Il 30 agosto di cinquant'anni, un ragazzino ebreo che aveva da poco compiuto 24 anni pubblicò un disco che si intitolava "Highway 61 Revisited". Cinquant'anni dopo quasi tutti sono concordi nel definirlo il più importante disco rock di sempre. "Chiunque abbia un po' di sale in zucca sa che Highway 61 Revisited è il più grande disco rock della storia" mi disse ad esempio una volta uno che di musica rock sa una o due cose, artista rock lui stesso di vaglia, John Mellencamp.
Pubblicato secondo disco di una trilogia che spezzerebbe le reni a qualunque altro collega, e di fatto nessuno si è mai avvicinato a tali vertici, tanto che John Lennon in quei mesi del 1965 si alzò in piedi e come membro dell'allora gruppo rock più importante del pianeta, si azzardò a dire: "E' Bob Dylan che ci mostra la strada". "Highway 61 Revisited" nonostante tanta gloria non è forse ancora stato ancora esplorato a fondo. Gli altri due dischi per la cronaca sono "Bringing It All Back Home" di pochi mesi precedente a questo e "Blonde on Blonde" di meno di un anno successivo. Insieme costituiscono la trilogia più esplosiva, emozionante, affascinante e rivoluzionaria di sempre, tanto che l’irrompere sulle scene musicali della seconda metà degli anni 60 di gruppi rock e di solisti successiva ad essi non sarebbe stata minimamente ipotizzabile. La canzone radiofonica di tre minuti era spazzata via (il 45 giri di Like a Rolling Stone venne pubblicato su due facciate, e nonostante questo schizzò in testa a tutte le classifiche) e come disse Joni Mitchell ascoltando un brano delle session di “Highway 61 Revisited” pubblicato su singolo, Positively 4th Street, “adesso in una canzone si può davvero parlare di tutto, anche mandare a fanculo le persone”. La musica rock era stata liberata e con essa nulla sarebbe stato più uguale a prima. Ma soprattutto quello che Bob Dylan introduceva, ad esempio con Mr. Tambourine Man, era mettere in primo piano in una canzone l’io, punto centrale del dramma umano, che le ideologie e il moralismo borghese dell’America del dopo guerra aveva nascosto sotto i detriti del consumismo volgare, delle ipocrisie piccolo borghesi, della superiorità anche razziale: WASP, “white anglo saxon protestant”, quelli che probabilmente avevano fatto fuori lo scomodo JFK. Costringendo tra l’altro lo stesso Dylan ad abbandonare l’impegno politico dopo la notizia della sua morte.
Quel linguaggio musicale e lirico inedito ancora oggi viene guardato da chiunque prenda in mano una chitarra (non ci sarebbe mai stato un Bruce Springsteen, per dirne uno, senza questi tre dischi). Quei tre dischi sono stati il più completo, ambizioso e avventuroso ritratto in musica dell'America, dei suoi fantasmi, delle sue promesse mancate, delle sue radici, mai inciso da un artista rock.
Se si vuole sapere cosa fu l'America degli anni 60 non servono trattati sociologici, interpretazioni politiche, discussioni filosofiche. Basta ascoltare questi dischi in sequenza. Se il vostro cervello non esploderà davanti a questa potenza sonica e lirica, allora avrete di che meditare per il resto della vostra vita. Non è un caso ad esempio che le Black Panther, il movimento afroamericano para terroristico, nacque quando i due fondatori passarono un pomeriggio ad ascoltare senza sosta il brano Ballad of a Thin Man, contenuto in "Highway 61".
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Sunday, August 30, 2015
Sunday, August 16, 2015
Quella scala per il Paradiso
L'arte non è espressione di noi stessi, l'arte non è l'espressione dell'artista. Certo, ci può essere chi si sforza come in un qualunque lavoro di creare qualcosa e di metterci tutto se stesso. L'arte, per quel che può significare questa parola così piena di vanità, è espressione di qualcosa d'altro oltre noi che ci attraversa a volte anche con violenza, dolore e sacrificio, chiedendo di essere espresso. E' un urlo, un pianto, occhi rosse di lacrime, una preghiera. E la preghiera non è mai una nostra affermazione, ma una richiesta.
Tre uomini anziani, alla soglia dei loro 70 anni, siedono in una tribuna con i massimi onori. E' il 2012, è la serata del Kennedy Center Honors. Al loro fianco il presidente degli Stati Uniti, al loro collo la massima onorificenza che quel paese può dare a chi si è reso meritevole grazie al suo lavoro (o arte se vogliamo).
I tre anziani signori aspettano di vedere l'ultima esibizione musicale in loro onore della serata, dopo altre esibizioni che li hanno già glorificati. Ma ecco che succederà l'impensabile, anche per loro, anche per tutti quelli che si erano esibiti convinti di aver già fatto del loro meglio, per tutti coloro che sono in quella sala.
Accadrà che qualcosa di più grande degli artisti che la eseguono, più grande degli autori (i tre anziani signori, ne manca uno, morto decenni fa, crollato sotto il peso di quel misterioso atto creativo che non tutti sono in grado di sopportare a lungo) in qualche modo si renderà tangibile e talmente affascinante da ridurre in lacrime almeno uno di loro.
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Tre uomini anziani, alla soglia dei loro 70 anni, siedono in una tribuna con i massimi onori. E' il 2012, è la serata del Kennedy Center Honors. Al loro fianco il presidente degli Stati Uniti, al loro collo la massima onorificenza che quel paese può dare a chi si è reso meritevole grazie al suo lavoro (o arte se vogliamo).
I tre anziani signori aspettano di vedere l'ultima esibizione musicale in loro onore della serata, dopo altre esibizioni che li hanno già glorificati. Ma ecco che succederà l'impensabile, anche per loro, anche per tutti quelli che si erano esibiti convinti di aver già fatto del loro meglio, per tutti coloro che sono in quella sala.
Accadrà che qualcosa di più grande degli artisti che la eseguono, più grande degli autori (i tre anziani signori, ne manca uno, morto decenni fa, crollato sotto il peso di quel misterioso atto creativo che non tutti sono in grado di sopportare a lungo) in qualche modo si renderà tangibile e talmente affascinante da ridurre in lacrime almeno uno di loro.
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Saturday, July 25, 2015
Tree of life
Guarda il riso che ti casca sui pantaloni. Tieni in mano quella forchetta nello stesso modo in cui non riesci più a tirare i fili della tua mente. Ogni cosa si confonde, quel piatto di riso come il tempo e lo spazio. Ogni cosa si sovrappone in una nebbia cattiva da cui emergi a tratti, guardandoti allo specchio, ma in realtà in quello specchio non ci sei più tu. Chi? Un bambino tanti anni fa. Sali le scale alle sei del mattino cercando un pacchetto di sigarette, mi stringi le mani sul collo ma dici che lo facevi per proteggermi perché dalla tua stanza sentivi che mi lamentavo.

Io ti guardo e so chi sei, ma se allungo la mano per afferrati, farti ridere, consolarti tu sfuggi in fondo a quel buco nero. O invece nel buco nero ci sono io, ma che importanza ha. E il riso che ti casca sui pantaloni, la cenere sul maglione e la cicca sui pantaloni, un buco in più che differenza fa. Abbiamo la stessa ansia e le stesse paure. Figli di uno stesso dolore. Sai chi sono? Sono un’ombra che appartiene a un tempo immemorabile e da cui non ti stacchi, sono il volto di tuo padre e di tua madre e di tua sorella, mentre i fili si intrecciano sempre di più e imploriamo che qualcuno li sbrigli. E poi dici, come se non volesse voler dire nulla, che quando Dio vuole servirsi di qualcuno comincia spesso con il ridurlo ad uno zero. Mi sento come quell’albero, secco e senza foglie, i rami che puntano disperatamente il cielo. In attesa di un fulmine che mi squarti e chiuda il conto. Per sempre. Da un albero con le radici secche non può nascere più nulla.

Io ti guardo e so chi sei, ma se allungo la mano per afferrati, farti ridere, consolarti tu sfuggi in fondo a quel buco nero. O invece nel buco nero ci sono io, ma che importanza ha. E il riso che ti casca sui pantaloni, la cenere sul maglione e la cicca sui pantaloni, un buco in più che differenza fa. Abbiamo la stessa ansia e le stesse paure. Figli di uno stesso dolore. Sai chi sono? Sono un’ombra che appartiene a un tempo immemorabile e da cui non ti stacchi, sono il volto di tuo padre e di tua madre e di tua sorella, mentre i fili si intrecciano sempre di più e imploriamo che qualcuno li sbrigli. E poi dici, come se non volesse voler dire nulla, che quando Dio vuole servirsi di qualcuno comincia spesso con il ridurlo ad uno zero. Mi sento come quell’albero, secco e senza foglie, i rami che puntano disperatamente il cielo. In attesa di un fulmine che mi squarti e chiuda il conto. Per sempre. Da un albero con le radici secche non può nascere più nulla.
Friday, July 17, 2015
Full moon. And empty arms
"L'unica cosa che io e Bob Dylan abbiamo in comune è il numero delle lettere nel nostro nome di battesimo": scherza così Ben Harper, sul palco del Moon and Stars Festival di Locarno, chiamato ad aprire per il leggendario cantautore.
Umile, simpatico, dispensatore di buone vibrazioni di chiara matrice hippie che lo percorrono in lungo e in largo, il musicista di Claremont, California, ha dimostrato se ce n'era bisogno tutta la stoffa artistica che lo caratterizza, in una accoppiata, la sua e Dylan, che è stata quella americanissima, tra padri e figli, di un'unica identità musicale seppur dispiegata con accenti diversi. Accompagnato dalla sua band storica, gli Innocent Criminals, tornata dopo tanti progetti solisti e paralleli tra cui il bellissimo disco di qualche tempo fa inciso insieme alla madre, Ben Harper ha emozionato la folta platea della Piazza Grande di Locarno, un catino dalla temperatura simile a quella della giungla della Cambogia, con la sua musica piena di riferimenti alla golden age del rock, gli anni 70. Riff presi in prestito da Led Zeppelin e Stones, deliziose ballate acustiche, spruzzate caraibiche ed echi grunge, talento chitarristico purissimo (con l'aiuto del sempre ottimo ex Wallflowers, Michael Ward) specie quando siede con la sua Weissenborn degli anni 20 sulle ginocchia, un talento come se ne ascolta sempre più raramente. Il suo concerto è una festa, tra sorrisi e una band coi fiocchi in cui spiccava il percussionista, autore di vivaci jam con il batterista e il bassista, da aprire squarci della memoria che arrivano fino ai giorni felici di Woodstock.
Concerto aperto da Diamonds on the Inside, che curiosamente ricorda tanto uno dei classici del Maestro che salirà dopo di lui sul palco, e cioè I Shall Be Released, con tante chicche di una carriera ormai ultra ventennale: Burn to Shine, Roses from my Friends, Steal my Kisses, Amen Omen e tante altre. Ben Harper arriva adesso in Italia, il consiglio è ovviamente di andare a vederlo.
Quando la notte è ormai scesa su Locarno, senza che la bolla di caldo sia diminuita, senza annuncio alcuno improvvisamente sul palco appare lui. Con il suo tipico apparente distacco, prende posto davanti a un microfono curiosamente circondato da altri due vintage, di quelli che usavano Frank Sinatra ed Elvis per capirsi. E' il massimo degli effetti speciali che Dylan offre, oltre a due piccoli busti marmorei piazzati sui monitor di cui non si capisce esattamente il senso: una Venere greca e una sorta di Beethoven, si direbbero.
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Umile, simpatico, dispensatore di buone vibrazioni di chiara matrice hippie che lo percorrono in lungo e in largo, il musicista di Claremont, California, ha dimostrato se ce n'era bisogno tutta la stoffa artistica che lo caratterizza, in una accoppiata, la sua e Dylan, che è stata quella americanissima, tra padri e figli, di un'unica identità musicale seppur dispiegata con accenti diversi. Accompagnato dalla sua band storica, gli Innocent Criminals, tornata dopo tanti progetti solisti e paralleli tra cui il bellissimo disco di qualche tempo fa inciso insieme alla madre, Ben Harper ha emozionato la folta platea della Piazza Grande di Locarno, un catino dalla temperatura simile a quella della giungla della Cambogia, con la sua musica piena di riferimenti alla golden age del rock, gli anni 70. Riff presi in prestito da Led Zeppelin e Stones, deliziose ballate acustiche, spruzzate caraibiche ed echi grunge, talento chitarristico purissimo (con l'aiuto del sempre ottimo ex Wallflowers, Michael Ward) specie quando siede con la sua Weissenborn degli anni 20 sulle ginocchia, un talento come se ne ascolta sempre più raramente. Il suo concerto è una festa, tra sorrisi e una band coi fiocchi in cui spiccava il percussionista, autore di vivaci jam con il batterista e il bassista, da aprire squarci della memoria che arrivano fino ai giorni felici di Woodstock.
Concerto aperto da Diamonds on the Inside, che curiosamente ricorda tanto uno dei classici del Maestro che salirà dopo di lui sul palco, e cioè I Shall Be Released, con tante chicche di una carriera ormai ultra ventennale: Burn to Shine, Roses from my Friends, Steal my Kisses, Amen Omen e tante altre. Ben Harper arriva adesso in Italia, il consiglio è ovviamente di andare a vederlo.
Quando la notte è ormai scesa su Locarno, senza che la bolla di caldo sia diminuita, senza annuncio alcuno improvvisamente sul palco appare lui. Con il suo tipico apparente distacco, prende posto davanti a un microfono curiosamente circondato da altri due vintage, di quelli che usavano Frank Sinatra ed Elvis per capirsi. E' il massimo degli effetti speciali che Dylan offre, oltre a due piccoli busti marmorei piazzati sui monitor di cui non si capisce esattamente il senso: una Venere greca e una sorta di Beethoven, si direbbero.
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Friday, July 10, 2015
Fare Thee Well
Una sera del 1978 il giornalista e scrittore Paul Williams, quello che inventò il giornalismo rock, si trovava a un concerto di Neil Young a San Francisco. Era uno di quelli diventati celebri per essere stati documentati nel film "Rust Never Sleeps", uno del momenti topici della carriera del cantautore canadese. Williams incontrò l'organizzatore, il celebre Bill Graham padre putativo della scena musicale della città californiana che gli disse: "Che ci fai qui mentre dall'altra parte della città suonano i Grateful Dead?". Una frase che dice tutto: pur essendo Neil Young impegnato in una esibizione storica, non c'era possibilità di battere i Dead.
"There's nothing like a Grateful Dead" era uno degli slogan che ha accompagnato per decenni la straordinaria avventura della band dello scomparso Jerry Garcia. Questa avventura, benché fosse finita vent'anni fa con la morte prematura del leader, è finita questa volta per davvero con una serie di concerti spettacolari che hanno festeggiato il 50esimo anniversario del gruppo, nato nel 1965. Per l'occasione si è tentata la sfida impossibile di trasmettere nei cinema italiani l'ultimo di questi, quello del 7 luglio allo stadio Soldier Field di Chicago, in leggera differita. Sfida miseramente fallita come era prevedibile: si parla di sale con al massimo quattro spettatori privati anche dell'aria condizionata perché probabilmente costava troppo per il cinema visto l'inesistente incasso. Si sapeva: i Grateful Dead non sono mai stati amati nel nostro paese, non ci hanno neanche mai suonato.
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"There's nothing like a Grateful Dead" era uno degli slogan che ha accompagnato per decenni la straordinaria avventura della band dello scomparso Jerry Garcia. Questa avventura, benché fosse finita vent'anni fa con la morte prematura del leader, è finita questa volta per davvero con una serie di concerti spettacolari che hanno festeggiato il 50esimo anniversario del gruppo, nato nel 1965. Per l'occasione si è tentata la sfida impossibile di trasmettere nei cinema italiani l'ultimo di questi, quello del 7 luglio allo stadio Soldier Field di Chicago, in leggera differita. Sfida miseramente fallita come era prevedibile: si parla di sale con al massimo quattro spettatori privati anche dell'aria condizionata perché probabilmente costava troppo per il cinema visto l'inesistente incasso. Si sapeva: i Grateful Dead non sono mai stati amati nel nostro paese, non ci hanno neanche mai suonato.
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Saturday, July 04, 2015
For free
C'era una vecchia canzone di Joni Mitchell che più o meno diceva: "Nessuno si fermava a sentirlo suonare, nessuno lo aveva mai visto alla televisione, ma quell'uomo da solo suonava davvero bene, e lo faceva gratis". La canzone, For Free, era una riflessione sul suo ruolo di star super pagata che viaggia in limousine e ha folle adoranti e un musicista di strada che suona per qualche spicciolo. Ma non c'è differenza nel risultato finale: tutti e due fanno bella musica, anzi, sembra suggerire la Mitchell, lui forse ne fa anche di migliore.
La musica arriva dal cuore, e se uno lo ha al posto giusto, non è un problema di soldi. La fai comunque, perché non puoi tenertela dentro, devi farla uscire se no stai male. La devi regalare, magari farai sentire bene qualcuno che passa di lì in fretta.
Donald Gould potrebbe essere il protagonista della canzone di Joni MItchell. Cinquant'anni, senza lavoro e senza casa, è un ex marine, un veterano dell'esercito americano. Magro, pelle e ossa, i capelli lunghi e sporchi, una barba anche quella lunga e incolta. Uno dei tanti barboni che popolano le strade delle opulente città del ricco occidente. A Saratoga, dove sopravvive più che vivere, in Florida, hanno messo un pianoforte su un marciapiede, a disposizione di chi voglia fermarsi e suonarlo. Una cosa bella. Un invito alla bellezza nel caos delle nostre metropoli. Come dire, dai fermati qualche minuto e pensa qualcosa di bello, esprimilo, mettilo in comune.
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La musica arriva dal cuore, e se uno lo ha al posto giusto, non è un problema di soldi. La fai comunque, perché non puoi tenertela dentro, devi farla uscire se no stai male. La devi regalare, magari farai sentire bene qualcuno che passa di lì in fretta.
Donald Gould potrebbe essere il protagonista della canzone di Joni MItchell. Cinquant'anni, senza lavoro e senza casa, è un ex marine, un veterano dell'esercito americano. Magro, pelle e ossa, i capelli lunghi e sporchi, una barba anche quella lunga e incolta. Uno dei tanti barboni che popolano le strade delle opulente città del ricco occidente. A Saratoga, dove sopravvive più che vivere, in Florida, hanno messo un pianoforte su un marciapiede, a disposizione di chi voglia fermarsi e suonarlo. Una cosa bella. Un invito alla bellezza nel caos delle nostre metropoli. Come dire, dai fermati qualche minuto e pensa qualcosa di bello, esprimilo, mettilo in comune.
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Monday, June 08, 2015
Sorella Morfina
“On the saxophone and tequila, Bobby Keys”. Così Mick Jagger introduce al pubblico il sassofonista morto nel dicembre del 2014 per complicazioni dovute a cirrosi epatica. Quella malattia che si prende quando si beve troppo, anche troppa tequila. Sono parole pronunciate prima dell’esecuzione live di Hony Tonk Women uno di quei brani caratterizzati proprio dal sax del musicista texano oltre a naturalmente a Brown Sugar che resterà sempre la sua signature song grazie al suo intervento poderoso di sassofono. Bobby Keys non c’è più come tanti altri eroi di quei giorni lontani, i giorni in cui, il primo maggio 1971, usciva l’album degli Stones “Sticky Fingers” forse il loro disco più perfetto e mitizzato in una lista di dischi straordinari. Si paga un prezzo per avvicinarsi così tanto al sole, come Icaro ha insegnato, e quei musicisti che in quei giorni quando il rock’n’roll era all’apice della “golden age” hanno pagato prezzi molto alti. Credete che a loro sia importato? Assolutamente no, perché quando sei dentro a quel vento impetuoso, quando sei “jumpin’ jack flash”, quando sei a colloquio con Dio tutti i giorni, il resto non ha importanza.
“Sticky Fingers” esce in questi giorni in una super versione de luxe con il disco originale rimasterizzato e altri due cd contenenti versioni alternative – ad esempio una spettacolare Brown Sugar in versione bluesy con Eric Clapton alla chitarra e Al Kooper al pianoforte – e un disco e mezzo dal vivo registrato a Leeds in Inghilterra nel marzo 1971 e al Marquee Club di Londra nello stesso periodo. Insieme ad altri dischi di quegli anni, diventa così la versione definitiva di un periodo storico mai più ripetuto da nessuno, neanche dagli stessi Stones. Un periodo in cui scrivere e cantare canzoni corrispondeva alla vita e musicisti e pubblico erano una comunità unica, dove non c’era divismo ma si condivideva il sogno che quel mondo immaginato dalla musica fosse un mondo alternativo possibile al cinismo, alla noia, alla menzogna dei genitori.
La storia ha insegnato che quel mondo non è stato possibile realizzarlo, anche se per poco tempo è sembrato possibile. Il fatto che certi sogni non diventino realtà non vuol dire che non valga la pena continuare a sognarli, anche perché costituiscono la natura stessa del nostro io, del nostro cuore. Chiudere la porta vuol dire lasciar morire quanto di più vero abbiamo dentro.
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“Sticky Fingers” esce in questi giorni in una super versione de luxe con il disco originale rimasterizzato e altri due cd contenenti versioni alternative – ad esempio una spettacolare Brown Sugar in versione bluesy con Eric Clapton alla chitarra e Al Kooper al pianoforte – e un disco e mezzo dal vivo registrato a Leeds in Inghilterra nel marzo 1971 e al Marquee Club di Londra nello stesso periodo. Insieme ad altri dischi di quegli anni, diventa così la versione definitiva di un periodo storico mai più ripetuto da nessuno, neanche dagli stessi Stones. Un periodo in cui scrivere e cantare canzoni corrispondeva alla vita e musicisti e pubblico erano una comunità unica, dove non c’era divismo ma si condivideva il sogno che quel mondo immaginato dalla musica fosse un mondo alternativo possibile al cinismo, alla noia, alla menzogna dei genitori.
La storia ha insegnato che quel mondo non è stato possibile realizzarlo, anche se per poco tempo è sembrato possibile. Il fatto che certi sogni non diventino realtà non vuol dire che non valga la pena continuare a sognarli, anche perché costituiscono la natura stessa del nostro io, del nostro cuore. Chiudere la porta vuol dire lasciar morire quanto di più vero abbiamo dentro.
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Monday, June 01, 2015
High Fidelity, la mia vita in una top five
"Che cosa è nata prima: la musica o la sofferenza? Ai bambini si tolgono le armi giocattolo, non gli si fanno vedere certi film per paura che possano sviluppare la cultura della violenza, però nessuno evita che ascoltino centinaia, anzi, dovrei dire migliaia di canzoni che parlano di abbandoni, di gelosie, di tradimenti, di penose tragedie del cuore. Io ascoltavo pop music perché ero un infelice. O ero infelice perché ascoltavo la pop music?". Vent'anni fa un libro di un autore inglese che stava cominciando a farsi conoscere grazie al buon successo della sua opera prima "Fever Pitch: A Fan's Life-Febbre a novanta" pubblicava il suo primo vero romanzo, quello che lo avrebbe lanciato come uno degli scrittori maggiormente di successo al mondo degli ultimi anni. Oltre al successo letterario, anche quello cinematografico: di quasi ogni suo libro è stato fatto un film, anche quello di successo.
Il libro uscito vent'anni fa esatti si intitolava "High Fidelity-Alta fedeltà" e avrebbe fatto dell'inglese Nick Hornby lo scrittore più acuto e intelligente nel descrivere la sua generazione, insieme al canadese Douglas Coupland (anche di lui quest'anno si festeggiano vent'anni di un suo libro straordinario, "Microservi") e all'americano David Foster Wallace. Capacità stilistiche? Bravura nella forma? Anche, ma non per quello: la capacità formidabile di questo terzetto geniale è sempre stata quella di descrivere con un realismo inarrivabile le loro e altrui vite. Usando sempre anche l'arma della compassione e dell'ironia. Non è poco.
Se "Febbre a novanta" descriveva il mondo degli appassionati di calcio, "Alta fedeltà" esplorava quello degli appassionati di musica con tutti i loro tic, il loro snobismo e soprattutto la loro incapacità di adattarsi a una vita normale.
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Il libro uscito vent'anni fa esatti si intitolava "High Fidelity-Alta fedeltà" e avrebbe fatto dell'inglese Nick Hornby lo scrittore più acuto e intelligente nel descrivere la sua generazione, insieme al canadese Douglas Coupland (anche di lui quest'anno si festeggiano vent'anni di un suo libro straordinario, "Microservi") e all'americano David Foster Wallace. Capacità stilistiche? Bravura nella forma? Anche, ma non per quello: la capacità formidabile di questo terzetto geniale è sempre stata quella di descrivere con un realismo inarrivabile le loro e altrui vite. Usando sempre anche l'arma della compassione e dell'ironia. Non è poco.
Se "Febbre a novanta" descriveva il mondo degli appassionati di calcio, "Alta fedeltà" esplorava quello degli appassionati di musica con tutti i loro tic, il loro snobismo e soprattutto la loro incapacità di adattarsi a una vita normale.
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Friday, May 22, 2015
Thanks Dave
I tentativi di imitazione sono stati (e saranno) infiniti. Anche a casa nostra dove un comico poi sparito per motivi vari dalla tv aveva copiato in ogni particolare - anche la tazza del caffè - lo studio televisivo di David Letterman, Dave per amici e fan, pensando che in Italia nessuno avesse mai visto l'originale. Quello che non gli riuscì di copiare, lui e nessun altro che ci abbia provato, era lo stile unico e irripetibile di Letterman. Umorismo, talvolta anche cinico, ma mai volgare, di classe altissima, umanità, capacità di commuoversi e commuovere, rispetto per gli ospiti, ironia e auto ironia. E anche una cosa che in Italia per forza di cose non si potrà mai fare, a parte il tentativo di Renzo Arbore con la trasmissione Doc: portare in televisione la musica che si ama, non quella che si deve portare perché imposta per interessi economici, di connivenze varie o di share.
In trentatré anni e 6mila e 28 puntate Letterman ha portato tutti, dai più grandi ai più sconosciuti. Tutti rigorosamente live, senza trucchi e pagliacciate. Ci ha fatto piangere quando ha dedicato una puntata a un musicista morente per un tumore inguaribile portandolo in studio per l'ultima volta (quando Letterman chiese a Warren Zevon se la malattia gli avesse "insegnato" qualcosa che noi non sapessimo, questi rispose: "Non molto eccetto sapere adesso quanto vale gustare ogni sandwich che mangio"); ci ha fatto sussultare presentando le ultimissime novità, the next big thing, prima che diventassero di successo. Ha tirato letteralmente fuori di casa star restie a esibirsi in tv come Bob Dylan per alcune apparizioni memorabili.
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In trentatré anni e 6mila e 28 puntate Letterman ha portato tutti, dai più grandi ai più sconosciuti. Tutti rigorosamente live, senza trucchi e pagliacciate. Ci ha fatto piangere quando ha dedicato una puntata a un musicista morente per un tumore inguaribile portandolo in studio per l'ultima volta (quando Letterman chiese a Warren Zevon se la malattia gli avesse "insegnato" qualcosa che noi non sapessimo, questi rispose: "Non molto eccetto sapere adesso quanto vale gustare ogni sandwich che mangio"); ci ha fatto sussultare presentando le ultimissime novità, the next big thing, prima che diventassero di successo. Ha tirato letteralmente fuori di casa star restie a esibirsi in tv come Bob Dylan per alcune apparizioni memorabili.
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Sunday, May 17, 2015
La vendetta di Sugar Man
Va in scena un atto unico, la morte dell’artista davanti al pubblico adorante. C’è un elemento di morte in ogni performance artistica, perché l’arte evoca vita e morte in ugual misura, a volte più una che l’altra. Nel caso di Sixto Rodriguez la morte trascende la performance stessa e si incarna nella figura dell’artista stesso. E’ lui la morte che si presenta nuda e sfrontata davanti al pubblico, quasi a deriderlo e a cercare una sorta di vendetta: guardate come mi avete ridotto. Ingmar Bergman e William Shakespeare stasera sono ospiti d’onore in prima fila e sorridono compiaciuti.
Non è un concerto in realtà, è un commosso tributo a un uomo che ha vissuto due, tre vite, perdendo quasi sempre secondo l’ottica umana, non in quella sovrumana. La gente che riempie il lussuoso teatro Arcimboldi e che ha sborsato soldi non da poco per esserci lo sa e non è qui davvero per la musica: è qui per vedere se Sugar Man esiste davvero e per pagare il suo debito. Nel vero senso della parola: uno dei massimi geni della popular music del secolo scorso derubato di ogni centesimo, derubato della sua arte, derubato di tutto ma non del cuore e dell’anima merita che gli si ridia indietro almeno qualcosa. Nonostante il concerto sia di qualità musicale molto scarsa (colpa, più che di Rodriguez, di una band di scalzacani improvvisata probabilmente il giorno prima e che non conosce l’abc della musica) al pubblico non importa. Sono standing ovation continue, la gente applaude fragorosa e gli invia tutto il suo amore. Per l’uomo. E che uomo.
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Non è un concerto in realtà, è un commosso tributo a un uomo che ha vissuto due, tre vite, perdendo quasi sempre secondo l’ottica umana, non in quella sovrumana. La gente che riempie il lussuoso teatro Arcimboldi e che ha sborsato soldi non da poco per esserci lo sa e non è qui davvero per la musica: è qui per vedere se Sugar Man esiste davvero e per pagare il suo debito. Nel vero senso della parola: uno dei massimi geni della popular music del secolo scorso derubato di ogni centesimo, derubato della sua arte, derubato di tutto ma non del cuore e dell’anima merita che gli si ridia indietro almeno qualcosa. Nonostante il concerto sia di qualità musicale molto scarsa (colpa, più che di Rodriguez, di una band di scalzacani improvvisata probabilmente il giorno prima e che non conosce l’abc della musica) al pubblico non importa. Sono standing ovation continue, la gente applaude fragorosa e gli invia tutto il suo amore. Per l’uomo. E che uomo.
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Sunday, April 19, 2015
Coming soon
Backstage Pass – Sulla strada con il Good Doctor
"Due, trecento zombie del rock’n’roll, vampiri malati di buio di quelli che preferiscono lottare con le zanzare che fare presenza ai concerti trendy. Qua a noi non ci vede nessuno.
Ma noi non vogliamo che ci veda qualcuno. Dal tramonto all’alba è il tempo giusto, lontani dalle luci della città, lontani dal dolore, lontani dai rimpianti. Noi siamo quelli uncool, orgogliosi di esserlo, quelli che raramente escono e quando lo fanno, lo fanno per dimenticare".
Paolo Vites, giornalista musicale da circa 25 anni, ne ha visti di concerti. Dai primi, a fine anni 70, quando la musica dal vivo tornò a essere celebrata dopo una stagione di molotov e autoriduzioni, a oggi. Dagli stadi ai piccoli club, dalle capitali europee ai paesini della provincia, da Bruce Springsteen agli esordienti, spesso con incontri backstage e avventure degne di un Hunter Thompson. Ecco perché il libro si intitola “Sulla strada con il Good Doctor”, in tributo al grande maestro del giornalismo gonzo. Ma anche perché questo libro è il seguito ideale di quello pubblicato con grande riscontro di critica e lettori quattro anni fa, “Un sentiero per le stelle – Sulla strada con Bob Dylan” (Pacini Editore), interamente dedicato quello ai concerti del cantautore americano.
Perché Paolo Vites pur amando la musica come una religione – le canzoni sono le mie preghiere dice spesso – mantiene un tono ironico, mai accademico, spesso autocritico per raccontare la musica che ama.
Dopo Bob Dylan, dunque, sua prima e massima passione, adesso lo scenario si allarga: dalla fine degli anni 70 fino a oggi, Qualche nome? Francesco De Gregori, Francesco Guccini, Crosby, Stills, Nash, Neil Young, Springsteen, Nick Cave, Kris Krisofferson, The National, Aerosmith, Wilco, Lauryn Hill, Damien Rice, Jeff Buckley.
Ogni concerto una avventura indimenticabile, al limite della sopravvivenza. Scritto nel sangue.
"Due, trecento zombie del rock’n’roll, vampiri malati di buio di quelli che preferiscono lottare con le zanzare che fare presenza ai concerti trendy. Qua a noi non ci vede nessuno.
Ma noi non vogliamo che ci veda qualcuno. Dal tramonto all’alba è il tempo giusto, lontani dalle luci della città, lontani dal dolore, lontani dai rimpianti. Noi siamo quelli uncool, orgogliosi di esserlo, quelli che raramente escono e quando lo fanno, lo fanno per dimenticare".
Paolo Vites, giornalista musicale da circa 25 anni, ne ha visti di concerti. Dai primi, a fine anni 70, quando la musica dal vivo tornò a essere celebrata dopo una stagione di molotov e autoriduzioni, a oggi. Dagli stadi ai piccoli club, dalle capitali europee ai paesini della provincia, da Bruce Springsteen agli esordienti, spesso con incontri backstage e avventure degne di un Hunter Thompson. Ecco perché il libro si intitola “Sulla strada con il Good Doctor”, in tributo al grande maestro del giornalismo gonzo. Ma anche perché questo libro è il seguito ideale di quello pubblicato con grande riscontro di critica e lettori quattro anni fa, “Un sentiero per le stelle – Sulla strada con Bob Dylan” (Pacini Editore), interamente dedicato quello ai concerti del cantautore americano.
Perché Paolo Vites pur amando la musica come una religione – le canzoni sono le mie preghiere dice spesso – mantiene un tono ironico, mai accademico, spesso autocritico per raccontare la musica che ama.
Dopo Bob Dylan, dunque, sua prima e massima passione, adesso lo scenario si allarga: dalla fine degli anni 70 fino a oggi, Qualche nome? Francesco De Gregori, Francesco Guccini, Crosby, Stills, Nash, Neil Young, Springsteen, Nick Cave, Kris Krisofferson, The National, Aerosmith, Wilco, Lauryn Hill, Damien Rice, Jeff Buckley.
Ogni concerto una avventura indimenticabile, al limite della sopravvivenza. Scritto nel sangue.
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