunemente conosciuto è fatto a pezzi in questo disco. Ogni brano è come una improvvisazione, una declamazione poetica che serve da motivazione per andare oltre, in una dimensione trascendentale che paradossalmente porta allo spasimo estremo la canzone stessa. Per fare ciò, Lucinda Williams si è messa accanto due musicisti straordinari, il meglio sulle corde dell'America contemporanea, il polistrumentista Greg Leisz e il chitarrista jazz Bill Frisell. A loro lascia campo totale, le loro chitarre, le slide, gli effetti sonori straripanti di colori autunnali strazianti si intersecano e si elevano ad altitudini immense, portando ogni brano del disco a superare abbondantemente i cinque minuti, dodici nel caso del brano conclusivo. Non sentirete altre chitarre del genere in nessun altro disco quest'anno.



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Tuesday, January 12, 2016

Lazzaro

Guardare oggi l'ultimo video di David Bowie, Lazarus, messo online lo scorso 7 gennaio, è ovviamente insostenibile. Era già un video disturbante senza sapere che quattro giorni dopo l'artista inglese sarebbe morto, adesso è come guardarlo mentre sta morendo l'uomo, come è successo questa notte. Una diretta su un malato di cancro che sta combattendo i suoi ultimi istanti. E' Lazzaro, non è più Bowie, è il corpo in disfacimento di un cadavere ancora non cadavere, che sta morendo e implora la resurrezione, non la possibilità di non morire.



La morte di David Bowie, tre giorni dopo aver pubblicato il nuovo disco Blackstar e tre giorni dopo il suo 69esimo compleanno, è un capolavoro di pop art, Andy Warhol ne sarebbe stato orgoglioso. E' morto come ha vissuto, facendo della sua morte un evento multimediale, a voler essere cinici anche un capolavoro di marketing: quale mossa promozionale più di successo che morire lanciando il proprio disco nuovo? In realtà ha giocato con l'unico evento che nessuno può controllare, la morte. Ad ascoltarlo oggi, a decifrare il titolo del disco, a leggerne i testi, tutto questo album è un testamento di addio, un presagio che non è più presagio, una profezia che si è fatta carne. In questo modo Bowie ha vinto la morte, celebrando con il suo lavoro la vita.

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Friday, December 25, 2015

Safe, in Heaven & Dead to the world

Ramblin Jack era selvaggio era vecchio era giovane parlava senza fermarsi e diceva quanto avrebbe voluto fumarsi una canna guardando le vetrine dei negozi illuminati poco prima di Natale & Joe seduto a gambe incrociate sul marciapiede fuori del negozio sole caldo primavera in posa perfettamente zen ma Jack la macchina è ghiacciata & come facciamo prese una cassetta e sferzò via il ghiaccio dal vetro preparandosi prima con un bagno caldo “per me il viaggio fino a San Francisco è già cominciato” Ramblin Jack Jack il selvaggio nel baretto di Sesto a notte fonda Joe prende la chitarra & tu gli insegni lo spirito della strada & Rolling Thunder Rolling Thunder. Andersen esce dal bagno Andersen è alto Andersen è meraviglioso Jim Morrison & Jack Kerouac camminano attorno a lui come angeli custodi & le sigarette fumate una via l’altra quando quella di prima è ancora accesa accedendo la successiva con quella accesa nella stanzetta di un albergo a una stella Townes voleva andarsene apriva la finestra e davanti c'era un casinò e sorrideva come potrò mai smettere & Rick dormiva chiuso a chiave Andersen mi dice “questa casa è New York all’alba sento le stesse vibrazioni” Bowery & Greenwich Village & Chelsea Hotel & Washington Square “hai il ritmo della musica nella voce” hey Joe che cammini timidamente nella stanza dici ascoltate questo ascoltate questo Spanish is the Loving Tongue Joe & James Dean lo spirito americano sa già che sarà un altro canta country & western sbilenco stanotte pensando già al jazz & a Ornette Coleman la macchina il freddo della notte ghiaccio e oscurità sul lago quelle notti quelle sigarette Bob è infastidito Bob è deluso amareggiato ma non se ne frega dice Bobby ha detto che le piacciono le sue canzoni Bobby voleva portarsela a letto Bob che ha tolto la bottiglia a Johnny Cash Bob sulla barriera corallina & Victoria dolce piccola tenera Victoria il marito la guarda e sorride she is crazy I know adorata Victoria con la testa sulla mia spalla & tutte quelle notti dove sono andate tutti quei volti conosciuti e amati passati di lì guardo da dietro il palco rubo piccoli segreti mi ammalo di nostalgia segno su una piccola agenda faccio il pieno seguo il piano & ricomincio daccapo c'è sempre la macchina da mettere in moto e domattina all'alba ci sarà un'altra storia da raccontare. Carlo mi manchi se solo potessimo tornare a quei giorni là. Ho paura del buio ho paura dei fantasmi. La gentilezza del mondo, siamo morti davanti al mondo piccolo Buddha nel mio cuore siamo vivi per l'eternità nel respiro di Dio

Saturday, December 12, 2015

Ol' Blue Eyes

“La musica più brutale, brutta, degenerata, una sotto forma di espressione viziosa: naturalmente mi riferisco al rock’n’roll”. Che Frank Sinatra non amasse il rock’n’roll non deve stupire, ma ovviamente non era nemmeno consapevole che il suo album pubblicato nel 1955, In the Wee Small Hour of the Morning, sarebbe stato una sorta di precursore, non certo nelle musiche, ma nell’ambientazione, di tanti dischi rock intimisti e soprattutto dei cosiddetti concept album. In the Wee Small Hour venne fortemente voluto dallo stesso Sinatra come una raccolta di canzoni a tema, dedicate al corrompersi della relazione con la sua seconda moglie, l’attrice Ava Gardner, Un tipo di album che ai tempi nessuno si era mai sognato di fare, ancora legati come si era alla raccolta di 45 giri usciti in precedenza e messi in un unico ellepì. Qua invece per la prima volta c'era una storia da raccontare.



Tutto il disco, dalla copertina al mood musicale e lirico, ruota attorno alla sofferenza della fine di un amore e al disperato tentativo di salvarlo in qualche modo, qualcosa che diverrà comune per i grandi cantautori come Dylan e Springsteen, per dirne due, che si cimenteranno in concept analoghi (Blood on the Tracks e Tunnel of Love).

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Tuesday, December 08, 2015

People have the power

Quello che è successo a Parigi la sera del 13 novembre, a molti di noi appassionati di musica rock ci ha segnato per sempre. Non perché un ragazzo che muore a un concerto rock è meglio di un bambino che muore su una spiaggia turca. Ma perché chi di noi, e chi non tra di noi, pensava che andare a un concerto rock fosse una fuga dalla realtà per un paio d'ore, ha capito dopo quella sera che la realtà ti si sbatte addosso ovunque, si impone, nella sua tragicità e nel suo dolore così come nella bellezza che cerchiamo proprio nei concerti rock. Per due sere, gli U2 hanno celebrato quei morti di Parigi, invitando prima Patti Smith, poi quella band che era sul palco del Bataclan il 13 novembre, gli Eagles of Death Metal. Tutte e due le volte si è cantato People Have the Power, perché "la gente ha il potere di redimere un mondo di pazzi", se lo vuole. Gli EODM, che nei giorni scorsi avevamo visto in un video piangere ricordando quella sera, dicendo di volersi inginocchiare davanti alle mamme dei ragazzi morti perché non sapevano quale altra parola si possa usare davanti a tanto dolore, sono tornati su di un palco. Così facendo ci hanno fatto capire che adesso tocca anche noi salire sul palco della vita quotidiana: "The bad guys never take a day off, and therefore we rock ’n rollers cannot either…and we never will. We are incredibly grateful to U2 for providing us the opportunity to return to Paris so quickly, and to share in the healing power of rock ‘n roll with so many of the beautiful people – nos amis – of this great city", hanno commentato. Il potere salvifico del rock'n'roll può aiutare il mondo.

Qualche sera fa con un gruppo di amici abbiamo cercato anche noi di celebrare il potere salvifico della musica. Ci siamo trovati al leggendario Una & Trentacinque di Cantù e abbiamo parlato, letto, cantato, suonato e riso. Ci siamo preparati per un Natale diverso. Ringrazio tutti quelli che sono venuti, alcuni anche dalla mia lontana e cara Liguria, chi ci ha dato lo spazio, chi ha suonato, chi ha organizzato, chi ha fatto le torte e anche chi non ce l'ha fatta a venire. Qua come ricordo una galleria di foto di un pomeriggio in cui l'unica cosa che ha contato è essere amici. Thanks ev'body. People have the power (Grazie ad Andrea Furlan per le belle foto)

Carlo Prandini


Blind Buddy Blues

Stefano Ferrè e Walter Muto

Stefano Corsini, Luca Frisio e Luca Rovini



Manlio Benigni






Francesco D'Acri


Sergio Arturo Calonego

Monday, November 23, 2015

Le foglie morte

La parata di poliziotti e carabinieri con il mitragliatore stretto fra le mani sembra uscire da quel vicolo della desolazione che il cantante che stiamo andando a sentire ha cantato tante volte. Fa davvero impressione trovarsi in una lunga colonna che procede lentamente verso l’ingresso con quella scorta armata fino ai denti: è guerra. La spensieratezza di un concerto svanisce mentre procedi a piccoli passi e non puoi pensare che in un teatro simile una settimana fa esatta tanti come te sono morti ammazzati durante un concerto. I controlli uno a uno, con il metal detector, le borse aperte e scandagliate a fondo, i computer lasciati forzatamente agli uomini armati all’ingresso: è guerra.
Dentro per fortuna l’atmosfera cambia, e quando le luci si spengono e le prime note delle chitarre al buio si spargono nella sala comincia un applauso all’inizio timido perché ancora congelato dai pensieri di prima. Poi sempre più forte mano a mano che nella penombra i musicisti raccolgono i loro strumenti e infine diventa un boato di liberazione, potente, selvaggio, ininterrotto quando la figurina esile di Bob Dylan prende il suo posto. Sembriamo dire: ce l’abbiamo fatta, siamo vivi, e lui è qui con noi, che lotta e piange con noi.



Da quel momento alla fine tutto il concerto è racchiuso dal brano che lo apre a quello che lo chiude, come due profezie, come due implacabili maledizioni, come quel senso di umanità follemente incomprensibile che è la cifra stessa delle canzoni di Dylan. “People are crazy and times are strange I’m locked in tight, I’m out of range I used to care, but things have changed” sputa fuori quasi con disprezzo nell’iniziale Things Have Changed. Canzone vincitrice di un premio Oscar, scritta nel 2000 ancora prima degli attentati alle Torri Gemelle, contiene tutta l’inquietante e misteriosa capacità profetica del suo autore: “La gente è pazza, i tempi sono strani, sono ingessato qui, sono fuori vista, una volta me ne importava ma adesso le cose sono cambiate”. Il senso però questa volta sembra diverso: non è più lo sprezzante annuncio di chi ha rinunciato a vivere perché la vita è diventata incomprensibile e si chiama fuori. Adesso è quasi il lamento di chi chiede perdono per non essere capace di cambiare il mondo e se stesso.


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Wednesday, November 11, 2015

Backstage Pass

Paolo Vites, giornalista musicale da circa 25 anni, ne ha visti di concerti. Dai primi, a fine anni 70, quando la musica dal vivo tornò a essere celebrata dopo una stagione di molotov e autoriduzioni, a oggi. Dagli stadi ai piccoli club, dalle capitali europee ai paesini della provincia, da Bruce Springsteen agli esordienti, spesso con incontri backstage e avventure degne di un Hunter Thompson. Ecco perché il libro si intitola “sulla strada con il Good Doctor, in tributo al grande maestro del giornalismo gonzo.
Perché Paolo Vites pur amando la musica come una religione – le canzoni sono le mie preghiere dice spesso – mantiene un tono ironico, mai pretenzioso, spesso autocritico per raccontare la musica che ama.


Questo libro è l’ideale seguito di quello pubblicato nel 2011 (Un sentiero verso le stelle, sulla strada con Bob Dylan, Pacini Editore) dove venivano raccontati alcuni delle dozzine di concerti visti di Bob Dylan, sua prima e massima passione. Adesso lo scenario si allarga: dalla fine degli anni 70 fino a oggi. Qualche nome? David Bromberg, Francesco Guccini, Crosby, Stills, Nash, Neil Young, Springsteen, Nick Cave, Kris Kristofferson, The National, WilcoLeonard Cohen. Ogni concerto una avventura indimenticabile, al limite della sopravvivenza. Scritto nel sangue.

(disponibile adesso su Amazon a questo link)

L'unica presentazione del libro si terrà domenica 6 dicembre 2015

dalle ore 16:00 alle ore 20:00

All'UnaeTrentacinqueCirca

Via Papa Giovanni XXIII, 7, 22063 Cantù

Presentazione del nuovo disco di Calonego Arturo Sergio e del libro di Paolo Vites, con ospiti musicali Walter Muto Francesco D'Acri Luca Rovini


Le presentazioni "ufficiali" ci hanno stancato. L'artista siamo noi. Come diceva Patti Smith, "anche quando cambiavo i pannolini ai miei figli non smettevo mai di comporre, ero sempre un'artista".
Abbiamo deciso di inventarci un pomeriggio di festa per tutti, chi suona, chi scrive, chi ha figli. Al pomeriggio e non di sera così vengono anche i bambini. Stile pub inglese dove si va la domenica pomeriggio per stare insieme e poi non c'è il problema di fare tardi o trovare traffico.
Dalle ore 16 alle ore 20, domenica 6 dicembre, nella mitica cornice del locale Una & 35 di Cantù con l'amico Carlo Prandini che ci benedice tutti.
In questo spazio di tempo ci riapproprieremo del territorio che i media ci hanno scippato. Una vera e propria invasione di campo per demolire delle liturgie che ci sono state imposte. Se saremo così delinquenti da crederci forse battezziamo un pensiero diverso ovvero che si può raccontare di un disco, di un libro in modo veramente indipendente. Senza tralasciare il fatto importantissimo che se il giorno dopo qualcuno ti chiede cosa hai fatto domenica sera puoi risponde “sono rimasto a casa con la famiglia” . E non ti rompe i coglioni nessuno.
Calonego Arturo Sergio presenterà il suo nuovo disco DADIGADI, con interventi dell'amico e grande collega chitarrista Walter Muto.
Francesco D'Acri e Luca Rovini appariranno a sorpresa qua e là con le loro canzoni. Stefano Corsini distribuirà regali di Natale vestito da Babbo Natale. Paolo Vites intratterrà con un quiz musicale per giustificare il suo nuovo libro https://www.facebook.com/Backstage-Pass-il-nuovo-libro-di…/….
Ci sarà anche uno spazio OPEN MIKE se qualcuno vorrà esibirsi, e magari una jam finale se saremo ancora in grado di stare in piedi, Bloody Mary e birra permettendo…
Venderemo i nostri dischi e i nostri libri. Ci divertiremo. Se qualcuno ha voglia di contribuire, sono gradite torte.
Ci vediamo domenica 6 dicembre a Cantù.

Friday, November 06, 2015

Maria, la fata e un vino da poco

Menzogne. Il mondo è basato su un mucchio di menzogne. Based on lies. Lies. Menzogna. A un certo punto della vita anche chi è così tardo da essersi sempre fidato di tutto e tutti non può che andare a sbattere contro il muro delle menzogne. L'ho sempre avuto nel retrobottega del cervello, poi un giorno è stato tutto evidente. Quando uscì il disco dei Cheap Wine quelle parole si conficcarono in uno spazio che si era aperto di suo, adesso mi martellano la mente ogni istante. Lies. Based on lies. Ci voleva un gruppo coraggioso, non certe parodie di gruppi rock di oggigiorno, per tirare fuori quelle parole. Ognuno può scegliere da che parte cominciare. Puoi cominciare dall'alto, dove c'è chi le menzogne le crea e le distribuisce ai governi, ai media, ai banchieri. O puoi cominciare dal basso, dal tipo che incontri in metropolitana, dal collega, dagli amici. La menzogna è uguale e fa rima con la nostra incapacità di misurarci con quello che sentiamo in fondo al cuore. Siamo fatti con un desiderio troppo grande per la nostra miserabile pochezza esistenziale. Troppo e troppo difficile, la menzogna è la scorciatoia comoda.


Based on lies è un grande disco. Altrettanto e forse di più lo è il nuovo Mary and the fair, registrato dal vivo in una notte benedetta in un teatro di Pesaro, a casa loro. Una di quelle notti dove la magia si spalanca più che le altre volte, e ogni nota è un incanto. Solo otto pezzi e se eravate venuti per ballare tornatevene a casa. Il rock denso grondante sferzate elettriche qua c'è poco, lo spirito c'è sempre naturalmente. Ma dopo la rabbia contro le menzogne, ognuno ha bisogno di rimanere solo con se stesso. E ricostruirsi. Otto pezzi scuri, otto ballate sul filo del rasoio, otto scampoli di un Nick Cave desolato. Questa band suona fottutamente bene. Non sembra possibile che tutto sia accaduto dal vivo, senza montaggi o ricostruzioni in studio. Chitarre, pianoforte, sezione ritmica, il cantante. C'è un fantasma che quella notte era sul palco, era Mary o ero io, o eri tu. Era una fata. Era la donna a cui è dedicato lo straordinario pezzo finale, quasi dieci minuti di intensità stratosferica, The Fairy has your wings. Un solo di pianoforte lungo come un abbraccio, Beethoven suona in una rock band, che non vorresti finisse mai, poi l'esplosione di chitarre basso e batteria. La fata e il fantasma volano verso il paradiso, dove le menzogne non potranno più ferirle. E' un vino da poco, ma vale più dello champagne
Che notte quella notte a Pesaro.

Friday, October 23, 2015

La chiave dell'anima

C'è una zona franca nelle nostre esistenze, dove nessuno può entrare, neanche i violenti e i dittatori. "È qualcosa che sfugge ai leader, che il potere non può controllare, una delle pochissime. Nessun dittatore può imbrigliarla. È zona franca, l’unica che ci resta" ha detto poco tempo fa Keith Richards nel corso di una intervista parlando della musica rock e delle canzoni.
Ho sempre vissuto una esperienza similare quando ho ascoltato una canzone, sin dalle primissime volte, quando ero un ragazzino. Nel momento stesso in cui le prime note si spargono nell'aria, è come se un muro si ergesse tra me e il mondo, tra me e gli altri. Una forza più grande di me mi trascina, mi trasporta e mi conduce altrove. In quella zona franca di cui parla Keith Richards. Lì, nessuno può entrare, tantomeno il male del mondo, i potenti, i violenti, i dittatori. Il mio stesso male rimane fuori. E' una forma di autismo probabilmente, ma è salvifico. A me ha salvato la vita.
E soprattutto non sono stato io a creare questi muri. Non è stata una costruzione auto imposta. E' accaduto. Una liberazione immensa, qualcosa di più grande di me e di misterioso. Succede continuamente, anche quando accendo la radio in macchina, qualcosa si sovrappone al rumore fastidioso, alle chiacchiere inutili e banali. A volte mi sono dovuto fermare e accostare la macchina al ciglio della strada per non perdere un istante di una canzone che stava passando improvvisamente. A volte una frase rivoltami mentre ascoltavo una canzone mi ha fatto male come uno schiaffone in faccia, perché ha interrotto quel mio viaggio meraviglioso.
Non è che necessariamente l'ascolto di una canzone mi faccia stare meglio o peggio, semplicemente mi tira fuori da me, spalanca il mio io a un Io più grande. A volte mentre ascolto un disco sto galleggiando sopra il mio corpo disteso là, sopra il divano. Lo guardo affascinato e sono in trance.
"Non ho mai trovato un duplicato di quella chiave che apre l’anima" ha detto ancora Richards. Neanche io ho mai fatto una esperienza più liberante, solo in quei momenti sono in contatto con la mia anima, il mio io più profondo e troppo spesso trascurato dalla vita.

Naturalmente questo tipo di esperienza non è sufficiente per condurre una esistenza "liberata". Il fatto stesso che la canzone dopo tre o quattro minuti finisca è un brutale ritorno alla realtà, una realtà che va comunque affrontata. Ma quello che ho vissuto in quei pochi minuti in quella zona franca, lascia una sorta di eco che riverbera dentro di me, suggerendomi che la vita è qualcosa che va oltre e verso quell'oltre io posso e devo guardare.
Se oggi le canzoni rock hanno perso in gran parte quella carica propulsiva e immaginifica che possedevano, c'è abbastanza materiale in cinquant'anni di storia per attingervi continuamente. Qualcosa che è sempre stato trascurato, qualcosa definito un passatempo, una distrazione, qualcosa che non ha mai avuto una dignità culturale, almeno in Italia.



Nei paesi angloamericani le canzoni rock sono state recepite come quello che sono state per davvero, il più grande esperimento innovatore culturale e sociale del novecento. Una esplosione di libertà, di porte abbattute, di connessione dell'anima con il grande spirito che muove l'universo. Presidenti della Repubblica, primi ministri, scienziati, scrittori e registi citano continuamente canzoni rock, attingono a quella carica per giudicare il presente. C'è una mole immensa di giudizi storici e politici, ma soprattutto umani, nelle canzoni rock. Nessun altra forma di comunicazione degli ultimi cinquanta, sessant'anni ha espresso in maniera talmente profonda il contenuto del cuore dell'uomo: bisogno di felicità, di giustizia, di amore, di significato, il grido dell'uomo in poche parole.
Ci sono dischi come Highway 61 Revisited di Bob Dylan che descrivono meglio di qualunque trattato socio politico che cosa succedeva nell'America degli anni 60 e ci sono canzoni come Stairway to Heaven dei Led Zeppelin che descrivono tutto il mistero che inabita nell'uomo e oltre l'uomo.
Ma in Italia tutto questo non è mai stato recepito. E' un peccato. Continuiamo ad assistere a dibattici politici che usano formule appartenenti a un passato naufragato, che non hanno più nulla da dire all'uomo di oggi, linguaggi che si rifanno a ideologie marxiste, liberal che non parlano più a una umanità che intanto è andata da un'altra parte. Professori universitari e insegnati scolastici insistono in linguaggi codificati che non dicono nulla ai giovani, non sanno suscitare alcun interesse, censurando la ricchezza del loro io. Eppure c'è un patrimonio là fuori, in centinaia di dischi, che sa dire tanto.

Immaginate di tornare a casa ogni sera e trovare cucinato da vostra moglie lo stesso menu. Un piatto di pastasciutta al sugo rosso e una bistecca. Così ogni sera della vita. Poi una volta per caso entrate in cucina e trovate ogni ben di dio, carni, pesce, condimenti succulenti, piatti di ogni tipo. Vostra moglie è lì che se li sta godendo. Voi ne assaggiate qualcuno, vi incuriosite, ma poi tornate alla sicurezza della pastasciutta. Così accade con le canzoni rock, lasciate in cucina per pochi.

Le trasmissioni televisive italiane hanno imposto da tempo un blackout cerebrale. Il modo di intervistare i musicisti, sempre con le solite domande a base di luoghi comuni. Ma, più in generale, il fatto è che c'è poca o nessuna preparazione e si tirano fuori sempre le stesse cose: la droga, lo spirito ribelle, il sesso e la trasgressione. 
Bob Dylan è il menestrello di Duluth e il cantore del '68, Bruce Springsteen è quello di Born in the Usa. Patti Smith è la sacerdotessa del punk.
In generale il rock trattato sempre come una cosa da ribelli, da alternativi, come una curiosità zoologica. 
Un importante quotidiano a proposito del film su Janis Joplin, ha scritto: Jonis e i Bog Brothers.

Nella sua intervista Keith Richards lascia intuire che le canzoni rock hanno un linguaggio che va oltre e aiuta a capire cosa succede. "Solo più tardi avrei capito che in quelle cose che chiamavamo americane di America non c’era niente. Il paese è un miscuglio di razze. Questo e solo questo mi affascina degli Stati Uniti: al contrario dell’Europa, ne riconosci l’identità attraverso la musica più che attraverso la letteratura o la pittura".
Va bene citare i soliti noti, da Leopardi a Cesare Pavese, soprattutto perché è facile, scontato e non costa fatica, ma quanta ricchezza si potrebbe comunicare ai giovani parlando loro di Nick Cave o Leonard Cohen. Non è esterofilia: ci ripetono tutti i giorni che viviamo in un mondo globalizzato, ma vale solo per le strategie economiche. E la cultura?
Va bene leggere I promessi sposi, ma chissà cosa scatterebbe nei giovani se si leggessero Il libro del desiderio di Leonard Cohen, le poesie di Patti Smith o I diari del campo di basket di Jim Carroll.

"Per me il rock and roll è sempre stato per tutti, fin dall’inizio. Avvertivo qualcosa di profondissimo, di sconvolgente in quel ritmo. Mai pensato che fosse musica usa e getta. Non ho mai trovato un duplicato di quella chiave che apre l’anima". Chi quella chiave l'ha trovata, ringrazia.

Monday, October 05, 2015

La schiena di Parker

“Ogni sera c’è del rossetto sulla sua camicia, ogni mattina lei lo lava via. Aveva sentito dire che in ogni vita una parte della vita stessa deve cadere, così lei passa la sua serata pregando che arrivi un po’ di quella pioggia del sud” (Southern Rain, Cowboy Junkies). Se Flannery O’Connor fosse stata una cantante rock, sicuramente avrebbe militato nei Cowboy Junkies, prendendo il posto della deliziosa e brava Margo Timmins come vocalist della band. Soprattutto, avrebbe scritto i testi delle canzoni di quel gruppo. In realtà li scrive benissimo Michael Timmins, chitarrista e songwriter quasi unico della band canadese. Southern Rain fa parte di un disco, “Black Eyed Man” che per molti versi incarna misteriosamente lo spirito della grande scrittrice americana.
Non è l’unico, Michael Timmins, ad aver incarnato quello spirito in campo rock. Flannery O’Connor è una delle maggiori influenze in certo songwriting rock, da Bruce Springsteen a Nick Cave a Bono degli U2 per citare le super star, fino a Jim White, Mary Gauthier, Natalie Merchant e Lucinda Williams per dire di quelli che hanno avuto riscontri commerciali meno eclatanti. Anche Rob Zombie, cantante e regista cinematografico di film horror ha attinto, portandolo all’ecceso, in quel folklore sudista dal sapore gotico e noir che la O’Connor rese in libri e racconti memorabili.



Ma che cosa una band composta da tre fratelli e un amico canadesi abbiano saputo individuare nella scrittrice non lo sapremo mai, ma d’altro canto non importa neanche. Non sappiamo neanche se Michael Timmins abbia letto e apprezzato quei libri, sta di fatto che in “Black Eyed Man” salta all’occhio una corrispondenza con molti dei racconti della O’Connor. C’è un tratto distintivo che accomuna tutti gli autori rock che in qualche modo si possono avvicinare alla scrittrice e che si ritrova in questo disco: avere il coraggio di andare a curiosare negli angoli più oscuri del cuore dell’uomo, in quei posti dove il male e la violenza, fosse anche per pochi istanti, inabitano e si manifestano.
“Black Eyed Man”, titolo del disco dei Junkies uscito nel 1992, d’altro canto sarebbe stato un titolo perfetto anche per Flannery, un titolo evocatore ad esempio di Parker’s Back, La schiena di Parker. Che cosa è infatti un “uomo dall’occhio nero” se non una persona che sta al confine tra peccato e redenzione, con un piede negli inferi e il capo piegato indietro a vedere se c’è ancora il suo angelo custode a porgergli la mano? Lo stesso tipo di personaggio che fa capolino in quel racconto della O’Connor, un uomo che rifiuta la fede, odia la moglie e si nasconde dal mondo.

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Sangue nei solchi del cuore

“Bob Dylan è in città, c’è bisogno di catturare qualcosa di magico”. La “città” è ovviamente New York, al telefono John Hammond, il più gran...

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