Ci sono alcune foto, della prima metà degli anni 80, in cui si vede la pop star inglese Elton John seduto a un tavolaccio di legno in una umile abitazione con a fianco il leader di Solidarnosc, Lech Walesa. E' l'abitazione dove il sindacalista stava trascorrendo gli arresti domiciliari dopo il colpo di stato filo sovietico del generale Jaruselski. Elton John, uno dei primissimi se non il primo artista rock occidentale invitato a esibirsi in Polonia, era andato a trovarlo, affascinato dalla figura di quel piccolo uomo che da solo aveva cercato di opporsi all'impero comunista di Mosca.
Sebbene difficilmente il concerto di Elton John si possa definire un concerto rock come siamo abituati a viverli noi, con il pubblico in gran parte composto da membri della casta del partito comunista, con un dispiego di forze dell'ordine quasi maggiore degli spettatori e il manganello pronto per rimettere seduto chi si lasciava prendere dalla musica e osava alzarsi in piedi, l'episodio nella sua interezza la dice lunga di quanto la musica rock sia stata fondamentale nel processo del crollo del Muro di Berlino e come ci fosse una linea forte di reciproca empatia tra artisti rock e dissidenti.
La famosa "rivoluzione di velluto" che il futuro presidente cecoslovacco Vaclav Havel lanciò a fine anni 60 prendeva nome e ispirazione dal suo gruppo preferito, i Velvet Underground di Lou Reed ("il velluto sotterraneo") mentre Joan Baez che si era esibita in alcune abitazioni di dissidenti cecoslovacchi, scampò per pura fortuna all'arresto.
In Russia e in tutti i paesi dell'est europeo la musica rock era severamente bandita, nonostante questo molti giovani riuscivano a far entrare di nascosto i dischi dei Beatles, che poi artigianalmente ristampavano per un fiorente mercato clandestino a cui il KGB dava la caccia in modo sistematico, con la violenza e il carcere. Gruppi rock fiorivano nelle cantine di Mosca e Leningrado sistematicamente vittime di violenze della polizia quando venivano scoperti. Ma l'anelito di libertà si diffondeva comunque.
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Friday, July 13, 2018
Monday, September 21, 2015
Stone alone
Che cosa fa una pietra quando non rotola? Non si lascia coprire di muschio se questa pietra si chiama Keith Richards. Si guarda dentro, riscopre quello che ha accumulato in una lunga vita, un amore grande così per la musica in tutta la sua interezza e ne fa un bel disco. Che è poco "rolling" e molto "stone" nel senso che Richards a differenza di Jagger è ben fisso sulle radici della musica. Come una pietra. Un po' come Bob Dylan che ormai da molti anni vive in un mondo antico e fa musica che appartiene all'era pre rock'n'roll: il blues, il jazz, il folk, il country precedenti alla rivoluzione di Elvis. Che poi sono la cifra stessa che costituisce il rock'n'roll.
Anche il chitarrista degli Stones nel suo nuovo disco solista, "Crosseyed Heart", a ventitré anni di distanza dal precedente (con questo tre in tutto nella sua carriera) percorre queste strade, tanto che l'unico vero pezzo che ha il sapore e l'eccitazione della sua band appare solo a un certo punto, Trouble, anche se gli indizi qua e là non mancano. Un disco raffinato, cantato con un cuore (strabico, perché è un cuore che si è giocato tutto nella vita) purissimo, dove emerge tutta l'onestà di un artista che ha dedicato ogni attimo dell'esistenza a qualcosa di più grande di lui, la musica. Canta Bene in questo disco, Keith Richards, stupendo visto che non è mai stato un cantante vero e proprio, certo non all'altezza dell'amico/nemico Jagger, ma questo lo sanno tutti. In "Crosseyed Heart" supera se stesso declinando la voce come un vecchio crooner pieno di affetto e sincerità.
I brani di Richards solista, come già ci avevano mostrato i due dischi precedenti, sono un po' pezzi degli Stones prima della lavorazione di Mick Jagger. Scarni, essenziali, tenuti su da riff squadrati e implacabili. Jagger poi li colora e li fa diventare quella festa grande che sappiamo. Ma in "Crosseyed Heart" Keef va oltre e incide una serie di brani che portano lontano, perfetti per un noir di Raymond Chandler. E' un viaggio alle radici, compiuto quasi tutto di notte, tra ricordi, fantasmi e promesse infrante.
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Anche il chitarrista degli Stones nel suo nuovo disco solista, "Crosseyed Heart", a ventitré anni di distanza dal precedente (con questo tre in tutto nella sua carriera) percorre queste strade, tanto che l'unico vero pezzo che ha il sapore e l'eccitazione della sua band appare solo a un certo punto, Trouble, anche se gli indizi qua e là non mancano. Un disco raffinato, cantato con un cuore (strabico, perché è un cuore che si è giocato tutto nella vita) purissimo, dove emerge tutta l'onestà di un artista che ha dedicato ogni attimo dell'esistenza a qualcosa di più grande di lui, la musica. Canta Bene in questo disco, Keith Richards, stupendo visto che non è mai stato un cantante vero e proprio, certo non all'altezza dell'amico/nemico Jagger, ma questo lo sanno tutti. In "Crosseyed Heart" supera se stesso declinando la voce come un vecchio crooner pieno di affetto e sincerità.
I brani di Richards solista, come già ci avevano mostrato i due dischi precedenti, sono un po' pezzi degli Stones prima della lavorazione di Mick Jagger. Scarni, essenziali, tenuti su da riff squadrati e implacabili. Jagger poi li colora e li fa diventare quella festa grande che sappiamo. Ma in "Crosseyed Heart" Keef va oltre e incide una serie di brani che portano lontano, perfetti per un noir di Raymond Chandler. E' un viaggio alle radici, compiuto quasi tutto di notte, tra ricordi, fantasmi e promesse infrante.
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Monday, June 08, 2015
Sorella Morfina
“On the saxophone and tequila, Bobby Keys”. Così Mick Jagger introduce al pubblico il sassofonista morto nel dicembre del 2014 per complicazioni dovute a cirrosi epatica. Quella malattia che si prende quando si beve troppo, anche troppa tequila. Sono parole pronunciate prima dell’esecuzione live di Hony Tonk Women uno di quei brani caratterizzati proprio dal sax del musicista texano oltre a naturalmente a Brown Sugar che resterà sempre la sua signature song grazie al suo intervento poderoso di sassofono. Bobby Keys non c’è più come tanti altri eroi di quei giorni lontani, i giorni in cui, il primo maggio 1971, usciva l’album degli Stones “Sticky Fingers” forse il loro disco più perfetto e mitizzato in una lista di dischi straordinari. Si paga un prezzo per avvicinarsi così tanto al sole, come Icaro ha insegnato, e quei musicisti che in quei giorni quando il rock’n’roll era all’apice della “golden age” hanno pagato prezzi molto alti. Credete che a loro sia importato? Assolutamente no, perché quando sei dentro a quel vento impetuoso, quando sei “jumpin’ jack flash”, quando sei a colloquio con Dio tutti i giorni, il resto non ha importanza.
“Sticky Fingers” esce in questi giorni in una super versione de luxe con il disco originale rimasterizzato e altri due cd contenenti versioni alternative – ad esempio una spettacolare Brown Sugar in versione bluesy con Eric Clapton alla chitarra e Al Kooper al pianoforte – e un disco e mezzo dal vivo registrato a Leeds in Inghilterra nel marzo 1971 e al Marquee Club di Londra nello stesso periodo. Insieme ad altri dischi di quegli anni, diventa così la versione definitiva di un periodo storico mai più ripetuto da nessuno, neanche dagli stessi Stones. Un periodo in cui scrivere e cantare canzoni corrispondeva alla vita e musicisti e pubblico erano una comunità unica, dove non c’era divismo ma si condivideva il sogno che quel mondo immaginato dalla musica fosse un mondo alternativo possibile al cinismo, alla noia, alla menzogna dei genitori.
La storia ha insegnato che quel mondo non è stato possibile realizzarlo, anche se per poco tempo è sembrato possibile. Il fatto che certi sogni non diventino realtà non vuol dire che non valga la pena continuare a sognarli, anche perché costituiscono la natura stessa del nostro io, del nostro cuore. Chiudere la porta vuol dire lasciar morire quanto di più vero abbiamo dentro.
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“Sticky Fingers” esce in questi giorni in una super versione de luxe con il disco originale rimasterizzato e altri due cd contenenti versioni alternative – ad esempio una spettacolare Brown Sugar in versione bluesy con Eric Clapton alla chitarra e Al Kooper al pianoforte – e un disco e mezzo dal vivo registrato a Leeds in Inghilterra nel marzo 1971 e al Marquee Club di Londra nello stesso periodo. Insieme ad altri dischi di quegli anni, diventa così la versione definitiva di un periodo storico mai più ripetuto da nessuno, neanche dagli stessi Stones. Un periodo in cui scrivere e cantare canzoni corrispondeva alla vita e musicisti e pubblico erano una comunità unica, dove non c’era divismo ma si condivideva il sogno che quel mondo immaginato dalla musica fosse un mondo alternativo possibile al cinismo, alla noia, alla menzogna dei genitori.
La storia ha insegnato che quel mondo non è stato possibile realizzarlo, anche se per poco tempo è sembrato possibile. Il fatto che certi sogni non diventino realtà non vuol dire che non valga la pena continuare a sognarli, anche perché costituiscono la natura stessa del nostro io, del nostro cuore. Chiudere la porta vuol dire lasciar morire quanto di più vero abbiamo dentro.
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Tuesday, March 18, 2014
Paint it. Black
Come in un brutto film, come in una canzone cantata milioni di volte, immaginata, allontanata perché troppo dolorosa e alla fine mai composta. Il jet privato, quello che dagli anni 70 li ha portati in giro per il mondo, con la linguaccia irriverente ben in vista sulla fusoliera è appena atterrato. Saranno le dieci di sera a Perth, Australia. A New York City sono le 8 di mattina delle stesso giorno, è domenica. Una domenica che lei passa in chissà quale modo, riposo forse poco: una donna in carriera come lei ha sempre cose a cui pensare anche di domenica. Troppe cose. Adesso invece è lunedì mattina, saranno le 9 e 30. A Perth, in Australia, sono le 11 e 30 di notte, il lunedì è quasi finito. Lui ha passato la giornata a svagarsi, a distendersi, è andato a passeggiare sulla bella spiaggia davanti all’oceano, ha anche accettato di farsi scattare qualche fotografia. Sorride, un buffo cappellino militare con la visiera in testa, gli occhiali da sole: più che la rock star che da decenni fa impazzire il mondo, sembra un turista tipicamente inglese, buffamente eccentrico come loro sanno essere. La foto di lui sorridente finisce su twitter. Fra due giorni dovrà di nuovo salire sul palco, come fa da cinquant’anni. Già, perché, anche se li porta benissimo, lui di anni ne ha 70. Avrà fatto un patto con il diavolo, dicono i soliti ben informati schiudendo i denti nell’invidia perché loro invece i 70 anni che hanno li dimostrano tutti. Insomma, ha la stessa età dell’ex presidente del consiglio italiano Mario Monti: chi li porta meglio? Chi ha fatto sesso droga e rock’n’roll per buona parte della sua vita o chi la vita l’ha passata dietro la scrivania delle banche e delle università? Ma questo, adesso, non centra nulla.
Adesso se ne torna in albergo perché si sente un po’ inquieto, è quasi mezzanotte e come ogni volta che sta per cominciare una nuova tournée gli vengono dei pensieri, tornano a galla volti mai dimenticati davvero. Winnie the Pooh, il buffo pazzo con il capelli a caschetto biondi, Brian, morto annegato nella sua piscina nessuno ha mai capito veramente come. Sente dei brividi: lui voleva bene a Brian, era stato grazie a lui che tutto era nato e che nei successivi cinquant’anni si era potuto permettere di fare la vita più bella al mondo: musica, donne, soldi, tanti soldi. Era anche diventato Sir, altro che simpatia per il demonio.
A New York sono ormai le dieci di mattina, a Perth è passata da pochi secondi la mezzanotte ed è già martedì. Lei sale su una seggiola, annoda una delle sue eleganti sciarpe di seta al collo a una lampada e si lascia andare.
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Adesso se ne torna in albergo perché si sente un po’ inquieto, è quasi mezzanotte e come ogni volta che sta per cominciare una nuova tournée gli vengono dei pensieri, tornano a galla volti mai dimenticati davvero. Winnie the Pooh, il buffo pazzo con il capelli a caschetto biondi, Brian, morto annegato nella sua piscina nessuno ha mai capito veramente come. Sente dei brividi: lui voleva bene a Brian, era stato grazie a lui che tutto era nato e che nei successivi cinquant’anni si era potuto permettere di fare la vita più bella al mondo: musica, donne, soldi, tanti soldi. Era anche diventato Sir, altro che simpatia per il demonio.
A New York sono ormai le dieci di mattina, a Perth è passata da pochi secondi la mezzanotte ed è già martedì. Lei sale su una seggiola, annoda una delle sue eleganti sciarpe di seta al collo a una lampada e si lascia andare.
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Thursday, April 18, 2013
Tuesday, November 27, 2012
No satisfaction
"Poi udii delle voci ed ecco entrare gli Stones con Jimi Hendrix. Con Mick Taylor andai a sedermi su una panca vicino a Hendrix che pareva un po' depresso ma nell'insieme affabile. Mick Taylor gli passò la chitarra e gli chiese di suonare qualcosa (…) Nel corridoio vidi un altro dei fantasmi dell'anno successivo, Janis Joplin, che puntava verso il camerino degli Stones. La evitai, dato che avevo sentito dire che una cosa che avevo scritto su di lei l'aveva mandata in bestia".
Ecco l'atmosfera in cui si svolgono "Le vere avventure dei Rolling Stones", tra personaggi leggendari molti dei quali scomparsi e bruciati pochi mesi dopo le storie che vengono narrate. A narrarle, nel libro omonimo, lo scrittore e giornalista americano Stanley Booth. Più che avventure, queste sembrano "cronache marziane", da un altro mondo e da un'altra dimensione, oggi inimmaginabili. Basti dire che lo stesso Booth dica che Jagger e Richards non siedono più nello stesso camerino da quasi trent'anni. Per scriverle, l'autore ci ha messo la bellezza di quindici anni, e non stupisce. Queste avventure si svolgono nel corso di un tour, quello dell'autunno 1969, e Booth le ha pubblicate solo nel 1984. Rivedute e ampliate, escono finalmente anche in Italia nel cinquantesimo anniversario della nascita degli Stones, per i tipi di Feltrinelli. Il motivo per cui Stanley Booth, allora giornalista "embedded" nel tour degli Stones, ci ha messo tanto a finire questo libro è facile da capire, se si sa di cosa si sta parlando.
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Thursday, July 12, 2012
Non è solo rock'n'roll

Non andate in Oxford Street a cercarlo: il Marquee, come si chiamava allora, aperto nel 1958 come un club dove si suonava jazz e anche skiffle, la musica pre rock'n'roll che amavano anche i giovanissimi McCartney e Lennon, già nel 1964 aveva cambiato indirizzo, anche se di pochi metri. Si era spostato al 90 di Wardour Street. Ma oggi non dovete cercarlo neanche lì. Anzi potete fare a meno di cercarlo in quanto ha chiuso definitivamente nel 2008 dopo essere stato spostato altre innumerevoli volte, fino all'ultima sede, in Leceister Square. La domanda invece da porsi è: perché, con le migliaia di locali musicali a che ci sono a Londra, dovreste mettervi in cerca proprio del Marquee?

Semplice: nel corso dei decenni è stato il più importante e significativo music club londinese, dove ci hanno suonato tutti, ma proprio tutti dai Led Zeppelin ai Joy Division. Ma soprattutto, il 12 luglio 1962 vi suonò una ancora sconosciuta band di ragazzotti di buona famiglia. Allora si chiamavano The Rollin' Stones. Sul palco quella sera si presentarono Mick Jagger, Keith Richards, Brian Jones, Ian Stewart, Tony Chapman. Bill Wyman, futuro bassista delle pietre rotolanti fino ai primi anni novanta, si sarebbe aggiunto nel dicembre di quello stesso anno, mentre il batterista tutt'oggi in carica, Charlie Watts, sarebbe arrivato nel gennaio del 1963.
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Thursday, December 01, 2011
La chiesa del Sacro Cuore Sanguinante di Gesù, situata da qualche parte a Los Angeles, California
Black girls just wanna get fucked all night
(Some Girls, The Rolling Stones)
Ops, Mick, l'hai combinata grossa. Ti sei comportato in modo politicamente scorretto ancor prima che fosse inventata la definizione di politicamente corretto. Genio. Che altro è il rock'n'roll se non l'attitudine a essere politicamente scorretti. Gli Stones del disco Some Girls lo sapevano ancora bene, questo. Di Fatto, Some Girls che esce in questi giorni in edizione deluxe con tanto di abbondanti brani inediti aggiuntivi. è l'ultimo grande disco della band inglese. Dopo, seguirà tanto mestiere, qualche canzone ancora piacevolmente interessante, ma niente di che oltre ai dei cliché abusati e strabuzzati. Come mi disse una decina di anni fa John Mellencamp, "Gli Stones di Satisfaction mettevano paura. Oggi non saprei dire che cosa comunicano". Some Girls, se non mette paura, mette fastidio, provoca, e soprattutto eccita parecchio.

Si dice che Some Girls sia il disco di Mick Jagger, e il testo della canzone che dà il titolo all'album lo confermerebbe: chi altri può dire certe cose delle donne? Keith Richards, allora, era più impegnato a entrare e uscire dalle aule di tribunale per problemi di droga, "prima che lo facessero correre", ma in realtà alla fine questo è un grandissimo disco degli Stones. Si dice anche che sia venuto così per reazione alla scena punk che prendeva in giro proprio loro (e i Beatles), dinosauri del passato. Chissà. Certo è che quasi 35 anni dopo Some Girls suona pimpante, fresco e divertente come i grandi classici del gruppo, come il miglior rock'n'roll dovrebbe essere. C'è una energia, una potenza di fuoco, una necessità impellente di comunicare e di comunicarsi che stupisce tutt'oggi, che annichilisce ed esalta allo stesso tempo. Chitarre sporche, rumorose, ritmica sferragliante e incalzante, e un Mick Jagger esaltante come non mai, dall'inizio alla fine. Anche un classico della black music come Just My Imagination diventa un irresistibile rock'n'roll grezzo e spumeggiante. Ma per capire un disco come Some Girls bisogna sapere cosa furono gli anni 70 per questa band, un libro come quello di Chet Flippo, On the road with the Rolling Stones lo potrà permettere di fare, se lo trovate ancora in giro. Ad esempio la poesia tutta country di Far Away Eyes, così intrisa di una americanità che gli Stones dell'epoca avevano assorbito completamente, e che testimonia una delle verità fondamentali della vita: "Se la tua fortuna se n'è andata, e non riesci ad armonizzare, se sei completamente disgustato, e la tua vita non vale un centesimo, trovati una ragazza dallo sguardo sperso nel vuoto". Certe ragazze, si sa, possono salvare la vita nei momenti più disgraziati. Certe ragazze.
Se Some Girls venne definito la risposta punk degli Stones a Sex Pistols e compagnia, in realtà le radici punk degli Stones vanno cercate ben prima di questo disco. Ad esempio in un concerto tenuto a Bruxelles nell'anno di gloria 1973, l'anno di Almost Famous, uno degli anni più gloriosi di questa storia. Con geniale coincidenza, dagli archivi della band esce una sorta di boootleg series, inaugurata proprio con un concerto in Belgio di quell'anno. Maximun rock'n'roll, quello che si ascolta in questo disco che per forza di cose insieme al live del 1969 vola subito nella top five dei migliori album dal vivo della band. Una potenza devastante, un tiro micidiale dall'inizio alla fine, che ridicolizza i recenti pur belli concerti degli Stones. Certo, la cocaina e lo speed fornivano carburante sufficiente a quei tempi per giustificare tanta energia, ma un Mick Jagger così cialtrone, così sguaiato, così rock'n'roll non si ricordava più. Altro che gruppi punk. Charlie Watts, con buona pace del simpatico settantenne che conosciamo oggi, era di una forza ritmica impressionante, così Richards che grazie allo straordinario Mick Taylor poteva permettersi di sostenere tutto con una mitragliatrice spara riff incandescente. Un disco che brucia di calore vivo, hard to handle, difficile da maneggiare, ma tutto da godere. Da ascoltare immediatamente prima di Some Girls per avere le coordinate giuste con cui muoversi. Il resto, si sa, è solo divertimento: it's only rock'n'roll, but we like it.
(Some Girls, The Rolling Stones)
Ops, Mick, l'hai combinata grossa. Ti sei comportato in modo politicamente scorretto ancor prima che fosse inventata la definizione di politicamente corretto. Genio. Che altro è il rock'n'roll se non l'attitudine a essere politicamente scorretti. Gli Stones del disco Some Girls lo sapevano ancora bene, questo. Di Fatto, Some Girls che esce in questi giorni in edizione deluxe con tanto di abbondanti brani inediti aggiuntivi. è l'ultimo grande disco della band inglese. Dopo, seguirà tanto mestiere, qualche canzone ancora piacevolmente interessante, ma niente di che oltre ai dei cliché abusati e strabuzzati. Come mi disse una decina di anni fa John Mellencamp, "Gli Stones di Satisfaction mettevano paura. Oggi non saprei dire che cosa comunicano". Some Girls, se non mette paura, mette fastidio, provoca, e soprattutto eccita parecchio.

Si dice che Some Girls sia il disco di Mick Jagger, e il testo della canzone che dà il titolo all'album lo confermerebbe: chi altri può dire certe cose delle donne? Keith Richards, allora, era più impegnato a entrare e uscire dalle aule di tribunale per problemi di droga, "prima che lo facessero correre", ma in realtà alla fine questo è un grandissimo disco degli Stones. Si dice anche che sia venuto così per reazione alla scena punk che prendeva in giro proprio loro (e i Beatles), dinosauri del passato. Chissà. Certo è che quasi 35 anni dopo Some Girls suona pimpante, fresco e divertente come i grandi classici del gruppo, come il miglior rock'n'roll dovrebbe essere. C'è una energia, una potenza di fuoco, una necessità impellente di comunicare e di comunicarsi che stupisce tutt'oggi, che annichilisce ed esalta allo stesso tempo. Chitarre sporche, rumorose, ritmica sferragliante e incalzante, e un Mick Jagger esaltante come non mai, dall'inizio alla fine. Anche un classico della black music come Just My Imagination diventa un irresistibile rock'n'roll grezzo e spumeggiante. Ma per capire un disco come Some Girls bisogna sapere cosa furono gli anni 70 per questa band, un libro come quello di Chet Flippo, On the road with the Rolling Stones lo potrà permettere di fare, se lo trovate ancora in giro. Ad esempio la poesia tutta country di Far Away Eyes, così intrisa di una americanità che gli Stones dell'epoca avevano assorbito completamente, e che testimonia una delle verità fondamentali della vita: "Se la tua fortuna se n'è andata, e non riesci ad armonizzare, se sei completamente disgustato, e la tua vita non vale un centesimo, trovati una ragazza dallo sguardo sperso nel vuoto". Certe ragazze, si sa, possono salvare la vita nei momenti più disgraziati. Certe ragazze.
Se Some Girls venne definito la risposta punk degli Stones a Sex Pistols e compagnia, in realtà le radici punk degli Stones vanno cercate ben prima di questo disco. Ad esempio in un concerto tenuto a Bruxelles nell'anno di gloria 1973, l'anno di Almost Famous, uno degli anni più gloriosi di questa storia. Con geniale coincidenza, dagli archivi della band esce una sorta di boootleg series, inaugurata proprio con un concerto in Belgio di quell'anno. Maximun rock'n'roll, quello che si ascolta in questo disco che per forza di cose insieme al live del 1969 vola subito nella top five dei migliori album dal vivo della band. Una potenza devastante, un tiro micidiale dall'inizio alla fine, che ridicolizza i recenti pur belli concerti degli Stones. Certo, la cocaina e lo speed fornivano carburante sufficiente a quei tempi per giustificare tanta energia, ma un Mick Jagger così cialtrone, così sguaiato, così rock'n'roll non si ricordava più. Altro che gruppi punk. Charlie Watts, con buona pace del simpatico settantenne che conosciamo oggi, era di una forza ritmica impressionante, così Richards che grazie allo straordinario Mick Taylor poteva permettersi di sostenere tutto con una mitragliatrice spara riff incandescente. Un disco che brucia di calore vivo, hard to handle, difficile da maneggiare, ma tutto da godere. Da ascoltare immediatamente prima di Some Girls per avere le coordinate giuste con cui muoversi. Il resto, si sa, è solo divertimento: it's only rock'n'roll, but we like it.
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