Friday, July 13, 2018

Solidarnosc rock

Ci sono alcune foto, della prima metà degli anni 80, in cui si vede la pop star inglese Elton John seduto a un tavolaccio di legno in una umile abitazione con a fianco il leader di Solidarnosc, Lech Walesa. E' l'abitazione dove il sindacalista stava trascorrendo gli arresti domiciliari dopo il colpo di stato filo sovietico del generale Jaruselski. Elton John, uno dei primissimi se non il primo artista rock occidentale invitato a esibirsi in Polonia, era andato a trovarlo, affascinato dalla figura di quel piccolo uomo che da solo aveva cercato di opporsi all'impero comunista di Mosca.

Sebbene difficilmente il concerto di Elton John si possa definire un concerto rock come siamo abituati a viverli noi, con il pubblico in gran parte composto da membri della casta del partito comunista, con un dispiego di forze dell'ordine quasi maggiore degli spettatori e il manganello pronto per rimettere seduto chi si lasciava prendere dalla musica e osava alzarsi in piedi, l'episodio nella sua interezza la dice lunga di quanto la musica rock sia stata fondamentale nel processo del crollo del Muro di Berlino e come ci fosse una linea forte di reciproca empatia tra artisti rock e dissidenti.


La famosa "rivoluzione di velluto" che il futuro presidente cecoslovacco Vaclav Havel lanciò a fine anni 60 prendeva nome e ispirazione dal suo gruppo preferito, i Velvet Underground di Lou Reed ("il velluto sotterraneo") mentre Joan Baez che si era esibita in alcune abitazioni di dissidenti cecoslovacchi, scampò per pura fortuna all'arresto.

In Russia e in tutti i paesi dell'est europeo la musica rock era severamente bandita, nonostante questo molti giovani riuscivano a far entrare di nascosto i dischi dei Beatles, che poi artigianalmente ristampavano per un fiorente mercato clandestino a cui il KGB dava la caccia in modo sistematico, con la violenza e il carcere. Gruppi rock fiorivano nelle cantine di Mosca e Leningrado sistematicamente vittime di violenze della polizia quando venivano scoperti. Ma l'anelito di libertà si diffondeva comunque.


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Friday, June 01, 2018

Green green grass of home

Disclaimer: scritto dopo 5 ore di sono senza rilettura e fregandomene dei refusi


City in the smog, city in the smog… Sali in machine e pigi l'acceleratore, vuoi soltanto allontanarti il più possibile dalla fottuta sporca città nello smog. Cominci a lasciarti dietro palazzoni infami pieni di vite disperate e ti trovi in mezzo agli alberi, l'aria fresca entra dal finestrino, vuoi allontanarti dalla giornata di umiliazioni, rabbia ingoiata a forza, delusioni, tristezza e sconfitta. Non sai neanche cosa ascolterai, non sai chi sono, ma a Milano non c'è più spazio neanche per la musica, ti hanno venduto due grattacieli per ingannarti una volta di più. Arrivi a Cantù che manco capisci dove sei, parcheggi, le scalette che portano sotto terra all'1&35. Sì, dove noi apparteniamo, lontano degli occhi del mondo malvagio. Che vogliamo lasciare fuori della porta. La porta è aperta, quel piccolo corridoio sotto una volta curvata che porta sotto, pieno di locandine, foto, manifesti, eroi che sono passati di qua, di colpo hai perso il senso del tempo e del luogo: è il 1974 e stai scendendo all'inferno, CBGB's sulla Bowery, è questo il posto? Scusami Dio per il ritardo. Poi entri la sala è piena di gente, la stessa sala che a volte è il Grand Ole Opry di Nashville, altre il Roxy di Los Angeles, altre ancora il Folk Club del Greenwich. Stsera chenneso sono venuto qui a riposare l'anima ferita, datemi qualunque cosa andrà benissimo per lenire il mio dolore.



Sul palco riconosco un amico, persona buona, Jimmy Ragazzon, con due dei suoi Mandolin Brothers. Ecco, Blind Willie McTell per segnalare che ho scelto la serata giusta, poi una sorta di lungo country progressive con la chitarra acustica che sembra Dave Matthews e le tastiere jazz e lui all'armonica. Già sto bene,
Poi infilandosi a fatica attraverso il pubblico attaccato e sudato al palchetto si infilano cinque ragazzoni alti, sembrano arrivati direttamente dalla Bing Pink lassù a Woodstock, invece sono di Austin, Texas. Partono dritti come il midnight train che attraversa Alabama, Georgia Tennesseee: le due voci soliste che si alternan, le due chitarre soliste che si innalzano a lottare fra loro, una più bluesy e a voltes lied, una secca e incalzante come quella della New York post punk, i Television tra le note. Sarà una notte magica, tra un Elton John, quello di Tumbleweed Connection con Ballad of a Well -Known Gun, quando Sir Reginald sognava di far parte di The Band, che poi arrivano comunque con una focosa When I Paint My Masterpiece.



Il senso della serata sarà questo, un mix tra Little Feat e The Band, assoli di chitarra che sembrano non saziarsi mai, che si arroventano in alto, altissimo, canzoni bellissime piene di soul e country, come The Green Grass of California, inno alla marijuana non quella da sballo, ma quella dell'amore e della cura di se stessi; una sezione ritmica secca precisa pulsante e grasse note di Hammond e deliziosi interventi pianistici honky tonk. Questi ragazzi sanno suonare di tutto. Il finale tira giù tutto, You Wreck Me di Tom Petty è un assalto frontale con le chitarre punk e l'energia pazzesca che oggi non trovi più da nessuna parte.
Il sogno è finito, si torna allo smog e alla nostra tristezza quotidiana. Ma santoiddio, il rock'n'roll resiste ancora.

Grazie a Carlo Prandini per la solita ineffabile accoglienza (ma quelli con la maglietta dei gobbi non dovrebbero entrare); grazie a Cesare Carugi per aver portato questi ragazzi in Italia. Grazie alla vita, quando vince.

Wednesday, April 11, 2018

The streets of Rome

Prendiamo al volo la macchina parcheggiata in vicolo della Desolazione, e schizziamo per le strade di Roma, in cerca di un posto ancora aperto dove mangiare qualcosa. Lo troviamo, entriamo e ci troviamo al tavolo al fianco di un signore dalla bella barba bianca tutto vestito di bianco, bianco anche il turbante. Con lui alcune ragazze, splendenti in elegantissimi abiti bianchi anche loro, velo sul capo e un diadema in fronte a unire il copricapo. Sono bellissimi.
Ci guardiamo negli occhi e ci riconosciamo, mezz'ora prima ci eravamo stretti la mano uscendo dalla sala dell'Auditorio Spazio della Musica, che come dice De Gregori ha davvero una acustica infame, benché sia la gloria musicale della capitale. Erano seduti in prima fila ed era impossibile non notarli, rilucevano di bianco come degli angeli, magari scesi tra la folla per applaudire uno che di angeli ha bisogno e li ha sempre cercati.
Ci spiega il sikh dalla carnagione bianchissima come le sue ragazze, "quando Bob Dylan è in città non si può non andarlo a vedere". Così faranno anche nelle due sere seguenti di permanenza del cantautore americano a Roma, sempre in prima fila. Da quando li ho notatila prima sera ho pensato subito fossero ospiti speciali di Dylan, che ama tanto ogni tipo di religione, anche se dice che "le canzoni sono la mia religione". In realtà erano sì ospiti, ma non perché di religione sikh, ma perché musicisti anche loro. L'anno scorso hanno pure vinto un premio Grammy, ci tengono a spiegare, per il miglior disco new age, si chiamano White Sun. Sono di Santa Monica, California, a Roma hanno un centro yoga.
Usciamo nella notte romana e ci ritroviamo da qualche parte, con un senso di smarrimento e dolce perdutezza. Qualcosa è successo questa notte, ma noi non sappiamo csa, "do ya Mr. Jones"? Che concerto abbiamo visto? Chi era dietro il pianoforte che muoveva continuamente i piedi calzati in stivaletti bianchi tenendo il ritmo di una musica conosciuta a lui, l'unica parte del corpo che non riusciva a stare ferma, dietro a quella maschera impassibile e quel corpo rigido da sembrare una statua? Ha ragione il mio amico americano che da anni mi dice che andare a vedere Bob Dylan in concerto è come andare ad ammirare il Mount Rushmore? Ma dobbiamo andare, abbiamo appuntamento con la nipote di Botticelli. E un paio di bottiglie di vino rosso calabrese.

"Quando ero un ragazzino e vivevo a La Jolla, in California, una piccolissima cittadina, ogni 4 di luglio c'era una parata. Ricordo chiaramente i veterani della Guerra Civile che marciavano lungo la strada principale, alzando la polvere. La prima volta che ho ascoltato Bob Dylan, mi sono tornati alla mente. E ho pensato a lui come se fosse uno di quei veterani della Guerra Civile. Una sorta di troubadour del 19esimo secolo. Uno spirito americano antagonista. L'asprezza della sua voce e e la frugalità delle sue parole vanno dritte al cuore dell'America" (Gregory Peck)

La prima sera quando iniziano i bis ci eravamo lanciati sotto al palco, alto mezzo metro, come quelli dei vecchi concerti rock degli anni 70, che si vedono nei film dell'epoca, dove ti appoggi comodamente al palco stesso. Chiedo al tipo della security se posso fare un paio di foto senza flash ovviamente, mi risponde ridendo "ormai le fanno tutti, che te devo dì" e registro 15 secondi di video, invece, mai stato così vicino al cantante, in quasi 40 anni di suoi concerti, senza spintoni, senza donnine deliranti, senza fan allucinati, tutti invece ad ammirarlo in estatico silenzio e lui contento. Alla fine manda un bacio sorridente alla donna a fianco a me, evidentemente la conosce bene.


La sera dopo invece la security è imbestialita e ci blocca prima della prima fila di poltroncine urlando "ordine dell'artista se fate come ieri sera dice domani non suonerà". Boh. A un certo punto un maori imbruttito si lancia dal palco su uno spettatore che ha fatto l'imprudenza di tirare fuori il cellulare, la sera prima il maori probabilmente lo avevano chiuso a chiave nei camerini. Lo insulta, lo minaccia fisicamente, poi se ne torna sul palco. Lui, il cantante, ci guarda malissimo mentre sembra che voglia andarsene dopo i primi due versi di Blowin' in the Wind. Forse invece sta guardando malissimo la security. Tutto sembra fuori controllo. D'altro canto Phil Ochs negli anni 60 diceva che "Dylan sul palco è LSD puro". Lo è ancora, a quasi 77 anni di età. Lo sguardo è una fessura cattiva cattiva, sembra di essere agli ultimi istanti della sfida all'OK Corral, scruta tra la folla per vedere se là in mezzo ci sono ancora William Zanzinger e il Gobbo di Notre Dame. Ci sono vibrazioni cattive, fantasmi dell'elettricità che però non hanno nulla di buono da dire. Infatti se ne va senza lanciare nessun bacio. In sala restano solo il Roving Gambler e Dio, aspettano Casanova per uscire da lì per tornare nel vicolo della Desolazione. O riprendere l'highway 61 dove li aspetta Robert Johnson e il suo amico Lucifero.

"Il suo modo di suonare qualunque strumento è del tutto ibrido. Non ha senso dal punto di vista musicale. Quando suona il piano, non ha alcun senso se non per l'ascoltare e lui stesso. Se sei un musicista ti viene da dire: Be', ma che ci stai a fare qui? Non ha alcun senso. Lo stesso quando suona la chitarra. E' come se qualunque cosa suoni tu debba aspettare un anno o due per avere l'approccio giusto per essere in grado di apprezzarlo. Al primo ascolto, ogni cosa che fa sembra senza speranza. Poi ci ripensi e realizzi che era perfetto, del tutto giusto" (Eric Clapton)


A Milano, oltre un palco alto quasi due metri, le prime due file di poltroncine sono divise dal resto della platea da una specie di muretto. Il palco è gigantesco, e lui e la band si mettono in fondo in fondo, il più lontano possibile dalla folla. Nessuno stasera ha voglia di vedere se c'è Johanna, nessuno sente alcun tipo di dolore, stanotte mentre siamo tutti soli sotto la pioggia.
Il cantante è in grande forma stasera, sputa i versi come fosse una mitragliatrice, scardina le coordinate del buon senso musicale cercando una melodia impossibile che solo lui sente nella testa attorcigliato nel dolore. La mia amica che lo sta vedendo per la prima volta dice che c'è un grande senso di dolore nel modo in cui canta, malinconia e tristezza. Tangled up in blue. D'altro canto, "love sick" ed è un "melancholy mood" quello che ci avvolge tutti.
Poi si ricorda di quando rivoltava il mondo tanto che qualcuno scrisse che se mai ci si ricorderà di Bob Dylan, ci si ricorderà di un fottuto uomo di rock'n'roll. Sono i minuti più esaltanti della serata, sembrano i tempi quando scendeva da una Buick 6 e stendeva tutti a terra, anche Stones e Beatles. Non c'è ne è per nessuno. ma quei minuti volano anche questi via presto. E' tutto un succedersi di memorie, ricordi tra la nebbia, pillole di anfetamina, e lacrime, come fossi una bambina. In fondo siamo tutti soli nella vita.

Usciamo nella pioggia e abbiamo in mente solo le foglie che cadono con grazia in autunno, anche se questa è primavera. E' una vita piena di dolore e qualcuno deve farsene carico per noi, che altrimenti ci spezzeremmo in due. Lui ha portato il peso del mondo per decenni, e ancora lo fa. Io penso a due ragazze lasciate a Roma e se mai le rivedrò. Vado a casa, intrappolato nel blu, ad ascoltare Leonard Cohen.

The falling leaves drift by the window
The autumn leaves of red and gold
I see your lips, the summer kisses
The sun-burned hands I used to hold

Thursday, January 18, 2018

Salvation

"La vita è davvero fragile, non puoi mai sapere cosa ti succederà, non sai se ti ammalerai o se ti succederà qualcosa, non puoi dare mai niente per scontato, questa è la verità sulla vita". Con la capacità profetica che solo le grandi anime possono avere, quelle più sensibili e sofferenti, Dolores O'Riordan qualche anno fa in una bellissima intervista concessa alla giornalista Valeria Rusconi del mensile XL, aveva espresso il medesimo sentimento che John Lennon, poco prima di morire, aveva fatto suo: "La vita è quella cosa che ti capita mentre sei occupato a fare altre cose". La vita non la decidiamo noi, non ci appartiene, ci supera e ci sorprende. Anche e soprattutto con la morte che non sappiamo mai quando busserà alla nostra porta. Non abbiamo deciso noi di nascere e non decideremo noi quando morire, anche se tutto nella mentalità contemporanea, quella che discende dal vecchio slogan "la vita è mia e me la gestisco io" vuole farci credere che possiamo esserne padroni.



"Non puoi mai dare niente per scontato, questa è la verità". Secondo le ultime persone che avevano visto e parlato con la cantante dei Cranberries nelle ultime settimane, lei stava bene ed era contenta. Lo aveva detto anche lei in un messaggio ai fan dopo essersi esibita nella settimana di Natale a una serata dell'industria discografica, era il suo primo concerto dopo mesi, dopo aver dovuto cancellare il tour estivo dei Cranberries, previsto anche in Italia. L'ex chitarrista dei Kinks Dave Davies aveva detto che l'aveva sentita al telefono, gioiosa e di buon umore: "Sembrava piena di vita, scherzava ed era felice di vedere me e mia moglie in questi giorni". Il suo nuovo fidanzato e musicista nel suo nuovo progetto Ole Koretsky aveva postato delle foto su Instagram della coppia serena e contenta in giro per New York.

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Monday, January 15, 2018

Gimme Shelter

A volte, per scrivere una canzone di protesta non c'è bisogno di slogan, di accuse eclatanti, di prese di posizioni ideologiche. Basta una strofa, per rispecchiare in modo efficace una intera epoca storica. Come nel caso di You Can't Always Get What You Want, brano dei Rolling Stones pubblicato nel 1969, ma scritto e inciso nel 68: "Sono andato giù alla manifestazione per ottenere la giusta quota di abusi cantando Sfogheremo la nostra frustrazione se non lo facciamo, faremo saltare una miccia da cinquanta ampere". C'è tutto in queste quattro righe: le manifestazioni che erano all'ordine del giorno in quel 1968, la partecipazione di tanti giovani che non capendone neppure le motivazioni ideologiche vi prendevano parte per sfogare la loro frustrazione rabbiosa di persone che si sentivano escluse dalla società, le botte della polizia, la minaccia di passare dalle marce alle bombe, come sarebbe in effetti successo da lì a poco. Nel ritornello, la canzone affermava una massima di saggezza zen rara a quei tempi. Mentre per le strade i giovani gridavano "vogliamo il mondo e lo vogliamo adesso" gli Stones si distaccavano con il realismo di "you can't always get what you want", non puoi ottenere sempre quello che vuoi.



"Una canzone non serve alla rivoluzione se non sei tu a seguirla con l'azione" diceva Joan Baez, la regina del movimento per i diritti civili, lasciando trapelare quanto la musica non fosse abbastanza per "cambiare il mondo". In realtà, le canzoni rock hanno sempre riflesso quello che accadeva intorno, una sorta di ripetitore satellitare, più che incitare a scendere per le strade. Il 68 ci sarebbe stato anche senza la musica rock, per capirci, ma la musica rock ne è stata la colonna sonora, cogliendone aspetti e limiti molto più di ogni altra forma di comunicazione. Come sempre d'altro canto, perché non c'è mezzo di comunicazione più profondo, appassionato e intelligente delle canzoni.

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Friday, January 05, 2018

ADRIANO CELENTANO/ Gli 80 anni del ragazzo della Via Gluck

ADRIANO CELENTANO/ Gli 80 anni del ragazzo della Via Gluck: Adriano Celentano compie domani 80 anni, da 60 è l'artista italiano più amato: era il 1957 quando fece la sua prima apparizione che lo lanciò nel mondo dello spettacolo. PAOLO VITES

Wednesday, December 13, 2017

Sunday, November 19, 2017

Sympathy for the Lord

"Non puoi combattere la musica gospel. Non puoi combattere una Messa di Beethoven, o l'altezza delle guglie di una cattedrale. Non esiste una canzone che dica: Vieni avanti ateo! Non puoi vincere"
(Randy Newman)


Chi è buono e chi è cattivo? Puoi davvero servire un padrone solo, che sia il diavolo o il Signore? O piuttosto sarà una battaglia lunga tutta la vita, dentro e fuori di te, con il sangue dell'Agnello ai piedi della croce, che a volte si avvicina e altre volte si allontana?
Alla fine resterai come il predicatore, a predicare nella chiesa vuota e abbandonata, fino a lasciarti andare su una panca, scuotendo la testa sconsolato?
Bob Dylan aveva portato sui palcoscenici di mezzo mondo questa lotta sovrumana. Più che un predicatore intenzionato a salvare il mondo, il cantante aveva fatto quello che aveva sempre fatto: mettere a nudo su un palcoscenico davanti a migliaia di persone la sua umanità incerta come ogni passero che cade, come ogni granello di sabbia. Lui, e quella banda di fuorilegge e quelle donne bellissime, nessuna chiesa dall'Alabama alla Virginia li avrebbe mai fatti entrare a esibirsi. No, perché facevano paura. Era evidente che in mezzo a loro c'era un ospite indesiderato. Lucifero. Quei concerti, più che una liturgia gospel, furono qualcosa come un ascensore per l'inferno: potevi entrarci ma non sapevi se ne saresti uscito vivo.
In questo cofanetto ogni cd si apre con una sinuosa, serpeggiante, viziosa versione di Slow Train che ti entra sottopelle e ti possiede, non ti molla più, che incredibilmente suona sempre diversa, la migliore delle quali resta quella provata in studio con i fiati, una orchestra tuonante e senza pietà, che Dylan dovette lasciare a casa perché avere le coriste e anche i fiati era troppo costoso per un tour così inaspettato nel suo contenuto che non si sapeva neanche se la gente sarebbe andata a vederlo. Ci andarono, in massa, perché mai musica fu suonata così in grazia di Dio. E del diavolo.
Quello che strappa la pelle alle ossa in queste performance, lo si trova quasi tutto nel primo cd, che contiene esecuzioni da ognuno dei tre anni di gospel tour. When You Gonna Wake Up, come venne suonata quella sera ad Oslo nel 1981, è qualcosa che nessuno, in quel periodo storico, poteva fare. Comincia con le sole tastiere a sorreggere un Dylan apparentemente disperato, sconsolato, che implora, poi entra tutta la band e le coriste ed è un bing bang, è un sabba rock'n'roll come nessuno poteva neanche immaginare di sfiorare in quei giorni, né gli Stones, né Springsteen, nessuno dei sopravvissuti coetanei a Dylan. E' furia selvaggia, è un ritmo torrenziale secco e incalzante dettato dalla chitarra di Tackett che batte il tempo sincopato e funk, dal basso poderoso dello scatenato Drummond, dalla batteria che rulla implacabile alzando ill ritmo e da un Dylan realmente posseduto. E' ferocia allo stato puro. Poi per l'ultimo ritornello il tempo si fa ancora più veloce e chi gli sta dietro a questi qua? Ai tempi dicevano, "eh be' canta canzoni reazionarie e noiose e poi fa anche un R&B gospel standard, senza vita, vecchio".
Accade di nuovo in Saved e Solid Rock, in quest'ultima la lotta sul palco fra Dio e satana è più evidente che mai, quando la corista esplode due urli in successione che vogliono spaventare il cantante, quasi osceni: è posseduta. Chi avrebbe voluto in una chiesa questa banda di angeli e diavoli, di apocalisse e di ira di Dio? Accade tutto nel momento e quando il cantante si siede al piano come lo si vede nel dvd per cantare una magnificente e impressionante When He Returns, tutti i pezzi del puzzle cadono ai suoi piedi: non ha mai cantato così bene in vita sua, non lo farà mai più. Sono incalzato dalla chiamata del Signore, e allora non resta che prendere in mano la rosa che la ragazza sotto al palco gli offre, accennare leggermente col capo e scomparire nei corridoi dietro al palco. Non c'è pace e non c'è conforto, quest'uomo è nato per combattere la guerra della vita, solo.



Ma c'è un incantevole angolo di purezza e di rassicurazione, di gentilezza e di perdono. E' nascosto in mezzo alle mille gemme di questo cofanetto e potrebbe passare inosservato. Una chitarra acustica che fa strumming su e giù per le corde, le voci del cantante e della cantante un po' indietro, in una sala che immaginiamo buia e mal microfonata. Cantano una melodia antica come il mondo, alternandosi nelle strofe e poi unendosi insieme. Avrebbe potuto inciderla Elvis, e infatti lo fece, poco prima di morire. E' tale la perfezione e la purezza del canto, che vorresti metterti in ginocchio e pregare e lasciare che Rise Again scorra per sempre senza sosta nella tua notte più oscura, Perché è una luce quella che accende.

Tuesday, November 07, 2017

The king will walk in Tupelo!

Euchrid Eucrow è tornato dall'inferno, è uscito dalle acque fangose di Tupelo, si è innalzato su ogni tragedia e ha battezzato il mondo. L'angelo Beth ha avuto pietà di lui: The King will walk on Tupelo!
"Tutto noi in un certo senso siamo in lutto, se non per noi stessi per il mondo. La cosa più bella per me, quella che mi ha cambiato, quella che mi fatto venire fuori da quel posto terrificante è stato capire che in questo ci siamo dentro tutti assieme. È la vita. L’ho capito a un livello profondo quando sono tornato a suonare dal vivo dopo la morte di mio figlio. Mi sono letteralmente sentito salvato dal pubblico. Questo tour è come una comunione di massa. È qualcosa di straordinario. Non sono mai stato parte di un tour come questo. È qualcosa di religioso".

Così è stato. Il reverendo Nick Cave ha voluto dimostrare che si può risorgere anche dalle tragedie più orrende, un padre non dovrebbe mai sopravvivere a un figlio, e ha invitato tutti a fare altrettanto. Dall'inizio alla fine è stato un continuo cercare le mani degli spettatori, ci ha guardati tutti fissi negli occhi come dire: ora tocca a te. Poi il reverendo è sceso a camminare in mezzo alla gente, si è lasciato toccare, abbracciare e baciare. Ha alzato le mani in alto al cielo e ci ha benedetti. E' arrivato addirittura a scambiare un calzino con una spettatrice/spettatore.



E' stato il rito purificatore più grande della storia del rock, il giorno dopo che un folle aveva massacrato la folla di fedeli che era andata alla messa della domenica, il reverendo si è stagliato alto contro tutto il male del mondo. Che cosa rende possibile tutto questo? Lo ha dimostrato nel finale, quando con un centinaio di persone sul palco, fra tutti quelli (e quelle) che poteva scegliere, ha preso un metallaro a torso nudo e l'ha stretto forte al suo cuore mentre lui chiudeva gli occhi come un bambino e gli ha detto, e ci ha detto: "some people say it’s just rock and roll, oh but it gets you right down to your soul". Per tutti noi reietti della società che l'altra sera eravamo lì, è quanto basta e anche di più. Alla fine anche Stagolee ha pianto.

The King will walk on Tupelo!

Thursday, August 17, 2017

Can't help falling in love with you

Morire sulla tazza del gabinetto non è esattamente una morte da re. Morire perché da giorni non riesci ad evacuare, e lo sforzo è tale da procurare un arresto cardiaco, rimanendo disteso sul pavimento del bagno per molto tempo perché nessuno si accorge di quello che sta succedendo non è una morte da re. Ma fu questa, così banale, la morte di un re, quello del rock'n'roll, Elvis Presley.

In mano gli resta il libro che stava leggendo, (The Scientifc Search For The Face Of Jesus di Frank Adams). In quei suoi ultimi giorni portava al collo una croce, una stella di davide e una mezza luna islamica. Non si sa mai, scherzava, meglio essere pronti per qualunque Dio ci aspetti. Ginger, la sua fidanzata è a letto, sono circa le otto del mattino ed Elvis non ha chiuso occhio come sempre, ingoiando sonniferi e medicinali vari tutta la notte. Alle 19 di quel 16 agosto ha un aereo che lo aspetta per portarlo a Cleveland dove comincerà un'altra serie infinita di concerti, cosa che lui odia. E' annoiato a morte di quella manfrina che sono diventati i suoi concerti. Tutti uguali, le stesse canzoni, i grandi successi che il suo pubblico, di mezza età anche loro, gli ex ragazzini che lo adoravano negli anni 50 ormai diventati ricchi borghesi della midlle class vogliono sentire. E lui che si deve vestire sempre come un cretino, con tanto di mantello. Perché lui è il re, del rock'n'roll.



Sono circa le due del pomeriggio quando Ginger lo scopre a pancia in giù nel bagno. La corsa in ospedale è inutile: alle 15 e 30 viene dichiarato morto. Accanto a lui c'è il dottor Nick, un medico senza scrupoli (esattamente come quello che lasciò morire Michael Jackson) che lo segue dal 1970, lo ha fatto diventare una discarica chimica. Nel solo ultimo anno di vita, otto mesi, gli ha prescritto diecimila dosi di medicinali: eccitanti per tirarsi su, sonniferi per scendere giù. Elvis aveva problemi di ipertensione, un’arteriosclerosi coronarica, danni al fegato. C'è chi dice che avesse anche problemi al colon ma che avesse rifiutato di farsi operare per vergogna.


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Sunday, July 23, 2017

Rockin' all the way down to Italy

Poteva essere una cantina da qualche parte tra Juarez (ma non era il giorno di Pasqua) e il Rio Grande. Il cortile interno di un vecchio edificio ottocentesco pieno di piante, erbe rampicanti, birra a fiumi e vino bianco ghiacciato. Poteva essere il Texas, poteva essere ed è stata una serata magnifica. Dopo una settimana passata fra ospedali, centri di riabilitazione, a vomitare il sangue che usciva copioso, appena tolto il tappo, dal buco nero della mia esistenza, in mezzo a lutti e a domandarsi perché la musica non può, non sa alla fine, salvare l'anima dei più disperati, come ha detto Springsteen, "la vita non è che una tragedia intervellata da momenti di gloria".
Così è stato l'altra sera a Gallarate, nient'altro che una cantina nascosta tra Varese e Milano, tra Lubbock e Austin, un momento di gloria, da incassare e custodire gelosamente per il resto della nostra tragedia quotidiana, in modo che la vita faccia meno male possibile.


Francesco D'Acri, uno dei pochi cantautori italiani capace con solo una chitarra acustica, di attirare l'attenzione e tenerla desta con un mix di dolcezza (la versione tenerissima con cui ha aperto la serata di Seaf of Heartbreak) e il rock'n'roll furioso di Portami a ballare, ha tenuto fuori ogni tristezza di plastica della canzone d'autore italiana, quell'indie fasullo costruito a tavolino senza coraggio e senza alcun contenuto originale che abbaglia i ragazzi di oggi.
Quando poi sono entrati in scena Luca Rovini e i suoi Companeros, è stata una scossa elettrica di purissimo rock'n'roll che da Tom Petty si ricongiunge a Dough Sahm, Merito dello straordinario chitarrista americano Peter Bonta (ex Nighthawkes, i corrispondenti americani dei Nine Below Zero, la miglior bar band da Washington DC a San Francisco, capace di jammare con chiunque, anche con Gregg Allman come successe una sera di fine anni 70, e poi accompagnatore e produttore di dozzine di grandi nomi, uno per tutti Mary Chapin Carpenter) con il suo tocco ora raffinatissimo che lega tutto insieme, ora con i suoi assoli dall'imprinting country al blues, al rock più rotolante e vibrante. In mezzo una sezione ritmica basso e batteria precisa come un metronomo, mai fuori delle righe, pulsante e capace di alzare e calmare il climax come onde di oceano.
E naturalmente Luca Rovini, autore di ballate cristalline dalla vena melodica classica ma originalissima, che in veste rock'n'roll guadagnano un altro aspetto: sempre puro, sempre onesto, ma così incalzanti da non lasciare prigionieri.


E finalmente si svela quello che in Italia si insegue da decenni sempre sfiorandolo ma mai riuscendoci fino in fondo: può un italiano fare musica rock? Sì, se sono Luca Rovini e questa band. L'inserimento di un musicista americano fa il tasso di differenza, ma le canzoni sono italianissime (niente inglese, please), le storie sono le nostre, cuori spezzati e migranti rifiutati, la voce è rotonda ma incazzata. Il risultato è un mix perfetto che oggi qua da noi non ha paragoni.
Il divertimento e le lacrime si mischiano, tutti i presenti, anche chi venuto a cenare senza sapere chi si sarebbe eseguito o se si sarebbe eseguito qualcuno, si fermano ammutoliti ad ascoltare. Non è il solito bar dove ognuno si fa i cazzi suoi, e un motivo ci sarà. E dopo essersi ammutoliti girano le sedie verso chi sta suonando e non perdono una canzone, si agitano sulle sedie, ballano, si esaltano. Quando mai lo vediamo nella noia dei nostri bar da happy hour da poveracci?
La musica vola in alto, tra blues serrati e magnifiche ballate rock, e adesso siamo davvero a Juarez, and it's Easter time too.
Quando poi Peter Bonta prendeo la chitarra acustica, regalandoci un brano inciso dai Nighthawks nel 1978 e che Nils Lofgren, qualche anno dopo fece sentire a Rod Stewart che decise immediatamente di inciderlo l'anello è completo. Non siamo più americani, non siamo più italiani, siamo gente di musica, e per questo benedetti in ogni angolo del globo.
E ieri sera giuro che ho visto ridere contento sotto i baffi l'unica persona che tutti aspettavamo giungere da un momento all'altro: era lì, appoggiato al muro insieme a Townes Van Zandt, Guy Clark, Rick Danko. Perché questo era quello il posto dove bisognava esserci. Insieme all'ultimo hobo, Carlo Carlini, Dio lo benedica, a cui Rovini ha dedicato l'omonima canzone da lui scritta.
La musica è un momento di gloria in mezzo a una tragedia, ma fino a quando ci saranno gente come D'Acri e Rovini in giro da qualche parte, io ci sarò. Ho bisogno di serate di gloria. Chi invece nella stessa serata invece ha preferito andare altrove, buon per lui. Ci ha perso soltanto lui.

Solidarnosc rock

Ci sono alcune foto, della prima metà degli anni 80, in cui si vede la pop star inglese Elton John seduto a un tavolaccio di legno in una um...

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