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Wednesday, August 03, 2016

Hey mr. deejay woncha hear my last prayer

"I can't say that I'm sorry for the things that we done at least for a little while, sir me and her we had us some fun", non posse dire che mi dispiace di quell che abbiamo fatto, almeno per un po', signore, io e lei ci siamo divertiti.
Una grande canzone è quella che è in grado di superare la collocazione temporale del momento in cui viene scritta e pubblicata. Restare attuale cioè anche se l'argomento è circoscritto a un particolare episodio. Quasi mai l'autore è consapevole che una determinata canzone potrà avere questo risultato, essa nasce come particolare esigenza di un preciso sentimento vissuto dal suo autore che, quando è onesto verso il suo lavoro, diventa solo lo strumento espressivo di qualcosa che si impone per essere comunicato. Nel suo caso Springsteen lo ha descritto perfettamente: "Le mie canzoni conoscono me più di quanto io conosca me stesso".
Di fronte alla strage continua e apparentemente senza senso che accompagna questo luglio rosso (di sangue) Nebraska di Bruce Springsteen chiede di emergere dagli anfratti del tempo e con autorità si impone come chiave interpretativa di quel qualcosa che è il "male". Come sempre nel caso di un grande disco, esso verrà a bussare nel momento che esso lo ritiene più opportuno. Un ascolto antico, quasi rimosso, nello scaffale delle cose scontate improvvisamente cadrà da quello scaffale per farsi raccogliere d irti, anche più di trent'anni dopo: ascoltami, io sono qui per essere ascoltato.



E' impossibile, leggendo e ascoltando quei versi messi a inizio di questo articolo, non vedere davanti a noi le facce dei ragazzini che stanno insanguinando l'Europa: "Io e lei ce ne andammo a fare un giro, signore, e dieci persone innocenti sono morte (…) ho ucciso ogni cosa che ho incontrato". A questo livello, l'altro, l'alterità e la sua morte sono un fastidio da togliersi di dosso come una zanzara nella calura estiva. Ma procura anche "divertimento" di fronte all'assenza di significato che la vita è diventata. Non si è più nemmeno in grado di distinguere quello che è bene o male: abbiamo ucciso, ma almeno per un po' ci siamo divertiti. Potrebbe dirlo qualunque tagliagole dell'esercito del califfato islamico, là in Siria e in Iraq.
Ai ragazzi di origine algerina o tunisina o afgana, per qualche curioso effetto che oltrepassa la nostra volontà, si sovrappone improvvisamente il volto di Charles Raymond "Charlie" Starkweather, autore, tra il 21 e il 29 gennaio 1958 di dieci omicidi (il 30 novembre 1957 aveva già ucciso un'altra persona) in un caso di furia omicida durato circa due mesi, mentre si spostava in fuga dal natio Nebraska al Wyoming accompagnato dalla fidanzata 14enne Caril Ann Fugate.



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Wednesday, January 29, 2014

This Machine Surrounds Hate and Forces It to Surrender

"Certo, è morto. Ma questo non significa che se ne sia andato": così Arlo Guthrie, figlio di quel Woody che aveva cantato e suonato con Pete Seeger, lui stesso compagno di avventure musicali in uno splendido revival degli anni 70 mai realmente interrotto, commentando la morte dell'anziano musicista americano. Pete Seeger, è di lui che stiamo parlando, è morto serenamente lo scorso lunedì, alla veneranda età di 94 anni. Una vita lunga, che ha attraversato quasi tutto il novecento in prima persona, ma anche questo terzo millennio cominciato da poco più di una decina di anni, perché, questa fu la qualità di Seeger, non si è mai fermato o arreso per un semplice motivo. In Seeger la canzone e la vita non avevano una spartizione, ma coincidevano. E lui ha sempre creduto di più nella canzone che nel cantante. Per questo, anche se morto, figure come quella di Peet Seeger non possono scomparire.

(Pete Seeger's banjo)

Certo, in questa epoca banale di notiziari usa e getta, di musica preconfezionata, di perdita della memoria e delle radici, la scomparsa di Seeger rappresenta un po' il taglio, doloroso, della grande quercia che vegliava sull'umanità e che ha tenuto unita l'America nei suoi laceranti conflitti interni. La caduta di questa quercia sta provocando grande rumore e turbamento, ma inevitabilmente da semi buoni potranno nascere frutti buoni.

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Wednesday, January 08, 2014

Make some noize

A volte quello che ci vuole veramente è un po' di rumore, aveva detto qualcuno anni fa. Quella che segue è una storia di rumore, quando il rumore è l'unica cosa che resta per farsi sentire, o per sentire se stessi.

Alla fine degli anni 60 una canzone tracciava le coordinate dell'apocalisse imminente così come la percepivano milioni di americani. All along the watchtower, scritta e incisa da Bob Dylan e pubblicata sul disco "John Wesley Harding" uscito nei primissimi giorni del 1968, l'anno in cui l'apocalisse sembrò davvero diventare ipotesi reale tra massacri in Vietnam e paese in preda alla rivoluzione, era una inquietante ballata acustica dai versi misteriosi sostenuta da un'armonica quasi impossibile da ascoltare, tanto lancinante e acida suonava nelle orecchie degli ascoltatori. Ispirata a diversi passaggi dell'antico testamento, essa sembrava esprimere una inquietudine potente, difficile da decifrare. Chi erano i messaggeri che stavano arrivando? Cosa portavano con sé, quale annuncio di morte e di paura? Chi erano il joker e il ladro, che studiavano come abbandonare una città troppo confusa e assassina? La vita ormai non era diventata altro che una beffa? In pochi versi scarni ed essenziali, Bob Dylan descriveva la pazzia che aveva avvolto la società americana, quella della guerra in Vietnam, e si tirava fuori da tutto ciò: io e te, si dicono il poker e il ladro, ci siamo già passati e non è questo il nostro destino, non diciamo falsità, l'ora sta diventando tarda.



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Tuesday, December 24, 2013

Heart and soul

Questa canzone non è una canzone di Natale, ma è anche una canzone di Natale. Qualcuno, su questo giornale, giorni fa scriveva che “ciò che serve al Natale è un desiderio, il desiderio magari lancinante che qualcuno venga, che qualcosa accada”. Se il Natale si attende - perché lo attendono tutti, belli e brutti anche chi non lo vuole ammettere - questa canzone parla di questo. Nel buio della notte più profonda, nella solitudine dell’abitacolo di una macchina, nell’incertezza che qualcuno ti stia veramente aspettando, con a fianco un regalo banale come un paio di scarpe nuove, un uomo attese qualcosa.



Probabilmente è ancora una attesa insicura e incerta quella che viene cantata, ma d’altro canto la vita stessa è una attesa che aspetta di compiersi tra mille dubbi, attraverso i segni, attraverso il desiderio del cuore, che più di ogni altra cosa grida un desiderio implacabile: che la nostra vita si compia nel suo significato, che cioè il nostro desiderio non sia solo un insieme di apparenze, ma uno incontenibile. Quando questo compiersi potrà accadere definitivamente, non è compito nostro saperlo. Compito nostro è semmai cogliere i segni di questo compimento giorno dopo giorno, e in mezzo ecco il Natale il segno più clamoroso ed evidente del compiersi dell’attesa.
Quando Bruce Springsteen incide Drive All Night, per alcuni un riempitivo, per altri un capolavoro, per molti una delle canzoni passate maggiormente inosservate su un disco scoppiettante di grandi e maestose canzoni (“The River”, uscito nel 1980) ha appena compiuto trent’anni, sta passando all’età adulta ed è pieno di incertezze e paure. Ha ottenuto un buon successo in madrepatria, ma è in quel punto di svolta dove potrebbe perdere tutto o diventare una star mondiale (succederà la seconda cosa, come tutti sanno).

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Saturday, July 13, 2013

Springsteen & I


Solo per un giorno (il 22 luglio) e in contemporanea mondiale in 50 Paesi, 40 multisale del Circuito UCI proietteranno alle 20 e alle 22.30 il film documentario che ripercorre la carriera di Bruce Springsteen. All’UCI Bicocca prima dello spettacolo dele ore 20 il sottoscritto farà una breve presentazione. Da quello che sono riuscito a vedere il film è molto interessante, con parecchie immagini anche rare di Springsteen in concerto, da inizio carriera a oggi. Sembra divertente, e un degno modo per concludere una estate springsteeniana, quella del 2013, che rimarrà nella storia come la serie di concerti di Bruce Springsteen in Italia probabilmente più esaltanti di sempre.



Qualche nota informativa allora:

UCI Cinemas, in collaborazione con QMI, Virgin Radio, Rolling Stones, Coming Soon e The Space Extra, porta sul grande schermo il Boss del rock. Solo il 22 Luglio e in contemporanea mondiale in 50 paesi, 40 multisale del Circuito UCI proietteranno Springsteen & I, lo straordinario film documentario diretto da Baillie Walsh e prodotto da Ridley Scott che ripercorre la carriera musicale di Bruce Springsteen raccontata dai suoi fan e da performance inedite. «Questo film meraviglioso fornisce una visione unica e straordinaria dell'immenso feeling tra un artista e tutti coloro che sono così profondamente affezionati alla sua musica», Scott.
Le prevendite sono aperte. Il prezzo del biglietto intero è pari a 10 euro, mentre quello del ridotto è 8 euro.E ’ possibile acquistare i biglietti presso le multisale UCI, tramite internet, call center, App di UCI Cinemas per iPhone, iPod Touch e per iPad (scaricabile gratuitamente da App Store e da Android) e sulla Fan Page di UCI Cinemas tramite Michela, la prima live chat di Facebook che consente di prenotare il proprio posto nelle sale UCI Cinemas e invitare i propri amici Facebook. E’ possibile accedere a Michela cliccando sul seguente link:
http://www.facebook.com/ucicinemasitalia/app_204799699634809 .

Le 40 multisale UCI che proietteranno l’evento sono: UCI Alessandria, UCI Ancona, UCI Arezzo, UCI Bicocca (MI), UCI Meridiana Casalecchio di Reno (BO), UCI Cagliari, UCI Casoria (NA), UCI Campi Bisenzio (FI), UCI Catania, UCI Curno (BG), UCI Certosa (MI), UCI Fano (PU), UCI Firenze, UCI Gualtieri, UCI Lissone (MB), UCI Reggio Emilia, UCI Montano Lucino (CO), UCI Piacenza, UCI Molfetta (BA), UCI Fiume Veneto (PN), UCI Pioltello (MI), UCI MilanoFiori (MI), UCI Verona, UCI Ferrara, UCI Fiumara (GE), UCI Roma Marconi, UCI Palermo, UCI Mestre, UCI Venezia Marcon, UCI Messina, UCI RomaEst (RM), UCI Torino Lingotto, UCI Moncalieri (TO), UCI Parco Leonardo (RM), UCI Porta di Roma (RM), UCI Porto Sant’Elpidio (FM), UCI Perugia, UCI Romagna Savignano sul Rubicone, UCI Senigallia (AN), UCI Sinalunga.
Previsti due spettacoli: uno alle 20 e l’altro alle 22:30. All’UCI Bicocca, la proiezione delle 20 sarà anticipata da un’introduzione del giornalista Paolo Vites, redattore del quotidiano online Il Sussidiario.net che ha collaborato con le maggiori testate musicali italiane (Mucchio Selvaggio, Buscadero), con l’americana “On The Tracks”, con diversi quotidiani nazionali ed è stato redattore del mensile musicale “JAM – Viaggio nella musica” dall’ottobre 1996 al luglio 2009. Vites è anche autore di monografie dedicate a Bob Dylan, Patti Smith, Clash e Cat Stevens e collaborato alle enciclopedie rock di Arcana, Editori Riuniti e Baldini e Castoldi.

Wednesday, June 05, 2013

Summer of '85

Ero andato a San Siro tutto preparato a puntino, da bravo giornalista embedded: iPod, iPad, iPhone, cavi e cavetti, anche block notes per gli appunti che non si sa mai. Per qualche ragione a me ignota invece che in tribuna stampa sono finito nel pit. Ci sono entrato alle 7 di sera, un'ora prima del concerto. Adesso so che è stato un angelo custode a mandarmi nel pit, anche se lei dice che aveva finito i posti a sedere in tribuna stampa. Mi sono trovato vecchio tra i giovani, e ovviamente non sono riuscito a tirare fuori dalla borsa neanche una delle cose che avevo per prendere appunti. Meglio così, ho fatto finta di ballare e di cantare che sono troppo vecchio, ma d'altro canto anche Little Steven faceva finta di cantare. E ho visto, ancora una volta, quella luce.




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Friday, July 27, 2012

Nel nome del padre

Dietro a ogni rock star c'è un depresso? In effetti, quando si approfondiscono le storie private, quelle lontane dal palcoscenico, di molti di essi, sembra essere davvero così. Un caso su tutti, quello di Kurt Cobain, morto suicida a 27 anni non perché come lo hanno dipinto i media era uno dei tanti sballati eroinomani che cercavano l'eccesso. Semplicemente, non aveva mai superato il trauma del divorzio dei genitori. Venendo a giorni più recenti, su Amy Winehouse si potrebbero scrivere trattati di psicologia. In un articolo straordinariamente profondo (e anche molto lungo) pubblicato sulla rivista americana New Yorker, dedicato a Bruce Springsteen, il Boss cita un altro musicista, poco noto in Italia, ma di assoluto valore (sua ad esempio la colonna sonora premiata con l'Oscar del fin "O Brother Where Art Thou?"), T-Bone Burnett.



"Tutto il significato del rock'n'roll sta nella parola papà" dice Burnett. "Un lungo imbarazzante urlo per tuo padre", aggiunge Springsteen. Che significa? Semplice: diventare un musicista rock, spiega Springsteen, vuol dire reclamare quell'attenzione che i nostri padri non hanno saputo darci: "Ehi meritavo un po' più di attenzione di quella che mi hai dato" aggiunge Springsteen. Come a dire: se stanotte sono qui su di un palco a spaccarmi le tonsille è perché voglio farti vedere che valgo qualcosa. Papà. Sapere che questo trauma lo ha vissuto - e lo vive tutt'oggi seppure in maniera meno devastante di una volta - lo stesso Springsteen, fa un certo effetto. Il musicista americano, per come lo conosciamo noi spettatori dai suoi concerti, è piuttosto quella figura paterna che noi stessi avremmo sempre desiderato. In un suo concerto, lui ci conforta, ci rassicura, ci dà speranza, ci invita a non mollare "a inseguire quel sogno" che rende la vita una avventura bella da vivere. Non è quello che fa un buon padre? Eppure Springsteen non ha avuto un padre così, e lo ha cercato a lungo.

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Friday, June 08, 2012

Un cuore affamato


Per quattro ore, nonostante fossimo più di 70mila nel catino rovente di San Siro, è stato come se ci avesse invitato nel salotto di casa sua. Uno Springsteen così sinceramente contento, sereno, affettuoso lo si era visto raramente. Capace di una intimità così sincera da farti appunto sentire come se ti trovassi da solo con lui e la sua famiglia a scambiare canzoni e racconti di vita. Lo si è visto ad esempio quando durante Waitin' on a Sunny Day invece di tirare sul palco l'usuale bella ragazzotta come si userebbe fare in ogni rock'n'roll show ha preso su una bambina di manco 10 anni e tenendola per mano le ha dato il microfono: lei canticchiava emozionata qualche parola della canzone, lui la stringeva forte e le faceva facce da papà incoraggiante. Non pago, ha tirato su quello che probabilmente era il fratellino e ha fatto cantare anche lui. Piccole cose, ma cose che non si vedono altrove in questo genere di spettacoli. Per Springsteen ieri sera essere a San Siro era evidentemente una gioia troppo grande e del resto lo ha detto anche lui a un certo punto. Milano, San Siro: siete il pubblico numero uno al mondo. Questa è casa mia, ci mancava solo che aggiungesse.




"I wanna know if love is real", voglio sapere se l'amore è reale, concreto, vero. Quel verso della sua canzone più celebre, Born to Run, scritta quando era un giovane incazzato con la vita e il mondo, è risuonato ieri sera un po' come il senso stesso della carriera di questo artista, che della sfida a se stesso e alla vita ha fatto la sua missione. Capire cioè se quella che solitamente è una promessa vana e fragile e corruttibile (lo ha detto anche cantando una commovente e rarissima The Promise seduto da solo al pianoforte: "Quando la promessa si è spezzata, ho incassato solo qualcosa dai miei sogni") come è quella del rock'n'roll invece possa essere qualcosa che dà consistenza e spessore alla vita stessa. Non posso darvi la vita eterna, ma posso darvi la vita, qui e adesso, disse una volta durante uno dei suoi spettacoli.

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Monday, March 19, 2012

Le parole del nostro cuore

Qualche giorno fa, ad Austin nel Texas, Bruce Springsteen è stato protagonista di una delle migliori performance della sua vita. E per uno che da decenni è considerato il miglior performer della musica rock di ogni tempo, vuol dire certamente qualcosa. Di fatto, quel giorno ad Austin Springsteen non ha cantato. Qualche canzone, o meglio accenno di canzone l’ha fatto, ma si è trattato di cinquanta minuti circa di discorso. Era infatti invitato ad aprire il festival South by Southwest il più importante appuntamento mondiale della scena musicale indipendente. Fino a un certo punto indipendente ovviamente, come ogni altra cosa oggigiorno, visto che lo stesso Springsteen era lì per fare pubblicità al suo disco nuovo di zecca uscito proprio pochi giorni prima.


Ma tant’è: viviamo in un mondo post autentico, come ha detto lui stesso parlando in questa occasione, dove ogni cosa non rispecchia più il motivo autentico per cui era nata. Il motivo della straordinarietà di quanto ha detto in quei minuti Bruce Springsteen, con una capacità di autoironia che solo gli italo-americani sanno possedere, facendolo a tratti assomigliare a un Al Pacino nei suoi momenti migliori (“Che cosa ci facciamo qui così presto?” ha detto all’inizio; per la cronaca era mezzogiorno. “Quanto può essere importante questo discorso per essere qui a mezzogiorno? Ogni musicista decente a quest’ora ad Austin sta dormendo, o saranno addormentati per quando avrò finito di parlare”), è stato nella capacità di sollevare tutto il mistero insito nella musica rock, nel cuore di questa musica.

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Friday, March 16, 2012

Un sabato sera infernale, una domenica mattina da incubo

"So, rumble young musicians, rumble. Open your ears and open your hearts. Don't take yourselves too seriously and take yourselves as seriously as death itself. Don't worry. Worry your ass off. Have confidence but doubt, it keeps you awake and alert"

Se Bruce Springsteen sapesse ancora scrivere canzoni come la grandezza che si porta nel cuore, probabilmente scriverebbe ancora capolavori. Tantè. Alcune sue frasi dette nel corso del suo discorso all'apertura del South by Southwest di Austin risuonano come le parole più belle, più profonde, più intense e più vere mai dette sulla musica rock. Da imparare a memoria. E la citazione di Lester Bangs vale una carriera.

Viviamo in un mondo post-autentico, dove ciò che conta alla fine della giornata è ciò che resta quando spegni la luce per andare a dormire.

Una volta comparso Elvis, il genio non potè più essere infilato nella lampada.

Il doo wop, la musica più semplice, sesso allo stato puro, come ascoltare il suono dei reggiseni che venivano sganciati in tutta l'America

Uno che affondava il coltello nel ventre dell'insicurezza adolescenziale. Bastavano certi suoi titoli e certe sue parole... 'Running scared'... 'Paranoia'. Roy Orbison mi fece capire che la vita è una tragedia intervallata da momenti di gloria

Il wall of sound: i suoi dischi suonavano quasi come caos, il rumore che sprigionava... Se Roy era l'opera, Phil era la sinfonia. Tre minuti di orgasmo seguiti dall'oblio.

Gli Animals furono la band meno apologetica fino all'avvento dei Sex Pistols. A proposito, i Sex Pistols erano spaventosi, non scioccanti - è una cosa diversa. Spaventosi.

James Brown? Il più grande di sempre sul palco, al T.A.M.I. Show sfondò il culo agli Stones. Ma dico, come fai a salire sul palco dopo James Brown? E io adoro gli Stones, ma devi essere un pazzo. Sul palco dopo James Brown? Ma no, vai a casa! James Brown è sottovalutato tuttora.



Video streaming by Ustream

Quando arrivò Bob, ci diede finalmente le parole che mancavano. Sapevamo che c'era qualcosa da esprimere, ma non esisteva ancora un linguaggio perchè un giovane potesse dare verbo a quello che sentiva. 'How does it feel to be on your own'... Esattamente: se eri un adolescente negli anni '50 e '60 eri proprio da solo, era così che ti sentivi, perchè i tuoi genitori non riuscivano a comunicare con te in un mondo che stava cambiando del tutto. Bob ci diede le parole e ci trattò da adulti. Ci ha dato parole per capire il nostro cuore. .

Se il rock and roll era un weekend di 7 giorni, il country era un sabato sera infernale con una domenica mattina da incubo.

Woody Guthrie, la cui musica continua a essere così importante ancora oggi, è il 'ghost in the machine' di questa nazione. Perché? Perché per tutta la vita è quello che ha cercato di risondere alla domanda fondamentale di Hank Williams, e cioè: perché c'è sempre un buco nel mio secchio...?.


(Bruce Springsteen)

Wednesday, February 22, 2012

The dream is over?

La popolarità di Bruce Springsteen, negli Stati Uniti, è talmente debordante che realmente se decidesse di presentarsi alla corsa per la Casa Bianca avrebbe serie probabilità di vittoria. Certamente potrebbe diventare Governatore del suo natio New Jersey senza neanche bisogno di fare campagna elettorale. Non ci sono casi analoghi nella storia della musica rock (a parte Elvis, ovviamente, ma il suo caso era idolatria pura) di un musicista che abbia saputo inserirsi dentro il tessuto sociale e popolare di una nazione. Non stiamo infatti parlando solo di riscontro commerciale (che Springsteen, seppure oggi meno di un tempo a livello di vendite discografiche – ma chi li vende oggi i dischi? –, è comunque capace di riempire anche per giorni consecutivi gli stadi di tutta America nello stesso tempo che io e voi ci beviamo un bicchiere di “all american Coca Cola”): stiamo parlando di capacità di interpretare il sentimento del suo popolo, ma anche di essere percepito dal suo popolo come il rappresentante del proprio sentimento.


È un caso che merita riflessioni sociologiche più che musicali. Basti pensare a un disco come “The Rising”, espressamente richiestogli per parlare alla nazione dopo la tragedia degli attentati dell'11 settembre 2001: gli americani infatti per placare il proprio dolore avevano bisogno della sua parola, non di quella di qualche politico o commentatore televisivo. Questa autorità acquisita permette e giustifica Bruce Springsteen nel rilasciarsi a dischi che esprimono pareri, commenti, indicazioni, anche incazzature sulla vita politica e sociale del suo Paese: di fatto, è l'unico artista rock che può permettessi tale lusso, là dove chiunque altro verrebbe criticato da una parte piuttosto che da un'altra. Anzi: le diverse fazioni politiche, dai tempi di “Born in the Usa”, ma anche prima, da quelli di “Nebraska” se lo contendono a spron battuto perché capiscono quanto sia forte la sua influenza sugli elettori e quanto lui sappia esprimere meglio di loro un pensiero che colpisca la nazione.


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Thursday, November 10, 2011

Brucetellers

Pour me a drink Theresa
In one of those glasses you dust off
And I'll watch the bones in your back
Like the stations of the cross


Dunque, ho scoperto che, attraverso la grafologia, lo studio della calligrafia di Bruce Springsteen, il nostro esprime "una nozione del bello e soprattutto di bene". Lo sospettavo. E che ha anche il bisogno di "elevarsi" per sfuggire a una paura innata dell'indifferenza altrui: in questo senso ci sarebbe da parte sua "una ricerca inconscia di identificazione al principio paterno, al padre quale rappresentante della legge e dell'autorità". Da un punto di vista escatologico, un sentimento di dipendenza dal Padre, con la P maiuscola. Ho sempre sospettato anche questo.

Scopro questa e un sacco di altre cose, tanta roba insomma, nel libro Brucetellers: un libro che mi sto divertendo un sacco a leggere, e io non mi diverto mai, o quasi. Divertirsi, nel leggere un libro, non significa farsi risate come davanti a uno Zelig qualsiasi, ma vuol dire apprendere con piacere. Scopro anche che in questo bel libro, il cui ricavato andrà completamente in beneficenza alla Fondazione dell'Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze, ci sono anche io. Questo non è molto divertente ed è anche riciclato, nel senso che la mia mancanza ormai cronica di tempo libero mi ha obbligato a mandare un pezzo che scrissi anni fa, dopo il concerto di San Siro del 2003. Peccato: avrei potuto piuttosto raccontare che invece di incontrare Springsteen, come sembra abbiano fatto tutti i fan italiani leggendo queste pagine, ho incontrato e intervistato piacevolmente Patti Scialfa e Little Steven. Ma chissenefrega, no, di loro due.

Nel libro ho scoperto personaggi straordinari alcuni dei quali avevo tra i millantamila amici di Facebook: li ho ritrovati in molti qua dentro, scoprendo che su FB mi chiedono tantissimi fan di Springsteen la loro amicizia, quando io, a giudicare da certe mailing list, dovrei essere il nemico numero uno di Springsteen (perché a-me-mi dischi come Working on a Dream sembranno dischi dei Pooh peggiori e il karaoke della E Street Band degli ultimi anni non lo reggo). Non è un caso che nella lista dei post più letti del mio blog, al primo posto c'è sempre questo qua. Mi sovviene in aiuto la straordinaria, divertente e brillante descrizione della Springsteen-fandom che fa Il Cala, in apertura libro. Un genio, il Calandriello, come tutti i liguri d'altronde.

In Brucetellers ho ritrovato amici musicisti che non vedo di persona da decenni, come Graziano Romani o Massimo Bubola, colleghi giornalisti idem, come Ermanno Labianca (straordinario il ritratto di Bruce che accende dei ceri dentro San Petronio) e Mauro Zambellini, fan dal cuore bello come Angela Del Rosso che apre citando Leonard Cohen: che classe, baby. Ho ammirato il talento di Gianluca Morozzi che mi ha fatto ricordare che a Verona nel 1993 c'ero anche io: tanto poco mi piacque quello show che me l'ero dimenticato. Insomma, belle pagine piene di vibranti ricordi, da spizzicare qua e là, saltando tra le pagine, per lungo tempo. Good job, mi viene da dire a chi ha avuto questa pensata: un libro, un diario commosso, per ricordare un amico che non c'è più. Bellissimo, come ho sentito dire a Bruce in innumerevoli concerti italiani.

Un tale lavoro fatto bene che mi ha fatto venir voglia di rimettermi in discussione: vediamo se sono pirla davvero o no, mi sono detto. Ho rimesso su in sequenza Magic e Working on a Dream. Be', Magic mi suona ancora esattamente come la recensione che scrissi al tempo: una prima metà straordinariamente bella, strepitosa, una seconda metà affannosamente così così. E Working? Be', i Pooh, anche nei loro momenti peggiori hanno fatto di meglio. Shoot me now! I love Bruce, mi spiace: per tutta la vita avrò davanti quell'immagine dell'uomo in piedi sul pianoforte che vidi quella sera a Mister Fantasy in tv, a sfidare il mondo e soprattutto me stesso. Cosa chiedere di più, a chi ha avuto la fortuna di imbattersi in certi maestri, istigatori della bellezza?

In realtà, mi viene in mente adesso quello che avrei potuto scrivere pr Brucetellers. E non avrei scritto di Bruce. No, avrei scritto di un personaggio straordinario la cui faccia e il cui gesto più di vent'anni dopo ce li ho ancora scolpiti nella mente. Era il 23 luglio 1988. Avevamo passato una giornata orribile, nel catino torrido dello Stadio Comunale di Torino il cui momento migliore era stato il lancio di pomodori verso Claudio Baglioni. Poi ore di pseudo folksinger e insopportabili pop star. Ma era venuta l'ora, quella per cui il 90% delle persone aveva riempito lo stadio. Davanti a me un ragazzo sfatto e annichilito proprio come mi sentivo io. E' un attimo: quella voce e le chitarre che sferragliano il riff di Cadillac Ranch. Il ragazzo davanti a me si toglie in mezzo secondo la t shirt e la lancia in aria con un urlo di soddisfazione incontenibile, rimanendo a torso nudo per tutto il resto del concerto. Mai gesto fu più rock di quel gesto, un gesto di liberazione totale, cose che solo Springsteen poteva far accadere. Forse quel ragazzo è tra gli autori di Brucetellers. devo scoprirlo. Così allora, Teresa, versami un altro drink.Guarderò le ossa della tua schiena ancora una volta, come si guarda una Via Crucis.

Saturday, September 04, 2010

198 frustate (41 shots)



Chissà quando una delle nostre rock star penserà a scrivere una canzone per tutti quei condannati a morti (orribili) in quei paesi del terzo mondo (se si dice ancora così)? Chissà quando una delle nostre rock star si ricorderà che la stragrande maggioranza dei paesi non occidentali vive in condizioni di totale mancanza di alcun diritto umano, sempre impegnati in guerre che fanno morti su morti? Certo, in quei paesi i dischi delle nostre rock star non si vendono, e non si possono manco fare le tournée.

Chissà se il buon Bruce si ricorderà di scrivere, oltre all'ottima 41 Shots di qualche anno fa, anche una canzone per la donna iraniana che ha già subito 198 frustate, in due dosi da 99 ciascuna. Un numero che mi fa venire in mente un'altra canzone di Bruce, Johnny 99. Questa donna che domani potrebbe essere morta, uccisa a colpi di pietre sul viso. 198 frustate. E certo che devono fare male. Molto male. Ma qui, in occidente, chi sa ancora cosa siano le frustate, e che le donne possono essere uccise a colpi di pietre in faccia. 198 frustate. 41 shots. Johnny 99.

Wednesday, January 14, 2009

Surprise... surprise!

Ha la “voce”, Bruce Springsteen. Una delle grandi, uniche voci della storia del rock. Come Elvis, che anche quando incideva le colonne sonore dei suoi pessimi film degli anni 60, riusciva a rendere credibili anche le peggio schifezze del mondo.
Così Bruce riesce a far diventare credibile e appassionante anche quello che alla fine della fiera è un mix tra la (bellissima) Rhiannon dei Fleetwood Mac e (la meno bella) I Was Made For Loving You dei Kiss (mi riferisco a Outlaw Pete).

Di Working on a Dream apprezzo la voglia di fare qualcosa di nuovo e inedito: lasciate le nostalgiche ambientazioni da classic E Street Band che avevano reso Magic alla fine un auto celebrazione di se stesso, è ripartito dal pezzo migliore di quel disco, Girls on their summer clothes, per abbandonarsi a un suono orchestrato potente, drammatico, degno di Ennio Morricone. In Working on a dream potrebbe suonare chiunque, tanto il sound è lontano da quanto Springsteen abbia mai fatto in precedenza, e questa è una cosa positiva.

Dopo diversi ascolti devo dire che per adesso salvo solo alcuni brani: Outlaw Pete, che comunque riesce a essere un pezzo abbastanza affascinante ed efficace; la splendida, romantica, coinvolgente (il crescendo finale è mozzafiato) Surprise Surprise e Queen of the supermarket, che mi fa venire in mente certi passaggi di un disco come The wild the innocent &…
Il resto mi lascia indifferente, in alcuni casi mi imbarazza (della orribile title track si è già detto da tempo).
Interessante vedere che come Bob Dylan piglia e si attribuisce classici di Muddy Waters (vedi Modern Times), anche Bruce segua quel percorso: Good Eye è Louisiana Blues. Mentre quel verso, "I come and stand at every door" in The Wrestler (un brano che mi lascia freddo) arriva dritto dritto dall’omonima canzone di Pete Seeger.

Thursday, May 25, 2006

I remember when rock was young

“The idea that Bruce Springsteen has of a rock concert is a simple one: it would have to be something like Christmas, something that you wait for with anxiety, that arrives slowly, with trepidation and happiness”, the writer Joyce Millman wrote some years ago. And it is probably the perfect definition.
The first time I saw Bruce was at that San Siro concert 18 years ago, the same one Bruce remembered the evening of the 28 june (“18 years have passed, we are both grow up... hope they have been good years for all you” he said in the monologue during Growin Up, a monologue that, during that song, lacked from 1978, and has been deeply different from those back then, giving the measure of how much Springsteen has changed).

I was a 22 year old kid with all his dreams still together and that concert was some kind of epiphany: it was like entering with a one-way ticket (at least that's what I believed) into the promised land. Naturally the ticket contained also the return from the promised land, but I didn't know that back then. I’ve learned it in these 18 years, and now that I’m 41 and a great part of my dreams have been burned through life's reality, for three hours at least Springsteen last night gave me back the innocence and all those dreams of mine. More: he has given to me “hope, faith and love” and this time, from the promised land, I do not mean to return back.

This is may be a small thing, but it is like Christmas day, at least. This concert told me that, also when you're in your 40's', “you gotta follow that dream wherever that dream may lead you,” how Bruce has sung in a touching and surprising Follow That Dream, played exclusively for those “crazy italians” (the second time with the E Street Band in the last fifteen years, since that July 1988 when he played that in Basel upon request of some Italians).
I believe that for Springsteen, in fact, it is not more the time of dreams: those dreams, today, it can be translated with an ideal, that it is very different from a dream. The dream is corrupted by the lights of dawn, the ideal persists every day of life. The ideal, you can find it when you live with eyes opened to the reality. Because Bruce Springsteen is realistic, a completely realistic man: “Badlands, you gotta live it everyday”, and it is from an alive look at the reality that a record like The Rising come out, and a song like My City Of Ruins (in which a chorus of 65,000 voices it has made to turn the eyes to the same Springsteen, affected and surprised, the greatest gospel chorus that that song has ever had).

In front of the tragedy of life, in front of the impossibility to find the way out from the badlands, you can look up and only ask that Someone come, here,, now: “C’mon! Rise up!”. And it is from this realism that an approach is born to rock’n’roll, a unique approach in the history of this music: with the possible exception of Bob Dylan, but that is another story. Springsteen is not someone who for a couple of hours forgets about life and wears the rocker's clothes (the Stones come to mind, always here in Milano, two weeks before: beautiful show, but smells of entertainment from the beginning to the end. Who believes in Brown Sugar or Sympathy For The Devil anymore? Not even Mick Jagger and Keith Richards), Springsteen believes, to the end, in all he sings, it is simply any one of us that is on stage for 3 hours.
Is it this that explains an audience like Springsteen’s audience: impressive, stunning and the reflection of the man on stage. When you see an audience like that (some German and American spectators have said they came to San Siro not only for another Springsteen show, but to see the Italian audience) the evening of the 28 june, the impression you have is to see in action a People, not only some fans.

Although the sound was very bad (in so far as, and only in this, the Stones that I saw here, same place, just two weeks before, beated Springsteen) and although the E Street is probably not the greatest r’n’r band in the world (but a great one anyway), it was, then, an amazing concert, a concert of which I’m proud to say that was for my daughter of nine years her first rock show: in ten years I do not know what she will be able to go to see, but this evening, I’m sure, she will always remember.
Yes, it was just like Christmas day. And although I hate to quote these words for the millionth time, there is nothing I can do it about it. They were true 30 years ago and they are still true today, in 2003: “In an evening in which I felt the need to feel young, (Bruce Springsteen) made me feel as if I were listening to music for the first time”. That gentleman who wrote this was also on stage to play the guitar and to dance (out of time...) during Dancing In The Dark and I only allow myself to add another quote, a vow that this evening I have renewed: “We swore blood brothers against the wind, now I’m ready to grow young again”.

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