C'è una zona franca nelle nostre esistenze, dove nessuno può entrare, neanche i violenti e i dittatori. "È qualcosa che sfugge ai leader, che il potere non può controllare, una delle pochissime. Nessun dittatore può imbrigliarla. È zona franca, l’unica che ci resta" ha detto poco tempo fa Keith Richards nel corso di una intervista parlando della musica rock e delle canzoni.
Ho sempre vissuto una esperienza similare quando ho ascoltato una canzone, sin dalle primissime volte, quando ero un ragazzino. Nel momento stesso in cui le prime note si spargono nell'aria, è come se un muro si ergesse tra me e il mondo, tra me e gli altri. Una forza più grande di me mi trascina, mi trasporta e mi conduce altrove. In quella zona franca di cui parla Keith Richards. Lì, nessuno può entrare, tantomeno il male del mondo, i potenti, i violenti, i dittatori. Il mio stesso male rimane fuori. E' una forma di autismo probabilmente, ma è salvifico. A me ha salvato la vita.
E soprattutto non sono stato io a creare questi muri. Non è stata una costruzione auto imposta. E' accaduto. Una liberazione immensa, qualcosa di più grande di me e di misterioso. Succede continuamente, anche quando accendo la radio in macchina, qualcosa si sovrappone al rumore fastidioso, alle chiacchiere inutili e banali. A volte mi sono dovuto fermare e accostare la macchina al ciglio della strada per non perdere un istante di una canzone che stava passando improvvisamente. A volte una frase rivoltami mentre ascoltavo una canzone mi ha fatto male come uno schiaffone in faccia, perché ha interrotto quel mio viaggio meraviglioso.
Non è che necessariamente l'ascolto di una canzone mi faccia stare meglio o peggio, semplicemente mi tira fuori da me, spalanca il mio io a un Io più grande. A volte mentre ascolto un disco sto galleggiando sopra il mio corpo disteso là, sopra il divano. Lo guardo affascinato e sono in trance.
"Non ho mai trovato un duplicato di quella chiave che apre l’anima" ha detto ancora Richards. Neanche io ho mai fatto una esperienza più liberante, solo in quei momenti sono in contatto con la mia anima, il mio io più profondo e troppo spesso trascurato dalla vita.
Naturalmente questo tipo di esperienza non è sufficiente per condurre una esistenza "liberata". Il fatto stesso che la canzone dopo tre o quattro minuti finisca è un brutale ritorno alla realtà, una realtà che va comunque affrontata. Ma quello che ho vissuto in quei pochi minuti in quella zona franca, lascia una sorta di eco che riverbera dentro di me, suggerendomi che la vita è qualcosa che va oltre e verso quell'oltre io posso e devo guardare.
Se oggi le canzoni rock hanno perso in gran parte quella carica propulsiva e immaginifica che possedevano, c'è abbastanza materiale in cinquant'anni di storia per attingervi continuamente. Qualcosa che è sempre stato trascurato, qualcosa definito un passatempo, una distrazione, qualcosa che non ha mai avuto una dignità culturale, almeno in Italia.
Nei paesi angloamericani le canzoni rock sono state recepite come quello che sono state per davvero, il più grande esperimento innovatore culturale e sociale del novecento. Una esplosione di libertà, di porte abbattute, di connessione dell'anima con il grande spirito che muove l'universo. Presidenti della Repubblica, primi ministri, scienziati, scrittori e registi citano continuamente canzoni rock, attingono a quella carica per giudicare il presente. C'è una mole immensa di giudizi storici e politici, ma soprattutto umani, nelle canzoni rock. Nessun altra forma di comunicazione degli ultimi cinquanta, sessant'anni ha espresso in maniera talmente profonda il contenuto del cuore dell'uomo: bisogno di felicità, di giustizia, di amore, di significato, il grido dell'uomo in poche parole.
Ci sono dischi come Highway 61 Revisited di Bob Dylan che descrivono meglio di qualunque trattato socio politico che cosa succedeva nell'America degli anni 60 e ci sono canzoni come Stairway to Heaven dei Led Zeppelin che descrivono tutto il mistero che inabita nell'uomo e oltre l'uomo.
Ma in Italia tutto questo non è mai stato recepito. E' un peccato. Continuiamo ad assistere a dibattici politici che usano formule appartenenti a un passato naufragato, che non hanno più nulla da dire all'uomo di oggi, linguaggi che si rifanno a ideologie marxiste, liberal che non parlano più a una umanità che intanto è andata da un'altra parte. Professori universitari e insegnati scolastici insistono in linguaggi codificati che non dicono nulla ai giovani, non sanno suscitare alcun interesse, censurando la ricchezza del loro io. Eppure c'è un patrimonio là fuori, in centinaia di dischi, che sa dire tanto.
Immaginate di tornare a casa ogni sera e trovare cucinato da vostra moglie lo stesso menu. Un piatto di pastasciutta al sugo rosso e una bistecca. Così ogni sera della vita. Poi una volta per caso entrate in cucina e trovate ogni ben di dio, carni, pesce, condimenti succulenti, piatti di ogni tipo. Vostra moglie è lì che se li sta godendo. Voi ne assaggiate qualcuno, vi incuriosite, ma poi tornate alla sicurezza della pastasciutta. Così accade con le canzoni rock, lasciate in cucina per pochi.
Le trasmissioni televisive italiane hanno imposto da tempo un blackout cerebrale. Il modo di intervistare i musicisti, sempre con le solite domande a base di luoghi comuni. Ma, più in generale, il fatto è che c'è poca o nessuna preparazione e si tirano fuori sempre le stesse cose: la droga, lo spirito ribelle, il sesso e la trasgressione.
Bob Dylan è il menestrello di Duluth e il cantore del '68, Bruce Springsteen è quello di Born in the Usa. Patti Smith è la sacerdotessa del punk.
In generale il rock trattato sempre come una cosa da ribelli, da alternativi, come una curiosità zoologica.
Un importante quotidiano a proposito del film su Janis Joplin, ha scritto: Jonis e i Bog Brothers.
Nella sua intervista Keith Richards lascia intuire che le canzoni rock hanno un linguaggio che va oltre e aiuta a capire cosa succede. "Solo più tardi avrei capito che in quelle cose che chiamavamo americane di America non c’era niente. Il paese è un miscuglio di razze. Questo e solo questo mi affascina degli Stati Uniti: al contrario dell’Europa, ne riconosci l’identità attraverso la musica più che attraverso la letteratura o la pittura".
Va bene citare i soliti noti, da Leopardi a Cesare Pavese, soprattutto perché è facile, scontato e non costa fatica, ma quanta ricchezza si potrebbe comunicare ai giovani parlando loro di Nick Cave o Leonard Cohen. Non è esterofilia: ci ripetono tutti i giorni che viviamo in un mondo globalizzato, ma vale solo per le strategie economiche. E la cultura?
Va bene leggere I promessi sposi, ma chissà cosa scatterebbe nei giovani se si leggessero Il libro del desiderio di Leonard Cohen, le poesie di Patti Smith o I diari del campo di basket di Jim Carroll.
"Per me il rock and roll è sempre stato per tutti, fin dall’inizio. Avvertivo qualcosa di profondissimo, di sconvolgente in quel ritmo. Mai pensato che fosse musica usa e getta. Non ho mai trovato un duplicato di quella chiave che apre l’anima". Chi quella chiave l'ha trovata, ringrazia.
Showing posts with label Keith Richards. Show all posts
Showing posts with label Keith Richards. Show all posts
Friday, October 23, 2015
Monday, September 21, 2015
Stone alone
Che cosa fa una pietra quando non rotola? Non si lascia coprire di muschio se questa pietra si chiama Keith Richards. Si guarda dentro, riscopre quello che ha accumulato in una lunga vita, un amore grande così per la musica in tutta la sua interezza e ne fa un bel disco. Che è poco "rolling" e molto "stone" nel senso che Richards a differenza di Jagger è ben fisso sulle radici della musica. Come una pietra. Un po' come Bob Dylan che ormai da molti anni vive in un mondo antico e fa musica che appartiene all'era pre rock'n'roll: il blues, il jazz, il folk, il country precedenti alla rivoluzione di Elvis. Che poi sono la cifra stessa che costituisce il rock'n'roll.
Anche il chitarrista degli Stones nel suo nuovo disco solista, "Crosseyed Heart", a ventitré anni di distanza dal precedente (con questo tre in tutto nella sua carriera) percorre queste strade, tanto che l'unico vero pezzo che ha il sapore e l'eccitazione della sua band appare solo a un certo punto, Trouble, anche se gli indizi qua e là non mancano. Un disco raffinato, cantato con un cuore (strabico, perché è un cuore che si è giocato tutto nella vita) purissimo, dove emerge tutta l'onestà di un artista che ha dedicato ogni attimo dell'esistenza a qualcosa di più grande di lui, la musica. Canta Bene in questo disco, Keith Richards, stupendo visto che non è mai stato un cantante vero e proprio, certo non all'altezza dell'amico/nemico Jagger, ma questo lo sanno tutti. In "Crosseyed Heart" supera se stesso declinando la voce come un vecchio crooner pieno di affetto e sincerità.
I brani di Richards solista, come già ci avevano mostrato i due dischi precedenti, sono un po' pezzi degli Stones prima della lavorazione di Mick Jagger. Scarni, essenziali, tenuti su da riff squadrati e implacabili. Jagger poi li colora e li fa diventare quella festa grande che sappiamo. Ma in "Crosseyed Heart" Keef va oltre e incide una serie di brani che portano lontano, perfetti per un noir di Raymond Chandler. E' un viaggio alle radici, compiuto quasi tutto di notte, tra ricordi, fantasmi e promesse infrante.
CLICCA SU QUESTO LINK PER CONTINUARE A LEGGERE L'ARTICOLO
Anche il chitarrista degli Stones nel suo nuovo disco solista, "Crosseyed Heart", a ventitré anni di distanza dal precedente (con questo tre in tutto nella sua carriera) percorre queste strade, tanto che l'unico vero pezzo che ha il sapore e l'eccitazione della sua band appare solo a un certo punto, Trouble, anche se gli indizi qua e là non mancano. Un disco raffinato, cantato con un cuore (strabico, perché è un cuore che si è giocato tutto nella vita) purissimo, dove emerge tutta l'onestà di un artista che ha dedicato ogni attimo dell'esistenza a qualcosa di più grande di lui, la musica. Canta Bene in questo disco, Keith Richards, stupendo visto che non è mai stato un cantante vero e proprio, certo non all'altezza dell'amico/nemico Jagger, ma questo lo sanno tutti. In "Crosseyed Heart" supera se stesso declinando la voce come un vecchio crooner pieno di affetto e sincerità.
I brani di Richards solista, come già ci avevano mostrato i due dischi precedenti, sono un po' pezzi degli Stones prima della lavorazione di Mick Jagger. Scarni, essenziali, tenuti su da riff squadrati e implacabili. Jagger poi li colora e li fa diventare quella festa grande che sappiamo. Ma in "Crosseyed Heart" Keef va oltre e incide una serie di brani che portano lontano, perfetti per un noir di Raymond Chandler. E' un viaggio alle radici, compiuto quasi tutto di notte, tra ricordi, fantasmi e promesse infrante.
CLICCA SU QUESTO LINK PER CONTINUARE A LEGGERE L'ARTICOLO
Subscribe to:
Posts (Atom)
Sangue nei solchi del cuore
“Bob Dylan è in città, c’è bisogno di catturare qualcosa di magico”. La “città” è ovviamente New York, al telefono John Hammond, il più gran...
I più letti
-
E ci sono state le lacrime e c’è stata una stella cadente che ha attraversato il cielo aprendosi in due. E ci sono state preghiere e c’è sta...
-
"Edward Hopper, pittore statunitense famoso soprattutto per i ritratti della solitudine nella vita americana contemporanea". Oibò,...
-
L'altra sera sono andato a vedere il concerto di Bruce Springsteen And The E Street Band. Ogni volta che viene in Italia non me lo perd...
-
Nick Hornby, in tutte le top five del suo (peraltro bello) Alta fedeltà, naturalmente non ha incluso la top five delle migliori fuck you son...
-
E' una giornata di sole oggi a Los Angeles. D'altro canto a Los Angeles c'è sempre il sole. L'anziano signore, sempre elegan...
-
This blog for hire , come diceva il musicista rock più amato in questo blog... Così oggi lascio spazio all'amico Giorgio Natale , con cu...
-
Paolo Vites, giornalista musicale da circa 25 anni, ne ha visti di concerti. Dai primi, a fine anni 70, quando la musica dal vivo tornò a es...
-
“Ogni sera c’è del rossetto sulla sua camicia, ogni mattina lei lo lava via. Aveva sentito dire che in ogni vita una parte della vita stessa...
-
“Bob Dylan è in città, c’è bisogno di catturare qualcosa di magico”. La “città” è ovviamente New York, al telefono John Hammond, il più gran...
-
Quello che è successo a Parigi la sera del 13 novembre, a molti di noi appassionati di musica rock ci ha segnato per sempre. Non perché un r...