"Che cosa è nata prima: la musica o la sofferenza? Ai bambini si tolgono le armi giocattolo, non gli si fanno vedere certi film per paura che possano sviluppare la cultura della violenza, però nessuno evita che ascoltino centinaia, anzi, dovrei dire migliaia di canzoni che parlano di abbandoni, di gelosie, di tradimenti, di penose tragedie del cuore. Io ascoltavo pop music perché ero un infelice. O ero infelice perché ascoltavo la pop music?". Vent'anni fa un libro di un autore inglese che stava cominciando a farsi conoscere grazie al buon successo della sua opera prima "Fever Pitch: A Fan's Life-Febbre a novanta" pubblicava il suo primo vero romanzo, quello che lo avrebbe lanciato come uno degli scrittori maggiormente di successo al mondo degli ultimi anni. Oltre al successo letterario, anche quello cinematografico: di quasi ogni suo libro è stato fatto un film, anche quello di successo.
Il libro uscito vent'anni fa esatti si intitolava "High Fidelity-Alta fedeltà" e avrebbe fatto dell'inglese Nick Hornby lo scrittore più acuto e intelligente nel descrivere la sua generazione, insieme al canadese Douglas Coupland (anche di lui quest'anno si festeggiano vent'anni di un suo libro straordinario, "Microservi") e all'americano David Foster Wallace. Capacità stilistiche? Bravura nella forma? Anche, ma non per quello: la capacità formidabile di questo terzetto geniale è sempre stata quella di descrivere con un realismo inarrivabile le loro e altrui vite. Usando sempre anche l'arma della compassione e dell'ironia. Non è poco.
Se "Febbre a novanta" descriveva il mondo degli appassionati di calcio, "Alta fedeltà" esplorava quello degli appassionati di musica con tutti i loro tic, il loro snobismo e soprattutto la loro incapacità di adattarsi a una vita normale.
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Monday, June 01, 2015
Saturday, March 01, 2014
To dance beneath the diamond sly
Bizzarro – ma mica tanto – che subito dopo aver riscoperto e riapprofondito i legami con il mio scrittore contemporaneo preferito, Nick Hornby, grazie a un suo vecchio libro letto solo adesso, riscopro e riapprofondisco i miei legami anche con il regista contemporaneo che, adesso lo so, è anche il mio preferito. Ho visto infatti per caso, come sempre mi succede con i film, Elizabethtown di Cameron Crowe, un film uscito nel lontano 20005: è incredibile come Crowe stia al cinema quanto Hornby stia alla letteratura.
La cifra che li contraddistingue è infatti la musica rock, intesa non come sottofondo riempi buchi, ma come parte integrante della vita. Non sono due cose separate: coincidono, si alimentano, si commentano, si confondono e si esaltano. Il risultato è sempre quello di dare una ventata di bellezza e di ottimismo.
Nessuno come Cameron Crowe sa usare le canzoni rock con altrettanta efficacia e buon gusto: Elizabethtown, che inizialmente mi sembrava un film stucchevole e che onestamente non ha questa gran trama, si risolve come la sua ennesima deliziosa, confortante e piacevolissima iniezione di bellezza. E che canzoni. Altro che il borioso uso che ne fanno i fratelli Coen, specie nell’ultimo fallimentare A proposito di Davis, dove la musica viene piegata alle esigenze immancabilmente pessimiste, dei due registi. Con Crowe la musica si impone: è la vita, è la realtà, ma solo pochi fortunati sanno percepirlo, devono avere amato la musica davvero tanto per capire questo fondamentale passaggio. “To truly love some silly little piece of music, or some band, so much that it hurts” come diceva una delle groupie in Almost famous, il film capolavoro di Crowe e il più bel film mai girato sulla musica rock. Ma sono cose queste che capiamo solo noi che nella vita siamo i “supplenti”, non i protagonisti, come dice la protagonista di Elizabethtown: noi le figure secondarie, quelli che non ci prendono mai sul serio, i falliti, i perdenti. Abbiamo il nostro piccolo segreto che ci aiuta a stare a galla.
Di Crowe ho trovato pretenzioso e noioso solo Vanilla Sky, il resto, da Singles a Jerry McGuire, sempre affascinante. Sì: Crowe è un inguaribile ottimista. Ma anche noi cinici abbiamo bisogno di ottimismo, almeno al cinema. E lui lo fa in modo convincente, ricco di magia e noi crediamo alla magia, do you believe in magic?
Elizabethtown si risolve meravigliosamente nell’ultima mezz’ora: in quel viaggio on the road non c’è solo la salvezza del protagonista, ma anche un minidocumentario sulla storia della musica rock con alcune canzoni straordinarie. E il finale.,. sì il finale è perfettamente a lieto fine. Ci sta. A cosa servirebbero altrimenti le canzoni rock? D’altro canto tutto il film è stato ispirato da un verso magico, quello che Bob Dylan scrisse in Mr. Tambourine Man: to dance beneath the sky with one hand waving free… Le canzoni rock dicono la verità. Sempre. Così che si può aver voluto così bene al proprio padre – o marito – morto da
La cifra che li contraddistingue è infatti la musica rock, intesa non come sottofondo riempi buchi, ma come parte integrante della vita. Non sono due cose separate: coincidono, si alimentano, si commentano, si confondono e si esaltano. Il risultato è sempre quello di dare una ventata di bellezza e di ottimismo.
Nessuno come Cameron Crowe sa usare le canzoni rock con altrettanta efficacia e buon gusto: Elizabethtown, che inizialmente mi sembrava un film stucchevole e che onestamente non ha questa gran trama, si risolve come la sua ennesima deliziosa, confortante e piacevolissima iniezione di bellezza. E che canzoni. Altro che il borioso uso che ne fanno i fratelli Coen, specie nell’ultimo fallimentare A proposito di Davis, dove la musica viene piegata alle esigenze immancabilmente pessimiste, dei due registi. Con Crowe la musica si impone: è la vita, è la realtà, ma solo pochi fortunati sanno percepirlo, devono avere amato la musica davvero tanto per capire questo fondamentale passaggio. “To truly love some silly little piece of music, or some band, so much that it hurts” come diceva una delle groupie in Almost famous, il film capolavoro di Crowe e il più bel film mai girato sulla musica rock. Ma sono cose queste che capiamo solo noi che nella vita siamo i “supplenti”, non i protagonisti, come dice la protagonista di Elizabethtown: noi le figure secondarie, quelli che non ci prendono mai sul serio, i falliti, i perdenti. Abbiamo il nostro piccolo segreto che ci aiuta a stare a galla.
Di Crowe ho trovato pretenzioso e noioso solo Vanilla Sky, il resto, da Singles a Jerry McGuire, sempre affascinante. Sì: Crowe è un inguaribile ottimista. Ma anche noi cinici abbiamo bisogno di ottimismo, almeno al cinema. E lui lo fa in modo convincente, ricco di magia e noi crediamo alla magia, do you believe in magic?
Elizabethtown si risolve meravigliosamente nell’ultima mezz’ora: in quel viaggio on the road non c’è solo la salvezza del protagonista, ma anche un minidocumentario sulla storia della musica rock con alcune canzoni straordinarie. E il finale.,. sì il finale è perfettamente a lieto fine. Ci sta. A cosa servirebbero altrimenti le canzoni rock? D’altro canto tutto il film è stato ispirato da un verso magico, quello che Bob Dylan scrisse in Mr. Tambourine Man: to dance beneath the sky with one hand waving free… Le canzoni rock dicono la verità. Sempre. Così che si può aver voluto così bene al proprio padre – o marito – morto da
Sunday, February 23, 2014
Come diventare buoni
“Che cosa ti fa pensare che io sia triste?”
“Ah! Tu sei triste per definizione. E’ la tua condizione permanente.”
Nick Hornby salva la vita. Nick Hornby è il miglior scrittore della mia generazione. In realtà non so se sia così, so che ogni volta che mi imbatto in un suo libro (ne ho letti solo quattro: Alta fedeltà, Un ragazzo, Tutta un'altra musica e Come diventare buoni) la mia vita diventa migliore, per quel tempo almeno che dura la lettura del libro. Come insegna proprio Come diventare buoni, l’ultimo che ho letto, è impossibile infatti cambiare la propria e altrui vita per sempre, ma il fatto che possa cambiare in meglio anche per poco, è già abbastanza.
A Nick Hornby mi sono sempre avvicinato con diffidenza, anche perché quando l’’ho scoperto era già un mito di generazioni intere e a me i miti scoperti da altri solitamente non piacciono. Devo scoprirli io, devono avere a che fare con me, devono parlare a me. Così + stato: leggendolo in ritardo rispetto alle masse, ho scoperto che Hornby scriveva di me e parlava a me. Nick Hornby mi parla, e alla grande: sa tutto di me. E poi scrive da dio. Ad esempio in Come diventare buoni, all’inizio non mi piaceva: uno scrittore uomo che scrive un libro in cui la protagonista è una donna? Ma che ne sa un uomo di cosa sia una donna? Presuntuoso, ho pensato. Poi invece mi sono arreso perché Hornby scrive veramente da dio. Fa sorridere, fa rolorare dal ridere, fa piangere, fa incazzare, ma soprattutto è un realista straordinario, una sorta di Raymond Carver in chiave generazione 2.0. Ha una compassione enorme per le persone di cui scrive, Nick Hornby, che è tenera e commovente: vuole bene al prossimo, si capisce, e non lo giudica, anzi lo abbraccia.
Come diventare buoni me l’ha regalato la mia famiglia lo scorso Natale, evidentemente perché pensavano che io debba diventare buono, e hanno ragione. Come dice la mia collega di scrivana in redazione, io sono una persona orribile. Proprio come David, il marito della protagonista Katie, che ha – con mia somma invidia – una rubrica sul quotidiano della sua città intitolata L’uomo più arrabbiato di Holloway. E’ il mio sogno avere una rubrica così.
Come diventare buoni, oltre a contenere pagine di letteratura di classe immensa, è bello perché alla fine ti dice che diventare buoni è impossibile. Ho tirato un sospiro di sollievo quando me ne sono accorto. Ma allo stesso tempo scava a fondo nelle nostre esistenze miserabili e ne tira fuori l’essenza: al fondo di noi stessi, desideriamo una cosa sola, appunto essere buoni. E’ ciò che fa la nostra consistenza, è nel nostro cuore e ci definisce, anche se cerchiamo di scacciare questa cosa ogni giorno di più. Così non serve il matrimonio a renderci buoni, non servono i figli, il lavoro, l’impegno nel sociale, andare in chiesa la domenica.
E’ qualcosa di più grande di noi, tocca affidarsi, e Hornby, pur chiudendo il libro in modo violento e apparentemente amaro - perfettamente carveriano, con la domanda lasciata irrisolta -, lascia intuire che è un lavoro da fare e da chiedere. Tolte le croste della banalità che ci contraddistingue – anche e soprattutto quella del buonismo – resta un cuore che implora per sé e per gli altri. E se nel nostro cuore c’è questo desiderio, fa intuire Hornby, vuol dire che ci è stato messo dentro e che allora tocca capire chi è stato. Uno buono, immagino.
“Ah! Tu sei triste per definizione. E’ la tua condizione permanente.”
Nick Hornby salva la vita. Nick Hornby è il miglior scrittore della mia generazione. In realtà non so se sia così, so che ogni volta che mi imbatto in un suo libro (ne ho letti solo quattro: Alta fedeltà, Un ragazzo, Tutta un'altra musica e Come diventare buoni) la mia vita diventa migliore, per quel tempo almeno che dura la lettura del libro. Come insegna proprio Come diventare buoni, l’ultimo che ho letto, è impossibile infatti cambiare la propria e altrui vita per sempre, ma il fatto che possa cambiare in meglio anche per poco, è già abbastanza.
A Nick Hornby mi sono sempre avvicinato con diffidenza, anche perché quando l’’ho scoperto era già un mito di generazioni intere e a me i miti scoperti da altri solitamente non piacciono. Devo scoprirli io, devono avere a che fare con me, devono parlare a me. Così + stato: leggendolo in ritardo rispetto alle masse, ho scoperto che Hornby scriveva di me e parlava a me. Nick Hornby mi parla, e alla grande: sa tutto di me. E poi scrive da dio. Ad esempio in Come diventare buoni, all’inizio non mi piaceva: uno scrittore uomo che scrive un libro in cui la protagonista è una donna? Ma che ne sa un uomo di cosa sia una donna? Presuntuoso, ho pensato. Poi invece mi sono arreso perché Hornby scrive veramente da dio. Fa sorridere, fa rolorare dal ridere, fa piangere, fa incazzare, ma soprattutto è un realista straordinario, una sorta di Raymond Carver in chiave generazione 2.0. Ha una compassione enorme per le persone di cui scrive, Nick Hornby, che è tenera e commovente: vuole bene al prossimo, si capisce, e non lo giudica, anzi lo abbraccia.
Come diventare buoni me l’ha regalato la mia famiglia lo scorso Natale, evidentemente perché pensavano che io debba diventare buono, e hanno ragione. Come dice la mia collega di scrivana in redazione, io sono una persona orribile. Proprio come David, il marito della protagonista Katie, che ha – con mia somma invidia – una rubrica sul quotidiano della sua città intitolata L’uomo più arrabbiato di Holloway. E’ il mio sogno avere una rubrica così.
Come diventare buoni, oltre a contenere pagine di letteratura di classe immensa, è bello perché alla fine ti dice che diventare buoni è impossibile. Ho tirato un sospiro di sollievo quando me ne sono accorto. Ma allo stesso tempo scava a fondo nelle nostre esistenze miserabili e ne tira fuori l’essenza: al fondo di noi stessi, desideriamo una cosa sola, appunto essere buoni. E’ ciò che fa la nostra consistenza, è nel nostro cuore e ci definisce, anche se cerchiamo di scacciare questa cosa ogni giorno di più. Così non serve il matrimonio a renderci buoni, non servono i figli, il lavoro, l’impegno nel sociale, andare in chiesa la domenica.
E’ qualcosa di più grande di noi, tocca affidarsi, e Hornby, pur chiudendo il libro in modo violento e apparentemente amaro - perfettamente carveriano, con la domanda lasciata irrisolta -, lascia intuire che è un lavoro da fare e da chiedere. Tolte le croste della banalità che ci contraddistingue – anche e soprattutto quella del buonismo – resta un cuore che implora per sé e per gli altri. E se nel nostro cuore c’è questo desiderio, fa intuire Hornby, vuol dire che ci è stato messo dentro e che allora tocca capire chi è stato. Uno buono, immagino.
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