Quasi una decina di anni fa invitati Elliott Murphy a esibirsi in Italia, all’interno di uno dei massimi eventi culturali italiani, nella Rimini felliniana che lui ama tanto. Con lui, oltre alla sua band, c’era la famiglia, la splendida moglie e il figlio Gaspard, un simpatico ragazzino grassottello credo tredicenne che sembrava uscito dal film I Goonies. Il padre me lo presentò come amante dell’heavy metal e lo invitò anche sul palco a suonare in un pezzo: divertente e bravo. Ma me lo ricordo però maggiormente come un ragazzino della sua età, che si divertiva da morire alle barzellette dell’allora drummer di Elliott, il bravissimo Daniel Montgomery. Così, dopo aver ascoltato il nuovo disco di Murphy “It takes a worried man”, la prima cosa che ho pensato è stata: finalmente un disco prodotto come Elliott merita. Rimango infatti dell’idea che il suo ultimo disco degno del suonome sia ancora Selling the Gold, che come questo ultimo riporta ai fasti dei giorni di gloria degli anni settanta di Murphy. Be’, sono rimasto alquanto scioccato a vedere che il disco è stato prodotto da quell’ex ragazzino paffuto, che evidentemente nel tempo è diventato un produttore e un musicista con i contro coglioni e ha saputo dare alle canzoni del padre quel suono che meritano, un orgoglioso disco autenticamente rock e molto 70s.
Quello che mancava infatti agli ultimi lavori di Murphy non erano le buone canzoni - quelle a Elliott non mancano mai - ma era la visione, e un artista senza visione è come un pittore senza pennelli o uno scrittore senza la penna. E la visione di Murphy è sempre stata, nei suoi momenti migliori, quella di celebrare lo spirito del rock’n’roll, la sua bellezza e la sua miseria, la sua gloria e la sua decadenza. Nel nuovo disco c’è tutto questo, l'ha ritrovata proprio Gaspard, che cosa buffa: dal brano che titola il disco che recupera la versione originale, quella della Carter Family, da cui Junior Parker avrebbe tirato fuori Mystery Train, il pezzo rock definitivo, al pop sontuoso di Little bit More sfuggito di mano a Phil Spector fino a uno scarto di “night visions” che sono appunto le visioni migliori di Elliott, la pianistica, in totale solitudine, Even Steven, aspra e dolorosa come trovarsi ubriachi alle cinque del mattino sulla Bowery, un’altra vita e tanti anni fa. In mezzo, tanti poderosi brani rock come la sixties e deliziosa Angelina che fanno solo bene al cuore. Oppure la strabordante I am Empty. "Welcome to Murphyland": in questo disco c'è tutta la caratura artistica di un eroe dei Seventies e dunque perché non intitolare un pezzo proprio Murphyland?
Gaspard on stage with daddy Murphy
Così, bene: bravi Elliott e Gerard. Ma che bel disco. Solo la copertina è da buttare via: neanche Andy Warhol in acido avrebbe fatto qualcosa di tanto brutto. Vabbè, ma in fondo chi se ne frega. E poi a Andy Warhol avevi già dedicato una canzone, Elliott.
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Sunday, March 24, 2013
Sunday, October 21, 2012
La sera in cui ho imparato a non pregare più
In redazione a Jam succedeva anche questo. Che sotto la tua scrivania da mesi ci fossero degli scatolini su cui sbattevi sempre i piedi e che un giorno rotte le palle dall’incoveniente decidevi di spostarli e così facendo ci guardavi dentro. Per trovarci ammassati una quantità di cd. In effetti la quantità mostruosa di cd che arrivava settimanalmente in redazione era tale da non solo non poterli recensire tutti, ma da finire per cacciarli da qualche parte, scatoloni, armadi, balcone e cesso. Anche questo è rock’n’roll.
Quella volta però frugai nello scatolone e individuai un cd che dalla copertina mi colpì subito: una bella ragazza dai lunghi capelli biondi seduta a un tavolo davanti a una finestra da cui si scorgevano fiori e piante, una lettera in mano e l’aria assorta. Incantevole. Tanto da dare un ascolto a quel cd.
Il cd in questione era My Life, la cantante Iris Dement. Pubblicato nel 1993, era rimasto nello scatolone per quattro, cinque anni. Io me ne innamorai subito: anello di congiunzione tra la Carter Family e Joni Mitchell, Iris Dement esplodeva in quella country music pre rock’n’roll, ma lo faceva con capacità cantautorali moderne. Un disco dedicato al padre scomparso, tematiche tipiche del sud degli States: famiglia, Dio e amore. Per anni aspettai un seguito a quel disco, ma persi Iris per strada. Neanche gli scatoloni di Jam la accoglievano più. La ritrovai in uno straordinario disco inciso con John Prine, In spite of ourselves, una serie di duetti di cassici della country music più antica. In realtà fece altri due dischi, The way I Should e Lifeline. Ma si era spostata con il bravissimo Greg Brown, cantautore potente e affascinante, e aveva una famiglia da tirare su.
Oggi, negli scatoloni virtuali di Internet, ho trovato il suo nuovissimo cd, Sing the Delta. Sembra diventata una sorta di Randy Newman, quello dei tempi gloriosi di inizio carriera, tutti o quasi brani pianistici profondamente sudisti e scoppiettanti, a volte anche un contorno fiatistico. Il suo primo disco in sedici anni è una bella festa, canzoni come non se ne sentono quasi più. Canzoni d'autore di classe sopraffina, ancorate a quel sud antico e popolato di fantasmi, quelli del Delta appunto. C’è un brano poi che lascia interdetti. The Night I Learned How Not to Pray, su una base acustica che mette insieme Bruce Springsteen, il mandolino dei Rem e Tom Petty, è una brutta storia, quella di una ragazzina che una sera vede il fratellino cadere giù dalle scale e rompersi la testa. Morirà pochi giorni dopo. Una storia sudista, gotica e molto alla Flannery O’Connor, solo che qui di speranza ce n’è poca. Quella sera imparai a non pregare, dice. Pregai, pregai con tutte le forze che mio fratello si salvasse, ma non andò così. Dio fa quello che vuole comunque e io imparai a non pregare più.
Dio fa quello che vuole è una bella domanda. A volte siamo solo dei pupazzi nella mani di un Dio cattivo nel migliore dei casi, oppure Dio proprio non c’è. Altre volte pretendiamo di essere liberi a ogni costo, liberi di fare tutto ciò che vogliamo e intanto vorremmo che Dio intervenisse nelle nostre vicende. Questo Dio che ha fatto del rispetto della libertà dell’uomo il suo unico vero significato. Ma a volte la notte è così buia che ci si dimentica come si fa a pregare.
Attenti a quello che trovate negli scatoloni dimenticati.
Quella volta però frugai nello scatolone e individuai un cd che dalla copertina mi colpì subito: una bella ragazza dai lunghi capelli biondi seduta a un tavolo davanti a una finestra da cui si scorgevano fiori e piante, una lettera in mano e l’aria assorta. Incantevole. Tanto da dare un ascolto a quel cd.
Il cd in questione era My Life, la cantante Iris Dement. Pubblicato nel 1993, era rimasto nello scatolone per quattro, cinque anni. Io me ne innamorai subito: anello di congiunzione tra la Carter Family e Joni Mitchell, Iris Dement esplodeva in quella country music pre rock’n’roll, ma lo faceva con capacità cantautorali moderne. Un disco dedicato al padre scomparso, tematiche tipiche del sud degli States: famiglia, Dio e amore. Per anni aspettai un seguito a quel disco, ma persi Iris per strada. Neanche gli scatoloni di Jam la accoglievano più. La ritrovai in uno straordinario disco inciso con John Prine, In spite of ourselves, una serie di duetti di cassici della country music più antica. In realtà fece altri due dischi, The way I Should e Lifeline. Ma si era spostata con il bravissimo Greg Brown, cantautore potente e affascinante, e aveva una famiglia da tirare su.
Oggi, negli scatoloni virtuali di Internet, ho trovato il suo nuovissimo cd, Sing the Delta. Sembra diventata una sorta di Randy Newman, quello dei tempi gloriosi di inizio carriera, tutti o quasi brani pianistici profondamente sudisti e scoppiettanti, a volte anche un contorno fiatistico. Il suo primo disco in sedici anni è una bella festa, canzoni come non se ne sentono quasi più. Canzoni d'autore di classe sopraffina, ancorate a quel sud antico e popolato di fantasmi, quelli del Delta appunto. C’è un brano poi che lascia interdetti. The Night I Learned How Not to Pray, su una base acustica che mette insieme Bruce Springsteen, il mandolino dei Rem e Tom Petty, è una brutta storia, quella di una ragazzina che una sera vede il fratellino cadere giù dalle scale e rompersi la testa. Morirà pochi giorni dopo. Una storia sudista, gotica e molto alla Flannery O’Connor, solo che qui di speranza ce n’è poca. Quella sera imparai a non pregare, dice. Pregai, pregai con tutte le forze che mio fratello si salvasse, ma non andò così. Dio fa quello che vuole comunque e io imparai a non pregare più.
Dio fa quello che vuole è una bella domanda. A volte siamo solo dei pupazzi nella mani di un Dio cattivo nel migliore dei casi, oppure Dio proprio non c’è. Altre volte pretendiamo di essere liberi a ogni costo, liberi di fare tutto ciò che vogliamo e intanto vorremmo che Dio intervenisse nelle nostre vicende. Questo Dio che ha fatto del rispetto della libertà dell’uomo il suo unico vero significato. Ma a volte la notte è così buia che ci si dimentica come si fa a pregare.
Attenti a quello che trovate negli scatoloni dimenticati.
Sunday, October 23, 2011
Sunday Morning Music
Questa incompletezza è tutto ciò che abbiamo
Charles Bukowski
E curioso che Joe Henry, nelle note che pubblica nel suo nuovo disco, Reverie (che titolo meraviglioso: "fantasticheria"), parli più volte di consolazione. Se c'è un artista di cui ogni nuovo disco è sempre stato un gesto consolatorio, un momento di pura consolazione sospesa nel tempo e dentro al tempo, quello è Joe Henry. E' così anche questa volta, ma ancor di più che in precedenza, nello straordinariamente bello ultimo disco. Che ovviamente, uscendo quasi a ridosso di un nuovo disco di Tom Waits, farà passare inosservato come sempre accaduto all'uomo del Minnesota, il suo, di disco. Che rispetto a quello di Tom Waits (a proposito, ha smesso di fare rutti e altri rumori assortiti, è tornato a fare canzoni, anche se copiaincollate da tante che aveva già fatto; bei testi comunque) è decisamente meglio, per un artista che talvolta è stato accusato di riprendere appunto la lezione di Tom Waits.
Non è così ovviamente: Joe Henry viene da tutt'altro mondo sonoro e umano, e se il suono che è stato capace di inventare nel corso degli anni a qualcuno è sembrato attingere dall'artista californiano, è solo perché entrambi guardano a un tempo fuori del tempo, un tempo pre rock'n'roll. Joe Henry difatti potrebbe - e dovrebbe - produrre un disco di Tom Waits: a quest'ultimo farebbe solo bene, viste le produzioni eccelse che Henry a saputo fare nel corso degli anni (Solomon Burke, Bettye Lavette, Aimee Mann, Elvis Costello, Allen Touissant, Mose Allison e quelle per i suoi dischi, ovviamente) e che hano oscurato anche la sua discografia tanto sono geniali.
"E' una cosa bizzarra vivere con il senso di una fame inappagabile al tempo stesso della soddisfazione - paura e consolazione - che sbattono sulle tue ossa in modo uguale. Ma no, non c'è alcuna vita oltre al tremolìo, nessuno autentica consolazione per il desiderio, perché il desiderio non vuole essere consolato, solamente sostenuto e trattenuto in quel terribile e sacro stato di bisogno. Così me ne sto seduto sulla spiaggia e aspetto; fumo, rido e ricordo. E' chiaro e fa caldo ma non lo sarà per molto ancora. E tale senso di anticipazione è la sola cosa che ha mai avuto uno scopo nella completa luce del giorno" (Joe Henry)
Reverie potrà ricordare invece quelle pagine scarne ed essenziali, piene di magia acustica appena sfiorata dal jazz, di un disco capolavoro come fu l'antico Shuffletown, abbandonando per un momento certo sperimentalismo. Ne esce una raccolta di canzoni che vaga dalle visioni di un Henry Fonda davanti alla Bank of America, da una camera abbandonata ad Arles dedicata a Vic Chesnutt; dalle sensazioni di un ottobre incipiente che già gela le ossa al fantasma di Odetta. Tutto in modo commovente, con una delicatezza e una gentilezza impossibili da trovare altrove, tutto in modo consolatorio appunto, per prepararci a entrare nell'inverno che ci attende. Come solo Joe Henry sa fare: un amico che non chiede niente, ma offre qualcosa. Che ci attende sempre nella sua "stanza del piccolo uomo": per offrire un bicchiere di whiskey, accenderti un sigaro, chiudere le tende e mettere su un vecchio 78 giri di un tempo nel tempo che non esiste più, ma di cui abbiamo ancora bisogno. Perché siamo fatti tutti così: con un senso di fame inappagabile e un desiderio che ha bisogno solo di essere sostenuto e non di essere spento. Mai, costo quel che costi: "Sono qui da un'ora da quando sono arrivato e sono a tre ore da dove ardo di andare, e forse due da dove ti troverò, tra il mondo e tutto quello che conosco" (JH)
Charles Bukowski
E curioso che Joe Henry, nelle note che pubblica nel suo nuovo disco, Reverie (che titolo meraviglioso: "fantasticheria"), parli più volte di consolazione. Se c'è un artista di cui ogni nuovo disco è sempre stato un gesto consolatorio, un momento di pura consolazione sospesa nel tempo e dentro al tempo, quello è Joe Henry. E' così anche questa volta, ma ancor di più che in precedenza, nello straordinariamente bello ultimo disco. Che ovviamente, uscendo quasi a ridosso di un nuovo disco di Tom Waits, farà passare inosservato come sempre accaduto all'uomo del Minnesota, il suo, di disco. Che rispetto a quello di Tom Waits (a proposito, ha smesso di fare rutti e altri rumori assortiti, è tornato a fare canzoni, anche se copiaincollate da tante che aveva già fatto; bei testi comunque) è decisamente meglio, per un artista che talvolta è stato accusato di riprendere appunto la lezione di Tom Waits.
Non è così ovviamente: Joe Henry viene da tutt'altro mondo sonoro e umano, e se il suono che è stato capace di inventare nel corso degli anni a qualcuno è sembrato attingere dall'artista californiano, è solo perché entrambi guardano a un tempo fuori del tempo, un tempo pre rock'n'roll. Joe Henry difatti potrebbe - e dovrebbe - produrre un disco di Tom Waits: a quest'ultimo farebbe solo bene, viste le produzioni eccelse che Henry a saputo fare nel corso degli anni (Solomon Burke, Bettye Lavette, Aimee Mann, Elvis Costello, Allen Touissant, Mose Allison e quelle per i suoi dischi, ovviamente) e che hano oscurato anche la sua discografia tanto sono geniali.
"E' una cosa bizzarra vivere con il senso di una fame inappagabile al tempo stesso della soddisfazione - paura e consolazione - che sbattono sulle tue ossa in modo uguale. Ma no, non c'è alcuna vita oltre al tremolìo, nessuno autentica consolazione per il desiderio, perché il desiderio non vuole essere consolato, solamente sostenuto e trattenuto in quel terribile e sacro stato di bisogno. Così me ne sto seduto sulla spiaggia e aspetto; fumo, rido e ricordo. E' chiaro e fa caldo ma non lo sarà per molto ancora. E tale senso di anticipazione è la sola cosa che ha mai avuto uno scopo nella completa luce del giorno" (Joe Henry)
Reverie potrà ricordare invece quelle pagine scarne ed essenziali, piene di magia acustica appena sfiorata dal jazz, di un disco capolavoro come fu l'antico Shuffletown, abbandonando per un momento certo sperimentalismo. Ne esce una raccolta di canzoni che vaga dalle visioni di un Henry Fonda davanti alla Bank of America, da una camera abbandonata ad Arles dedicata a Vic Chesnutt; dalle sensazioni di un ottobre incipiente che già gela le ossa al fantasma di Odetta. Tutto in modo commovente, con una delicatezza e una gentilezza impossibili da trovare altrove, tutto in modo consolatorio appunto, per prepararci a entrare nell'inverno che ci attende. Come solo Joe Henry sa fare: un amico che non chiede niente, ma offre qualcosa. Che ci attende sempre nella sua "stanza del piccolo uomo": per offrire un bicchiere di whiskey, accenderti un sigaro, chiudere le tende e mettere su un vecchio 78 giri di un tempo nel tempo che non esiste più, ma di cui abbiamo ancora bisogno. Perché siamo fatti tutti così: con un senso di fame inappagabile e un desiderio che ha bisogno solo di essere sostenuto e non di essere spento. Mai, costo quel che costi: "Sono qui da un'ora da quando sono arrivato e sono a tre ore da dove ardo di andare, e forse due da dove ti troverò, tra il mondo e tutto quello che conosco" (JH)
Sunday, April 03, 2011
Sunday Morning Music - E' troppo tardi per fermarsi, adesso
E' incredibile come uno dopo l'altro alcuni dei momenti più epici e trascendentali della storia del rock finiscano per emergere anche come documentazione filmata. Da un certo punto di vista, questi episodi rappresentano il Sacro Graal di ogni appassionato di musica rock. Quando uscì il documentario di Martin Scorsese dedicato alla vita di Bob Dylan, nessuno avrebbe mai pensato di vedere con i propri occhi il momento più drammatico e incandescente della storia del rock, lo scambio di battute fra uno spettatore e Bob Dylan sul palco della Free Trade Hall di Manchester nel 1966, e di vedere Bob Dylan dire alla propria band, "Play fucking loud!". Il grido definitivo del cuore del rock. E' accaduto, e quel filmato esiste, adesso.
Ma c'è un altro Graal che, per quanto ne so io (invito fan di Van Morrison a smentirmi, e li supplico se in possesso di adeguato dvd a mandarmene una copia: pago) ha visto la luce da poco. Su Youtube, la data di caricamento di questo filmato è il gennaio 2011. Si tratta dell'esecuzione di Cyprus Avenue, durante uno dei concerti del 1973 dai quali fu tratto uno dei più grandi dischi dal vivo di tutti i tempi, It's Too Late To Stop Now, di Van Morrison. Ebbene il titolo del disco è preso proprio dalla frase che lo straordinario Van di quei tempi là, in totale trance mistico-cocainica-musicale pronuncia al termine di una formidabile esecuzione di quel brano: è troppo tardi per fermarsi adesso!. Il grido di tutti quelli che sono stati sopraffatti dalla musica e non ne possono più farne a meno.
Ho visto Van Morrison in concerto innumerevoli volte, a partire da tre concerti nel 1991 in apertura di altrettanti show di Bob Dylan. L'ho visto nell'intimità del piccolo Rolling Stone, l'ho visto a Dublino. Ebbene, non ho praticamente nessun ricordo di questi show, a parte un Van Morrison che ghigna come un ubriaco di Grafton Street seduto sullo sgabello della batteria, al Rolling Stone. Il fatto che non ricordi praticamente nulla la dice lunga, di concerti che non mi hanno lasciato niente. Ma nel 1973 Van Morrison è il più grande performer del mondo. Impossibile immaginarsi Bruce Springsteen, ad esempio, senza questo Van Morrison. Un interprete da paura, una forza scatenata dell'anima, il più grande interprete bianco di musica soul. Questo filmato lo documenta tutto. Le interazioni con i musicisti, le improvvisazioni, le risate aperte degli stessi musicisti nessuno dei quali ha idea di dove Van Morrison voglia portarli, totalmente incapsulato nel suo viaggio musicale. La bambina, probabilmente sua figlia, che sale sul palco e tranquillamente partecipa alla performance senza che nessuno dica nulla. Lui, Van, che fuma una sigaretta, l'aria di chi sa che sta per esplodere in qualcosa di impossibile. E' troppo tardi pe fermarsi adesso.
Non c'è nente da fare. Se pensiamo che negli anni 70 sono state pubblicate documentazioni di eventi live come appunto questa, il live al Fillmore East della Allman Brothers Band, Hard Rain di Bob Dylan, e poi anche se pubblicati postumi, eventi live dei Led Zeppelin, Springsteen e altro ancora. Insomma, è evidente che qeulli sono stati gli anni definitivi della musica dal vivo. Perché quegli artisti erano giovani, certo erano ubriachi e fatti di cocaina, ma quando si è giovani quelle sostanze si portano bene e spaccano il muro della musica. Erano lì per sfidare se stessi e vedere se era possibile fermarsi, oppure no. Oggi sono tutti dei tranquilli professionisti, si sono fermati, ma soprattutto è impossibile ritrovare sul palco di chi è venuto dopo di loro lo stesso grido del cuore: è impossibile fermarsi adesso.
Ps: all'inizio il filmato, dopo circa un minuto e mezzo, riparte daccapo, ma poi la performance va avanti fino alla fine.
Pps: Della serie, in Italia si arriva sempre per ultimi. Un amico inglese mi ha detto che questo show è stato trasmesso sulla Bbc qualche tempo fa, dunque non si tratta di una scoperta archeologica di valore, nel mondo (della musica) che conta, era già noto. Si tratta di un concerto al Rainbow di Londra del 24 luglio 1973.
Ma c'è un altro Graal che, per quanto ne so io (invito fan di Van Morrison a smentirmi, e li supplico se in possesso di adeguato dvd a mandarmene una copia: pago) ha visto la luce da poco. Su Youtube, la data di caricamento di questo filmato è il gennaio 2011. Si tratta dell'esecuzione di Cyprus Avenue, durante uno dei concerti del 1973 dai quali fu tratto uno dei più grandi dischi dal vivo di tutti i tempi, It's Too Late To Stop Now, di Van Morrison. Ebbene il titolo del disco è preso proprio dalla frase che lo straordinario Van di quei tempi là, in totale trance mistico-cocainica-musicale pronuncia al termine di una formidabile esecuzione di quel brano: è troppo tardi per fermarsi adesso!. Il grido di tutti quelli che sono stati sopraffatti dalla musica e non ne possono più farne a meno.
Ho visto Van Morrison in concerto innumerevoli volte, a partire da tre concerti nel 1991 in apertura di altrettanti show di Bob Dylan. L'ho visto nell'intimità del piccolo Rolling Stone, l'ho visto a Dublino. Ebbene, non ho praticamente nessun ricordo di questi show, a parte un Van Morrison che ghigna come un ubriaco di Grafton Street seduto sullo sgabello della batteria, al Rolling Stone. Il fatto che non ricordi praticamente nulla la dice lunga, di concerti che non mi hanno lasciato niente. Ma nel 1973 Van Morrison è il più grande performer del mondo. Impossibile immaginarsi Bruce Springsteen, ad esempio, senza questo Van Morrison. Un interprete da paura, una forza scatenata dell'anima, il più grande interprete bianco di musica soul. Questo filmato lo documenta tutto. Le interazioni con i musicisti, le improvvisazioni, le risate aperte degli stessi musicisti nessuno dei quali ha idea di dove Van Morrison voglia portarli, totalmente incapsulato nel suo viaggio musicale. La bambina, probabilmente sua figlia, che sale sul palco e tranquillamente partecipa alla performance senza che nessuno dica nulla. Lui, Van, che fuma una sigaretta, l'aria di chi sa che sta per esplodere in qualcosa di impossibile. E' troppo tardi pe fermarsi adesso.
Non c'è nente da fare. Se pensiamo che negli anni 70 sono state pubblicate documentazioni di eventi live come appunto questa, il live al Fillmore East della Allman Brothers Band, Hard Rain di Bob Dylan, e poi anche se pubblicati postumi, eventi live dei Led Zeppelin, Springsteen e altro ancora. Insomma, è evidente che qeulli sono stati gli anni definitivi della musica dal vivo. Perché quegli artisti erano giovani, certo erano ubriachi e fatti di cocaina, ma quando si è giovani quelle sostanze si portano bene e spaccano il muro della musica. Erano lì per sfidare se stessi e vedere se era possibile fermarsi, oppure no. Oggi sono tutti dei tranquilli professionisti, si sono fermati, ma soprattutto è impossibile ritrovare sul palco di chi è venuto dopo di loro lo stesso grido del cuore: è impossibile fermarsi adesso.
Ps: all'inizio il filmato, dopo circa un minuto e mezzo, riparte daccapo, ma poi la performance va avanti fino alla fine.
Pps: Della serie, in Italia si arriva sempre per ultimi. Un amico inglese mi ha detto che questo show è stato trasmesso sulla Bbc qualche tempo fa, dunque non si tratta di una scoperta archeologica di valore, nel mondo (della musica) che conta, era già noto. Si tratta di un concerto al Rainbow di Londra del 24 luglio 1973.
Sunday, February 06, 2011
Sunday Morning Music - Pink Moon is on its way
"Tiro fuori Pink Moon dal suo involucro colorato, lo lascio cadere sul piatto del giradischi, mi metto addosso una vecchia t-shirt, mi stendo sul pavimento del mio appartamento di Brooklyn. Ed è allora che sono grata per la compagnia di tutti quelli che conosco, felice di essere viva, eternamente riconoscente per gli sbuffi d'aria che continuano a passarmi attraverso i polmoni. E' un ascolto che mi rende sottomessa e impotente: Pink Moon sarà sempre il mio rifugio, il mio modo di rimettere i piedi per tera, la mia panacea, il mio buon ritiro, la mia ancora di salvezza"
(Amanda Petrusich)
E' proprio vero che è la musica a venirti a cercare. Ieri notte mi ero buttato a cercare di finire l'ottimo libro di Amanda Petrusich, l'ennesimo libro su Nick Drake, intitolato - ma guarda un po' - "Pink Moon". In realtà mi stava infastidendo il modo in cui affrontava il disco in questione: i soliti cliché sul depresso che profetizza e desidera la propria morte. Conosco abbastanza la depressione per sapere che quei cliché sono banalmente inesatti, così come la schizofrenia di cui sarebbe stato vittima Nick Drake ai tempi in cui registrò Pink Moon. So benissimo che uno schizofrenico non potrebbe mai registrare un disco come Pink Moon. Ho un fratello che è in quello stato da circa trent'anni e io stesso a volte rimango chiuso dentro in quella twilight zone dove c'è solo un black dog - quello sì cantato in modo formidabile da Nick Drake, ma anni dopo Pink Moon - a farti compagnia, anzi a cercare di trascinarti ancora più giù. Quando la schizofrenia, la depressione ti ha afferrato, riesci solo a guardare la vita da dentro un guscio da cui vorresti uscire ma non riesci, come fossi sepolto vivo. Pink Moon non è questo.

Trent'anni, come la malattia di mio fratello, sono in realtà il lasso di tempo da quando ascoltai per la prima volta Pink Moon, quando un'amica più grandicella di noi cominciò a girare per Chiavari con sottobraccio il cofanetto - appena uscito - di Fruit Tree, tutti i dischi di Nick Drake. Già allora era obbligatorio ascoltare soprattutto e solo Pink Moon, dei tre. Io me lo feci copiare su una cassettina e per anni lo tirai fuori per ascoltarlo in qualità sonica orrida, e non me ne innamorai mai. Lo trovavo sempre un disco mal fatto, mal cantato, mal suonato. Eppure lo ascoltavo spesso. Ieri notte, per darmi ragione delle parole scritte da Amanda nel suo libro, mi sono alzato per andare a recuperare il cd e ascoltarlo insieme alla lettura. Con inebetito stupore mi sono accorto di non aver mai avuto una edizione ufficiale di Pink Moon, ma solo un cd-r con il disco scaricato probabilmente dalla Rete. Ecco. Pink Moon in un modo o nell'altro non è mai voluto entrare a casa mia, o non vi è stato accolto. In realtà, ho sempre considerato il capolavoro assoluto di Nick Drake il suo primo disco, Five Leaves Left e in qualche modo lo penso anche stamattina, anche se qualcosa, finalmente, è cambiato.
Ieri notte ho comunque messo su la mia copia balorda di Pink Moon e dopo pochi secondi ho messo invece giù il libro e ho cominciato ad ascoltare Pink Moon una, due, cinque, quindici volte consecutive. Bam! Hai presente quando ti si apre il cervelletto? Be' succede raramente nella vita di fare questo tipo di esperienza, però a volte succede. La prima cosa che ho realizzato è stata che Pink Moon a casa mia non era mai stato accolto benevolmente perché, da quanto la gente vi scriveva a proposito, era il disco di un depresso schizofrenico, e io di depressi schizofrenici nella mia vita ne avevo abbastanza, me incluso, per aver voglia di dedicare del tempo anche al disco di un rappresentante di questa categoria. Ieri notte, mentre lo ascoltavo a ripetizione, vedevo schiudersi davanti a me invece un universo di bellezza purissima. Lo percepivo in quei passaggi chitarristici di devastante bellezza, parti di chitarra che solo una persona che si dedica allo strumento 24 ore su 24 può arrivare a produrre.. Forse era questo il segreto della vera malattia di Nick Drake: il desiderio di imposessarsi di un linguaggio musicale totale, un linguaggio che appartiene solo agli dei, una pazzia sonica che lo aveva posseduto come una febbre. Poi sono andato a dormire con l'eco di una voce dolcissima e immagini di vita sospese nell'incanto fra una tazza di tè, Mayfair e le strade di Soho e finanche le spiagge di Chiavari. Chissà perché.
Stamattina appena svegliato la prima cosa che ho fatto, ancor prima di farmi un caffè, è stata mettere su Pink Moon. In questo assurdo inverno milanese che sa già di primavera inoltrata, mentre la città è avolta dalla cappa dello smog e le macchine sono obbligate a stare nei garage, nel silenzio surreale di una metropoli fottuta ma finalmente domata anche se pe rpoche ore, un sole scintillante etrava dala fienstra. Come sono partite le prime note di Pink Moon - la canzone - quando Nick Drake fa una sorta di accordo che può sembrare una falsa partenza ma in realtà è una trovata geniale di bellezza purissima, Pink Moon - il disco- si è dichiarato a me come inutilemnte aveva cercato di fare per più di trent'anni. E al diavolo le storie di un disco malato, notturno, un disco maledetto. Mai un disco mi è sembrato annunciare in modo così radioso una nuova giornata, la bellezza della vita, anche il dolore della vita certo. Le note delle canzoni di questo disco ballavano con i raggi di sole che entravano dalla finestra in una danza cosmica di irrefrenabile semplicità, allo stesso tempo complicata dichiarazione di vitalità, e si distendevano in una forza consolatrice che pochissimi dischi hanno. Pink Moon è una dichiarazioen di vita. Come le cose dietro al sole, things behind the sun, Pink Moon aveva trovato a place to be, un posto dove essere.
Per quando il disco aveva finito di suonare, ero già seduto al computer a ordinare la prima copia ufficiale di Pink Moon di tutta la mia vita.
(Amanda Petrusich)
E' proprio vero che è la musica a venirti a cercare. Ieri notte mi ero buttato a cercare di finire l'ottimo libro di Amanda Petrusich, l'ennesimo libro su Nick Drake, intitolato - ma guarda un po' - "Pink Moon". In realtà mi stava infastidendo il modo in cui affrontava il disco in questione: i soliti cliché sul depresso che profetizza e desidera la propria morte. Conosco abbastanza la depressione per sapere che quei cliché sono banalmente inesatti, così come la schizofrenia di cui sarebbe stato vittima Nick Drake ai tempi in cui registrò Pink Moon. So benissimo che uno schizofrenico non potrebbe mai registrare un disco come Pink Moon. Ho un fratello che è in quello stato da circa trent'anni e io stesso a volte rimango chiuso dentro in quella twilight zone dove c'è solo un black dog - quello sì cantato in modo formidabile da Nick Drake, ma anni dopo Pink Moon - a farti compagnia, anzi a cercare di trascinarti ancora più giù. Quando la schizofrenia, la depressione ti ha afferrato, riesci solo a guardare la vita da dentro un guscio da cui vorresti uscire ma non riesci, come fossi sepolto vivo. Pink Moon non è questo.

Trent'anni, come la malattia di mio fratello, sono in realtà il lasso di tempo da quando ascoltai per la prima volta Pink Moon, quando un'amica più grandicella di noi cominciò a girare per Chiavari con sottobraccio il cofanetto - appena uscito - di Fruit Tree, tutti i dischi di Nick Drake. Già allora era obbligatorio ascoltare soprattutto e solo Pink Moon, dei tre. Io me lo feci copiare su una cassettina e per anni lo tirai fuori per ascoltarlo in qualità sonica orrida, e non me ne innamorai mai. Lo trovavo sempre un disco mal fatto, mal cantato, mal suonato. Eppure lo ascoltavo spesso. Ieri notte, per darmi ragione delle parole scritte da Amanda nel suo libro, mi sono alzato per andare a recuperare il cd e ascoltarlo insieme alla lettura. Con inebetito stupore mi sono accorto di non aver mai avuto una edizione ufficiale di Pink Moon, ma solo un cd-r con il disco scaricato probabilmente dalla Rete. Ecco. Pink Moon in un modo o nell'altro non è mai voluto entrare a casa mia, o non vi è stato accolto. In realtà, ho sempre considerato il capolavoro assoluto di Nick Drake il suo primo disco, Five Leaves Left e in qualche modo lo penso anche stamattina, anche se qualcosa, finalmente, è cambiato.
Ieri notte ho comunque messo su la mia copia balorda di Pink Moon e dopo pochi secondi ho messo invece giù il libro e ho cominciato ad ascoltare Pink Moon una, due, cinque, quindici volte consecutive. Bam! Hai presente quando ti si apre il cervelletto? Be' succede raramente nella vita di fare questo tipo di esperienza, però a volte succede. La prima cosa che ho realizzato è stata che Pink Moon a casa mia non era mai stato accolto benevolmente perché, da quanto la gente vi scriveva a proposito, era il disco di un depresso schizofrenico, e io di depressi schizofrenici nella mia vita ne avevo abbastanza, me incluso, per aver voglia di dedicare del tempo anche al disco di un rappresentante di questa categoria. Ieri notte, mentre lo ascoltavo a ripetizione, vedevo schiudersi davanti a me invece un universo di bellezza purissima. Lo percepivo in quei passaggi chitarristici di devastante bellezza, parti di chitarra che solo una persona che si dedica allo strumento 24 ore su 24 può arrivare a produrre.. Forse era questo il segreto della vera malattia di Nick Drake: il desiderio di imposessarsi di un linguaggio musicale totale, un linguaggio che appartiene solo agli dei, una pazzia sonica che lo aveva posseduto come una febbre. Poi sono andato a dormire con l'eco di una voce dolcissima e immagini di vita sospese nell'incanto fra una tazza di tè, Mayfair e le strade di Soho e finanche le spiagge di Chiavari. Chissà perché.
Stamattina appena svegliato la prima cosa che ho fatto, ancor prima di farmi un caffè, è stata mettere su Pink Moon. In questo assurdo inverno milanese che sa già di primavera inoltrata, mentre la città è avolta dalla cappa dello smog e le macchine sono obbligate a stare nei garage, nel silenzio surreale di una metropoli fottuta ma finalmente domata anche se pe rpoche ore, un sole scintillante etrava dala fienstra. Come sono partite le prime note di Pink Moon - la canzone - quando Nick Drake fa una sorta di accordo che può sembrare una falsa partenza ma in realtà è una trovata geniale di bellezza purissima, Pink Moon - il disco- si è dichiarato a me come inutilemnte aveva cercato di fare per più di trent'anni. E al diavolo le storie di un disco malato, notturno, un disco maledetto. Mai un disco mi è sembrato annunciare in modo così radioso una nuova giornata, la bellezza della vita, anche il dolore della vita certo. Le note delle canzoni di questo disco ballavano con i raggi di sole che entravano dalla finestra in una danza cosmica di irrefrenabile semplicità, allo stesso tempo complicata dichiarazione di vitalità, e si distendevano in una forza consolatrice che pochissimi dischi hanno. Pink Moon è una dichiarazioen di vita. Come le cose dietro al sole, things behind the sun, Pink Moon aveva trovato a place to be, un posto dove essere.
Per quando il disco aveva finito di suonare, ero già seduto al computer a ordinare la prima copia ufficiale di Pink Moon di tutta la mia vita.
Sunday, January 23, 2011
Sunday Morning Music - God's own producer
You know you have the blues first and then you play everything else. That’s like the base, that’s the chicken stock. Which it is. Blues is the basis of rock and roll. I mean that from blues came rock and roll and reggae came... aah, a whole lot of... that and bluegrass is two kinds of music that is America’s claim to fame... and country music.
(Gregg Allman, in una intervista con Paolo Vites)

T Bone Burnett, Curriculum vitae (ma c’è di più, molto di più): suona la chitarra nella Rolling Thunder Revue di Bob Dylan nel 1975 e 1976. Forma l’Alpha Band con cui pubblica un paio di buoni dischi di country-glam-rock. Pubblica diversi ottimi dischi solista tra cui l’eccellente album che porta il suo nome, nel 1986, The Criminal Under My Own Hat, 1992, e il recente Tooth of Crime, 2008. Produzioni (alcune): Los Lobos, Counting Crows, Walflowers, Tony Bennett, Natalie Merchant, kd lang, Alison Krauss e Robert Plant, Elton John, BB King, Elvis Costello, Secret Sisters, John Mellencamp, Cassandra Wilson, Gillian Welch, Bruce Cockburn, Kris Kristofferson, Jakob Dylan. Gregg Allman. Colonne sonore, tra le tante: O Brother, Where Art Thou?
Nota: i dischi da lui prodotti hanno spesso vinto Grammy e venduto milioni di copie.
Nota mia: è il più grande produttore americano dai tempi di Phil Spector. Tutto quello che tocca, diventa gemma splendente. Immaginatevi un disco di Bob Dylan da lui prodotto.

Adesso l’ha fatto con Gregg Allman. Il nuovissimo Low Country Blues è la cosa migliore che il leader della Allman Brothers Band abbia inciso dai tempi di Brothers and Sisters della ABB (1973…). Solo T Bone Burnett poteva far sembrare Gregg Allman una sorta di Ray Charles, e già che Gregg ha una delle voci più belle della storia della black music americana. Ma T Bone gli ha costruito l’ambientazione perfetta, dopo tanti dischi inutili che il vecchio Gregg aveva fatto: dispiego di sezione fiati alla Ray Charles ma anche Frank Sinatra; chitarre torride come non se ne sentivano dai tempi in cui Muddy Waters suonava a Chicago negli anni 50; l’Hammond di Gregg Allman finalmente in primo piano. E una selezione di canzoni sontuosa, da vecchi classici del blues a oscure rivisitazioni, fino a sciccose interpretazioni stile Fats Domino. Un disco totale. E’ questa l’arma segreta del più grande produttore della storia della musica americana dopo Phil Spector, uno che non sbaglia mai: saper individuare quali sono le canzoni di cui l’artista ha bisogno e dare loro il tocco musicale che meritano. Tutto il resto è gloria. Di T Bone burnett e di Gregg Allman che con il suo Low Country Blues mi tocca segnalarlo come un altro grandissimo disco di questo 2011 che mi porterà all’esaurimento. Troppa bella musica. Musica della domenica mattina, tiene lontani i demoni, fa scendere giù gli angeli.
http://www.youtube.com/watch?v=SClxBdpLt7E
(Gregg Allman, in una intervista con Paolo Vites)

T Bone Burnett, Curriculum vitae (ma c’è di più, molto di più): suona la chitarra nella Rolling Thunder Revue di Bob Dylan nel 1975 e 1976. Forma l’Alpha Band con cui pubblica un paio di buoni dischi di country-glam-rock. Pubblica diversi ottimi dischi solista tra cui l’eccellente album che porta il suo nome, nel 1986, The Criminal Under My Own Hat, 1992, e il recente Tooth of Crime, 2008. Produzioni (alcune): Los Lobos, Counting Crows, Walflowers, Tony Bennett, Natalie Merchant, kd lang, Alison Krauss e Robert Plant, Elton John, BB King, Elvis Costello, Secret Sisters, John Mellencamp, Cassandra Wilson, Gillian Welch, Bruce Cockburn, Kris Kristofferson, Jakob Dylan. Gregg Allman. Colonne sonore, tra le tante: O Brother, Where Art Thou?
Nota: i dischi da lui prodotti hanno spesso vinto Grammy e venduto milioni di copie.
Nota mia: è il più grande produttore americano dai tempi di Phil Spector. Tutto quello che tocca, diventa gemma splendente. Immaginatevi un disco di Bob Dylan da lui prodotto.

Adesso l’ha fatto con Gregg Allman. Il nuovissimo Low Country Blues è la cosa migliore che il leader della Allman Brothers Band abbia inciso dai tempi di Brothers and Sisters della ABB (1973…). Solo T Bone Burnett poteva far sembrare Gregg Allman una sorta di Ray Charles, e già che Gregg ha una delle voci più belle della storia della black music americana. Ma T Bone gli ha costruito l’ambientazione perfetta, dopo tanti dischi inutili che il vecchio Gregg aveva fatto: dispiego di sezione fiati alla Ray Charles ma anche Frank Sinatra; chitarre torride come non se ne sentivano dai tempi in cui Muddy Waters suonava a Chicago negli anni 50; l’Hammond di Gregg Allman finalmente in primo piano. E una selezione di canzoni sontuosa, da vecchi classici del blues a oscure rivisitazioni, fino a sciccose interpretazioni stile Fats Domino. Un disco totale. E’ questa l’arma segreta del più grande produttore della storia della musica americana dopo Phil Spector, uno che non sbaglia mai: saper individuare quali sono le canzoni di cui l’artista ha bisogno e dare loro il tocco musicale che meritano. Tutto il resto è gloria. Di T Bone burnett e di Gregg Allman che con il suo Low Country Blues mi tocca segnalarlo come un altro grandissimo disco di questo 2011 che mi porterà all’esaurimento. Troppa bella musica. Musica della domenica mattina, tiene lontani i demoni, fa scendere giù gli angeli.
http://www.youtube.com/watch?v=SClxBdpLt7E
Sunday, June 06, 2010
Sunday morning music
Tra le outtake di Exile on Main Street c'è un brano straordinario, come si saranno accorti tutti quelli che le hanno ascoltate. Giustamente, di quel brano ne hanno fatto anche un bellissimo videoclip ufficiale che recupera lo spirito del Sud degli States di cui è intriso Exile. E' Following the River, straordinaria ballata country soul intrisa di umori gospel e vibrazioni black, con un Mick Jagger che quasi non riesce a raggiungere le note che vorrebbe tanto è trasportato lui stesso in quel luogo magico dove solo la grande, grandissima musica può portare. Combatte, Jagger, una battaglia fra la sua condizione limitata di essere umano e l'esplosione di bellezza cosmica che lo sta attraversando grazie alla musica che gli scorre dentro e intorno. Ma il risultato è formidabile lo stesso, forse proprio perché il cantante non riesce a esprimere totalmente quello che vorrebbe, con la sua voce. Conoscendo la meticolosità del cantante degli Stones, Following the River fu scaratata probabilmente per questo, perché non è una esecuzione tecnicamente perfetta. La domanda che ci si pone però: come diavolo gli Stones non hanno mai pensato di recuperare un pezzo di siffatta bellezza in qualche disco successivo, o come fa uno che ha scritto un tale brano, a non scriverne più di uguale portata? Una risposta, in realtà, c'è.
Nel 1993 Mick Jagger pubblicò l'unico disco veramente bello tra i suoi solisti. Si intitolava Wandering Spirit e seppure in una produzione troppo patinata, conteneva un sacco di splendide canzoni, tutte degne d finire in un grande disco degli Stones. Fra queste due bellissime ballate country soul, Wedding Gown e Hang on to me Tonight. Ricordo che comprai questo disco appena uscì e mi trovavo a Londra, non so perché lo feci, ma lo comprai. Ascoltando Following the River la prima volta mi è sembrato subito di sentire una linea melodica che già conoscevo. Poi un breve verso, "the cards are on the table". Ecco. E' stato allora che ho riconosciuto Hang on to me Tonight come la naturale evoluzione di Following the River. C'è anche lo stesso verso, "the cards are on the table". Evidentemente Mick Jagger si è portato nel cuore per vent'anni Following the River. Anche lui, dopo tutto, sapeva che vent'anni prima aveva scritto una canzone straordinaria, troppo bella per dimenticarsela. Adesso le abbiamo tutte e due, e non c'è musica della domenica mattina migliore di questa.
Nel 1993 Mick Jagger pubblicò l'unico disco veramente bello tra i suoi solisti. Si intitolava Wandering Spirit e seppure in una produzione troppo patinata, conteneva un sacco di splendide canzoni, tutte degne d finire in un grande disco degli Stones. Fra queste due bellissime ballate country soul, Wedding Gown e Hang on to me Tonight. Ricordo che comprai questo disco appena uscì e mi trovavo a Londra, non so perché lo feci, ma lo comprai. Ascoltando Following the River la prima volta mi è sembrato subito di sentire una linea melodica che già conoscevo. Poi un breve verso, "the cards are on the table". Ecco. E' stato allora che ho riconosciuto Hang on to me Tonight come la naturale evoluzione di Following the River. C'è anche lo stesso verso, "the cards are on the table". Evidentemente Mick Jagger si è portato nel cuore per vent'anni Following the River. Anche lui, dopo tutto, sapeva che vent'anni prima aveva scritto una canzone straordinaria, troppo bella per dimenticarsela. Adesso le abbiamo tutte e due, e non c'è musica della domenica mattina migliore di questa.
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