Sunday, May 18, 2008

L'angelo di Lione

Era il 1992 e un amico mi suggerì di comprare questo disco, Switchblades Of Love, di tale Steve Young. Il nome “mi suonava una campanella”: già, era l’autore di quella (bella) Seven Bridges Road, che appariva in apertura del disco live degli Eagles uscito nel 1980. Sul retro copertina, il nome del produttore, Steven Soles, uno degli eroi della Rolling Thunder Revue, fu abbastanza da convincermi all’acquisto. Non me ne pentii. Dall’iniziale Have A Laugh, voce dylaniana su base mariachi, fino a un brano che non avrei dimenticato mai più, scritto insieme al bravo Tom Russell. Si intitolava The Angel Of Lyon. Oltre alla struggente melodia, una storia da brivido, quella di un uomo che lascia tutto, vende ogni sua ricchezza, fa voto di povertà e parte per la città francese di Lione, sperando di ritrovare quella persona – o forse era una visione – vista su uno dei suoi ponti: “Ebbe una visione di Anna Maria con un rosario fra le mani… disse, parto per il Paradiso, a cercare l’angelo di Lione… e cantò l’Ave Maria, o almeno le parti che si ricordava… chiuse gli occhi e vide due fiumi, la Rhome e la Sonne... lo spirito maschile e femminile della città di Lione…”.

L’8 dicembre a Lione si festeggia “la Festa della Luce”, in ringraziamento alla Vergine Maria che salvò la città da una epidemia nel medio evo. Durante questo evento la popolazione mette delle candele alle finestre e si organizzano imponenti manifestazioni di luce davanti ai monumenti, ad esempio intorno alla cattedrale di St. Jean.
Giugno 1993, e sono arrivato a Lione dopo un viaggio non stop da Milano, passando sotto al Monte Bianco. Scopro che la città è attraversata da due fiumi, Rhome e la Sonne, da tanti ponti che conducono nel centro medievale e affascinante della città. Sono qui per vedere Bob Dylan, naturalmente, che il concerto che ho visto a fine giugno (giorno del mio compleanno peraltro) è stato indimenticabile, di una bellezza esagerata. Ne voglio ancora. Di fatto, questo di luglio 1993 passerà alla storia come il primo concerto di Bob Dylan annullato in trent’anni di carriera. Che culo. Bob Dylan ha il mal di schiena, problema che diventerà drammatico nel 1995, quando in diverse serate si esibisce addirittura seduto sulla piattaforma del batterista senza chitarra. Tantè, io e la moglie facciamo i turisti. Lione è davvero magica. I ponti, le luci... Incontriamo anche John Jackson e Bucky Baxter della band di Dylan che si stanno comprando un cono gelato. Si fanno due chiacchiere. Più tardi, davanti a una chiesa, incrociamo anche il batterista extraordinaire Winston Watson, anche con lui qualche simpatica battuta.
In seguito, volendo tornare in albergo, mi perderò una infinità di volte cercando di capire il ponte giusto da attraversare, perché la città vecchia è circondata dai due fiumi.
Girando in macchina, a volte mi sembra di vedere un vecchio barbone con una candela in mano alla ricerca di qualcuno. Di una visione forse. O di Anna Maria con il rosario fra le dita.


Stanotte nella cattedrale mille candele stanno bruciando, le tiene accese suor Eva Maria, a mano a mano che si van consumando, e dentro ai vicoli come in sogno trascina il passo lo straccione, il vecchio scemo fuori di testa per il suo angelo di Lione
E cantò l’Ave Maria almeno i versi che ricordava mentre fissava sui vecchi muri la propria ombra che lo seguiva e attraversò quei due sacri fiumi, il Rodano e la Sonne e l’acqua scura come il MISTERO di quell’angelo di Lione


Maggio 2008, è il mese di Maria. Nel nuovo disco di Francesco De Gregori che esce il 23 proprio di questo mese particolare, c’è una ripresa di Angel of Lyon. L’aveva tradotta il fratello, il bravo Luigi Grechi, anni fa in un suo cd. Mi ritornano in mente i ponti di Lione, quelle anime perse in giro per la città mentre si fa scuro, Bob Dylan da qualche parte, candele accese al ristorante e fuori di una chiesa. È una storia bellissima quella che il cantautore chissà come mai, ha deciso di far sua in questo nuovo lavoro.
Era una persona vera, un angelo o una visione, quella che quell’uomo vide un giorno su un ponte e per cui rinunciò a tutto? Poco importa. È il mistero che De Gregori canta. È quella visione che cerchiamo tutti, ogni giorno, distrattamente o più coscientemente. E infatti De Gregori parla di "trascendenza del mistero dell'amore": "Una canzone diversa che mi ha affascinato per il suo testo impenetrabile. La definirei una canzone sull’impenetrabilità... la trascendenza dei misteri d’amore".
Nella versione originale, Steve Young dice “i due sacri fiumi… non rivelarono mai il segreto dell’angelo di Lione”.
Anche il volto di una donna, la sua bellezza, in fondo è un rimando al mistero. La trascendenza dei misteridell'amore.
A Lione, la città delle luci e dei ponti, si può perdere la propria vita e trovare in cambio il Mistero.

Friday, May 16, 2008

"This is something I wanted to do from a long time"


Il dylaniano (inteso come fan di Bob) non avrà difficoltà a ricordare il look che suo padre aveva quando salì sul palco del Ryman Auditorium di Nashville, quasi 40 anni fa, ospite del Johnny Cash Show, per quello che fu il momento di passaggio alle atmosfere semplici della country music.
Quasi lostesso look, taglio di capelli incluso, che aveva Jakob Dylan quando ha presentato il suo primo disco solista, qualche sera fa, il bellissimo Seeing Things, in un concerto che adesso è possibile vedere a questo link
http://music.yahoo.com/promo-31904706

Divertente il momento di domande da parte di alcuni fan decisamente emozionati: "Se io sono la voce della mia generazione?" ha risposto piuttosto sconcertato a uno che gli chiedeva tale "inopportuna", ma simpatica domanda. "Certo che lo sono!" ha risposto. Jakob, per citare il film che cito sempre, "is too cool for rock'n'roll".

A chi gli ha chiesto quale sia stata la prima canzone che lo abbia colpito da ragazzo, ha risposto (ma già lo sapevo...) Lost in the Supermarket dei Clash. Nessun dubbio sui suoi ottimi gusti musicali, come nessun dubbio sulle sue straordinarie qualità di autore e interprete... la voce della sua generazione...

Thursday, May 15, 2008

Two lane blacktop

"Andiamo.
Dove?
Non lo so, l'importante è andare

(Jack Kerouac, On the road)

La strada, il viaggio, ben prima dello scrittore simbolo della Beat Generation, sono i miti americani per eccellenza. Con la differenza che una volta si viaggiava verso una meta, sfuggente e difficile da acchiappare quanto si vuole, ma un obbiettivo c'era: the promised land, la terra promessa.
Una volta che la si è raggiunti, ci si è resi conto che neanche una terra promessa basta a soddisfare il desiderio di infinito dell'uomo, e allora via, si riprende a viaggiare. Senza meta.

Decine se non centinaia di canzoni rock hanno cantato questo disagio on the road. Due su tutte, Running on Empty di Jackson Browne ("Non so dove sto correndo, sto solo correndo, correndo sul nulla, correndo alla cieca, verso il sole, sto correndo all'indietro") e Racing in the Streets di Bruce Springsteen.
Quest'ultima in particolare si ispira a un bellissimo - quanto tristissimo - film semisconosciuto, quello che dà il titolo a questo post, in italiano Strada a due corsie.
Uscito nel 1971, poco dopo il road movie per eccellenza Easy Rider, di quel film ne rovesciava la logica tutta "quanto è bello vivere on the road con il vento nei capelli" (sempre che non ti imbattevi in due rednecks dal fucile facile come successo ai due protagonisti del film, peraltro...). Two lane blacktop raccontava di chi si muove solo per riempire il proprio male di vivere, la strada come vuoto esistenziale.

Impersonato da due improbabili corridori di corse clandestine, non a caso due musicisti rock, James Taylor e Dennis Wilson dei Beach Boys, di pochissime parole, ma efficaci a rappresentare due ex hippie a cui delle utopie non era rimasto nulla, più simili a due esponenti della X Generation di vent'anni dopo con il loro cupo nichilismo, si svolge sulle strade secondarie d'America, tra paesaggi squallidi, ragazzine che si passano di mano come fossero bottiglie di coca-cola (e tanti saluti ai nuovi rapporti uomo-donna inaugurati dalla rivoluzione sessuale di quegli anni), sfide impossibili con altri come loro.
Il film finisce squallidamente come squallida è l'esistenza dei protagonisti. Restano le parole di Bruce Springsteen, scritte anni dopo, a commento:
I met her on the strip three years ago
In a Camaro with this dude from L.A.
I blew that Camaro off my back and drove that little girl away
But now there's wrinkles around my baby's eyes
And she cries herself to sleep at night
When I come home the house is dark
She sighs "Baby did you make it all right"
She sits on the porch of her daddy's house
But all her pretty dreams are torn
She stares off alone into the night
With the eyes of one who hates for just being born
For all the shut down strangers and hot rod angels
Rumbling through this promised land
Tonight my baby and me we're gonna ride to the sea
And wash these sins off our hands
Tonight tonight the highway's bright

Wednesday, May 14, 2008

Microboredom

“Sfuggi la micro-noia grazie alle mille cose che puoi fare con il tuo cellulare” (pubblicità di una compagnia telefonica americana)


Fra un po’ con i cellulari ci faremo anche la pizza, e la gente sarà sempre annoiata. Ne ho uno da circa dieci anni, il che vuol dire che ho vissuto benissimo per i precedenti 35 anni della mia vita, il mondo ha sempre girato e soprattutto non mi rompevano le palle all’ora di cena (se mi dimentico di spegnerlo).
Ma come sempre è l’uso che se ne fa, delle cose della vita. Ad esempio ai concerti, dove guai a chi non scatta una foto, filma una canzone da mettere su Youtube, telefona all’amico per fargli sentire un pezzo o gli manda sms a ripetizione.
C’è un gap generazionale, quando la gente non sa più come fare esperienza della vita senza la tecnologia a disposizione” ha detto Carrie Brownstein, del gruppo Sleater-Kinney. E ha ragione, dannatamente ragione.
Mi ricordo diversi anni fa, a un concerto degli Shivaree (quelli di quella allampanata ex fotomodella che ebbero solo un hit single, grazie a uno spot televisivo peraltro credo di un cellulare). Eravamo quattro gatti e a un certo punto uno delle prime file ha passato il suo cellulare alla cantante: lei lo ha preso tranquillamente e si è messa a fare una bella conversazione non so con chi, la zia o la nonna del simpatico spettatore.

Il Dallas Morning News ha recentemente raccolto una serie di divertenti osservazioni da parte di alcuni musicisti su questa tecnologia anti-noia. I titoletti per sezione li ho inventati io: potremmo fareuna antologia delle canzoni da telefonia.

Pictures of Lily

“È una cosa estremamente irritante, vedere tutta quella gente tenere in mano quei piccoli pezzetti orribili di luce” Roger Waters

“È come se non fossero neanche lì presenti: perché non li mettete via e ascoltate la musica?” Bill Frisell

“Mi fanno uscire di testa, i cellulari sono utili, ma c’è un prezzo da pagare” Steve Earle

“Dal punto di vista del performer, è frustrante vedere un mare di cellulari al posto delle facce. C’è un problema quando la gente è così occupata a documentare il momento al punto da dimenticarsi di vivere il momento stesso” Carrie Brownstein, del gruppo Sleater-Kinney


I’m sending an sms to the world…

“È una cosa interessante. Invece di battere le mani, si mettono a fare blogging” Michael Stipe

“I cellulari non mi infastidiscono. Un pubblico che è così entusiasta da filmare la band con il cellulare, è un pubblico che si sta emozionando con la band” Stewart Copeland

“Vedo la gente che telefona ai loro amici e dice: Indovina dove sono? A un concerto di Roger Waters!, così per fare impressione su di loro. È un modo per sentirsi importanti” Roger Waters

“Tutti questi nuovi giocattoli, la gente per un po’ si diverte a giocare con essi. Ma prima o poi capiranno quanto sono disumani” T-Bone Burnett

Ma alla fine di tutto: micro o macro noia, perché la vita non è mai abbastanza e cerchiamo stampelle "tecnologiche" in continuazione?

Tuesday, May 13, 2008

Papa was a rolling stone

Il post di qualche giorno fa su Staggerlee mi induce a riflettere sul mio conflittuale rapporto con la musica afroamericana. Per motivi culturali, noi italiani non siamo indotti ad appassioanrci alla black music, eccetto per le sue forme più conosciute e facilmente assimilabili (ad esempio l'R&B che tracima nel rock'n'roll dei Blues Brothers, qui citati anch'essi pochi giorni fa). Siamo - o sono - più facilmente attratti dalle forme bianche di musica, quell'hillbilly music che poi è diventata folk e poi country e poi pop. Si tratta di orecchiabilità, in fondo.
Anche il blues, il padre di tutta la musica moderna, è per me di difficile ascolto, specialmente quello acustico ante-guerra. Mi trovo meglio con l'electric blues di Chicago, per intenderci quello di Muddy Waters.
Eppure, per una black music oggi mortificata da tonnellate di zucchero e finte vibrazioni erotiche come quelle di una Whitney Houston, o per tonnellate di hip-hop sommerso da campionamenti elettronici, questa musica ha visto sfilare protagonisti formidabili.

Come i Temptations, uno dei tanti gruppi vocali degli anni 60, passati da formule apaprentemente semplici come questo loro primo grande successo, My Girl, un brano che racconta tutta l'innocenza e la bellezza di quel periodo storico,

al funk acido, cattivo, maledetto di Papa Was A Rolling Stone nel giro di pochi anni:


Che è quest'ultima, la storia di uno Staggerlee, trovato morto e pianto dai figli e dalla moglie. Se non avete questo brano tra i vostri cd, procuratevelo: sparatelo a tutto volume, e ne sarete terrorizzati.
I Temptations hanno vissuto la vita di Staggerlee: giovani, belli, eleganti (i loro passi di danza sono più eccitant di un assolo di chitarra), pieni di successo, sono morti tutti nelle circostanze più disgraziate: suicidio, droga, malattia. Ma hanno lasciato pagine tra le più belle della musica tutta, bianca o nera, di sempre.

Monday, May 12, 2008

Ritratto di un finto giocatore


Ovviamente che quello nella foto qua sopra è un finto giocatore lo posso dire io che sono interista; gli altri pensino a preoccuparsi di centrare l’obbiettivo Mitropa Cup. Si chiama Coppa Uefa? Vabbé, è la stessa cosa oggigiorno.
Non mi lamento del fatto che l’Inter si trovi a un solo punto di distanza dalla Roma a una giornata dalla fine. Il campionato è più bello e la Roma si merita la possibilità di vincerlo visto il buon gioco espresso, nonostante i tanti aiuti arbitrali avuti (devono vendere la società a qualche magnate americano, no? Se vincono lo scudetto, si incassa di più). Non mi lamento perché l’Inter, con tante sfortune e tanti guai ha comunque fatto un ottimo campionato e non è facile essere sempre in testa per due anni consecutivi.

Ma non è solo lui il finto giocatore. Questo - in particolare - ieri ha dato bello sfoggio di un protagonismo al limite della schizofrenia: ha voluto tirare a tutti i costi il calcio di rigore anche se non spettava a lui litigando con i suoi compagni, si è sempre fatto trovare fuori della sua posizione, finanche respingendo un tiro di un suo compagno diretto in porta con il suo sederone e così facendo fregandosene sempre delle indicazioni a cui dovrebbe ubbidire un serio professionista. Perché di seri professionisti nel mondo del calcio non ce ne sono più. Quando apri i giornali, trovi su di loro solo notizie di festini e orgie al limite della pedofilia, migliaia di euro spesi per dei trans o per la coca, presuntuosi malati di protagonismo come quello che ieri ha voluto tirare il calcio di rigore a tutti i costi.

I calciatori un tempo erano lì per far vedere ai giovani i buoni valori di amicizia, sana competizione, solidarietà, rispetto delle regole. Adesso sono dei puttanieri malati di protagonismo. Ovvio, in una società che ha decretato la morte di qualunque valore educativo, che anche il calcio sia così. Quello che mi fa star male è vedere, come ho visto qualche giorno fa, un bambinetto con su la maglia di Ronaldo. Così piccolo che forse non sa ancora leggere; immagino quando ha visto la foto del suo eroe sul giornale recentemente e ha chiesto a suo papà perché Ronnie era lì, cosa avrà riposto il genitore al figlio: “Vedi Carletto, stai indossando la maglia di uno che va a puttane e non si accorge nemmeno di aver invitato in camera tre travestiti”.Cos'è un travestito, papà?

Io intanto ieri sera ho bruciato la maglietta di Materazzi che avevo comprato l’anno scorso. Non ci vado in giro – sempre che lo scudetto lo vinciamo – con il nome di uno che non ha rispetto dei suoi compagni di squadra. Ci avrà anche fatto vincere lo scudetto dell’anno scorso, ma con quello che ha fatto ieri ha infangato quello che rimaneva del gioco del calcio.Lo dico da anni: il calcio è come il rock'n'roll. Morto.

Friday, May 09, 2008

Verità e bellezza

“Il modo con cui guardiamo il mondo è il modo in cui siamo fatti. Se lo guardiamo da un bel giardino sembra un bel mondo. Salendo più in alto vedrai devastazioni e rapine. Verità e bellezza sono negli occhi di colui che guarda”
(Bob Dylan)

“Qual è la differenza tra un truth teller, una persona che racconta la verità, e un grande cantautore? La differenza proviene dallo scrivere a proposito della sofferenza. Invece di scappare di fronte al dolore, una persona che racconta la verità ci corre dentro. Da qualche parte lungo la mia strada ho capito che la parte più intima di me era anche la parte più universale. Ho capito che è compito dell’artista rivelare l’umana esperienza. Ci deve essere un modo di rivelare la verità e usarla come uno specchio in cui la gente possa riconoscersi”
(Mary Gauthier)

"L’occhio guarda, per questo è fondamentale.
È l’unico che può accorgersi della bellezza
La bellezza può passare per le più strane vie
anche quelle non codificate dal senso comune
E dunque la bellezza si vede
perché è viva e quindi reale
Diciamo meglio che può capitare di vederla
Dipende da dove si svela
Il problema è avere occhi e non saper vedere,
non guardare le cose che accadono,
nemmeno l’ordito minimo della realtà.
Occhi chiusi.
Occhi che non vedono più.
Che non sono più curiosi.
Che non si aspettano che accada più niente.
Forse perché non credono che la bellezza esista.
Ma sul deserto delle nostre strade Lei passa,
rompendo il finito limite
e riempiendo i nostri occhi di infinito desiderio”
(Pier Paolo Pasolini)

Thursday, May 08, 2008

What good am I

100.000 morti. Riesci ad andare a dormire tranquillo, la sera? Ci sono più di 100.000 morti in Birmania. Oltre un milione di persone senza casa. Riesci ad accendere la televisione e guardarti sorridendo X Factor?
Una nazione è stata spazzata via. Il governo indiano aveva avvertito quello birmano del ciclone che stava arrivando, ma se ne sono fregati, perché il popolo non importa quando l’ideologia ottenebra le menti. E adesso stanno anche bloccando gli aiuti internazionali alle frontiere. Perché per loro il popolo, la gente, sono solo delle figurine da usare per la propria visione in cui la vita umana è da gettare, se serve ai loro scopi, nel ciclone. Adesso faranno il loro referendum, mentre ci sono 100.000 morti nelle paludi.

100.000 morti in poche ore. Ma riesci ad andare a dormire tranquillo la sera, pensando a questa ecatombe? Hai visto qualcuno per strada protestare per questo popolo, mentre intanto sono tutti lì a bruciare le bandiere di Israele? No, non ho visto nessuno.

Che buona persona sono, se so e non agisco, se vedo e non parlo, se chiudo le orecchie al cielo pieno di tuoni, che buono sono, se dico cose sciocche e rido in faccia a ciò che il dolore porta, e volgo le spalle mentre tu muori silenziosamente? Che buona persona sono?

What good am I if I'm like all the rest,
If I just turned away, when I see how you're dressed,
If I shut myself off so I can't hear you cry,
What good am I?

What good am I if I know and don't do,
If I see and don't say, if I look right through you,
If I turn a deaf ear to the thunderin' sky,
What good am I?

What good am I while you softly weep
And I hear in my head what you say in your sleep,
And I freeze in the moment like the rest who don't try,
What good am I?

What good am I then to others and me
If I've had every chance and yet still fail to see

If my hands tied must I not wonder within
Who tied them and why and where must I have been

What good am I if I say foolish things
And I laugh in the face of what sorrow brings
And I just turn my back while you silently die,
What good am I?

(Bob Dylan)

Wednesday, May 07, 2008

Soul Man

“Jerry Garcia e i Grateful Dead attaccarono una versione di Can’t Turn You Loose così veloce che era impossibile stargli dietro… Non ho idea di che montagna di coca si fossero fatti prima di salire sul palco… Ma fu una serata leggendaria”.
In un elegante ristorante di una (viceversa) delle zone più malfamate di Milano (avete presente lo squallido alberghetto della periferia di Chicago dove dormono Jake ed Elwood, i Blues Brothers, nell’omonimo film? Quello la cui finestra dà su una linea ferroviaria in cui i treni passano ogni secondo? Ecco, ieri sera lì accanto c’era anche la linea ferroviaria) quello che mi racconta queste cose è una autentica leggenda della musica nera americana, Mr. Lou “Blue” Marini. Stiamo parlando di quel concerto di fine anni 70 in cui i Blues Brothers suonarono un incredibile set prima dei Grateful Dead: che ci azzeccava un gruppo di musicisti R&B tutti vestiti di nero con gli ex re della scena tutta colorata degli hippie? Sulla carta niente, ma nella musica, quella vera, di queste cose ne accadono. È allora che scocca la magia.

Lou Marini è a Milano per produrre un disco di alcuni amici, che sarà, già ve lo annuncio, una autentica bomba.
Ma Lou Marini non è solo Blues Brothers ovviamente. È sulle scene dalla fine degli anni 60, ha suonato con leggende come i Blood, Sweat & Tears, Frank Zappa, Steely Dan e tanti altri. Adesso sta per andare in tour con James Taylor. Parla come farebbe un protagonista di un film di Martin Scorsese, magari proprio Mean Streets. Come fanno solo gli italo-americani di New York: ha sempre una storiella da tirare fuori, condita con esagerazioni che se le raccontassi io non riderebbe nessuno. Ma immaginate di essere a cena con un Danny De Vito, allora sì che la descrizione che Lou fa dell’incontro con una mamma italiana fuori del Grand Hotel di Rimini che spinge una carrozzina su tacchi altissimi e una minigonna di lunghezza pari allo zero, vi farà rotolare sotto al tavolo.

Lo lascio ancora al tavolo, tra un piatto di pasta e uno di insalata: 63 anni che compierà fra poco ma ne dimostra, per l’entusiasmo e anche la forma fisica, la metà. Sweet soul music ti allunga la vita. E mi viene in mente che non gli ho chiesto della sua partecipazione a uno dei dischi che amo di più, un disco di un grande amico, Night Visions di Elliott Murphy. Era il 1976. Ne parleremo un’altra volta, Mr Lou “Blue” Marini…

Sunday, May 04, 2008

That mean ol' man, Stagolee

St. Louis, Mississippi, la sera del giorno di Natale 1895. Due uomini di colore, William Lyons di 25 anni, e Lee Sheldon, due vecchi amici, sono al saloon di Bill Curtis, tra la Eleventh and Morgan Streets. Bevono e discutono appassionatamente. Quando la discussione finisce sulla politica, i toni si scaldano e Lyons dà una manata all'elegante cappello che l'altro indossa. Che non è uno qualunque: è un magnaccia, un "pimp", uno sfruttatore, ma che ha il vizietto di vestirsi in modo incredibilmente elegante. Sheldon gli dice di raccattare immediatamente il cappello. L'altro lo manda a quel paese. A quel punto, Lee Sheldon estrare la sua pistola e gli spara nell'addome, ferendolo mortalmente. Lyons morirà poco dopo. Quell'uomo cattivo, "that mean ol' man Stagolee", si rimette noncurante il suo cappello e si allontana.

E' l'inizio di una leggenda che diventa immediatamente canzone, con il titolo variante di Stagolee, Stack-a-lee, Stag O Lee, Staggerlee, la prima incisione delle quali viene raccolta nel 1910 da Alan Lomax, e la cui versione più accurata è quella fatta da Mississippi John Hurt. Per anni si era persa memoria del fatto accaduto la sera del 25 dicembre 1895 a St. Louis, si pensava solo una storia frutto della fantasia dei bluesmen. Ma poco importa, leggenda o realtà, perché quel che più importa è il significato stesso della canzone, il primo ritratto del bullo di colore, quello che si è fatto una carriera nella malavita locale e che, nel modo di vestire stesso, ambisce a raggiungere lo status di eleganza e di ricchezza dell'odiato uomo bianco. Non è difficile vedere, nella reazione sproporzionata rispetto al fatto accaduto e nel volere la restituzione del cappello, status symbol di Sheldon, la stessa violenza dei rapper dei giorni nostri che invece del cappello ostentano vistose collane d'oro. Greil Marcus, nel suo Mystery Train, ne ha fatto il ritratto fondamentale nella identificazione di Stagolee con i neri di fine anni 60, primi 70, quelli che dalle giuste rivendicazioni per i diritti civili passano alla lotta armata o diventano i "magnaccia" senza pietà di cento film d'epoca.

Lo "stagolee" era l'uomo di colore alto, quello che non passava inosservato, e Lyons si beccò subito quel soprannome. Le versioni del brano saranno innumerevoli, da Woody Guthrie a Bob Dylan fino a Lloyd Price che nel 1959 ne registra una versione "addomesticata" e arriva al primo posto delle classifiche.
Ma più interessante è scoprire dove, nel corso dei decenni, Stagolee sia andato a nascondersi e a riemergere, sorta di demonio implacabile, in canzoni che ne hanno celato la vera identità lasciandola trapelare in modo subdolo. Addirittura in un disco di Elton John, Blue Moves del 1976, la canzone Shoulder Holster cambia i soggetti, ma non l'azione: una donna è in cerca del suo fidanzato che l'ha tradita, per ucciderlo: "It was just like Frankie and Johnny, it was like Stagger Lee".
Nel 1979, nell'imprenscindibile London Calling dei Clash, Stagolee spunta fuori nella ripresa di Wrong 'em Boyo, vecchia canzone dei giamaicani Rulers: adesso Stagger Lee è l'eroe e Billy il colpevole, l'assassino diventa uno sfruttato in cerca d giustizia personale. Nel 2004, i Black Keys hanno cantato di lui in Stack Shot Billy nel loro disco Rubber Factory.

Ma naturalmente la versione definitiva del brano l'ha fatta Nick Cave, l'unico che può prendere il demonio sottobraccio e condurlo su di un palcoscenico: è su Murder Ballads, ovviamente, e il linguaggio volgare non tragga in inganno, non si vuole scandalizzare nessuno. Staggarlee siamo tutti noi, piuttosto, prima o poi. Ma attenzione: il diavolo esiste davvero. Ogni volta che Nick Cave la esegue dal vivo, giuro di aver visto la sua ombra danzare oscenamente sul muro.