Una sera del 1978 il giornalista e scrittore Paul Williams, quello che inventò il giornalismo rock, si trovava a un concerto di Neil Young a San Francisco. Era uno di quelli diventati celebri per essere stati documentati nel film "Rust Never Sleeps", uno del momenti topici della carriera del cantautore canadese. Williams incontrò l'organizzatore, il celebre Bill Graham padre putativo della scena musicale della città californiana che gli disse: "Che ci fai qui mentre dall'altra parte della città suonano i Grateful Dead?". Una frase che dice tutto: pur essendo Neil Young impegnato in una esibizione storica, non c'era possibilità di battere i Dead.
"There's nothing like a Grateful Dead" era uno degli slogan che ha accompagnato per decenni la straordinaria avventura della band dello scomparso Jerry Garcia. Questa avventura, benché fosse finita vent'anni fa con la morte prematura del leader, è finita questa volta per davvero con una serie di concerti spettacolari che hanno festeggiato il 50esimo anniversario del gruppo, nato nel 1965. Per l'occasione si è tentata la sfida impossibile di trasmettere nei cinema italiani l'ultimo di questi, quello del 7 luglio allo stadio Soldier Field di Chicago, in leggera differita. Sfida miseramente fallita come era prevedibile: si parla di sale con al massimo quattro spettatori privati anche dell'aria condizionata perché probabilmente costava troppo per il cinema visto l'inesistente incasso. Si sapeva: i Grateful Dead non sono mai stati amati nel nostro paese, non ci hanno neanche mai suonato.
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Friday, July 10, 2015
Saturday, July 04, 2015
For free
C'era una vecchia canzone di Joni Mitchell che più o meno diceva: "Nessuno si fermava a sentirlo suonare, nessuno lo aveva mai visto alla televisione, ma quell'uomo da solo suonava davvero bene, e lo faceva gratis". La canzone, For Free, era una riflessione sul suo ruolo di star super pagata che viaggia in limousine e ha folle adoranti e un musicista di strada che suona per qualche spicciolo. Ma non c'è differenza nel risultato finale: tutti e due fanno bella musica, anzi, sembra suggerire la Mitchell, lui forse ne fa anche di migliore.
La musica arriva dal cuore, e se uno lo ha al posto giusto, non è un problema di soldi. La fai comunque, perché non puoi tenertela dentro, devi farla uscire se no stai male. La devi regalare, magari farai sentire bene qualcuno che passa di lì in fretta.
Donald Gould potrebbe essere il protagonista della canzone di Joni MItchell. Cinquant'anni, senza lavoro e senza casa, è un ex marine, un veterano dell'esercito americano. Magro, pelle e ossa, i capelli lunghi e sporchi, una barba anche quella lunga e incolta. Uno dei tanti barboni che popolano le strade delle opulente città del ricco occidente. A Saratoga, dove sopravvive più che vivere, in Florida, hanno messo un pianoforte su un marciapiede, a disposizione di chi voglia fermarsi e suonarlo. Una cosa bella. Un invito alla bellezza nel caos delle nostre metropoli. Come dire, dai fermati qualche minuto e pensa qualcosa di bello, esprimilo, mettilo in comune.
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La musica arriva dal cuore, e se uno lo ha al posto giusto, non è un problema di soldi. La fai comunque, perché non puoi tenertela dentro, devi farla uscire se no stai male. La devi regalare, magari farai sentire bene qualcuno che passa di lì in fretta.
Donald Gould potrebbe essere il protagonista della canzone di Joni MItchell. Cinquant'anni, senza lavoro e senza casa, è un ex marine, un veterano dell'esercito americano. Magro, pelle e ossa, i capelli lunghi e sporchi, una barba anche quella lunga e incolta. Uno dei tanti barboni che popolano le strade delle opulente città del ricco occidente. A Saratoga, dove sopravvive più che vivere, in Florida, hanno messo un pianoforte su un marciapiede, a disposizione di chi voglia fermarsi e suonarlo. Una cosa bella. Un invito alla bellezza nel caos delle nostre metropoli. Come dire, dai fermati qualche minuto e pensa qualcosa di bello, esprimilo, mettilo in comune.
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Monday, June 08, 2015
Sorella Morfina
“On the saxophone and tequila, Bobby Keys”. Così Mick Jagger introduce al pubblico il sassofonista morto nel dicembre del 2014 per complicazioni dovute a cirrosi epatica. Quella malattia che si prende quando si beve troppo, anche troppa tequila. Sono parole pronunciate prima dell’esecuzione live di Hony Tonk Women uno di quei brani caratterizzati proprio dal sax del musicista texano oltre a naturalmente a Brown Sugar che resterà sempre la sua signature song grazie al suo intervento poderoso di sassofono. Bobby Keys non c’è più come tanti altri eroi di quei giorni lontani, i giorni in cui, il primo maggio 1971, usciva l’album degli Stones “Sticky Fingers” forse il loro disco più perfetto e mitizzato in una lista di dischi straordinari. Si paga un prezzo per avvicinarsi così tanto al sole, come Icaro ha insegnato, e quei musicisti che in quei giorni quando il rock’n’roll era all’apice della “golden age” hanno pagato prezzi molto alti. Credete che a loro sia importato? Assolutamente no, perché quando sei dentro a quel vento impetuoso, quando sei “jumpin’ jack flash”, quando sei a colloquio con Dio tutti i giorni, il resto non ha importanza.
“Sticky Fingers” esce in questi giorni in una super versione de luxe con il disco originale rimasterizzato e altri due cd contenenti versioni alternative – ad esempio una spettacolare Brown Sugar in versione bluesy con Eric Clapton alla chitarra e Al Kooper al pianoforte – e un disco e mezzo dal vivo registrato a Leeds in Inghilterra nel marzo 1971 e al Marquee Club di Londra nello stesso periodo. Insieme ad altri dischi di quegli anni, diventa così la versione definitiva di un periodo storico mai più ripetuto da nessuno, neanche dagli stessi Stones. Un periodo in cui scrivere e cantare canzoni corrispondeva alla vita e musicisti e pubblico erano una comunità unica, dove non c’era divismo ma si condivideva il sogno che quel mondo immaginato dalla musica fosse un mondo alternativo possibile al cinismo, alla noia, alla menzogna dei genitori.
La storia ha insegnato che quel mondo non è stato possibile realizzarlo, anche se per poco tempo è sembrato possibile. Il fatto che certi sogni non diventino realtà non vuol dire che non valga la pena continuare a sognarli, anche perché costituiscono la natura stessa del nostro io, del nostro cuore. Chiudere la porta vuol dire lasciar morire quanto di più vero abbiamo dentro.
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“Sticky Fingers” esce in questi giorni in una super versione de luxe con il disco originale rimasterizzato e altri due cd contenenti versioni alternative – ad esempio una spettacolare Brown Sugar in versione bluesy con Eric Clapton alla chitarra e Al Kooper al pianoforte – e un disco e mezzo dal vivo registrato a Leeds in Inghilterra nel marzo 1971 e al Marquee Club di Londra nello stesso periodo. Insieme ad altri dischi di quegli anni, diventa così la versione definitiva di un periodo storico mai più ripetuto da nessuno, neanche dagli stessi Stones. Un periodo in cui scrivere e cantare canzoni corrispondeva alla vita e musicisti e pubblico erano una comunità unica, dove non c’era divismo ma si condivideva il sogno che quel mondo immaginato dalla musica fosse un mondo alternativo possibile al cinismo, alla noia, alla menzogna dei genitori.
La storia ha insegnato che quel mondo non è stato possibile realizzarlo, anche se per poco tempo è sembrato possibile. Il fatto che certi sogni non diventino realtà non vuol dire che non valga la pena continuare a sognarli, anche perché costituiscono la natura stessa del nostro io, del nostro cuore. Chiudere la porta vuol dire lasciar morire quanto di più vero abbiamo dentro.
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Monday, June 01, 2015
High Fidelity, la mia vita in una top five
"Che cosa è nata prima: la musica o la sofferenza? Ai bambini si tolgono le armi giocattolo, non gli si fanno vedere certi film per paura che possano sviluppare la cultura della violenza, però nessuno evita che ascoltino centinaia, anzi, dovrei dire migliaia di canzoni che parlano di abbandoni, di gelosie, di tradimenti, di penose tragedie del cuore. Io ascoltavo pop music perché ero un infelice. O ero infelice perché ascoltavo la pop music?". Vent'anni fa un libro di un autore inglese che stava cominciando a farsi conoscere grazie al buon successo della sua opera prima "Fever Pitch: A Fan's Life-Febbre a novanta" pubblicava il suo primo vero romanzo, quello che lo avrebbe lanciato come uno degli scrittori maggiormente di successo al mondo degli ultimi anni. Oltre al successo letterario, anche quello cinematografico: di quasi ogni suo libro è stato fatto un film, anche quello di successo.
Il libro uscito vent'anni fa esatti si intitolava "High Fidelity-Alta fedeltà" e avrebbe fatto dell'inglese Nick Hornby lo scrittore più acuto e intelligente nel descrivere la sua generazione, insieme al canadese Douglas Coupland (anche di lui quest'anno si festeggiano vent'anni di un suo libro straordinario, "Microservi") e all'americano David Foster Wallace. Capacità stilistiche? Bravura nella forma? Anche, ma non per quello: la capacità formidabile di questo terzetto geniale è sempre stata quella di descrivere con un realismo inarrivabile le loro e altrui vite. Usando sempre anche l'arma della compassione e dell'ironia. Non è poco.
Se "Febbre a novanta" descriveva il mondo degli appassionati di calcio, "Alta fedeltà" esplorava quello degli appassionati di musica con tutti i loro tic, il loro snobismo e soprattutto la loro incapacità di adattarsi a una vita normale.
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Il libro uscito vent'anni fa esatti si intitolava "High Fidelity-Alta fedeltà" e avrebbe fatto dell'inglese Nick Hornby lo scrittore più acuto e intelligente nel descrivere la sua generazione, insieme al canadese Douglas Coupland (anche di lui quest'anno si festeggiano vent'anni di un suo libro straordinario, "Microservi") e all'americano David Foster Wallace. Capacità stilistiche? Bravura nella forma? Anche, ma non per quello: la capacità formidabile di questo terzetto geniale è sempre stata quella di descrivere con un realismo inarrivabile le loro e altrui vite. Usando sempre anche l'arma della compassione e dell'ironia. Non è poco.
Se "Febbre a novanta" descriveva il mondo degli appassionati di calcio, "Alta fedeltà" esplorava quello degli appassionati di musica con tutti i loro tic, il loro snobismo e soprattutto la loro incapacità di adattarsi a una vita normale.
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Friday, May 22, 2015
Thanks Dave
I tentativi di imitazione sono stati (e saranno) infiniti. Anche a casa nostra dove un comico poi sparito per motivi vari dalla tv aveva copiato in ogni particolare - anche la tazza del caffè - lo studio televisivo di David Letterman, Dave per amici e fan, pensando che in Italia nessuno avesse mai visto l'originale. Quello che non gli riuscì di copiare, lui e nessun altro che ci abbia provato, era lo stile unico e irripetibile di Letterman. Umorismo, talvolta anche cinico, ma mai volgare, di classe altissima, umanità, capacità di commuoversi e commuovere, rispetto per gli ospiti, ironia e auto ironia. E anche una cosa che in Italia per forza di cose non si potrà mai fare, a parte il tentativo di Renzo Arbore con la trasmissione Doc: portare in televisione la musica che si ama, non quella che si deve portare perché imposta per interessi economici, di connivenze varie o di share.
In trentatré anni e 6mila e 28 puntate Letterman ha portato tutti, dai più grandi ai più sconosciuti. Tutti rigorosamente live, senza trucchi e pagliacciate. Ci ha fatto piangere quando ha dedicato una puntata a un musicista morente per un tumore inguaribile portandolo in studio per l'ultima volta (quando Letterman chiese a Warren Zevon se la malattia gli avesse "insegnato" qualcosa che noi non sapessimo, questi rispose: "Non molto eccetto sapere adesso quanto vale gustare ogni sandwich che mangio"); ci ha fatto sussultare presentando le ultimissime novità, the next big thing, prima che diventassero di successo. Ha tirato letteralmente fuori di casa star restie a esibirsi in tv come Bob Dylan per alcune apparizioni memorabili.
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In trentatré anni e 6mila e 28 puntate Letterman ha portato tutti, dai più grandi ai più sconosciuti. Tutti rigorosamente live, senza trucchi e pagliacciate. Ci ha fatto piangere quando ha dedicato una puntata a un musicista morente per un tumore inguaribile portandolo in studio per l'ultima volta (quando Letterman chiese a Warren Zevon se la malattia gli avesse "insegnato" qualcosa che noi non sapessimo, questi rispose: "Non molto eccetto sapere adesso quanto vale gustare ogni sandwich che mangio"); ci ha fatto sussultare presentando le ultimissime novità, the next big thing, prima che diventassero di successo. Ha tirato letteralmente fuori di casa star restie a esibirsi in tv come Bob Dylan per alcune apparizioni memorabili.
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Sunday, May 17, 2015
La vendetta di Sugar Man
Va in scena un atto unico, la morte dell’artista davanti al pubblico adorante. C’è un elemento di morte in ogni performance artistica, perché l’arte evoca vita e morte in ugual misura, a volte più una che l’altra. Nel caso di Sixto Rodriguez la morte trascende la performance stessa e si incarna nella figura dell’artista stesso. E’ lui la morte che si presenta nuda e sfrontata davanti al pubblico, quasi a deriderlo e a cercare una sorta di vendetta: guardate come mi avete ridotto. Ingmar Bergman e William Shakespeare stasera sono ospiti d’onore in prima fila e sorridono compiaciuti.
Non è un concerto in realtà, è un commosso tributo a un uomo che ha vissuto due, tre vite, perdendo quasi sempre secondo l’ottica umana, non in quella sovrumana. La gente che riempie il lussuoso teatro Arcimboldi e che ha sborsato soldi non da poco per esserci lo sa e non è qui davvero per la musica: è qui per vedere se Sugar Man esiste davvero e per pagare il suo debito. Nel vero senso della parola: uno dei massimi geni della popular music del secolo scorso derubato di ogni centesimo, derubato della sua arte, derubato di tutto ma non del cuore e dell’anima merita che gli si ridia indietro almeno qualcosa. Nonostante il concerto sia di qualità musicale molto scarsa (colpa, più che di Rodriguez, di una band di scalzacani improvvisata probabilmente il giorno prima e che non conosce l’abc della musica) al pubblico non importa. Sono standing ovation continue, la gente applaude fragorosa e gli invia tutto il suo amore. Per l’uomo. E che uomo.
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Non è un concerto in realtà, è un commosso tributo a un uomo che ha vissuto due, tre vite, perdendo quasi sempre secondo l’ottica umana, non in quella sovrumana. La gente che riempie il lussuoso teatro Arcimboldi e che ha sborsato soldi non da poco per esserci lo sa e non è qui davvero per la musica: è qui per vedere se Sugar Man esiste davvero e per pagare il suo debito. Nel vero senso della parola: uno dei massimi geni della popular music del secolo scorso derubato di ogni centesimo, derubato della sua arte, derubato di tutto ma non del cuore e dell’anima merita che gli si ridia indietro almeno qualcosa. Nonostante il concerto sia di qualità musicale molto scarsa (colpa, più che di Rodriguez, di una band di scalzacani improvvisata probabilmente il giorno prima e che non conosce l’abc della musica) al pubblico non importa. Sono standing ovation continue, la gente applaude fragorosa e gli invia tutto il suo amore. Per l’uomo. E che uomo.
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Sunday, April 19, 2015
Coming soon
Backstage Pass – Sulla strada con il Good Doctor
"Due, trecento zombie del rock’n’roll, vampiri malati di buio di quelli che preferiscono lottare con le zanzare che fare presenza ai concerti trendy. Qua a noi non ci vede nessuno.
Ma noi non vogliamo che ci veda qualcuno. Dal tramonto all’alba è il tempo giusto, lontani dalle luci della città, lontani dal dolore, lontani dai rimpianti. Noi siamo quelli uncool, orgogliosi di esserlo, quelli che raramente escono e quando lo fanno, lo fanno per dimenticare".
Paolo Vites, giornalista musicale da circa 25 anni, ne ha visti di concerti. Dai primi, a fine anni 70, quando la musica dal vivo tornò a essere celebrata dopo una stagione di molotov e autoriduzioni, a oggi. Dagli stadi ai piccoli club, dalle capitali europee ai paesini della provincia, da Bruce Springsteen agli esordienti, spesso con incontri backstage e avventure degne di un Hunter Thompson. Ecco perché il libro si intitola “Sulla strada con il Good Doctor”, in tributo al grande maestro del giornalismo gonzo. Ma anche perché questo libro è il seguito ideale di quello pubblicato con grande riscontro di critica e lettori quattro anni fa, “Un sentiero per le stelle – Sulla strada con Bob Dylan” (Pacini Editore), interamente dedicato quello ai concerti del cantautore americano.
Perché Paolo Vites pur amando la musica come una religione – le canzoni sono le mie preghiere dice spesso – mantiene un tono ironico, mai accademico, spesso autocritico per raccontare la musica che ama.
Dopo Bob Dylan, dunque, sua prima e massima passione, adesso lo scenario si allarga: dalla fine degli anni 70 fino a oggi, Qualche nome? Francesco De Gregori, Francesco Guccini, Crosby, Stills, Nash, Neil Young, Springsteen, Nick Cave, Kris Krisofferson, The National, Aerosmith, Wilco, Lauryn Hill, Damien Rice, Jeff Buckley.
Ogni concerto una avventura indimenticabile, al limite della sopravvivenza. Scritto nel sangue.
"Due, trecento zombie del rock’n’roll, vampiri malati di buio di quelli che preferiscono lottare con le zanzare che fare presenza ai concerti trendy. Qua a noi non ci vede nessuno.
Ma noi non vogliamo che ci veda qualcuno. Dal tramonto all’alba è il tempo giusto, lontani dalle luci della città, lontani dal dolore, lontani dai rimpianti. Noi siamo quelli uncool, orgogliosi di esserlo, quelli che raramente escono e quando lo fanno, lo fanno per dimenticare".
Paolo Vites, giornalista musicale da circa 25 anni, ne ha visti di concerti. Dai primi, a fine anni 70, quando la musica dal vivo tornò a essere celebrata dopo una stagione di molotov e autoriduzioni, a oggi. Dagli stadi ai piccoli club, dalle capitali europee ai paesini della provincia, da Bruce Springsteen agli esordienti, spesso con incontri backstage e avventure degne di un Hunter Thompson. Ecco perché il libro si intitola “Sulla strada con il Good Doctor”, in tributo al grande maestro del giornalismo gonzo. Ma anche perché questo libro è il seguito ideale di quello pubblicato con grande riscontro di critica e lettori quattro anni fa, “Un sentiero per le stelle – Sulla strada con Bob Dylan” (Pacini Editore), interamente dedicato quello ai concerti del cantautore americano.
Perché Paolo Vites pur amando la musica come una religione – le canzoni sono le mie preghiere dice spesso – mantiene un tono ironico, mai accademico, spesso autocritico per raccontare la musica che ama.
Dopo Bob Dylan, dunque, sua prima e massima passione, adesso lo scenario si allarga: dalla fine degli anni 70 fino a oggi, Qualche nome? Francesco De Gregori, Francesco Guccini, Crosby, Stills, Nash, Neil Young, Springsteen, Nick Cave, Kris Krisofferson, The National, Aerosmith, Wilco, Lauryn Hill, Damien Rice, Jeff Buckley.
Ogni concerto una avventura indimenticabile, al limite della sopravvivenza. Scritto nel sangue.
Monday, April 06, 2015
Just another American band
Won't you tell your dad, get off my back
Tell him what we said 'bout 'Paint It Black'
Rock 'n Roll is here to stay
Come inside where it's okay
And I'll shake you
Non tutte le storie rock sono storie di successo, anzi. Ma il mancato successo non è sinonimo di scarsità artistica, esattamente come i primi posti in classifica non significano automaticamente essere un bravo autore di canzoni o un buon interprete. Tutt'altro. Le storie rock sono fatte di momenti, imprevedibili svolte, fortune o sfortune. Non solo: chiunque pensi che una buona recensione serva a lanciare al successo un artista, dovrà ricredersi dopo aver letto questa storia.
I Big Star infatti non hanno ricevuto soltanto un paio di buone recensioni: sono riusciti ad esibirsi davanti a un centinaio dei migliori scrittori rock d'America tutti in una volta e ad esaltarli tutti, uno per uno. Ma il successo è rimasto una chimera, e la loro breve storia è finita con un incidente mortale d'automobile e una lenta ma implacabile decadenza mentale. Gli elementi per fare di quella dei Big Star una storia unica e allo stesso tipicamente rock ci sono tutti, inclusa la morte di uno dei due leader, Chris Bell, alla fatidica età di 27 anni, quella del "club dei 27" (Jim Morrison, Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Kurt Cobain…).
Ma soprattutto, nel breve spazio di tempo che i Big Star sono esistiti (tre dischi più una improbabile reunion) ci hanno lasciato uno sfracello di bellissime canzoni e un genere musicale che ha influenzato dozzine di gruppi rock, alcuni dei quali tra i più amati e seguiti di sempre.
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Tell him what we said 'bout 'Paint It Black'
Rock 'n Roll is here to stay
Come inside where it's okay
And I'll shake you
Non tutte le storie rock sono storie di successo, anzi. Ma il mancato successo non è sinonimo di scarsità artistica, esattamente come i primi posti in classifica non significano automaticamente essere un bravo autore di canzoni o un buon interprete. Tutt'altro. Le storie rock sono fatte di momenti, imprevedibili svolte, fortune o sfortune. Non solo: chiunque pensi che una buona recensione serva a lanciare al successo un artista, dovrà ricredersi dopo aver letto questa storia.
I Big Star infatti non hanno ricevuto soltanto un paio di buone recensioni: sono riusciti ad esibirsi davanti a un centinaio dei migliori scrittori rock d'America tutti in una volta e ad esaltarli tutti, uno per uno. Ma il successo è rimasto una chimera, e la loro breve storia è finita con un incidente mortale d'automobile e una lenta ma implacabile decadenza mentale. Gli elementi per fare di quella dei Big Star una storia unica e allo stesso tipicamente rock ci sono tutti, inclusa la morte di uno dei due leader, Chris Bell, alla fatidica età di 27 anni, quella del "club dei 27" (Jim Morrison, Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Kurt Cobain…).
Ma soprattutto, nel breve spazio di tempo che i Big Star sono esistiti (tre dischi più una improbabile reunion) ci hanno lasciato uno sfracello di bellissime canzoni e un genere musicale che ha influenzato dozzine di gruppi rock, alcuni dei quali tra i più amati e seguiti di sempre.
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Friday, March 27, 2015
Una volta tanto tempo fa
Il pomeriggio del 27 giugno 1980 mi svegliai nella mia camera. Avevo sognato onde che mi sommergevano per tutto il tempo che avevo dormito. In realtà poche ore prima, in mattinata, un paio di bagnini mi avevano letteralmente tirato fuori da quelle onde e portato in salvo. Stavo annegando. Il 27 giugno 1980 compivo 18 anni e quello stesso giorno il DC-9 dell'Itavia precipitò in mare. Una strage, anche quella in mare, ma lo venni a sapere probabilmente il giorno dopo.
Quel pomeriggio mi svegliai del tutto rincoglionito, ancora non riuscivo a realizzare se ero vivo o morto. Avevo ancora il sapore del mare in bocca, ma nonostante tutto non provavo alcuna paura per il mare, ci sarei tornato comunque a fare il bagno.
La prima cosa che vidi appena sveglio fu la copertina di un disco, bella e colorata. Poi il volto sorridente, timido e dolce di un'amica che si chiamava Jenny. Stava in silenzio, quel disco tra le mani, il mio regalo di compleanno. Ci misi un po' a realizzare tutto quanto. Ma mi sentii voluto bene: il sorriso di una ragazza, un disco.
Presi in mano il disco, i vinili avevano un fascino unico. I colori della copertina, l'odore, come un libro di favole che aspetta di essere letto. Anzi ascoltato. Quella copertina poi era particolarmente bella, con quel disegno medioevale di principi e principesse sembrava proprio quella di un libro di favole. Era poi stampata in un modo raro, quasi a rilievo, ruvida al tatto, bellissima da toccare, sembrava una stoffa pregiata.
Si intitolava Cruel Sister, il secondo disco dei Pentangle. L'ho ascoltato allo sfinimento, soprattutto il brano Lord Franklin che mi fece sussultare quando scoprii che la melodia era la stessa di Bob Dyan's Dream di Bob Dylan. Cominciai a scoprire quante musiche Bob Dylan aveva rubato, una vecchissima canzone popolare inglese, per farle sue. Nei Pentangle, magnifica formazione di folk revival inglese (quel disco risaliva al 1970) suonava John Renbourn. La sua voce e il suo tocco di chitarra acustica li avrei amati tantissimi. L'ho visto dal vivo una volta nel 1984, una serata indimenticabile insieme a Bruce Cockburn. Fu la prima volta che mi intrufolai nei camerini di un concertio per riuscire ad avvicinare artisti che amavo, con un falso tesserino da giornalista datomi da un amico, ignaro che un giorno quel tesserino sarebbe stato davvero a mio nome e che di intrufolamenti nel retro palco nei avrei fatti tanti.
John Renbourn è morto due giorni a 70 anni di età. La sera prima doveva presentarsi in un locale di Glasgow a suonare, come sempre. Ma non era arrivato. La mattina dopo preoccupati hanno mandato la polizia a casa sua per vedere cosa poteva essere successo. Lo hanno trovato morto, se n'era andato da solo e in silenzio. Come John Martyn, come Nick Drake, come tanti altri eroi di quella stagione magica tutta inglese, morti da soli ancora giovani.
L'ho amato molto, mi manca già tanto. Voglio riprendere in mano quella copertina e toccarla e annusarla e sentirmi di nuovo a 18 anni. Grazie Jenny. Grazie John.
Quel pomeriggio mi svegliai del tutto rincoglionito, ancora non riuscivo a realizzare se ero vivo o morto. Avevo ancora il sapore del mare in bocca, ma nonostante tutto non provavo alcuna paura per il mare, ci sarei tornato comunque a fare il bagno.
La prima cosa che vidi appena sveglio fu la copertina di un disco, bella e colorata. Poi il volto sorridente, timido e dolce di un'amica che si chiamava Jenny. Stava in silenzio, quel disco tra le mani, il mio regalo di compleanno. Ci misi un po' a realizzare tutto quanto. Ma mi sentii voluto bene: il sorriso di una ragazza, un disco.
Presi in mano il disco, i vinili avevano un fascino unico. I colori della copertina, l'odore, come un libro di favole che aspetta di essere letto. Anzi ascoltato. Quella copertina poi era particolarmente bella, con quel disegno medioevale di principi e principesse sembrava proprio quella di un libro di favole. Era poi stampata in un modo raro, quasi a rilievo, ruvida al tatto, bellissima da toccare, sembrava una stoffa pregiata.
Si intitolava Cruel Sister, il secondo disco dei Pentangle. L'ho ascoltato allo sfinimento, soprattutto il brano Lord Franklin che mi fece sussultare quando scoprii che la melodia era la stessa di Bob Dyan's Dream di Bob Dylan. Cominciai a scoprire quante musiche Bob Dylan aveva rubato, una vecchissima canzone popolare inglese, per farle sue. Nei Pentangle, magnifica formazione di folk revival inglese (quel disco risaliva al 1970) suonava John Renbourn. La sua voce e il suo tocco di chitarra acustica li avrei amati tantissimi. L'ho visto dal vivo una volta nel 1984, una serata indimenticabile insieme a Bruce Cockburn. Fu la prima volta che mi intrufolai nei camerini di un concertio per riuscire ad avvicinare artisti che amavo, con un falso tesserino da giornalista datomi da un amico, ignaro che un giorno quel tesserino sarebbe stato davvero a mio nome e che di intrufolamenti nel retro palco nei avrei fatti tanti.
John Renbourn è morto due giorni a 70 anni di età. La sera prima doveva presentarsi in un locale di Glasgow a suonare, come sempre. Ma non era arrivato. La mattina dopo preoccupati hanno mandato la polizia a casa sua per vedere cosa poteva essere successo. Lo hanno trovato morto, se n'era andato da solo e in silenzio. Come John Martyn, come Nick Drake, come tanti altri eroi di quella stagione magica tutta inglese, morti da soli ancora giovani.
L'ho amato molto, mi manca già tanto. Voglio riprendere in mano quella copertina e toccarla e annusarla e sentirmi di nuovo a 18 anni. Grazie Jenny. Grazie John.
Wednesday, March 11, 2015
La dittatura del suono unico
E' il nuovo singolo dei Coldplay? La voce sembra proprio quella di Chris Martin… No, è il nuovo singolo degli U2… Ma lo regalano con iTunes? No, lo danno insieme al nuovo Apple Watch. Ohibò, ma in definitiva chi sono costoro? Sembra impossibile siano quello spavaldo e gagliardo gruppo di neo folk comnbattivo e ruspante, che rispondeva al nome di Mumford And Sons, ma invece sono proprio loro. E questo è Believe, il primo singolo estratto dal nuovo disco in procinto di essere pubblicato, da ieri disponibile in ascolto su varie piattaforme della Rete.
Avevano annunciato una "svolta elettrica" (che insomma, dopo quella epocale di Bob Dylan al festival di Newport nel 65 e che cambiò la storia della musica popolare, fa un po' ridere come annuncio), ma nessuno onestamente si aspettava questo abbassamento a standard così di massa e privo di alcuna originalità. E' la massificazione del suono unico: i M&S, da originali provocatori combat folk diventano un gruppo dei tanti. Tastiere in evidenza, chitarrone elettrica dal suono vagamente "spaziale" (un riff stratificato di effetti che si ripete all'infinito, marco di fabbrica di The Edge degli U2), base ritmica in evidenza (già, loro la batteria non la usavano nemmeno, mentre banjo e chitarre acustiche spariscono del tutto) che "pompa" su ritmi dance innocui e ripetitivi. La forza evocatrice del loro approccio vocale corale annullata, che era anche il loro punto di forza. Gli U2 degli ultimi anni, i Coldplay (che copiano dagli U2, in un rincorrersi di scopiazzamento generale perché si potrebbe a ragione dire che sono gli U2 che copiano dai Colplay e alla fine non si sa più chi copia chi), i Killers, gli Editors, i Muse… Anche i Kings of Leon, formidabile gruppo di moderno southern rock di derivazione punk, da anni sembrani gli U2 che fanno i Coldplay che fanno i Muse che fanno... Suono che poi, ma quello è un problema nostro, di un Paese, l'Italia, dove da decenni non si inventa più nulla di originale, viene preso in blocco e importato a forza nei dischi dei nostri artisti.
E' la globalizzazione del suono, baby, e i M&S ci sono cascati dentro del tutto. Quello che va in classifica non si tocca, eppure loro in classifica ci andavano lo stesso, segno che la gente aveva e ha bisogno di tutto tranne che di standard banali. C'è una tale povertà di idee, di produzioni, di suoni oggigiorno che tutto fa brodo in un calderone di una pochezza come la storia del rock ha raramente visto in passato. Oddio, magari poi il resto del disco sarà completamente diverso, ma si sa che il singolo di un album in uscita viene sempre scelto come il più rappresentativo del suono del disco intero.
Dispiace, e molto. Chi scrive non era un fan esagitato dei Mumford, ma ne apprezzava comunque l'approccio: insieme agli Avett Brothers, inglesi i primi, americani i secondi, avevano ridato spolvero al vecchio caro folk acustico che sempre è alla base di tutto. Avevano addirittura avuto l'onore, entrambi i gruppi, di accompagnare Bob Dylan sul palco qualche anno fa ed era sembrato il passaggio della grande torcia folk alle nuove generazioni. I Mumford quella torcia l'hanno rimandata al mittente. Peccato.
Avevano annunciato una "svolta elettrica" (che insomma, dopo quella epocale di Bob Dylan al festival di Newport nel 65 e che cambiò la storia della musica popolare, fa un po' ridere come annuncio), ma nessuno onestamente si aspettava questo abbassamento a standard così di massa e privo di alcuna originalità. E' la massificazione del suono unico: i M&S, da originali provocatori combat folk diventano un gruppo dei tanti. Tastiere in evidenza, chitarrone elettrica dal suono vagamente "spaziale" (un riff stratificato di effetti che si ripete all'infinito, marco di fabbrica di The Edge degli U2), base ritmica in evidenza (già, loro la batteria non la usavano nemmeno, mentre banjo e chitarre acustiche spariscono del tutto) che "pompa" su ritmi dance innocui e ripetitivi. La forza evocatrice del loro approccio vocale corale annullata, che era anche il loro punto di forza. Gli U2 degli ultimi anni, i Coldplay (che copiano dagli U2, in un rincorrersi di scopiazzamento generale perché si potrebbe a ragione dire che sono gli U2 che copiano dai Colplay e alla fine non si sa più chi copia chi), i Killers, gli Editors, i Muse… Anche i Kings of Leon, formidabile gruppo di moderno southern rock di derivazione punk, da anni sembrani gli U2 che fanno i Coldplay che fanno i Muse che fanno... Suono che poi, ma quello è un problema nostro, di un Paese, l'Italia, dove da decenni non si inventa più nulla di originale, viene preso in blocco e importato a forza nei dischi dei nostri artisti.
E' la globalizzazione del suono, baby, e i M&S ci sono cascati dentro del tutto. Quello che va in classifica non si tocca, eppure loro in classifica ci andavano lo stesso, segno che la gente aveva e ha bisogno di tutto tranne che di standard banali. C'è una tale povertà di idee, di produzioni, di suoni oggigiorno che tutto fa brodo in un calderone di una pochezza come la storia del rock ha raramente visto in passato. Oddio, magari poi il resto del disco sarà completamente diverso, ma si sa che il singolo di un album in uscita viene sempre scelto come il più rappresentativo del suono del disco intero.
Dispiace, e molto. Chi scrive non era un fan esagitato dei Mumford, ma ne apprezzava comunque l'approccio: insieme agli Avett Brothers, inglesi i primi, americani i secondi, avevano ridato spolvero al vecchio caro folk acustico che sempre è alla base di tutto. Avevano addirittura avuto l'onore, entrambi i gruppi, di accompagnare Bob Dylan sul palco qualche anno fa ed era sembrato il passaggio della grande torcia folk alle nuove generazioni. I Mumford quella torcia l'hanno rimandata al mittente. Peccato.
Tuesday, March 03, 2015
The last of the rock stars
"Se fossi diventato famoso come Springsteen sarei sicuramente morto, ma se Springsteen non fosse diventato famoso sarebbe morto lui"
Quarant'anni fa circa un ragazzo del New Jersey esordiva nel bel mondo del rock'n'roll. Erano anni quelli, i primi settanta, dove la mancanza di un disco significativo da parte di Bob Dylan, la cui ombra continuava a proiettarsi su tutta la musica rock nonostante fossero emerse dozzine di nuove talentuose star, si faceva sentire in modo lancinante. Di fatto Bob Dylan era dai tempi di "Blonde on Blonde", 1966, che non faceva un disco degno del suo nome, a parte "John Wesley Harding", e anche quello era uscito nei primi giorni del gennaio 1968. Troppo.
Quando questo ragazzo del New Jersey, dai lunghi capelli biondi e il viso angelico pubblicò il suo esordio (era il 1973) intitolato "Aquashow" ci furono lodi sperticate da parte della stampa che contava: eccolo, abbiamo trovato il nuovo Dylan che tanto ci mancava. L'allora famoso critico di Rolling Stone, Paul Nelson, recensendo questo disco, lo etichettava come "the Best Dylan since 1968". Quell'etichetta fu una maledizione, più che una benedizione.
In realtà Elliott Murphy, questo il nome di quel ragazzo, aveva una cifra artistica tutta sua, che ancora oggi si fa fatica a identificare. La presenza in quel disco di un brano intitolato Like a Great Gatsby (che nell'edizione americana, per evitare problemi di copyright fu intitolata Like a Crystal Microphone) avrebbe dovuto fornire qualche indizio. Elliott Murphy infatti era - ed è - uno dei più letterati autori rock di sempre, che riusciva nell'ambiziosa operazione di far suonare F. S. Fitzgerald come una rock star.
Quarant'anni dopo, quel ragazzo oggi 65enne, ha deciso di riprendere in mano quel disco per "decostruirlo". Lo ha infatti reinciso dandogli sfumature e profondità inedite, in una operazione che non è per nulla nostalgica, ma ricca di emozione e significati come lo era quarant'anni fa. Il risultato, "Aquashow Deconstructed" pubblicato dalla coraggiosa etichetta italiana Route 66 e che sarà in vendita il prossimo 9 marzo, è straordinariamente affascinante. Abbiamo parlato con Elliott Murphy per indagare quel mistero ancora aperto di quarant'anni fa e il suo significato attuale.
Il tuo disco "Aquashow" venne pubblicato in un anno particolare, il 1973, che per molti segna anche la fine dell'epoca d'oro della musica rock. Critici musicali come Lester Bangs dicevano infatti già allora che questa musica era stata uccisa dall'industria, che aveva perso la sua innocenza.
CLICCA SU QUESTO LINK PER LEGGERE L'INTERVISTA
Quarant'anni fa circa un ragazzo del New Jersey esordiva nel bel mondo del rock'n'roll. Erano anni quelli, i primi settanta, dove la mancanza di un disco significativo da parte di Bob Dylan, la cui ombra continuava a proiettarsi su tutta la musica rock nonostante fossero emerse dozzine di nuove talentuose star, si faceva sentire in modo lancinante. Di fatto Bob Dylan era dai tempi di "Blonde on Blonde", 1966, che non faceva un disco degno del suo nome, a parte "John Wesley Harding", e anche quello era uscito nei primi giorni del gennaio 1968. Troppo.
Quando questo ragazzo del New Jersey, dai lunghi capelli biondi e il viso angelico pubblicò il suo esordio (era il 1973) intitolato "Aquashow" ci furono lodi sperticate da parte della stampa che contava: eccolo, abbiamo trovato il nuovo Dylan che tanto ci mancava. L'allora famoso critico di Rolling Stone, Paul Nelson, recensendo questo disco, lo etichettava come "the Best Dylan since 1968". Quell'etichetta fu una maledizione, più che una benedizione.
In realtà Elliott Murphy, questo il nome di quel ragazzo, aveva una cifra artistica tutta sua, che ancora oggi si fa fatica a identificare. La presenza in quel disco di un brano intitolato Like a Great Gatsby (che nell'edizione americana, per evitare problemi di copyright fu intitolata Like a Crystal Microphone) avrebbe dovuto fornire qualche indizio. Elliott Murphy infatti era - ed è - uno dei più letterati autori rock di sempre, che riusciva nell'ambiziosa operazione di far suonare F. S. Fitzgerald come una rock star.
Quarant'anni dopo, quel ragazzo oggi 65enne, ha deciso di riprendere in mano quel disco per "decostruirlo". Lo ha infatti reinciso dandogli sfumature e profondità inedite, in una operazione che non è per nulla nostalgica, ma ricca di emozione e significati come lo era quarant'anni fa. Il risultato, "Aquashow Deconstructed" pubblicato dalla coraggiosa etichetta italiana Route 66 e che sarà in vendita il prossimo 9 marzo, è straordinariamente affascinante. Abbiamo parlato con Elliott Murphy per indagare quel mistero ancora aperto di quarant'anni fa e il suo significato attuale.
Il tuo disco "Aquashow" venne pubblicato in un anno particolare, il 1973, che per molti segna anche la fine dell'epoca d'oro della musica rock. Critici musicali come Lester Bangs dicevano infatti già allora che questa musica era stata uccisa dall'industria, che aveva perso la sua innocenza.
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