Thursday, April 28, 2016

Songs of love & hate

"Spero che moriate e che la vostra morte venga presto, seguirò il vostro feretro in un pallido pomeriggio e starò a guardare mentre vi seppelliscono e resterò sulla vostra tomba fino a quando sarò certo che siate morti". Bob Dylan è uno che sa odiare, non c'è dubbio. D'altro canto la prima canzone "vaffanculo" della storia del rock, che fosse dedicata agli ex compagni "politicamente impegnati" o a una ex fidanzata poco conta: Positively Fourth Street è una tale ondata di disprezzo e di odio come nessuno mai prima e mai dopo. Bob Dylan non ha mai scritto canzoni di pietà, di misericordia, di patetica fratellanza fondata sul nulla, non avrebbe cioè mai potuto scrivere Imagine.
Anche quando si converte alla "religione dell'amore", il cristianesimo, la sua fede è iniettata di odio, rancore e vendetta.
Slow Train Comin' è un disco che fa paura. Se si supera la barriera ideologica del buonismo di sinistra, quella che fece scandalizzare tutti i superstiti del 68 ancora in circolazione (in risposta a Gotta Serve Somebody, John Lennon scrisse e registrò il brano Serve Yourself, velenosa parodia della forte religiosità presente nella canzone di Dylan. Nel suo diario, a proposito del brano di Dylan, Lennon scrisse: «La produzione di Jerry Wexler è pessima, il cantato patetico, e il testo veramente imbarazzante» *) si scopre un disco che non sa cosa sia la carità. La musica di Slow Train Comin' si adegua perfettamente a questa notte di ira furibonda che attraversa le canzoni. E' dura, aspra, taglia in due l'ascoltatore. Dopo aver sentito Change my way of thinkin', ai tempi, un mio amico rimase senza parole per lunghi secondi poi commentò: "Bob Dylan non ha mai fatto rock così duro nella sua vita".


Slow Train Coming - Bob Dylan from summer soul channel on Vimeo.


Liberati i cavalli, bagnatosi nelle acque di un Giordano che assomiglia di più all'Acheronte, spogliatosi dei vestiti glam da super star, da nuovo Elvis, che aveva indossato nel tour mondiale di un anno prima, Bob Dylan esce adesso da una palude putrida della Louisiana, da un campo di cotone del Mississippi, da un juke joint dell'Alabama con indosso qualche straccio. E' la reincarnazione di Robert Johnson tornato dall'inferno per dire che il mondo intorno è andato a puttane ed è destinato a implodere. I decenni che sono seguiti a questo disco hanno dimostrato come la profezia contenuta in questo disco si sia avverata.
L'unico che ai tempi dell'uscita del disco se ne accorse fu Charles Shaar Murray di NME, che descrisse il messaggio delle canzoni "sgradevole e pieno d'odio". In Italia il problema non si poneva neanche perché già ai tempi di Street Legal Stampa Alternativa definiva Dylan "un traditore che ha rinnegato tutto il suo passato e un porco fascista". Per il fondatore e direttore di Rolling Stone Jann Wenner questo disco, scrisse nella sua recensione, poteva essere, musicalmente, il miglior disco di Dylan di sempre e certamente il migliore dai tempi dei Basement Tapes. Risentito oggi, quasi quarant'anni dopo, Slow Train Comin' suona fresco e potente esattamente come allora, anzi di più, perché è cresciuto ancora e di musica così brutale oggi non se ne sente più.


Bob Dylan - Precious Angel di butterflyah

Anche Nick Cave ne colse il contenuto reale, citando il brano di apertura, Gotta serve somebody: «Quel trascinarsi predatorio dell'apertura, le liriche intrecciate, la voce logora e seducente, l'immensa mancanza di carità nel suo messaggio, il senso di agonia del tutto...Mi trovavo in un bar, l'avevo ascoltata al jukebox e mi guardai in giro, domandandomi come mai le vite di tutti i presenti non fossero state immediatamente cambiate da quell'ascolto».
Le chitarre taglienti come rasoi implacabili di Mark Knopfler dettano le cadenze dei brani, la ritmica martellante e pulsante è ossessiva e inquietante, le voci femminili sono indietro, come registrate in un'altra stanza e più che un coro gospel sembrano le voci di anime dannate che spingono per tornare in vita. E la voce. Lou Reed la definirebbe "vicious": è strisciante e brutale, è incazzosa e viscerale: "Gli uomini imploreranno Dio di ucciderli, ma loro non saranno in grado di morire". Oh mercy? No mercy!

Cosa successe in quegli studi dell'Alabama in quelle notti in cui fu registrato il disco, nessuno lo sa, neanche il leggendario produttore Jerry Wrexler: "Non avevo idea che si fosse lasciato coinvolgere in questa storia dei Cristiani Rinati finché non cercò di coinvolgermi. Gli dissi: Guarda Bob, hai a che fare con un incallito ateo ebreo di 62 anni. Non c'è speranza per me. Limitiamoci a fare 'sto disco, va bene?".
Come è durata per tutto il disco, la rabbia si ricompone solo alla fine. Le acque del Mississippi per la prima volta si placano. La performance vocale che Dylan rilascia da solo al pianoforte in When He return è il vertice di ogni sua performance vocale (anche se il Grammy per la performance vocale dell'anno andò a Gotta serve somebody), un gioiello di forza e di sentimento e tenerezza e compassione.



Anni dopo, Dylan avrebbe così commentato: "Quel periodo in cui fui un Cristiano Rinato fu parte della mia esperienza di vita. Doveva accadere. Quando vengo coinvolto in qualcosa, vengo coinvolto in maniera totale, non marginale". Non ci sono mezze misure nella vita e nell'arte. Per questo Bob Dylan è sempre stato il più grande artista rock. Qualunque cosa l'uomo faccia, deve servire Dio o il Diavolo, non esistono vie di mezzo e bisogna decidere da che parte schierarsi. Il bene e il male esisteranno sempre.

* Lennon's Lost Diary Tape (5th September 1979), The Complete Lost Lennon Tapes, Vol. 17

Monday, April 04, 2016

Una ragione per cui credere

Gli angloamericani, si sa, non hanno una grande dimestichezza con il latino che al massimo è popolare per loro come un dialetto dell'Africa del sud. Non stupisce dunque che su siti, forum e youtube si trovino domande di chiarimento sul "misterioso linguaggio" che accompagna il finale della versione di Bird on the Wire, pezzo composto da Leonard Cohen, inciso da Tim Hardin nel 1971.
Si tratta appunto di latino, i versi "Dona nobis pacem", dona a noi la pace, compresi nel canto "Agnello di Dio" che si esegue tutte le domeniche durante la messa nelle chiese cattoliche.
In realtà anche per noi italiani che discendiamo in parte dagli antichi latini e che questa lingua studiamo a fondo a scuola, quei versi messi nel finale di quella particolare canzone, anche se ci sono familiari, mettono i brividi e inquietudine, davvero suonano come un linguaggio misterioso, arcano, tombale. Che ci fanno in una canzone rock?
Quando Tim Hardin incide il brano di Cohen che apparirà in apertura del disco omonimo uscito nel 1971, il suo ultimo disco inciso in patria, ha trent'anni e una rovinosa dipendenza dall'eroina. Morirà pochi anni dopo, neanche quarantenne, nella solitudine e nella miseria, con una ex moglie e una figlia abbandonate chissà dove.




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Wednesday, March 16, 2016

Cold Rain

Una volta Bob Dylan disse che Crosby, Stills, Nash e Young erano coloro grazie ai quali era stata fermata la guerra in Vietnam. E' sempre difficile dire quando il cantautore americano stia facendo una battuta delle sue (ad alto tasso cinico cioè) o parla sul serio. Quando chiedo a Graham Nash cosa ne pensa, mi risponde: "Credo che in un certo senso avesse ragione. Abbiamo preso parte a tante iniziative contro la guerra a quei tempi, i War Benefits a cui veniva un sacco di gente. Anche se avessimo cambiato una persona soltanto, sarebbe stato abbastanza, no?".

Graham Nash, "l'inglese" del quartetto che ha incarnato il sogno di pace & amore facendoci toccare con mano l'utopia fragile ma meravigliosa della California, è stato in Italia a presentare il suo nuovo, splendido disco solista, "This Path Tonight", in uscita il prossimo 15 aprile. Preceduto da dichiarazioni furiose verso il compagno musicale di una vita, David Crosby (ma non è la prima volta che i quattro litigano tra di loro, per poi tornare insieme), Nash in questa intervista lascia trapelare, senza mai dirlo direttamente, che quella storia durata quasi quarant'anni è ormai definitivamente archiviata: "Adesso penso solo a me stesso e a questo disco di cui sono molto fiero".

Ha ragione ad esserne fiero. "This Path Tonight" è una raccolta affascinante di canzoni intime che si alternano a brani più rock, dove quella che trapela è un'anima irrequieta che a 74 anni è capace di rimettersi in gioco da zero. Ecco cosa ci ha detto.



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Monday, February 29, 2016

La mia corona di spine

"Indosso questa corona di spine sopra alla mia seggiola da bugiardo, pieno di ricordi spezzati che non riesco a riparare… Che cosa sono diventato, mio amico più caro, tutti quelli che conoscevo alla fine se ne sono andati, puoi averlo tutto il mio impero del male, ti deluderò, ti farò soffrire". 
Il video di David Bowie, Lazarus, ha impressionato tutto il mondo per il crudo realismo di un uomo malato che sta morendo che si fa riprendere su suo letto di morte. Più di dieci anni prima c'era però stato un precedente, probabilmente ancor più impressionante e coinvolgente, che ha ridotto in lacrime tutti quelli che lo hanno visto. Gente grande e grossa e che di dolore se ne intendeva, non ragazzine: Rick Rubin, ad esempio, produttore musicale tra i più scafati della scena: "Guardando quel video non potevo trattenere le lacrime" ha raccontato. "Se una tale emozione esce fuori durante un film che dura due ore, è un buon risultato. Ma se ti viene da piangere guardando un video che dura quattro minuti, è scioccante". 




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Monday, February 08, 2016

La fede e la grazia

Fede e grazia. La cantante le invoca con la voce che sembra una lenta litania. Fede e grazia. Parole che non si sentono più dire da nessuno. Perché implicano l'ammissione del nostro bisogno. Faith and Grace è la canzone che chiude il doppio, doloroso, ma incredibilmente bello, ultimo disco di Lucinda Williams, "The Ghosts of Highway 20", dodici minuti interminabili che ti lasciano inchiodato sul posto a bocca aperta.

Le sue origini profondamente sudiste, ambientate fra le paludi fangose abitate da spiriti dolenti della Louisiana, le pesche dolci amare della Georgia, la solitudine abbacinante dell'Alabama, le luci al neon di Nashville l'hanno resa la Flannery O'Connor del rock. Gothic rock. Predicatori che hanno venduto l'anima al diavolo, la schiena di Parker sanguinante del volto di Cristo inciso nella pelle, la malinconia della vita che si spegne nell'ansia delle possibilità perdute, la magnificenza di una catapecchia ai bordi dei campi di cotone.


"The Ghosts of Highway 20" è un disco di fantasmi, è una lunga riflessione sulla morte, una manciata di canzoni sfregiate dal tempo, che non chiedono perdono eppure potenti.

In realtà il concetto di canzone comunemente conosciuto è fatto a pezzi in questo disco. Ogni brano è come una improvvisazione, una declamazione poetica che serve da motivazione per andare oltre, in una dimensione trascendentale che paradossalmente porta allo spasimo estremo la canzone stessa. Per fare ciò, Lucinda Williams si è messa accanto due musicisti straordinari, il meglio sulle corde dell'America contemporanea, il polistrumentista Greg Leisz e il chitarrista jazz Bill Frisell. A loro lascia campo totale, le loro chitarre, le slide, gli effetti sonori straripanti di colori autunnali strazianti si intersecano e si elevano ad altitudini immense, portando ogni brano del disco a superare abbondantemente i cinque minuti, dodici nel caso del brano conclusivo. Non sentirete altre chitarre del genere in nessun altro disco quest'anno.



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Tuesday, January 12, 2016

Lazzaro

Guardare oggi l'ultimo video di David Bowie, Lazarus, messo online lo scorso 7 gennaio, è ovviamente insostenibile. Era già un video disturbante senza sapere che quattro giorni dopo l'artista inglese sarebbe morto, adesso è come guardarlo mentre sta morendo l'uomo, come è successo questa notte. Una diretta su un malato di cancro che sta combattendo i suoi ultimi istanti. E' Lazzaro, non è più Bowie, è il corpo in disfacimento di un cadavere ancora non cadavere, che sta morendo e implora la resurrezione, non la possibilità di non morire.



La morte di David Bowie, tre giorni dopo aver pubblicato il nuovo disco Blackstar e tre giorni dopo il suo 69esimo compleanno, è un capolavoro di pop art, Andy Warhol ne sarebbe stato orgoglioso. E' morto come ha vissuto, facendo della sua morte un evento multimediale, a voler essere cinici anche un capolavoro di marketing: quale mossa promozionale più di successo che morire lanciando il proprio disco nuovo? In realtà ha giocato con l'unico evento che nessuno può controllare, la morte. Ad ascoltarlo oggi, a decifrare il titolo del disco, a leggerne i testi, tutto questo album è un testamento di addio, un presagio che non è più presagio, una profezia che si è fatta carne. In questo modo Bowie ha vinto la morte, celebrando con il suo lavoro la vita.

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Friday, December 25, 2015

Safe, in Heaven & Dead to the world

Ramblin Jack era selvaggio era vecchio era giovane parlava senza fermarsi e diceva quanto avrebbe voluto fumarsi una canna guardando le vetrine dei negozi illuminati poco prima di Natale & Joe seduto a gambe incrociate sul marciapiede fuori del negozio sole caldo primavera in posa perfettamente zen ma Jack la macchina è ghiacciata & come facciamo prese una cassetta e sferzò via il ghiaccio dal vetro preparandosi prima con un bagno caldo “per me il viaggio fino a San Francisco è già cominciato” Ramblin Jack Jack il selvaggio nel baretto di Sesto a notte fonda Joe prende la chitarra & tu gli insegni lo spirito della strada & Rolling Thunder Rolling Thunder. Andersen esce dal bagno Andersen è alto Andersen è meraviglioso Jim Morrison & Jack Kerouac camminano attorno a lui come angeli custodi & le sigarette fumate una via l’altra quando quella di prima è ancora accesa accedendo la successiva con quella accesa nella stanzetta di un albergo a una stella Townes voleva andarsene apriva la finestra e davanti c'era un casinò e sorrideva come potrò mai smettere & Rick dormiva chiuso a chiave Andersen mi dice “questa casa è New York all’alba sento le stesse vibrazioni” Bowery & Greenwich Village & Chelsea Hotel & Washington Square “hai il ritmo della musica nella voce” hey Joe che cammini timidamente nella stanza dici ascoltate questo ascoltate questo Spanish is the Loving Tongue Joe & James Dean lo spirito americano sa già che sarà un altro canta country & western sbilenco stanotte pensando già al jazz & a Ornette Coleman la macchina il freddo della notte ghiaccio e oscurità sul lago quelle notti quelle sigarette Bob è infastidito Bob è deluso amareggiato ma non se ne frega dice Bobby ha detto che le piacciono le sue canzoni Bobby voleva portarsela a letto Bob che ha tolto la bottiglia a Johnny Cash Bob sulla barriera corallina & Victoria dolce piccola tenera Victoria il marito la guarda e sorride she is crazy I know adorata Victoria con la testa sulla mia spalla & tutte quelle notti dove sono andate tutti quei volti conosciuti e amati passati di lì guardo da dietro il palco rubo piccoli segreti mi ammalo di nostalgia segno su una piccola agenda faccio il pieno seguo il piano & ricomincio daccapo c'è sempre la macchina da mettere in moto e domattina all'alba ci sarà un'altra storia da raccontare. Carlo mi manchi se solo potessimo tornare a quei giorni là. Ho paura del buio ho paura dei fantasmi. La gentilezza del mondo, siamo morti davanti al mondo piccolo Buddha nel mio cuore siamo vivi per l'eternità nel respiro di Dio

Saturday, December 12, 2015

Ol' Blue Eyes

“La musica più brutale, brutta, degenerata, una sotto forma di espressione viziosa: naturalmente mi riferisco al rock’n’roll”. Che Frank Sinatra non amasse il rock’n’roll non deve stupire, ma ovviamente non era nemmeno consapevole che il suo album pubblicato nel 1955, In the Wee Small Hour of the Morning, sarebbe stato una sorta di precursore, non certo nelle musiche, ma nell’ambientazione, di tanti dischi rock intimisti e soprattutto dei cosiddetti concept album. In the Wee Small Hour venne fortemente voluto dallo stesso Sinatra come una raccolta di canzoni a tema, dedicate al corrompersi della relazione con la sua seconda moglie, l’attrice Ava Gardner, Un tipo di album che ai tempi nessuno si era mai sognato di fare, ancora legati come si era alla raccolta di 45 giri usciti in precedenza e messi in un unico ellepì. Qua invece per la prima volta c'era una storia da raccontare.



Tutto il disco, dalla copertina al mood musicale e lirico, ruota attorno alla sofferenza della fine di un amore e al disperato tentativo di salvarlo in qualche modo, qualcosa che diverrà comune per i grandi cantautori come Dylan e Springsteen, per dirne due, che si cimenteranno in concept analoghi (Blood on the Tracks e Tunnel of Love).

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Tuesday, December 08, 2015

People have the power

Quello che è successo a Parigi la sera del 13 novembre, a molti di noi appassionati di musica rock ci ha segnato per sempre. Non perché un ragazzo che muore a un concerto rock è meglio di un bambino che muore su una spiaggia turca. Ma perché chi di noi, e chi non tra di noi, pensava che andare a un concerto rock fosse una fuga dalla realtà per un paio d'ore, ha capito dopo quella sera che la realtà ti si sbatte addosso ovunque, si impone, nella sua tragicità e nel suo dolore così come nella bellezza che cerchiamo proprio nei concerti rock. Per due sere, gli U2 hanno celebrato quei morti di Parigi, invitando prima Patti Smith, poi quella band che era sul palco del Bataclan il 13 novembre, gli Eagles of Death Metal. Tutte e due le volte si è cantato People Have the Power, perché "la gente ha il potere di redimere un mondo di pazzi", se lo vuole. Gli EODM, che nei giorni scorsi avevamo visto in un video piangere ricordando quella sera, dicendo di volersi inginocchiare davanti alle mamme dei ragazzi morti perché non sapevano quale altra parola si possa usare davanti a tanto dolore, sono tornati su di un palco. Così facendo ci hanno fatto capire che adesso tocca anche noi salire sul palco della vita quotidiana: "The bad guys never take a day off, and therefore we rock ’n rollers cannot either…and we never will. We are incredibly grateful to U2 for providing us the opportunity to return to Paris so quickly, and to share in the healing power of rock ‘n roll with so many of the beautiful people – nos amis – of this great city", hanno commentato. Il potere salvifico del rock'n'roll può aiutare il mondo.

Qualche sera fa con un gruppo di amici abbiamo cercato anche noi di celebrare il potere salvifico della musica. Ci siamo trovati al leggendario Una & Trentacinque di Cantù e abbiamo parlato, letto, cantato, suonato e riso. Ci siamo preparati per un Natale diverso. Ringrazio tutti quelli che sono venuti, alcuni anche dalla mia lontana e cara Liguria, chi ci ha dato lo spazio, chi ha suonato, chi ha organizzato, chi ha fatto le torte e anche chi non ce l'ha fatta a venire. Qua come ricordo una galleria di foto di un pomeriggio in cui l'unica cosa che ha contato è essere amici. Thanks ev'body. People have the power (Grazie ad Andrea Furlan per le belle foto)

Carlo Prandini


Blind Buddy Blues

Stefano Ferrè e Walter Muto

Stefano Corsini, Luca Frisio e Luca Rovini



Manlio Benigni






Francesco D'Acri


Sergio Arturo Calonego

Monday, November 23, 2015

Le foglie morte

La parata di poliziotti e carabinieri con il mitragliatore stretto fra le mani sembra uscire da quel vicolo della desolazione che il cantante che stiamo andando a sentire ha cantato tante volte. Fa davvero impressione trovarsi in una lunga colonna che procede lentamente verso l’ingresso con quella scorta armata fino ai denti: è guerra. La spensieratezza di un concerto svanisce mentre procedi a piccoli passi e non puoi pensare che in un teatro simile una settimana fa esatta tanti come te sono morti ammazzati durante un concerto. I controlli uno a uno, con il metal detector, le borse aperte e scandagliate a fondo, i computer lasciati forzatamente agli uomini armati all’ingresso: è guerra.
Dentro per fortuna l’atmosfera cambia, e quando le luci si spengono e le prime note delle chitarre al buio si spargono nella sala comincia un applauso all’inizio timido perché ancora congelato dai pensieri di prima. Poi sempre più forte mano a mano che nella penombra i musicisti raccolgono i loro strumenti e infine diventa un boato di liberazione, potente, selvaggio, ininterrotto quando la figurina esile di Bob Dylan prende il suo posto. Sembriamo dire: ce l’abbiamo fatta, siamo vivi, e lui è qui con noi, che lotta e piange con noi.



Da quel momento alla fine tutto il concerto è racchiuso dal brano che lo apre a quello che lo chiude, come due profezie, come due implacabili maledizioni, come quel senso di umanità follemente incomprensibile che è la cifra stessa delle canzoni di Dylan. “People are crazy and times are strange I’m locked in tight, I’m out of range I used to care, but things have changed” sputa fuori quasi con disprezzo nell’iniziale Things Have Changed. Canzone vincitrice di un premio Oscar, scritta nel 2000 ancora prima degli attentati alle Torri Gemelle, contiene tutta l’inquietante e misteriosa capacità profetica del suo autore: “La gente è pazza, i tempi sono strani, sono ingessato qui, sono fuori vista, una volta me ne importava ma adesso le cose sono cambiate”. Il senso però questa volta sembra diverso: non è più lo sprezzante annuncio di chi ha rinunciato a vivere perché la vita è diventata incomprensibile e si chiama fuori. Adesso è quasi il lamento di chi chiede perdono per non essere capace di cambiare il mondo e se stesso.


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Wednesday, November 11, 2015

Backstage Pass

Paolo Vites, giornalista musicale da circa 25 anni, ne ha visti di concerti. Dai primi, a fine anni 70, quando la musica dal vivo tornò a essere celebrata dopo una stagione di molotov e autoriduzioni, a oggi. Dagli stadi ai piccoli club, dalle capitali europee ai paesini della provincia, da Bruce Springsteen agli esordienti, spesso con incontri backstage e avventure degne di un Hunter Thompson. Ecco perché il libro si intitola “sulla strada con il Good Doctor, in tributo al grande maestro del giornalismo gonzo.
Perché Paolo Vites pur amando la musica come una religione – le canzoni sono le mie preghiere dice spesso – mantiene un tono ironico, mai pretenzioso, spesso autocritico per raccontare la musica che ama.


Questo libro è l’ideale seguito di quello pubblicato nel 2011 (Un sentiero verso le stelle, sulla strada con Bob Dylan, Pacini Editore) dove venivano raccontati alcuni delle dozzine di concerti visti di Bob Dylan, sua prima e massima passione. Adesso lo scenario si allarga: dalla fine degli anni 70 fino a oggi. Qualche nome? David Bromberg, Francesco Guccini, Crosby, Stills, Nash, Neil Young, Springsteen, Nick Cave, Kris Kristofferson, The National, WilcoLeonard Cohen. Ogni concerto una avventura indimenticabile, al limite della sopravvivenza. Scritto nel sangue.

(disponibile adesso su Amazon a questo link)

L'unica presentazione del libro si terrà domenica 6 dicembre 2015

dalle ore 16:00 alle ore 20:00

All'UnaeTrentacinqueCirca

Via Papa Giovanni XXIII, 7, 22063 Cantù

Presentazione del nuovo disco di Calonego Arturo Sergio e del libro di Paolo Vites, con ospiti musicali Walter Muto Francesco D'Acri Luca Rovini


Le presentazioni "ufficiali" ci hanno stancato. L'artista siamo noi. Come diceva Patti Smith, "anche quando cambiavo i pannolini ai miei figli non smettevo mai di comporre, ero sempre un'artista".
Abbiamo deciso di inventarci un pomeriggio di festa per tutti, chi suona, chi scrive, chi ha figli. Al pomeriggio e non di sera così vengono anche i bambini. Stile pub inglese dove si va la domenica pomeriggio per stare insieme e poi non c'è il problema di fare tardi o trovare traffico.
Dalle ore 16 alle ore 20, domenica 6 dicembre, nella mitica cornice del locale Una & 35 di Cantù con l'amico Carlo Prandini che ci benedice tutti.
In questo spazio di tempo ci riapproprieremo del territorio che i media ci hanno scippato. Una vera e propria invasione di campo per demolire delle liturgie che ci sono state imposte. Se saremo così delinquenti da crederci forse battezziamo un pensiero diverso ovvero che si può raccontare di un disco, di un libro in modo veramente indipendente. Senza tralasciare il fatto importantissimo che se il giorno dopo qualcuno ti chiede cosa hai fatto domenica sera puoi risponde “sono rimasto a casa con la famiglia” . E non ti rompe i coglioni nessuno.
Calonego Arturo Sergio presenterà il suo nuovo disco DADIGADI, con interventi dell'amico e grande collega chitarrista Walter Muto.
Francesco D'Acri e Luca Rovini appariranno a sorpresa qua e là con le loro canzoni. Stefano Corsini distribuirà regali di Natale vestito da Babbo Natale. Paolo Vites intratterrà con un quiz musicale per giustificare il suo nuovo libro https://www.facebook.com/Backstage-Pass-il-nuovo-libro-di…/….
Ci sarà anche uno spazio OPEN MIKE se qualcuno vorrà esibirsi, e magari una jam finale se saremo ancora in grado di stare in piedi, Bloody Mary e birra permettendo…
Venderemo i nostri dischi e i nostri libri. Ci divertiremo. Se qualcuno ha voglia di contribuire, sono gradite torte.
Ci vediamo domenica 6 dicembre a Cantù.

Sangue nei solchi del cuore

“Bob Dylan è in città, c’è bisogno di catturare qualcosa di magico”. La “città” è ovviamente New York, al telefono John Hammond, il più gran...

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