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Tuesday, November 07, 2017

The king will walk in Tupelo!

Euchrid Eucrow è tornato dall'inferno, è uscito dalle acque fangose di Tupelo, si è innalzato su ogni tragedia e ha battezzato il mondo. L'angelo Beth ha avuto pietà di lui: The King will walk on Tupelo!
"Tutto noi in un certo senso siamo in lutto, se non per noi stessi per il mondo. La cosa più bella per me, quella che mi ha cambiato, quella che mi fatto venire fuori da quel posto terrificante è stato capire che in questo ci siamo dentro tutti assieme. È la vita. L’ho capito a un livello profondo quando sono tornato a suonare dal vivo dopo la morte di mio figlio. Mi sono letteralmente sentito salvato dal pubblico. Questo tour è come una comunione di massa. È qualcosa di straordinario. Non sono mai stato parte di un tour come questo. È qualcosa di religioso".

Così è stato. Il reverendo Nick Cave ha voluto dimostrare che si può risorgere anche dalle tragedie più orrende, un padre non dovrebbe mai sopravvivere a un figlio, e ha invitato tutti a fare altrettanto. Dall'inizio alla fine è stato un continuo cercare le mani degli spettatori, ci ha guardati tutti fissi negli occhi come dire: ora tocca a te. Poi il reverendo è sceso a camminare in mezzo alla gente, si è lasciato toccare, abbracciare e baciare. Ha alzato le mani in alto al cielo e ci ha benedetti. E' arrivato addirittura a scambiare un calzino con una spettatrice/spettatore.



E' stato il rito purificatore più grande della storia del rock, il giorno dopo che un folle aveva massacrato la folla di fedeli che era andata alla messa della domenica, il reverendo si è stagliato alto contro tutto il male del mondo. Che cosa rende possibile tutto questo? Lo ha dimostrato nel finale, quando con un centinaio di persone sul palco, fra tutti quelli (e quelle) che poteva scegliere, ha preso un metallaro a torso nudo e l'ha stretto forte al suo cuore mentre lui chiudeva gli occhi come un bambino e gli ha detto, e ci ha detto: "some people say it’s just rock and roll, oh but it gets you right down to your soul". Per tutti noi reietti della società che l'altra sera eravamo lì, è quanto basta e anche di più. Alla fine anche Stagolee ha pianto.

The King will walk on Tupelo!

Friday, October 03, 2014

Gli angeli sopra Berlino

Che cosa hai? Mancanza. Dialogo breve, essenziale, ma che dice tutto quello che c’è da dire. Wim Wenders è uno dei grandi geni dell’epoca moderna. Ieri era la festa degli angeli custodi, una festa di cui si sono accorti in pochi. Il suo “Il cielo sopra Berlino” è il film per antonomasia dedicato agli angeli custodi. Angeli che vivono una mancanza talmente insopportabile da voler diventare uomini. Wenders ha ribaltato le carte sul tavolo per qualche motivo che sa solo lui: siamo noi essere umani infatti che viviamo una mancanza talmente lacerante che ci fa desiderare in modo inesprimibile ma non per questo meno doloroso qualcosa di intangibile, di ineffabile, di così grande che sia capace di comprendere tutto quello che portiamo nel cuore. I nostri desideri, anzi il nostro desiderio: di felicità, di bellezza, di amore senza date di scadenza, ma eterno. Tutto quello che nella vita ci appare sfuggente come acqua di mare tra le dita di una mano.



Nel film di Wim Wenders invece gli angeli desiderano così tanto la nostra carnalità, la nostra umanità, il nostro essere fallaci e minuscoli che se ne innamorano al punto di voler diventare uomini e donne. Perché? Perché è in questa mancanza che emerge la bellezzadolorosa dell’umana esistenza. Gli angeli di Wim Wenders vogliono essere così.

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Wednesday, February 20, 2013

Let love in

"Alla fine, cosa ne sappiamo della morte, e chi in realtà se ne frega?"

Al momento, la cosa che mi piace di più del nuovo disco di Nick Cave è la copertina. Sono io che ho lasciato la musica o è la musica che ha lasciato me? come NON diceva il grande TS Eliot. Ma lo dico io, in questo momento di aridità che mi ha assalito insieme a un raffreddore cosmico. Non è brutto il nuovo disco di Nick Cave, anzi è sicuramente la cosa migliore che ha fatto dai tempi di No more shall we part, come dice bene questa recensione di chi evidentemente riesce ancora a trovare stimoli nella musica.

Mi piace però Higgs Boson Blues perché è On the Beach, il pezzo capolavoro di Neil Young nota per nota, anche la chitarra ha lo stesso registro sonico di quella e gli stessi accordi. Mi piace Jubilee Street perché riporta in musica le atmosfere di quel bellissimo libro che fu Bunny Munro, libro che quasi nessuno ha capito. Ma mi piace la copertina: mi piace quella luce abbagliante che vuole cancellare la fisicità degli oggetti e delle persone, tranne Cave che sta un po’ lì nella sua configurazione classica, un po’ Lucifero che ti invita al peccato, un po’ Angelo salvatore che ti indica la strada verso la salvezza. E il corpo di lei, la moglie di Cave, nudo che si vergogna, quasi un’anima che ha lasciato il corpo morto e che non ha il coraggio di trovare una via d’uscita. Così, così questa luce abbagliante che vorrei cancellasse tutta la realtà come la conosciamo noi, in attesa che le nuove canzoni di Nick Cave riescano a sorprendermi, ho ripensato a quelle volte che l’ho visto in concerto.

La prima volta fu nella primavera del 1998, era da poco uscito The Boatman’s Call, il suo disco che io reputo il più bello di tutti e che finalmente aveva spalancato il mio mondo a quello di Nick Cave, dopo che mi ero sempre tenuto a debita distanza da lui. Suonava al Rolling Stone di Milano, ricordo l’eccitazione che si respirava fuori del locale, un’ansia come solo i grandi eventi che segnano la storia della musica sanno comunicare. E poi dentro, lui che mi tolse il fiato e mi lasciò a spargere sangue per tutto il concerto, sorta di Jim Morrison resuscitato. Pauroso, devastante, ma soprattutto epico, con la miglior formazione possibile dei Bad Seeds, a intonare un duetto con Blixa Bargeld che prendeva il posto di Kylie Minogue in una sorta di dichiarazione di amore maschio fra i due.



La seconda volta fu al Palalido, credo che fosse il tour di No more shall we part (o forse Nocturama?), ma il luogo e l’acustica erano così di merda che non ricordo praticamente nulla di quel concerto. O ero io che ero lì ma in realtà non ero presente.

Vennero poi i concerti annunciati come Nick Cave solo, ma non lo era, solo, ma in formazione ridotta, come quello di Modena dove per tutta la serata un tizio nelle prime file chiedeva a Cave di cantare non so quale pezzo. Senza perdere un grammo di carisma, Cave a un certo punto si avvicinò al bordo del palco e volle parlare con il tizio. Come ti chiami? Antonio. Per il resto della sera un divertito Cave continuò a dedicare pezzi ad “Antonio”. L’apoteosi fu in un teatro solitamente dedito alla musica classica di Milano, dove l’intensità sovrannaturale di Cave si produsse in una serata di pazzia e magia purissime. The mercy seat fu talmente potente, che davvero ti sentivi in una camera mortuaria a guardare i cadaveri di tutti quelli che sono morti ingiustamente - perché la morte è sempre ingiusta - e la tentazione fu quella di scappare a gambe levate da quel posto. E dove dimostrò che si può fare un concerto rock senza avere una chitarra elettrica sul palco.

Per il tour di Abbatoir Blues si esibì all’Alcatraz, con una formazione sontuosa, con tanto di coriste. E fu eccezionale. Come sempre il climax arriva con Staggerlee, dove un sapiente gioco di luci proietta l’ombra di Cave sui muri del locale a dare l’impressione della titanica lotta fra demonio e angelo salvatore. Che poi è lui, tutte e due. Durante una formidabile God is in the house, trascinata in dolorosa solitudine per tutta l’esecuzione, nel momento in cui il cantante sussurra senza sosta “alleluia” qualcuno da in mezzo al pubblico gli gridò qualcosa. Lui, seppur preso dalla sua interpretazione, scoppiò a ridere. Pochi hanno mai capito quanta ironia ci sia nelle esibizioni – e nelle canzoni – di questo genio.

Ma il concerto più travolgente che gli vidi fare fu nel luglio 2009 a Torino, un concerto gratuito. Pensavo che le migliaia di persone mi avrebbero distratto, invece mi buttai nelle prime file per una buona metà abbondante dello show e fui trascinato dall’inferno al paradiso. La violenza che un concerto dei Bad Seeds sa esprimere fa impallidire qualunque Sex Pistols. Infatti dovetti allontanarmi dopo un po’, e così gli altri che erano con me. Erano sparsi qua e là nel grande prato, in estasi, da soli, seduti a contemplare la mano di Dio che disegnava ardite acrobazie dal palcoscenico al cielo. Inclusa la luna piena a cui Cave dedicò Love Letter, “that big fucking yellow moon”.



Pochi mesi dopo mi ritrovai al teatro Dal Verme di Milano, seduto in seconda fila a tre, quattro metri da lui, che portava in scena la morte di Bunny Munro. Fu doloroso e affascinante, vederlo muoversi ancora una volta come il re lucertola a pochi passi da me. Sei tu quella che ho aspettato fino a oggi? No, ma quella sera ogni cosa si era compiuta. Non me ne andai in pace, me ne andai piegato in due dal peso del mio dolore. Avevo capito però una cosa: "Alla fine, cosa ne sappiamo della morte, e chi in realtà se ne frega?".

(Per Claudia)

Friday, August 31, 2012

La contea più fradicia del mondo

Presentato allo scorso Festival di Cannes, "Lawless" esce in questi giorni nei cinema americani. Ispirato a un romanzo dello scrittore Matt Bondurant ("The Wettest County", che si potrebbe tradurre con "la contea più fradicia del mondo") che era ispirato a sua volta alla vita dei suoi bisnonni, il film gode di una colonna sonora straordinaria.
La storia è ambientata ai tempi del proibizionismo americano, nella Franklin County nello Stato della Virginia, che sembra essere davvero una delle zone più piovose al mondo. Qui tre fratelli si dedicano al commercio clandestino del whiskey. Sono cioè, come si diceva allora in America, dei "bootlegers" termine rimasto così radicato nella cultura popolare che con lo stesso nome si chiamano oggi i produttori di dischi e registrazioni non autorizzate dagli artisti e dalle case discografiche. Nel film i tre fratelli lottano per la sopravvivenza loro e delle loro famiglie contro uno sceriffo e i suoi uomini che vogliono taglieggiare i produttori di alcolici clandestini.



"Una storia di fratellanza, violenza e avidità", è stato definito, e per rendere al meglio questa storia è stato chiamato un maestro della musica dark, gotica, profondamente legata al mondo antico e rurale dell'America. E' l'australiano Nick Cave, uno dei maggiori autori di canzoni degli ultimi trent'anni. Cave ha messo insieme un gruppo di artisti di prima levatura e insieme a loro ha costruito un racconto per canzoni che descrive magnificamente quel mondo oscuro, pericoloso, vizioso, ma anche pieno di religiosità e speranza che viene raccontato nel film. Insieme a lui il suo compagno di avventure musicali da sempre, il violinista "pazzo" Warren Ellis: i due si fanno chiamare in modo appropriato The Bootleggers e chiamano a raccolta un paio dei massimi esponenti della musica country, apparentemente agli antipodi della loro visione musicale.

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Tuesday, February 01, 2011

Nella casa del diavolo

Nel bosco di notte. Troppo alcol troppa droga. "Devo andare su devo andare più su" dice la ragazza. Ma il bosco era buio la strada perduta. Era la casa del diavolo. "Dove va signorina la strada è dall'altra parte" diceva il vecchio uomo. Il bosco era buio "più su devo andare più su". Un'ora al telefono chiedendo aiuto la macchina scivola sta scivolando. Ma dove si trova adesso lei, risponda. Non lo so. Qualcuno mi aspetta, lui mi sta aspettando. Più su, devo andare più su.


Get down, get down, little Henry Lee
And stay all night with me
You won't find a girl in this damn world
That will compare with me
And the wind did howl and the wind did blow


Il bosco era buio e la strada non c'era più, nella casa del diavolo. Tornare indietro. Tornare indietro, da mia madre, ma mia madre era morta anche lei. Nel torrente, l'acqua ghiacciata l'acqua era fredda. Asciugare i vestiti di notte. Nel bosco nella casa del diavolo. Impossibile asciugarli. Avere freddo. Troppo freddo da sola nel bosco. Nella casa del diavolo. Non rivederlo più, il sole. Cosa faceva lei nel bosco di notte. Nella casa del diavolo. Da sola. Tutti i morti del mondo erano lì quella notte. I morti.

A little bird lit down on Henry Lee
Lie there, lie there, little Henry Lee
Till the flesh drops from your bones
For the girl you have in that merry green land
Can wait forever for you to come home
And the wind did howl and the wind did moan


Siamo tutti da soli tutti sperduti questa notte nel bosco. Nella casa del diavolo. Perdonaci il nostro non saper morire con te.

Saturday, October 16, 2010

Murder Ballads



«Sono stato con Dio e con il diavolo.
Hanno litigato per avermi.
Dio ha vinto, io ho preso la sua mano, la migliore.
Non ha mai vacillato la mia certezza che Dio mi avrebbe tirato fuori»

Mario Sepulveda, secondo minatore estratto dalla miniera di San José

Nick Cave ne avrebbe potute scrivere, di “murder ballads”, con tutto quello che sta succedendo in Italia nelle ultime settimane. O meglio, non ne avrebbe scritte ma avrebbe aspettato un po’, che la gente avesse raccolto in forma canzone quelle cose orribili che succedevano intorno a loro e se le sarebbero tramandate. Ma che dico. Oggi c’è la televisione, le canzoni non servono più. E nessuno scrive più “murder ballads”. L’horror reality show cui abbiamo assistito in queste settimane è davvero l’inizio di un’era di morte in diretta televisiva. Ho scritto parecchio anch’io nelle ultime settimane sul caso di Sarah Scazzi e mentre il mio collega aveva capito tutto sin dagli inizi, io no. Perché a certi orrori non si vuole mai credere fino in fondo. L’altro giorno ad esempio ho dovuto scrivere un pezzo sul suicidio in diretta webcam di un ragazzo svedese. Mentre cercavo le fonti per il pezzo, mi sono imbattuto nel video che lui stesso aveva messo online e che nessuna polizia postale tre giorni dopo il fatto si era preoccupata di rimuovere. Non ho resistito e l’ho guardato. Bella roba. Sono stato male ovviamente anche se facevo fatica a capire che stavo guardando un ragazzo di 21 anni che stava morendo o una fiction tv. Whats real and what is not, come si chiedeva il Grande Bardo secoli fa.

Più di ogni altra cosa mi stupisce il disgusto di plastica su questa (e quella della donna romena uccisa con un pugno e quella del tassista milanese mandato in coma dopo un pestaggio) vicenda. Come se il male non esistesse da sempre. Come se l’uomo non fosse cattivo, da sempre. La possibilità di fare il male è di tutti, compresi quelli che su certi giornali hanno invocato “il ritorno della bontà”. Bontà de che? Ma per favore. Come si fa a essere "buoni"? Mi metto di impegno e sarò buono. Per 5 minuti, probabilmente. Il male lo facciamo tutti, ogni istante, in modi diversi.

Ma certo, è vero che la bontà è possibile. Non possiamo farlo da soli con le nostre mani cattive, il bene. Ci vuole qualcuno che ci liberi dal male. Non più in questa epoca moderna, questi modern times che hanno fatto fuori l’unica possibilità di non fare il male. Perché oggi tutto ci è possibile. Siamo liberi. Abbiamo la libertà. Ci siamo liberati di qualunque costrizione morale, nessuno ci deve dire cosa è giusto e cosa è sbagliato. Bastiamo a noi stessi. Abbiamo la libertà. Quella di fare il male.

Le murder ballads ci sono sempre state. Oggi nessuno le scrive più, ma le murder ballads si cantano ancora. Nel nostro cuore, un cuore che desidera il bene, ma fa il male.

Dimenticavo. Tra gli horror reality shows di queste settimane, c'è stato anche qualcosa di straordinariamente bello. Qualcghe imbecille l'ha definito "i minatori cileni escono dalla casa del grande fratello". E stato un reality anche quello è vero, ma incredibilmente commovente. Un popolo li ha sostenuti, e li ha accompagnati all'uscita del loro inferno, 700 metri sotto terra. Sono tornati a rivedere il sole, come diceva il Sommo Poeta, o a rivedere le stelle, cioè. Segno che una speranza c'è sempre, quando il cuore reclama la giustizia e qualcuno sa aspettare, affidandosi a una preghiera. Che come diceva Patti Smith, è la cosa più intelligente che possiamo fare.

Friday, July 10, 2009

That big yellow fuckin' moon

Vado a Torino una volta (o due al massimo) a decennio. Sempre per cause rock e sempre ne torno appagato. Nel 1988 ci andai due volte, per Springsteen allo Stadio Comunale e pochi mesi dopo di nuovo per il concerto di Amnesty International, stesso luogo e ovviamente per vedere Springsteen di nuovo. Nel 1990 andai al nuovo stadio per vedere gli Stones, e nel 1998 non so dove per vedere uno dei più bei concerti di Bob Dylan (quello leggendario in cui il muto del rock rilasciò uno dei suoi commenti più lunghi di sempre, "its great to be back in the most beautiful country in the world").
Ieri sera ci sono andato per Nick Cave, un festival (bleah) vicino alla Villa Reale di Venaria (credo si chiamasse).
A Torino ai concerti rock ci sono alcune delle più belle ragazze d'Italia (e io ne conoscevo due, la Bea e la Manu - can't help it if I'm lucky).
Se poi vai in giro con Stefano "4ottave" Ferré, è come andare in giro con Mike Tyson, puoi arrivare fin quasi sotto il palco anche a pochi minuti dal concerto. Ecco, diciamo che a Torino non hanno ancora trovato uno in grado di mixare il soundboard, che era tutto a livello di distorsione massima, ma quando sul palco sale Mr Stagerlee in persona, chissefrega. Devastante, osceno, santo e demonio, peccatore e convertito, ma soprattutto rock, fuckin' rock come non se ne sentono più in giro. Pensavo ai 77mila a Disneyland che si sono sciroppati quella band irlandese da cartoni animati la sera prima, e io adesso qui che flippavo e sotto il calore bianco, il rumore biancom accecante di Dig Lazarus Dig vomitata con una potenza inaudita. Per non dire dell'attacco con una travolgente Papa Wont Leave You Henry. I nuovi Bad Seeds, senza più il magnifico Mick Harvey (a cui dedica un brano mai fatto prima dal vivo, Nature Boy), sono in realtà dei Grindermen che trascendono anche il concetto di punk music. Pure la bellissima The Weeping Song diventa uno stonato, distorto, cacofonico vomito dalle viscere. Non c'è tempo e spazio per la Bellezza stasera, siamo ancora all'inferno e - diciamocelo - ci stiamo benone per adesso. Figuriamoci se poi non arriva pure lui, Mr Staggerlee in persona.
A parte quando Cave si siede al pianoforte e ci consiglia di andare da lei a dirglielo, che l'amiamo: "This is a love letter... go tellin' her go tellin' her..." consiglia dolcemente.

C'era pure la luna piena, o quasi, ad alzarsi docilmente sopra il grande palco. Se ne accorge pure lui, e ci invita, dopo tanto cataclisma sonoro, ad alzare lo sguardo verso quella "big yellow fuckin' moon". E alla fine, un po' di redenzione dopo tanto sangue e dolore, con Nick Cave arriva sempre: Get ready for love. Siamo pronti per l'amore? Mah... Concludendo con non so quale canzone, non credo fosse sua, di quelle che cantano gli amanti abbandonati al pub ubriachi e storditi. Per farsi forza insieme, per farsi compagnia. Lui la canta per farci compagnia, che la vita non è gratis, e alla fine tenta una acrobazia vocale per lui impossibile, stona, scoppia in un gran sorriso e alza le spalle. Straight to you, mr Cave, dal tuo grande cuore al nostro piccolo cuore.

Sangue nei solchi del cuore

“Bob Dylan è in città, c’è bisogno di catturare qualcosa di magico”. La “città” è ovviamente New York, al telefono John Hammond, il più gran...

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