Monday, November 04, 2013

And these visions of Johanna are now all that remain

Sembra strano, a dirsi, ma Bob Dylan, nei suoi trent’anni di calate in Italia da quella prima volta nel 1984, non aveva mai suonato prima in un teatro. A parte la splendida cornice dell’Arena di Verona, un paio di volte, per il resto sempre e soltanto palazzetti dello sport dalla pessima acustica, campi di pallone inariditi o affondati nel fango. L’eccezione è stata qualcuna delle nostre splendide piazze medievali. Si sa che la musica rock è qualcosa di viscerale che si vive in qualunque condizione (pur alcuni, peggio è la condizione ambientale meglio è), ma certamente una sede come il Teatro degli Arcimboldi, pensato per la musica classica, Bob Dylan l’ha finalmente meritata. E per ben tre sere consecutive, anche se oggi il cantante presenta scalette sempre simili ogni sera, con una ritrovata professionalità e attenzione al particolare che fa un po’ rimpiangere lo zingaro irriverente e arruffone che anni fa cambiava e improvvisava le scalette direttamente sul palco. Chi scrive ricorda ancora gli sguardi terrorizzati dei suoi musicisti sul palco quando una sera, a Roma, buttò lì con nonchalance una Homeward Bound di Simon and Garfunkel evidentemente mai provata prima e di cui si era ben guardato di avvertire che l’avrebbe suonata.


Il Dylan di oggi presenta uno spettacolo ben ferrato e ben provato, con la novità, in questi concerti europei autunnali, di presentare molti dei pezzi che compongono il suo ultimo disco in studio, “Tempest”, dunque una novità per tutti colore che lo vanno a vedere.

Per Bob Dylan in concerto vale sempre il vecchio assioma: andare a vederlo è come assistere a William Shakespeare che sta mettendo in atto la sua ultima opera. Ma, viceversa, anche quanto disse una volta un amico americano: Dylan oggi è come uno dei volti scolpiti sul Monte Rushmore, uno dei padri dell’America, ma anche una scultura fissata e immobile nella sua grandezza, che non dice e non comunica nulla se non la propria effige.


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5 comments:

Fausto Leali said...

E chi la scrive una recensione della terza serata, dopo aver letto questa?
Vites insuperabile.
Grazie

Finchè c'è Vites... said...

Grazie perchè le tue parole m'han permesso d'esser lì anche per le prime due serate. E oggi? ... What did you hear, my blue-eyed son? Sei tornato a casa anche tu inzuppato da una dura pioggia?

Paolo Vites said...

un cuore gonfio di pioggia

andrea said...

Negli ultimi vent'anni l'ho ascoltato dal vivo sette volte. Mi piace tenermi quei ricordi e soprattutto l'idea che ho io di Dylan....non vorrei mai che la realta' me la rovinasse.

laura said...

dylan non è storia. dylan è mito. e i miti non si rovinano. possono solo guardare noi che ci roviniamo ad arrovellarci attorno alla realtà. e invitarci ad andare oltre la realtà, con loro, nello spazio di diciannove canzoni.

grazie.