Certi fan della musica rock, come dice spesso Francesco De Gregori, sono un po' dei talebani. Personalmente li definirei più vicini a certa tifoseria calcistica. Nel senso che vivono di etichette e regole non scritte, dove non bisogna mai trasgredire alla regola del "fandom", ovvero la mia squadra è migliore della tua e tanto basta. Così è anche con i musicisti rock. Il caso di Jakob Dylan è emblematico: per il fatto di portarsi cotanto cognome, l'ultimo della nidiata del massimo cantautore di tutti i tempi non si sarebbe mai dovuto permettere di fare il musicista anche lui. Addirittura, ci fu qualcuno che gli rimproverò di usare il nome "Dylan". Lui, poveretto, rispose che suo padre, nato Zimmerman, da decenni aveva cambiato dal punto di vista della legge il suo cognome in quel modo per cui non poteva certo assumere a sua volta un altro cognome che non fosse il suo naturale.
Ma nonostante queste spiegazioni, Jakob per molti rimane un usurpatore. E poco importa che nella sua ormai ventennale carriera non abbia mai inciso una canzone che ricordi in qualche modo quelle del padre. Anzi, per anni si è nascosto all'interno di una band dove nonostante fosse il cantante e l'autore totale dei brani, i dischi erano denominati con il marchio "The Wallflowers". In un mondo, quello musicale, dove di nuovi Dylan e plagiatori vari è pieno, l'unico che non ha mai copiato Bob Dylan è proprio Jakob.
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Thursday, October 04, 2012
Monday, April 05, 2010
Springtime music

Vi siete mai chiesti quali sono i rumori, i suoni,le voci di un ospedale psichiatrico? Se proprio volete saperlo, buttatevi in un viaggio cosmico nella pazzia e nella musica che dalla pazzia può scaturire. E' il bellissimo nuovo disco di Roky Erikson, True Love Cast Out All Evil, indimenticato leader di quella che probabilmente fu la prima band" acida" e psichedelica, i texani 13th Floor Elevators. Come Syd Barrett, qualche pasticca di troppo portò Roky a schizzare in orbite proibite, ma a differenza di Syd, Roky in qualche modo è riuscito a tornare alla musica. A differenza del pur bello All That May Do My Rhyme che nel 1995, prodotto da un "certo" Charlie Sexton lo vide effettuare un primo timido comeback, questo True Love Cast Out All Evil che esce questo mese è un disco totale, da paura. Lo accompagnano gli straordinari Okkerville River come backing band, e il suono che insieme producono sembra quello della crew di Phil Spector sotto dosi abbondanti di LSD. Un suono cosmico, un wall of sound all'acido, e un Roky che canta come non avremmo mai pensato. In mezzo, tra una canzone e l'altra, inquietanti registrazioni effettuate nell'ospedale psichiatrico dove Erickson si trovava nei primi anni 70: grida, gemiti, strascichi, canzoni alla chitarra acustica che sembrano provenire dall'inferno della mente malata. Un disco da paura, appunto, ma anche pieno di dolcezza, di poesia e di belle canzoni saltate direttamente fuori dai 60s.
Dai 60s arrivano - come attitudine naturalmente che loro sono giovanissimi - anche gli Avett Brothers. Lo straordinario I and Love and You, uscito in America già lo scorso settembre ma qui da noi solo adesso, è un caledoiscopio di buone vibrazioni, un vaudeville show per chitarre acustiche, banjo, pianoforte e violoncello. Ha la stessa freschezza di certe pagine dei Beatles, quelli pazzerelli e gioiosi di Sgt Pepper o di Abbey Road. Ma loro sono americanissimi, dentro fino al midollo nella folk music di casa loro, eppure riescono in certi pezzi a suonare più rock'n'roll dei Ramones. Sono divertimento puro, sono un inno alla primavera che (forse) sta finalmente facendo capolino, e come ho già detto la canzone I and Love and You è uno dei più straordinari pezzi di ogni tempo. C'è la poesia metropolitana del primo Springsteen, c'è la malinconia dei Pogues di On a Rainy Night in Soho, c'è il sentimento gospel di The Band. Un disco che è già un classico di ogni tempo. E mi dicono che il precedente album, Emotionalism, è ancora meglio. Vado a cercarlo, grazie D.
C'è chi dice che Jakob Dylan solo adesso è finalmente diventato degno del cognome che porta. Non è vero, naturalmente, e chi lo dice non ha mai ascoltato attentamente dischi come Bringing down the Horse o Sweetheart, Rebel. Ma comunque il nuovo Women and Country è disco degno di stare accanto a quanto papà Bob ha fatto negli ultimi quindici anni e certamente meglio di sue pagine sbiadite come Modern Times. T-Bone Burnett fa quello che avrebbe fatto Joe Henry se avesse prodotto lui, e cioè butta colori scuri, innesta ritmiche pesanti e minacciose, lascia che Marc Ribot faccia ululare la chitarra. Il resto lo fa Jakob con canzoni potenti e sanguinanti, che sembra questo disco il Nebraska del terzo millennio. Folk music anche per lui, ma filtrata attraverso visioni oscure e malinconiche. "Le uniche cose che davvero ci costituiscono" dice "sono le donne e l'amore per il nostro paese". Le celebra con canzoni piene di fascino e di intensità e davvero non c'è altro da dire. Se non che c'è sempre un Dylan a dettare la direzione.
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