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Saturday, November 22, 2014

Trusty and true

Le stanze sono quasi tutte in penombra e lei si muove tra una e l’altra. Lui è stato invitato dopo che si sono incontrati per strada. Lei lo ha riconosciuto. C’è molta gente, ma quelle persone in realtà sono tutte ombre che appaiono e scompaiono nei chiaroscuri delle stanze dove penetra a fatica la luce estiva da dietro lunghe tende e drappeggi. Lei sorride ma si volta. Lui cerca di seguirla, si rende conto che lei è l’unica presenza reale, fisica, tangibile lì dentro. Gli altri sono ombre.

Le stanze diventano una stanza. C’è polvere depositata ovunque. Mobili e marmi di due secoli fa. Panni stesi su una poltrona, l’unica della stanza. Ombre. Odore di chiuso. Una finestra improvvisamente aperta. Buio. Vento e sordidi correnti di gelo. Morte.

Potresti essere il mio veleno, la mia croce, il mio rasoio, potrei amarti più della vita intera. Se non ne avessi così paura.

Dame e cavalieri ottocenteschi che si guardano senza vedersi. Pose di stucco. Sguardi senza vista, orbite senza occhi.

Lui è di nuovo in quell’appartamento al mare. Lei è scomparsa. Le ombre ci sono ancora, ma ogni cosa si rivela per quello che è e che era. Le ombre sono persone vive. Lei è invece morta, da tempo. Ha fatto in tempo a sorridergli con affetto prima di andarsene via per sempre.

E la musica fa male molto male. E’ un dolore antico e sempre uguale. Viene per favore, vieni, sono sospeso su un vuoto senza fine.



Vieni, vieni da solo. Vieni con paura vieni con amore. Vieni comunque tu sia soltanto vieni, vieni da solo. Vieni con me, poi lascia andare. Vieni con degli amici, vieni con degli sciocchi. Vieni comunque tu sia ma vieni, vieni solo. Vieni con dolore, vieni con canzoni. Vieni, lasciati essere sbagliato. Soltanto vieni. Appena arrivato.

Monday, October 27, 2014

Darkness on the edge of town

Sono tempi duri quando la musica viene gettata in periferia, in un brutto tendone in un ancor più brutto avanzo di speculazione edilizia dimenticata. Sono tempi duri se la musica viene cacciata dai teatri del centro cittadino di quella che è - dovrebbe essere? - la capitale morale d'Italia, una delle capitali d'Europa, fra poco la capitale del mondo con il suo Expo - per metterci al suo posto i supermarket del cibo e della ristorazione trendy. Sono tempi duri per chi preferisce nutrire il cuore che lo stomaco, ma noi di questa musica non sappiamo farne a meno, ne abbiamo bisogno per sopravvivere a tanta bruttezza e ci spostiamo come un popolo di nomadi ovunque essa faccia capolino.

Sia anche un orribile tendone alle periferie esistenziali, come dice qualcuno, perché evidentemente noi siamo i nomadi del desiderio esistenziale. Sappiamo che ci aspetta qualcuno che il cuore ce lo riempirà di buon grado, anche se l'ultima offesa che ci aspetta è mettere a fianco di un evento rigorosamente acustico, solitario e intimo, un circo che fa da sottofondo con il suo vociare insistente.



Ci aspetta Damien Rice, forse il più affascinante ultimo erede della grande canzone d'autore. Ci aspetta da solo sul palco dove ci resterà per circa due ore usando tutta la sera una sola chitarra acustica e, per un pezzo soltanto, un pianoforte. Ci vuole una capacità straordinaria per fare questo senza mai annoiare e senza mai cadute di tensione. La sua attitudine, anche se davanti a quasi 5mila spettatori entusiasti, è quella del busker, il cantante di strada. Spontaneità, nessuna ricerca di estetismi tecnici, nessuno snobismo, anti divismo totale: Damien Rice è uno di noi, solo che lui sa raccontare le inquietudine del cuore meglio di noi.


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Sangue nei solchi del cuore

“Bob Dylan è in città, c’è bisogno di catturare qualcosa di magico”. La “città” è ovviamente New York, al telefono John Hammond, il più gran...

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