"So, rumble young musicians, rumble. Open your ears and open your hearts. Don't take yourselves too seriously and take yourselves as seriously as death itself. Don't worry. Worry your ass off. Have confidence but doubt, it keeps you awake and alert"
Se Bruce Springsteen sapesse ancora scrivere canzoni come la grandezza che si porta nel cuore, probabilmente scriverebbe ancora capolavori. Tantè. Alcune sue frasi dette nel corso del suo discorso all'apertura del South by Southwest di Austin risuonano come le parole più belle, più profonde, più intense e più vere mai dette sulla musica rock. Da imparare a memoria. E la citazione di Lester Bangs vale una carriera.
Viviamo in un mondo post-autentico, dove ciò che conta alla fine della giornata è ciò che resta quando spegni la luce per andare a dormire.
Una volta comparso Elvis, il genio non potè più essere infilato nella lampada.
Il doo wop, la musica più semplice, sesso allo stato puro, come ascoltare il suono dei reggiseni che venivano sganciati in tutta l'America
Uno che affondava il coltello nel ventre dell'insicurezza adolescenziale. Bastavano certi suoi titoli e certe sue parole... 'Running scared'... 'Paranoia'. Roy Orbison mi fece capire che la vita è una tragedia intervallata da momenti di gloria.
Il wall of sound: i suoi dischi suonavano quasi come caos, il rumore che sprigionava... Se Roy era l'opera, Phil era la sinfonia. Tre minuti di orgasmo seguiti dall'oblio.
Gli Animals furono la band meno apologetica fino all'avvento dei Sex Pistols. A proposito, i Sex Pistols erano spaventosi, non scioccanti - è una cosa diversa. Spaventosi.
James Brown? Il più grande di sempre sul palco, al T.A.M.I. Show sfondò il culo agli Stones. Ma dico, come fai a salire sul palco dopo James Brown? E io adoro gli Stones, ma devi essere un pazzo. Sul palco dopo James Brown? Ma no, vai a casa! James Brown è sottovalutato tuttora.
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Quando arrivò Bob, ci diede finalmente le parole che mancavano. Sapevamo che c'era qualcosa da esprimere, ma non esisteva ancora un linguaggio perchè un giovane potesse dare verbo a quello che sentiva. 'How does it feel to be on your own'... Esattamente: se eri un adolescente negli anni '50 e '60 eri proprio da solo, era così che ti sentivi, perchè i tuoi genitori non riuscivano a comunicare con te in un mondo che stava cambiando del tutto. Bob ci diede le parole e ci trattò da adulti. Ci ha dato parole per capire il nostro cuore. .
Se il rock and roll era un weekend di 7 giorni, il country era un sabato sera infernale con una domenica mattina da incubo.
Woody Guthrie, la cui musica continua a essere così importante ancora oggi, è il 'ghost in the machine' di questa nazione. Perché? Perché per tutta la vita è quello che ha cercato di risondere alla domanda fondamentale di Hank Williams, e cioè: perché c'è sempre un buco nel mio secchio...?.
(Bruce Springsteen)
The Red River Shore
Friday, March 16, 2012
Sunday, March 11, 2012
Sunday Morning (italian) music
Era il 1988 credo. L'audizione si teneva negli studi della storica Cgd poco fuori Milano. Tra i "concorrenti", Baccini e un improbabile gruppo di pop heavy metal che si rifacevano in modo evidente agli Europe. A guidare le consultazioni su chi avrebbe meritato il contratto discografico, una Caterina Caselli non ancora super magnate della discografia, quella che non ha mai sbagliato un colpo. I miei amici si chiamavano Smalltown (ogni riferimento a John Mellencamp era vero), facevano rock'n'roll e cantavano in inglese. Il cantante era una sorta di figlio impossibile di Mick Jagger e Jim Morrison, per il fisico e la voce. Erano una buona band, seppur giovani e con tanti limiti. Alla fine dell'audizione, Caterina Caselli disse loro che li avrebbe scelti se si fossero messi a cantare in italiano anziché in inglese. No, non si può, dissero loro, il rock è musica americana. Presero Baccini.
Qualche anno dopo, sempre inseguendo "quel" sogno, andammo da un importante discografico. Loro si erano messi a cantare in italiano. Disse, la vostra musica non è male, solo che dovreste essere più furbi. Era il periodo che alle radio spaccava Pippo, che cazzo fai di Zucchero. Avete presente quella canzone, quella nuova di Zucchero ci chiese. Si vergognava a citarla, poi lo fece. Mi vergogno un po', però ecco la parola .. quella lì quella di Pippo, è la trovata giusta per passare alle radio. Dovreste escogitare cose del genere. Tornate quando lo avete fatto. Ce ne andammo per non tornare più. CAZZO, SI DICE CAZZO, comunque. Pippo.
Oggi, una vita e mezza dopo, ricevo continuamente dischi e mp3 di esordienti cocker italiani. Mi chiedono di recensirli, mi chiedono pareri. Sono solo uno scribacchino del cazzo (Pippo) e non un produttore. Ma è evidente a tutti che in un mercato musicale morto e defunto, oggi si fanno dischi solo se si va ai talent televisivi. Che cosa volete dalla vita, ragazzi? Suonare per passione o sfondare sul mercato (morto)? A differenza dell'amico Blue non vedo nessuna nuova scena italiana su questo fronte. Anzi, mi sembra una scena decisamente vecchia. Il cosiddetto indie rock cantato in italiano lo seguo poco o niente: mi annoia, con qualche eccezione penso a Dente o a Francesco D'Acri. E' una scena autoreferenziale, piena di sé, di ego e di narcisismo. Ci sono dei bei testi però a volte. Il roots blue collar rock italiano cantato in inglese non mi ha mai entusiasmato. E' come un compito in classe: nel migliore dei casi viene fuori tutta la lezione studiata bene, a volte molto bene, ma l'originalità non la trovo. Non trovo neanche una urgenza comunicativa, che è quello che rende speciale anche una canzone mediocre. E la pronuncia lascia sempre a desiderare. Sì, ci sono gruppi e artisti di cui ho scritto che trovo piacevoli: Lorenzo Bertocchini, i Lowlands, Luca Milani (che ritengo oggi il migliore di tutti, proprio perché il più originale anche se ovviamente paga i suoi ovvi debiti anche lui). E altri ancora: Mojo Filter, Rigo Righetti ad esempio.
Vorrei dire qualcosa dei nuovi lavori di Cesare Carugi e Lorenzo Semprini. Soprattutto perché sono due persone molto carine (non li ho mai conosciuti di persona e neanche visti in concerto), ma mi piace la loro passione e anche la loro umiltà, dote rara in questo ambiente. Sì umiltà: c'era uno che una volta prima di andare solista mi piaceva anche abbastanza con la sua band. Con il tempo aveva cominciato a farsi vivo una volta all'anno, quando usciva un suo nuovo disco. Un sacco di chiacchiere amichevoli al telefono per concludersi sempre con un c'è il mio nuovo disco, così possiamo fare intervista e recensione. Ok. Una sera, in uno schifoso localaccio dove doveva suonare, l'avevo raggiunto per intervistarlo per l'ennesima volta solo per farlo contento. Ti faccio un autografo, mi disse, lo so che ti fa piacere e sei contento di averlo. Eh? Cazzo, Pippo. Cesare e Lorenzo invece mi hanno mandato i loro dischi senza neanche chiedermi di recensirli.
I dischi di Carugi (Heres' to the Road) e Semprini (Good Things, a nome Miami and the Groovers) sono dei bei lavori. Buone canzoni e buona produzione. Onesti e sinceri. In ciascuno dei due ci sono almeno due ottime canzoni, da riascoltare parecchio. Con tutti i limiti della auto produzione. Non trovo nulla che però mi faccia sussultare sulla sedia e non so se comprerei i loro dischi invece di quelli di un collega americano (che anche lì, in certi giri musicali, c'è un sacco di fuffa, sbandierata come il futuro del rock'n'roll, alcuni li portano anche a suonare qui in Italia, ma sarebbe meglio di no). C'è poi sempre quell'avvoltoio sulle spalle, quell'ombra che nonostante il tentativo dei due di scrollarsela di dosso, spunta fuori evidente. Non faccio nomi, ma sarebbe ora di tagliare il cordone ombelicale con Asbury Park. In Italia chi fa un certo tipo di rock americano si divide normalmente su due piste come riferimento: Springsteen o Bob Dylan. E' ora di staccare la spina. Le cose più interessanti che ho ascoltato negli ultimi due anni si chiamano Vaccines e National. Forse sarebbe il caso di guardare altrove, ad altri spunti. E certamente, mettersi nelle mani di un produttore professionista, anche se lo so che costa soldi. Cosa volete fare nella vita, ragazzi? E' tutto quello che mi sento di dire. Non vi ci vedo da Maria De Filippi, comunque. Però cantare in italiano, quello sì. E poi, accidenti, ma siete veramente in tanti a fare dischi ultimamente: perché non unire le forze, qualche volta?
Cesare Carugi e Lorenzo Semprini hanno però fatto quello che io non sono mai riuscito a fare, e dunque dovrei solo starmene zitto. Hanno fatto dei dischi. Quando avevo 16 anni attaccavo con lo scotch l'armonica al sedile di una sedia perché non avevo il porta armonica e strimpellavo la chitarra. Quando ho capito che non riuscivo ad accordarla perché troppo stonato ho smesso. Ma so cosa avrei fatto se avessi potuto fare un disco: avrei fatto un disco da folksinger tipo Greenwich Village. Ci siamo capiti no? Cazzo, Pippo. Per cui mi rimangio tutto o quasi e dico a Cesare e Lorenzo di andare avanti così. Hanno il cuore al posto giusto e scrivono belle canzoni. Io poi sono solo uno scribacchino del cazzo. Non mi avete neanche chiesto di scrivere una recensione in fondo. Dio vi benedica. E fanculo a Pippo. Cazzo.
Qualche anno dopo, sempre inseguendo "quel" sogno, andammo da un importante discografico. Loro si erano messi a cantare in italiano. Disse, la vostra musica non è male, solo che dovreste essere più furbi. Era il periodo che alle radio spaccava Pippo, che cazzo fai di Zucchero. Avete presente quella canzone, quella nuova di Zucchero ci chiese. Si vergognava a citarla, poi lo fece. Mi vergogno un po', però ecco la parola .. quella lì quella di Pippo, è la trovata giusta per passare alle radio. Dovreste escogitare cose del genere. Tornate quando lo avete fatto. Ce ne andammo per non tornare più. CAZZO, SI DICE CAZZO, comunque. Pippo.
Oggi, una vita e mezza dopo, ricevo continuamente dischi e mp3 di esordienti cocker italiani. Mi chiedono di recensirli, mi chiedono pareri. Sono solo uno scribacchino del cazzo (Pippo) e non un produttore. Ma è evidente a tutti che in un mercato musicale morto e defunto, oggi si fanno dischi solo se si va ai talent televisivi. Che cosa volete dalla vita, ragazzi? Suonare per passione o sfondare sul mercato (morto)? A differenza dell'amico Blue non vedo nessuna nuova scena italiana su questo fronte. Anzi, mi sembra una scena decisamente vecchia. Il cosiddetto indie rock cantato in italiano lo seguo poco o niente: mi annoia, con qualche eccezione penso a Dente o a Francesco D'Acri. E' una scena autoreferenziale, piena di sé, di ego e di narcisismo. Ci sono dei bei testi però a volte. Il roots blue collar rock italiano cantato in inglese non mi ha mai entusiasmato. E' come un compito in classe: nel migliore dei casi viene fuori tutta la lezione studiata bene, a volte molto bene, ma l'originalità non la trovo. Non trovo neanche una urgenza comunicativa, che è quello che rende speciale anche una canzone mediocre. E la pronuncia lascia sempre a desiderare. Sì, ci sono gruppi e artisti di cui ho scritto che trovo piacevoli: Lorenzo Bertocchini, i Lowlands, Luca Milani (che ritengo oggi il migliore di tutti, proprio perché il più originale anche se ovviamente paga i suoi ovvi debiti anche lui). E altri ancora: Mojo Filter, Rigo Righetti ad esempio.
Vorrei dire qualcosa dei nuovi lavori di Cesare Carugi e Lorenzo Semprini. Soprattutto perché sono due persone molto carine (non li ho mai conosciuti di persona e neanche visti in concerto), ma mi piace la loro passione e anche la loro umiltà, dote rara in questo ambiente. Sì umiltà: c'era uno che una volta prima di andare solista mi piaceva anche abbastanza con la sua band. Con il tempo aveva cominciato a farsi vivo una volta all'anno, quando usciva un suo nuovo disco. Un sacco di chiacchiere amichevoli al telefono per concludersi sempre con un c'è il mio nuovo disco, così possiamo fare intervista e recensione. Ok. Una sera, in uno schifoso localaccio dove doveva suonare, l'avevo raggiunto per intervistarlo per l'ennesima volta solo per farlo contento. Ti faccio un autografo, mi disse, lo so che ti fa piacere e sei contento di averlo. Eh? Cazzo, Pippo. Cesare e Lorenzo invece mi hanno mandato i loro dischi senza neanche chiedermi di recensirli.
I dischi di Carugi (Heres' to the Road) e Semprini (Good Things, a nome Miami and the Groovers) sono dei bei lavori. Buone canzoni e buona produzione. Onesti e sinceri. In ciascuno dei due ci sono almeno due ottime canzoni, da riascoltare parecchio. Con tutti i limiti della auto produzione. Non trovo nulla che però mi faccia sussultare sulla sedia e non so se comprerei i loro dischi invece di quelli di un collega americano (che anche lì, in certi giri musicali, c'è un sacco di fuffa, sbandierata come il futuro del rock'n'roll, alcuni li portano anche a suonare qui in Italia, ma sarebbe meglio di no). C'è poi sempre quell'avvoltoio sulle spalle, quell'ombra che nonostante il tentativo dei due di scrollarsela di dosso, spunta fuori evidente. Non faccio nomi, ma sarebbe ora di tagliare il cordone ombelicale con Asbury Park. In Italia chi fa un certo tipo di rock americano si divide normalmente su due piste come riferimento: Springsteen o Bob Dylan. E' ora di staccare la spina. Le cose più interessanti che ho ascoltato negli ultimi due anni si chiamano Vaccines e National. Forse sarebbe il caso di guardare altrove, ad altri spunti. E certamente, mettersi nelle mani di un produttore professionista, anche se lo so che costa soldi. Cosa volete fare nella vita, ragazzi? E' tutto quello che mi sento di dire. Non vi ci vedo da Maria De Filippi, comunque. Però cantare in italiano, quello sì. E poi, accidenti, ma siete veramente in tanti a fare dischi ultimamente: perché non unire le forze, qualche volta?
Cesare Carugi e Lorenzo Semprini hanno però fatto quello che io non sono mai riuscito a fare, e dunque dovrei solo starmene zitto. Hanno fatto dei dischi. Quando avevo 16 anni attaccavo con lo scotch l'armonica al sedile di una sedia perché non avevo il porta armonica e strimpellavo la chitarra. Quando ho capito che non riuscivo ad accordarla perché troppo stonato ho smesso. Ma so cosa avrei fatto se avessi potuto fare un disco: avrei fatto un disco da folksinger tipo Greenwich Village. Ci siamo capiti no? Cazzo, Pippo. Per cui mi rimangio tutto o quasi e dico a Cesare e Lorenzo di andare avanti così. Hanno il cuore al posto giusto e scrivono belle canzoni. Io poi sono solo uno scribacchino del cazzo. Non mi avete neanche chiesto di scrivere una recensione in fondo. Dio vi benedica. E fanculo a Pippo. Cazzo.
Friday, March 09, 2012
Taxi Driver
Taxi? Taxi un cazzo. Devo aver toccato l'ultimo gradino di una scala già scesa troppo in basso l'altra notte. Ero ubriaco? Può darsi. Ma da quando i tassisti si rifiutano di far salire gli ubriachi, e soprattutto, come cazzo ha fatto a capire che lo ero? Mi ero semplicemente avvicinato come sempre si fa, quello tira giù il finestrino e con una vocina stridula impossibile - ma chi cazzo ero veramente? la mia cattiva coscienza travestita da taxi driver? un demonio con la faccia da padre di famiglia? Credo che fosse la reincarnazione di Travis Bickle a pensarci bene - mi fa segno di no con la mano. "Ubriaco, no". Mi giro per vedere chi sia l'ubriaco. Non c'è nessun altro. Io? Ubriaco un cazzo. Fammi salire. Chiude lo sportello e il finestrino. Bastardo. E dire che Taxi Driver di Martin Scorsese era uno dei miei fin preferiti. Per fortuna è arrivato non so da dove il mio angelo custode che mi ha fatto trovare la strada di casa. Era lì, tutto il tempo, e non me ne ero accorto.

Wilco, Alcatraz, 8 marzo 2012, foto di Alessandro Armadillo Maggiori
Che ci faccio a quasi l'una di notte in una via Farini deserta, davanti a un MacDonald's cercando di salire su un taxi? Devo pensarci, ricostruire gli eventi. Ah. Ero andato a vedere i Wilco all'Acaltraz. Non devo andarci più, all'Acaltraz. Una volta al concerto degli Eels ho avuto una crisi di panico davanti al bar: non riuscivo più a trovare le scale per tornare in platea. Ero ubriaco? Nah. Ma il mio amico Raffaele proprio ieri mi aveva avvisato: l'Alcatraz è dannoso per il fegato. Ma ci ho visto alcuni dei concerti più belli della mia vita e i Wilco di ieri sera, per quello che posso ricordare, è stato uno di questi. Dio li benedica, Pat Sanson, Jeff Tweedy e John Stirrat, il miglior rock'n'roll show di questo pianeta. Tornerò a vederli sempre fino a quando ce la farò. Anche se all'Alcatraz si incontrano anche i fantasmi, ieri sera nella sala fumatori ne ho trovato uno. Anzi, lei ha trovato me. Ma ci sono i miei cessi preferiti all'Alcatraz, comunque. Poi per tornare a casa prenderò un taxi. Forse. Se Travis Bickle mi lascerà salire.

Wilco, Alcatraz, 8 marzo 2012, foto di Alessandro Armadillo Maggiori
Che ci faccio a quasi l'una di notte in una via Farini deserta, davanti a un MacDonald's cercando di salire su un taxi? Devo pensarci, ricostruire gli eventi. Ah. Ero andato a vedere i Wilco all'Acaltraz. Non devo andarci più, all'Acaltraz. Una volta al concerto degli Eels ho avuto una crisi di panico davanti al bar: non riuscivo più a trovare le scale per tornare in platea. Ero ubriaco? Nah. Ma il mio amico Raffaele proprio ieri mi aveva avvisato: l'Alcatraz è dannoso per il fegato. Ma ci ho visto alcuni dei concerti più belli della mia vita e i Wilco di ieri sera, per quello che posso ricordare, è stato uno di questi. Dio li benedica, Pat Sanson, Jeff Tweedy e John Stirrat, il miglior rock'n'roll show di questo pianeta. Tornerò a vederli sempre fino a quando ce la farò. Anche se all'Alcatraz si incontrano anche i fantasmi, ieri sera nella sala fumatori ne ho trovato uno. Anzi, lei ha trovato me. Ma ci sono i miei cessi preferiti all'Alcatraz, comunque. Poi per tornare a casa prenderò un taxi. Forse. Se Travis Bickle mi lascerà salire.
Wednesday, March 07, 2012
Ogni immagine racconta una storia
Oh Maggie, I wished I'd never seen your face
You made a first class fool out of me
But I'm as blind as a fool can be
You stole my heart but I love you anyway
Che botta. Mi domando come sia stato accolto questo disco quando uscì, un bel 41 anni fa. E' così… fuori dal tempo. Oggi sembra un disco vecchissimo, allora come poteva sembrare? Me lo domando così tanto che recupero una recensione originale dell'epoca che uscì su Rolling Stone. Ne stronca metà, le cover - bellissime -, come Tomorrow is a Long Time di Bob Dylan e Reason to Believe di Tim Hardin, o anche That's All Right Mama, sì quella che Elvis incise come primo 45 giri. Doveva scrivere solo brani originali, dice il recensore, ma lo perdono perché nel 1971 uscivano tonnellate di bei dischi per cui qualche critica bisognava pur muoverla.
Every Picture Telles a Story è un disco…. talmente bello che non si riesce a definirlo, oggi, 41 anni dopo la sua uscita. Sì, col senno di poi anche Rolling Stone lo ha incluso tra i 500 dischi più belli di sempre posizionandolo intorno alla centesima posizione. Eppure oggi suona come un disco misterioso: sembra antico, precedente alla sua incisione, ma è antico per noi oggi, 41 anni dopo ovviamente. E' un disco fuori dal tempo, più precisamente.
"Lo abbiamo inciso senza alcun preconcetto su cosa fare" raccontò anni dopo Rod Stewart. "Ci facevamo qualche drink e ci mettevamo a strimpellare". Mai strimpellata fu meglio riuscita. "Avevamo un gruppo di bevitori di prima categoria" dice ancora il cantante scozzese. Praticamente i Faces, la band di cui era cantante, la seconda miglior rock'n'roll band di Inghilterra dopo gli Stones in quel periodo storico. E di alcol in questo disco ne scorre parecchio. Ma a parte la straordinaria I'm Losing You, è un rock acustico quello che si sente qua dentro. E sorge la prima domanda: perché, in nome di Dio, in quel 1971 di chitarre assordanti e distorte fare un disco di rock acustico? Non si sa, ma il risultato è straordinario, come si sente dal primo brano, la tilt track, tirato ed eccitante come il miglior rock'n'roll, ma supportato da chitarre acustiche. E poi la seconda domanda. Perché alla fine di That's All Right Mama (una cover furibonda e bellissima, checché ne dicesse il recensore di Rollign Stone 41 anni fa), Ron Wood attacca con dolcissima melanconia le note al dobro di Amazing Grace, su cui poi entra la voce commovente di Rod? Non si sa, forse un collegamento freudiano con le radici pre rock'n'roll d'America. D'altro canto si sa, l'ho ripetuto alla noia rubando la frase a qualcuno, che i miglior dischi di rock furono fatti da inglesi che sognavano di essere americani. E così facendo fecero meglio di molti americani individuando un segno e un sogno da seguire.

Risposte? Come tutti i dischi migliori, questo disco nasce per caso. Un gruppo di amici che si ritrova a bere e strimpellare. Non c'è piano marketing strategico dietro. Non ha una moda da seguire, ma come sempre in questi casi la moda la crea. La voce fumosa, roca, confidenziale di Rod Stewart fa il resto: ascoltare questo disco è come essere in un pub, un cantastorie invita a sedersi vicino a lui e tra una Guinness e un Jameson partono le storie. Sì, Rod Stewart è uno storyteller, del rock certo, ma un profondissimo storyteller. Mandolin Wind introduce sugli scenari del rock il mandolino ed è una introduzione non da poco che farà storia in breve tempo. Maggie May è una storia da working class hero tipicamente inglese, che lascia aperta la solita irrisolta domanda: che altro può fare un povero ragazzo se non suonare in una rock'n'roll band? Un ragazzo che è stato turbato nel cuore e nel sesso da una donna più grande di lui che in fin dei conti voleva una cosa sola: non rimanere da sola. Non è quello che vogliamo tutti? Seems like a Long Time è uno spaccato di Londra di notte, quando i pub hanno chiuso e si resta da soli con le proprie angosce e la voglia di tornare al più presto in un pub. Straordinario il coro gospel che fa capolino, mai Londra e Harlem furono più vicine del giorno in cui vene incisa questa canzone. I'm Losing You è rock e R&B totale e devastante con parti di batteria che sconquassano. Che cazzo di band i Faces. I Sex Pistols fanno ridere al confronto.
Venticinque anni dopo circa Rod Stewart, ormai una delle massime stelle della scena musicale mondiale anche se a corto di grandi dischi da tempo, e Ron Wood approdato dai Faces ai Rolling Stones per la sua parte di gloria, si ritrovano su un palco di un unplugged di Mtv. Improvvisamente è come essere in quel pub di Londra di 41 anni fa. Le note sono le stesse, il desiderio pure, la musica anche. Maggie May, mi hai rubato il cuore. Ma ti amo lo stesso.
You made a first class fool out of me
But I'm as blind as a fool can be
You stole my heart but I love you anyway
Che botta. Mi domando come sia stato accolto questo disco quando uscì, un bel 41 anni fa. E' così… fuori dal tempo. Oggi sembra un disco vecchissimo, allora come poteva sembrare? Me lo domando così tanto che recupero una recensione originale dell'epoca che uscì su Rolling Stone. Ne stronca metà, le cover - bellissime -, come Tomorrow is a Long Time di Bob Dylan e Reason to Believe di Tim Hardin, o anche That's All Right Mama, sì quella che Elvis incise come primo 45 giri. Doveva scrivere solo brani originali, dice il recensore, ma lo perdono perché nel 1971 uscivano tonnellate di bei dischi per cui qualche critica bisognava pur muoverla.
Every Picture Telles a Story è un disco…. talmente bello che non si riesce a definirlo, oggi, 41 anni dopo la sua uscita. Sì, col senno di poi anche Rolling Stone lo ha incluso tra i 500 dischi più belli di sempre posizionandolo intorno alla centesima posizione. Eppure oggi suona come un disco misterioso: sembra antico, precedente alla sua incisione, ma è antico per noi oggi, 41 anni dopo ovviamente. E' un disco fuori dal tempo, più precisamente.
"Lo abbiamo inciso senza alcun preconcetto su cosa fare" raccontò anni dopo Rod Stewart. "Ci facevamo qualche drink e ci mettevamo a strimpellare". Mai strimpellata fu meglio riuscita. "Avevamo un gruppo di bevitori di prima categoria" dice ancora il cantante scozzese. Praticamente i Faces, la band di cui era cantante, la seconda miglior rock'n'roll band di Inghilterra dopo gli Stones in quel periodo storico. E di alcol in questo disco ne scorre parecchio. Ma a parte la straordinaria I'm Losing You, è un rock acustico quello che si sente qua dentro. E sorge la prima domanda: perché, in nome di Dio, in quel 1971 di chitarre assordanti e distorte fare un disco di rock acustico? Non si sa, ma il risultato è straordinario, come si sente dal primo brano, la tilt track, tirato ed eccitante come il miglior rock'n'roll, ma supportato da chitarre acustiche. E poi la seconda domanda. Perché alla fine di That's All Right Mama (una cover furibonda e bellissima, checché ne dicesse il recensore di Rollign Stone 41 anni fa), Ron Wood attacca con dolcissima melanconia le note al dobro di Amazing Grace, su cui poi entra la voce commovente di Rod? Non si sa, forse un collegamento freudiano con le radici pre rock'n'roll d'America. D'altro canto si sa, l'ho ripetuto alla noia rubando la frase a qualcuno, che i miglior dischi di rock furono fatti da inglesi che sognavano di essere americani. E così facendo fecero meglio di molti americani individuando un segno e un sogno da seguire.

Risposte? Come tutti i dischi migliori, questo disco nasce per caso. Un gruppo di amici che si ritrova a bere e strimpellare. Non c'è piano marketing strategico dietro. Non ha una moda da seguire, ma come sempre in questi casi la moda la crea. La voce fumosa, roca, confidenziale di Rod Stewart fa il resto: ascoltare questo disco è come essere in un pub, un cantastorie invita a sedersi vicino a lui e tra una Guinness e un Jameson partono le storie. Sì, Rod Stewart è uno storyteller, del rock certo, ma un profondissimo storyteller. Mandolin Wind introduce sugli scenari del rock il mandolino ed è una introduzione non da poco che farà storia in breve tempo. Maggie May è una storia da working class hero tipicamente inglese, che lascia aperta la solita irrisolta domanda: che altro può fare un povero ragazzo se non suonare in una rock'n'roll band? Un ragazzo che è stato turbato nel cuore e nel sesso da una donna più grande di lui che in fin dei conti voleva una cosa sola: non rimanere da sola. Non è quello che vogliamo tutti? Seems like a Long Time è uno spaccato di Londra di notte, quando i pub hanno chiuso e si resta da soli con le proprie angosce e la voglia di tornare al più presto in un pub. Straordinario il coro gospel che fa capolino, mai Londra e Harlem furono più vicine del giorno in cui vene incisa questa canzone. I'm Losing You è rock e R&B totale e devastante con parti di batteria che sconquassano. Che cazzo di band i Faces. I Sex Pistols fanno ridere al confronto.
Venticinque anni dopo circa Rod Stewart, ormai una delle massime stelle della scena musicale mondiale anche se a corto di grandi dischi da tempo, e Ron Wood approdato dai Faces ai Rolling Stones per la sua parte di gloria, si ritrovano su un palco di un unplugged di Mtv. Improvvisamente è come essere in quel pub di Londra di 41 anni fa. Le note sono le stesse, il desiderio pure, la musica anche. Maggie May, mi hai rubato il cuore. Ma ti amo lo stesso.
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Monday, March 05, 2012
Radio Rock/ 4
CASEY'S LAST RIDE – KRIS KRISTOFFERSON - Un film, un romanzo, un quadro. Una malinconia impossibile da sostenere. Ecco cosa è Casey’s Last Ride. Il primo disco di Kris Kristofferson, pubblicato nel 1970, ex pilota di elicotteri dell’esercito americano, ex uomo delle pulizie degli studi Columbia di Nashville nei giorni in cui Bob Dylan vi incideva Blonde on Blonde, ex alcolista, ma tutt’oggi poeta dell’amore, è il classico disco perfetto. Dove ogni canzone è un capitolo di straordinaria bellezza: tanto per intendersi, contiene la celeberrima Me and Bobby McGee. E Casey’s Last Ride è la canzone perfetta in un disco perfetto come accade raramente, oggi giorno ancora di più che un tempo.

Due strofe, due ritornelli (nel secondo dei quali ci si concede il lusso di cambiare qualche verso, a dilatarne l’espressività in una ipotesi di infinitezza apparente, perché la storia è invece tutta qua, non ha vie di fuga), un'intensità con pochi, pochissimi paragoni. “Casey si unisce al suono ingannevole della gente silenziosa”, per le strade dove l’umanità si perde e disperde ogni giorno che Dio manda in terra e chissà quante storie dolorose ognuno si porta appresso. Come diceva Giorgio Gaber, bisognerebbe sentire tenerezza per quell’uomo che ci cammina davanti: “Avete mai visto le spalle di un uomo che cammina davanti voi? Io le ho viste. Sono le spalle comuni di un uomo qualsiasi. Ma si prova una sensazione simile alla tenerezza. C’è tutta la normalità umana. La fatica quotidiana del capofamiglia che va al lavoro. I piaceri di cui è fatta la sua precaria esistenza”. Invece guardiamo altrove, alla pozzanghera sul marciapiede.
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Due strofe, due ritornelli (nel secondo dei quali ci si concede il lusso di cambiare qualche verso, a dilatarne l’espressività in una ipotesi di infinitezza apparente, perché la storia è invece tutta qua, non ha vie di fuga), un'intensità con pochi, pochissimi paragoni. “Casey si unisce al suono ingannevole della gente silenziosa”, per le strade dove l’umanità si perde e disperde ogni giorno che Dio manda in terra e chissà quante storie dolorose ognuno si porta appresso. Come diceva Giorgio Gaber, bisognerebbe sentire tenerezza per quell’uomo che ci cammina davanti: “Avete mai visto le spalle di un uomo che cammina davanti voi? Io le ho viste. Sono le spalle comuni di un uomo qualsiasi. Ma si prova una sensazione simile alla tenerezza. C’è tutta la normalità umana. La fatica quotidiana del capofamiglia che va al lavoro. I piaceri di cui è fatta la sua precaria esistenza”. Invece guardiamo altrove, alla pozzanghera sul marciapiede.
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Thursday, March 01, 2012
Cosa sarà
Per un musicista, la morte che ogni musicista desidera. La sera prima un concerto, la sera dopo ce ne sarebbe stato un altro. In mezzo, la morte. Che come diceva sempre Lucio Dalla, è solo il secondo tempo.On the road, in mezzo alla musica, come tutta la sua vita, all'ombra di un desiderio. Era un uomo buono.

Foto di Paolo Brillo
Cosa sarà
che fa crescere gli alberi la felicità
che fa morire a vent'anni
anche se vivi fino a cento
cosa sarà a far muovere il vento
a fermare un poeta ubriaco
a dare la morte per un pezzo di pane
o un bacio non dato
oh cosa sarà
che ti svegli al mattino e sei serio
che ti fa morire ridendo di notte
all'ombra di un desiderio
DUE RIGHE, SCRITTE DI GETTO, ALLA NOTIZIA DELLA SUA MORTE

Foto di Paolo Brillo
Cosa sarà
che fa crescere gli alberi la felicità
che fa morire a vent'anni
anche se vivi fino a cento
cosa sarà a far muovere il vento
a fermare un poeta ubriaco
a dare la morte per un pezzo di pane
o un bacio non dato
oh cosa sarà
che ti svegli al mattino e sei serio
che ti fa morire ridendo di notte
all'ombra di un desiderio
DUE RIGHE, SCRITTE DI GETTO, ALLA NOTIZIA DELLA SUA MORTE
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Wednesday, February 29, 2012
Girl with Curious Hair
"So cosa significa voler morire e che sorridere fa male. E che ci provi ad inserirti ma non ci riesci. Che fai del male al tuo corpo per cercare di distruggere la cosa che hai dentro"
Urla. Urla che sboccano dal profondo delle viscere. Il corpo si accartoccia in se stesso. Ogni fibra, ogni cellula sta urlando. Dentro la macchina io ti guardo precipitare in un abisso nero profondo quanto un tempo immemorabile. E così sto precipitando anche io perché non so più dove attaccarmi, se non attaccarmi a te, io che dovrei tenerti su. Forse sei tu che mi stai tenendo a galla in questo disperato tentativo di uscire da quel dolore immenso che ti toglie il respiro. Sì il respiro che si blocca. Urlo io adesso, cazzo respira. Dieci, venti, anche trenta secondi. Poi l'urlo di nuovo, e la bestemmia. Non ne posso più, dici tra i singhiozzi. Le gambe tremano, le braccia tremano, le mani graffiano, le orecchie si staccano. I pugni, sulla testa, sulle mie mani a difesa di non so che. Finisce anche questa volta, quel corpicino affranto che si distende, la voce che sputa qualche sillaba incerta: "Il tuo abbraccio mi fa sentire parte di qualcosa. Non lasciarmi anche tu, resta".
Non dimentichiamo il lato oscuro, che è quello su cui ha sempre lavorato Pascal: Dov’è Dio, come mai non si mostra, perché mi ha abbandonato?
- Ho paura di addormentarmi per paura di svegliarmi.
- Vorrei un abbraccio lungo una vita. Ma Il tuo buco non è al posto del cuore. Tu hai un cuore immenso, se no non vorresti bene a un'idiota come me.

«Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: “questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni cosa indicibilmente piccola e grande della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo chiaro di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!”. Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Ma potrebbe anche darsi che tu abbia vissuto per una volta sola un attimo immenso, per cui avresti risposto così: “Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina!”. […] quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più alcun’altra cosa che questa ultima, eterna sanzione, questo suggello?»
I don’t want to be crippled and cracked
Shoulders, wrists, knees and back
Ground to dust and ash
Crawling on all fours
When you’ve got to feel it in your bones
When you’ve got to feel it in your bones
Now I can’t climb the stairs
Pieces missing everywhere Prozac painkillers
When you’ve got to feel it in your bones
When you’ve got to feel it in your bones
And I used to fly like Peter Pan
All the children flew when I touched their hands
When you’ve got to feel it in your bones
When you’ve got to feel it in your bones
Torna a casa Peter Pan.
With thanx to F. Nietzsche, David F. Wallace, Radiohead, Girls Interrupted, she, me myself I.
Urla. Urla che sboccano dal profondo delle viscere. Il corpo si accartoccia in se stesso. Ogni fibra, ogni cellula sta urlando. Dentro la macchina io ti guardo precipitare in un abisso nero profondo quanto un tempo immemorabile. E così sto precipitando anche io perché non so più dove attaccarmi, se non attaccarmi a te, io che dovrei tenerti su. Forse sei tu che mi stai tenendo a galla in questo disperato tentativo di uscire da quel dolore immenso che ti toglie il respiro. Sì il respiro che si blocca. Urlo io adesso, cazzo respira. Dieci, venti, anche trenta secondi. Poi l'urlo di nuovo, e la bestemmia. Non ne posso più, dici tra i singhiozzi. Le gambe tremano, le braccia tremano, le mani graffiano, le orecchie si staccano. I pugni, sulla testa, sulle mie mani a difesa di non so che. Finisce anche questa volta, quel corpicino affranto che si distende, la voce che sputa qualche sillaba incerta: "Il tuo abbraccio mi fa sentire parte di qualcosa. Non lasciarmi anche tu, resta".
Non dimentichiamo il lato oscuro, che è quello su cui ha sempre lavorato Pascal: Dov’è Dio, come mai non si mostra, perché mi ha abbandonato?
- Ho paura di addormentarmi per paura di svegliarmi.
- Vorrei un abbraccio lungo una vita. Ma Il tuo buco non è al posto del cuore. Tu hai un cuore immenso, se no non vorresti bene a un'idiota come me.

«Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: “questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni cosa indicibilmente piccola e grande della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo chiaro di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!”. Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Ma potrebbe anche darsi che tu abbia vissuto per una volta sola un attimo immenso, per cui avresti risposto così: “Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina!”. […] quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più alcun’altra cosa che questa ultima, eterna sanzione, questo suggello?»
I don’t want to be crippled and cracked
Shoulders, wrists, knees and back
Ground to dust and ash
Crawling on all fours
When you’ve got to feel it in your bones
When you’ve got to feel it in your bones
Now I can’t climb the stairs
Pieces missing everywhere Prozac painkillers
When you’ve got to feel it in your bones
When you’ve got to feel it in your bones
And I used to fly like Peter Pan
All the children flew when I touched their hands
When you’ve got to feel it in your bones
When you’ve got to feel it in your bones
Torna a casa Peter Pan.
With thanx to F. Nietzsche, David F. Wallace, Radiohead, Girls Interrupted, she, me myself I.
Tuesday, February 28, 2012
Disattenzione
Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare
domande,
senza stupirmi di niente.
Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.
Inspirazione, espirazione, un passo dopo
l’altro, incombenze,
ma senza un pensiero che andasse più in là
dell’uscire di casa e del tornarmene a casa.
Il mondo avrebbe potuto essere preso per
un mondo folle,
e io l’ho preso solo per uso ordinario.
Nessun come e perché-
e da dove è saltato fuori uno così-
e a che gli servono tanti dettagli in movimento.
Ero come un chiodo piantato troppo in
superficie nel muro
(e qui un paragone che mi è mancato).
Uno dopo l’altro avvenivano cambiamenti
perfino nell’ambito ristretto d’un batter
d’occhio.
Su un tavolo più giovane da una mano d’un
giorno più giovane
il pane di ieri era tagliato diversamente.
Le nuvole erano come non mai e la pioggia
era come non mai,
poiché dopotutto cadeva con gocce diverse.
La terra girava intorno al proprio asse,
ma già in uno spazio lasciato per sempre.
E’ durato 24 ore buone.
1440 minuti di occasioni.
86.400 secondi in visione.
Il savoir-vivre cosmico,
benché taccia sul nostro conto,
tuttavia esige qualcosa da noi:
un po’ di attenzione, qualche frase di Pascal
e una partecipazione stupita a questo gioco
con regole ignote.
Wislawa Szymborska
(grazie I.)
Ho passato tutto il giorno senza fare
domande,
senza stupirmi di niente.
Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.
Inspirazione, espirazione, un passo dopo
l’altro, incombenze,
ma senza un pensiero che andasse più in là
dell’uscire di casa e del tornarmene a casa.
Il mondo avrebbe potuto essere preso per
un mondo folle,
e io l’ho preso solo per uso ordinario.
Nessun come e perché-
e da dove è saltato fuori uno così-
e a che gli servono tanti dettagli in movimento.
Ero come un chiodo piantato troppo in
superficie nel muro
(e qui un paragone che mi è mancato).
Uno dopo l’altro avvenivano cambiamenti
perfino nell’ambito ristretto d’un batter
d’occhio.
Su un tavolo più giovane da una mano d’un
giorno più giovane
il pane di ieri era tagliato diversamente.
Le nuvole erano come non mai e la pioggia
era come non mai,
poiché dopotutto cadeva con gocce diverse.
La terra girava intorno al proprio asse,
ma già in uno spazio lasciato per sempre.
E’ durato 24 ore buone.
1440 minuti di occasioni.
86.400 secondi in visione.
Il savoir-vivre cosmico,
benché taccia sul nostro conto,
tuttavia esige qualcosa da noi:
un po’ di attenzione, qualche frase di Pascal
e una partecipazione stupita a questo gioco
con regole ignote.
Wislawa Szymborska
(grazie I.)
Monday, February 27, 2012
The voice
Per un momento, cercate di lasciare perdere tutte le polemiche, i gossip, le esagerazioni mediatiche che il nome di Sinéad O'Connor inevitabilmente porta con sé. Non che la cantante irlandese non ne abbia fatte e dette di tutti i colori, cosa che peraltro continua a fare. Ma dimenticatele, per favore. Ascoltate invece la sua voce, quando canta. Come diceva qualcuno, bisognerebbe avere un cuore di pietra per non commuoversi al suono di una delle voci più belle ed emozionanti che la musica moderna abbia mai espresso. In una carriera che si ricorda solo per gli scandali, musicalmente anche i dischi della O'Connor hanno, tranne rare eccezioni (il primo disco, "The lion and the Cobra", il mini cd "Goaspel Oak", "Sean-Nós Nua" dedicato alla musica irlandese tradizionale) poco da farsi ricordare.
Le sono sempre mancati infatti un produttore e un repertorio all'altezza. Certo, Nothing Compares to U, scritta per lei da Prince ai suoi esordi, rimane ancora oggi una delle incisioni più intense degli ultimi venticinque anni, ma spesso la sua straordinaria capacità vocale è andata dispersa in registrazioni appunto non all'altezza. La voce di Sinéad merita ben altro. È capace di esprimere una gamma di emozioni potentissime: il suo sussurrato, le improvvise devastazioni, le aperture celestiali sono il racconto vocale di un'intensità che ha pochissimi paragoni fra le cantanti bianche di ogni tempo.
CLICCA SU QUESTO LINK PER CONTINUARE A LEGGERE LA RECENSIONE DEL NUVO DISCO DI SINEAD O'CONNOR
Le sono sempre mancati infatti un produttore e un repertorio all'altezza. Certo, Nothing Compares to U, scritta per lei da Prince ai suoi esordi, rimane ancora oggi una delle incisioni più intense degli ultimi venticinque anni, ma spesso la sua straordinaria capacità vocale è andata dispersa in registrazioni appunto non all'altezza. La voce di Sinéad merita ben altro. È capace di esprimere una gamma di emozioni potentissime: il suo sussurrato, le improvvise devastazioni, le aperture celestiali sono il racconto vocale di un'intensità che ha pochissimi paragoni fra le cantanti bianche di ogni tempo.
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Wednesday, February 22, 2012
The dream is over?
La popolarità di Bruce Springsteen, negli Stati Uniti, è talmente debordante che realmente se decidesse di presentarsi alla corsa per la Casa Bianca avrebbe serie probabilità di vittoria. Certamente potrebbe diventare Governatore del suo natio New Jersey senza neanche bisogno di fare campagna elettorale. Non ci sono casi analoghi nella storia della musica rock (a parte Elvis, ovviamente, ma il suo caso era idolatria pura) di un musicista che abbia saputo inserirsi dentro il tessuto sociale e popolare di una nazione. Non stiamo infatti parlando solo di riscontro commerciale (che Springsteen, seppure oggi meno di un tempo a livello di vendite discografiche – ma chi li vende oggi i dischi? –, è comunque capace di riempire anche per giorni consecutivi gli stadi di tutta America nello stesso tempo che io e voi ci beviamo un bicchiere di “all american Coca Cola”): stiamo parlando di capacità di interpretare il sentimento del suo popolo, ma anche di essere percepito dal suo popolo come il rappresentante del proprio sentimento.

È un caso che merita riflessioni sociologiche più che musicali. Basti pensare a un disco come “The Rising”, espressamente richiestogli per parlare alla nazione dopo la tragedia degli attentati dell'11 settembre 2001: gli americani infatti per placare il proprio dolore avevano bisogno della sua parola, non di quella di qualche politico o commentatore televisivo. Questa autorità acquisita permette e giustifica Bruce Springsteen nel rilasciarsi a dischi che esprimono pareri, commenti, indicazioni, anche incazzature sulla vita politica e sociale del suo Paese: di fatto, è l'unico artista rock che può permettessi tale lusso, là dove chiunque altro verrebbe criticato da una parte piuttosto che da un'altra. Anzi: le diverse fazioni politiche, dai tempi di “Born in the Usa”, ma anche prima, da quelli di “Nebraska” se lo contendono a spron battuto perché capiscono quanto sia forte la sua influenza sugli elettori e quanto lui sappia esprimere meglio di loro un pensiero che colpisca la nazione.
CLICCA SU QUESTO LINK PER CONTINUARE A LEGGERE LA RECENSIONE DEL NUOVO DISCO DI BRUCE SPRINGSTEEN

È un caso che merita riflessioni sociologiche più che musicali. Basti pensare a un disco come “The Rising”, espressamente richiestogli per parlare alla nazione dopo la tragedia degli attentati dell'11 settembre 2001: gli americani infatti per placare il proprio dolore avevano bisogno della sua parola, non di quella di qualche politico o commentatore televisivo. Questa autorità acquisita permette e giustifica Bruce Springsteen nel rilasciarsi a dischi che esprimono pareri, commenti, indicazioni, anche incazzature sulla vita politica e sociale del suo Paese: di fatto, è l'unico artista rock che può permettessi tale lusso, là dove chiunque altro verrebbe criticato da una parte piuttosto che da un'altra. Anzi: le diverse fazioni politiche, dai tempi di “Born in the Usa”, ma anche prima, da quelli di “Nebraska” se lo contendono a spron battuto perché capiscono quanto sia forte la sua influenza sugli elettori e quanto lui sappia esprimere meglio di loro un pensiero che colpisca la nazione.
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