Friday, December 25, 2015

Safe, in Heaven & Dead to the world

Ramblin Jack era selvaggio era vecchio era giovane parlava senza fermarsi e diceva quanto avrebbe voluto fumarsi una canna guardando le vetrine dei negozi illuminati poco prima di Natale & Joe seduto a gambe incrociate sul marciapiede fuori del negozio sole caldo primavera in posa perfettamente zen ma Jack la macchina è ghiacciata & come facciamo prese una cassetta e sferzò via il ghiaccio dal vetro preparandosi prima con un bagno caldo “per me il viaggio fino a San Francisco è già cominciato” Ramblin Jack Jack il selvaggio nel baretto di Sesto a notte fonda Joe prende la chitarra & tu gli insegni lo spirito della strada & Rolling Thunder Rolling Thunder. Andersen esce dal bagno Andersen è alto Andersen è meraviglioso Jim Morrison & Jack Kerouac camminano attorno a lui come angeli custodi & le sigarette fumate una via l’altra quando quella di prima è ancora accesa accedendo la successiva con quella accesa nella stanzetta di un albergo a una stella Townes voleva andarsene apriva la finestra e davanti c'era un casinò e sorrideva come potrò mai smettere & Rick dormiva chiuso a chiave Andersen mi dice “questa casa è New York all’alba sento le stesse vibrazioni” Bowery & Greenwich Village & Chelsea Hotel & Washington Square “hai il ritmo della musica nella voce” hey Joe che cammini timidamente nella stanza dici ascoltate questo ascoltate questo Spanish is the Loving Tongue Joe & James Dean lo spirito americano sa già che sarà un altro canta country & western sbilenco stanotte pensando già al jazz & a Ornette Coleman la macchina il freddo della notte ghiaccio e oscurità sul lago quelle notti quelle sigarette Bob è infastidito Bob è deluso amareggiato ma non se ne frega dice Bobby ha detto che le piacciono le sue canzoni Bobby voleva portarsela a letto Bob che ha tolto la bottiglia a Johnny Cash Bob sulla barriera corallina & Victoria dolce piccola tenera Victoria il marito la guarda e sorride she is crazy I know adorata Victoria con la testa sulla mia spalla & tutte quelle notti dove sono andate tutti quei volti conosciuti e amati passati di lì guardo da dietro il palco rubo piccoli segreti mi ammalo di nostalgia segno su una piccola agenda faccio il pieno seguo il piano & ricomincio daccapo c'è sempre la macchina da mettere in moto e domattina all'alba ci sarà un'altra storia da raccontare. Carlo mi manchi se solo potessimo tornare a quei giorni là. Ho paura del buio ho paura dei fantasmi. La gentilezza del mondo, siamo morti davanti al mondo piccolo Buddha nel mio cuore siamo vivi per l'eternità nel respiro di Dio

Saturday, December 12, 2015

Ol' Blue Eyes

“La musica più brutale, brutta, degenerata, una sotto forma di espressione viziosa: naturalmente mi riferisco al rock’n’roll”. Che Frank Sinatra non amasse il rock’n’roll non deve stupire, ma ovviamente non era nemmeno consapevole che il suo album pubblicato nel 1955, In the Wee Small Hour of the Morning, sarebbe stato una sorta di precursore, non certo nelle musiche, ma nell’ambientazione, di tanti dischi rock intimisti e soprattutto dei cosiddetti concept album. In the Wee Small Hour venne fortemente voluto dallo stesso Sinatra come una raccolta di canzoni a tema, dedicate al corrompersi della relazione con la sua seconda moglie, l’attrice Ava Gardner, Un tipo di album che ai tempi nessuno si era mai sognato di fare, ancora legati come si era alla raccolta di 45 giri usciti in precedenza e messi in un unico ellepì. Qua invece per la prima volta c'era una storia da raccontare.



Tutto il disco, dalla copertina al mood musicale e lirico, ruota attorno alla sofferenza della fine di un amore e al disperato tentativo di salvarlo in qualche modo, qualcosa che diverrà comune per i grandi cantautori come Dylan e Springsteen, per dirne due, che si cimenteranno in concept analoghi (Blood on the Tracks e Tunnel of Love).

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Tuesday, December 08, 2015

People have the power

Quello che è successo a Parigi la sera del 13 novembre, a molti di noi appassionati di musica rock ci ha segnato per sempre. Non perché un ragazzo che muore a un concerto rock è meglio di un bambino che muore su una spiaggia turca. Ma perché chi di noi, e chi non tra di noi, pensava che andare a un concerto rock fosse una fuga dalla realtà per un paio d'ore, ha capito dopo quella sera che la realtà ti si sbatte addosso ovunque, si impone, nella sua tragicità e nel suo dolore così come nella bellezza che cerchiamo proprio nei concerti rock. Per due sere, gli U2 hanno celebrato quei morti di Parigi, invitando prima Patti Smith, poi quella band che era sul palco del Bataclan il 13 novembre, gli Eagles of Death Metal. Tutte e due le volte si è cantato People Have the Power, perché "la gente ha il potere di redimere un mondo di pazzi", se lo vuole. Gli EODM, che nei giorni scorsi avevamo visto in un video piangere ricordando quella sera, dicendo di volersi inginocchiare davanti alle mamme dei ragazzi morti perché non sapevano quale altra parola si possa usare davanti a tanto dolore, sono tornati su di un palco. Così facendo ci hanno fatto capire che adesso tocca anche noi salire sul palco della vita quotidiana: "The bad guys never take a day off, and therefore we rock ’n rollers cannot either…and we never will. We are incredibly grateful to U2 for providing us the opportunity to return to Paris so quickly, and to share in the healing power of rock ‘n roll with so many of the beautiful people – nos amis – of this great city", hanno commentato. Il potere salvifico del rock'n'roll può aiutare il mondo.

Qualche sera fa con un gruppo di amici abbiamo cercato anche noi di celebrare il potere salvifico della musica. Ci siamo trovati al leggendario Una & Trentacinque di Cantù e abbiamo parlato, letto, cantato, suonato e riso. Ci siamo preparati per un Natale diverso. Ringrazio tutti quelli che sono venuti, alcuni anche dalla mia lontana e cara Liguria, chi ci ha dato lo spazio, chi ha suonato, chi ha organizzato, chi ha fatto le torte e anche chi non ce l'ha fatta a venire. Qua come ricordo una galleria di foto di un pomeriggio in cui l'unica cosa che ha contato è essere amici. Thanks ev'body. People have the power (Grazie ad Andrea Furlan per le belle foto)

Carlo Prandini


Blind Buddy Blues

Stefano Ferrè e Walter Muto

Stefano Corsini, Luca Frisio e Luca Rovini



Manlio Benigni






Francesco D'Acri


Sergio Arturo Calonego

Monday, November 23, 2015

Le foglie morte

La parata di poliziotti e carabinieri con il mitragliatore stretto fra le mani sembra uscire da quel vicolo della desolazione che il cantante che stiamo andando a sentire ha cantato tante volte. Fa davvero impressione trovarsi in una lunga colonna che procede lentamente verso l’ingresso con quella scorta armata fino ai denti: è guerra. La spensieratezza di un concerto svanisce mentre procedi a piccoli passi e non puoi pensare che in un teatro simile una settimana fa esatta tanti come te sono morti ammazzati durante un concerto. I controlli uno a uno, con il metal detector, le borse aperte e scandagliate a fondo, i computer lasciati forzatamente agli uomini armati all’ingresso: è guerra.
Dentro per fortuna l’atmosfera cambia, e quando le luci si spengono e le prime note delle chitarre al buio si spargono nella sala comincia un applauso all’inizio timido perché ancora congelato dai pensieri di prima. Poi sempre più forte mano a mano che nella penombra i musicisti raccolgono i loro strumenti e infine diventa un boato di liberazione, potente, selvaggio, ininterrotto quando la figurina esile di Bob Dylan prende il suo posto. Sembriamo dire: ce l’abbiamo fatta, siamo vivi, e lui è qui con noi, che lotta e piange con noi.



Da quel momento alla fine tutto il concerto è racchiuso dal brano che lo apre a quello che lo chiude, come due profezie, come due implacabili maledizioni, come quel senso di umanità follemente incomprensibile che è la cifra stessa delle canzoni di Dylan. “People are crazy and times are strange I’m locked in tight, I’m out of range I used to care, but things have changed” sputa fuori quasi con disprezzo nell’iniziale Things Have Changed. Canzone vincitrice di un premio Oscar, scritta nel 2000 ancora prima degli attentati alle Torri Gemelle, contiene tutta l’inquietante e misteriosa capacità profetica del suo autore: “La gente è pazza, i tempi sono strani, sono ingessato qui, sono fuori vista, una volta me ne importava ma adesso le cose sono cambiate”. Il senso però questa volta sembra diverso: non è più lo sprezzante annuncio di chi ha rinunciato a vivere perché la vita è diventata incomprensibile e si chiama fuori. Adesso è quasi il lamento di chi chiede perdono per non essere capace di cambiare il mondo e se stesso.


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Wednesday, November 11, 2015

Backstage Pass

Paolo Vites, giornalista musicale da circa 25 anni, ne ha visti di concerti. Dai primi, a fine anni 70, quando la musica dal vivo tornò a essere celebrata dopo una stagione di molotov e autoriduzioni, a oggi. Dagli stadi ai piccoli club, dalle capitali europee ai paesini della provincia, da Bruce Springsteen agli esordienti, spesso con incontri backstage e avventure degne di un Hunter Thompson. Ecco perché il libro si intitola “sulla strada con il Good Doctor, in tributo al grande maestro del giornalismo gonzo.
Perché Paolo Vites pur amando la musica come una religione – le canzoni sono le mie preghiere dice spesso – mantiene un tono ironico, mai pretenzioso, spesso autocritico per raccontare la musica che ama.


Questo libro è l’ideale seguito di quello pubblicato nel 2011 (Un sentiero verso le stelle, sulla strada con Bob Dylan, Pacini Editore) dove venivano raccontati alcuni delle dozzine di concerti visti di Bob Dylan, sua prima e massima passione. Adesso lo scenario si allarga: dalla fine degli anni 70 fino a oggi. Qualche nome? David Bromberg, Francesco Guccini, Crosby, Stills, Nash, Neil Young, Springsteen, Nick Cave, Kris Kristofferson, The National, WilcoLeonard Cohen. Ogni concerto una avventura indimenticabile, al limite della sopravvivenza. Scritto nel sangue.

(disponibile adesso su Amazon a questo link)

L'unica presentazione del libro si terrà domenica 6 dicembre 2015

dalle ore 16:00 alle ore 20:00

All'UnaeTrentacinqueCirca

Via Papa Giovanni XXIII, 7, 22063 Cantù

Presentazione del nuovo disco di Calonego Arturo Sergio e del libro di Paolo Vites, con ospiti musicali Walter Muto Francesco D'Acri Luca Rovini


Le presentazioni "ufficiali" ci hanno stancato. L'artista siamo noi. Come diceva Patti Smith, "anche quando cambiavo i pannolini ai miei figli non smettevo mai di comporre, ero sempre un'artista".
Abbiamo deciso di inventarci un pomeriggio di festa per tutti, chi suona, chi scrive, chi ha figli. Al pomeriggio e non di sera così vengono anche i bambini. Stile pub inglese dove si va la domenica pomeriggio per stare insieme e poi non c'è il problema di fare tardi o trovare traffico.
Dalle ore 16 alle ore 20, domenica 6 dicembre, nella mitica cornice del locale Una & 35 di Cantù con l'amico Carlo Prandini che ci benedice tutti.
In questo spazio di tempo ci riapproprieremo del territorio che i media ci hanno scippato. Una vera e propria invasione di campo per demolire delle liturgie che ci sono state imposte. Se saremo così delinquenti da crederci forse battezziamo un pensiero diverso ovvero che si può raccontare di un disco, di un libro in modo veramente indipendente. Senza tralasciare il fatto importantissimo che se il giorno dopo qualcuno ti chiede cosa hai fatto domenica sera puoi risponde “sono rimasto a casa con la famiglia” . E non ti rompe i coglioni nessuno.
Calonego Arturo Sergio presenterà il suo nuovo disco DADIGADI, con interventi dell'amico e grande collega chitarrista Walter Muto.
Francesco D'Acri e Luca Rovini appariranno a sorpresa qua e là con le loro canzoni. Stefano Corsini distribuirà regali di Natale vestito da Babbo Natale. Paolo Vites intratterrà con un quiz musicale per giustificare il suo nuovo libro https://www.facebook.com/Backstage-Pass-il-nuovo-libro-di…/….
Ci sarà anche uno spazio OPEN MIKE se qualcuno vorrà esibirsi, e magari una jam finale se saremo ancora in grado di stare in piedi, Bloody Mary e birra permettendo…
Venderemo i nostri dischi e i nostri libri. Ci divertiremo. Se qualcuno ha voglia di contribuire, sono gradite torte.
Ci vediamo domenica 6 dicembre a Cantù.

Friday, November 06, 2015

Maria, la fata e un vino da poco

Menzogne. Il mondo è basato su un mucchio di menzogne. Based on lies. Lies. Menzogna. A un certo punto della vita anche chi è così tardo da essersi sempre fidato di tutto e tutti non può che andare a sbattere contro il muro delle menzogne. L'ho sempre avuto nel retrobottega del cervello, poi un giorno è stato tutto evidente. Quando uscì il disco dei Cheap Wine quelle parole si conficcarono in uno spazio che si era aperto di suo, adesso mi martellano la mente ogni istante. Lies. Based on lies. Ci voleva un gruppo coraggioso, non certe parodie di gruppi rock di oggigiorno, per tirare fuori quelle parole. Ognuno può scegliere da che parte cominciare. Puoi cominciare dall'alto, dove c'è chi le menzogne le crea e le distribuisce ai governi, ai media, ai banchieri. O puoi cominciare dal basso, dal tipo che incontri in metropolitana, dal collega, dagli amici. La menzogna è uguale e fa rima con la nostra incapacità di misurarci con quello che sentiamo in fondo al cuore. Siamo fatti con un desiderio troppo grande per la nostra miserabile pochezza esistenziale. Troppo e troppo difficile, la menzogna è la scorciatoia comoda.


Based on lies è un grande disco. Altrettanto e forse di più lo è il nuovo Mary and the fair, registrato dal vivo in una notte benedetta in un teatro di Pesaro, a casa loro. Una di quelle notti dove la magia si spalanca più che le altre volte, e ogni nota è un incanto. Solo otto pezzi e se eravate venuti per ballare tornatevene a casa. Il rock denso grondante sferzate elettriche qua c'è poco, lo spirito c'è sempre naturalmente. Ma dopo la rabbia contro le menzogne, ognuno ha bisogno di rimanere solo con se stesso. E ricostruirsi. Otto pezzi scuri, otto ballate sul filo del rasoio, otto scampoli di un Nick Cave desolato. Questa band suona fottutamente bene. Non sembra possibile che tutto sia accaduto dal vivo, senza montaggi o ricostruzioni in studio. Chitarre, pianoforte, sezione ritmica, il cantante. C'è un fantasma che quella notte era sul palco, era Mary o ero io, o eri tu. Era una fata. Era la donna a cui è dedicato lo straordinario pezzo finale, quasi dieci minuti di intensità stratosferica, The Fairy has your wings. Un solo di pianoforte lungo come un abbraccio, Beethoven suona in una rock band, che non vorresti finisse mai, poi l'esplosione di chitarre basso e batteria. La fata e il fantasma volano verso il paradiso, dove le menzogne non potranno più ferirle. E' un vino da poco, ma vale più dello champagne
Che notte quella notte a Pesaro.

Friday, October 23, 2015

La chiave dell'anima

C'è una zona franca nelle nostre esistenze, dove nessuno può entrare, neanche i violenti e i dittatori. "È qualcosa che sfugge ai leader, che il potere non può controllare, una delle pochissime. Nessun dittatore può imbrigliarla. È zona franca, l’unica che ci resta" ha detto poco tempo fa Keith Richards nel corso di una intervista parlando della musica rock e delle canzoni.
Ho sempre vissuto una esperienza similare quando ho ascoltato una canzone, sin dalle primissime volte, quando ero un ragazzino. Nel momento stesso in cui le prime note si spargono nell'aria, è come se un muro si ergesse tra me e il mondo, tra me e gli altri. Una forza più grande di me mi trascina, mi trasporta e mi conduce altrove. In quella zona franca di cui parla Keith Richards. Lì, nessuno può entrare, tantomeno il male del mondo, i potenti, i violenti, i dittatori. Il mio stesso male rimane fuori. E' una forma di autismo probabilmente, ma è salvifico. A me ha salvato la vita.
E soprattutto non sono stato io a creare questi muri. Non è stata una costruzione auto imposta. E' accaduto. Una liberazione immensa, qualcosa di più grande di me e di misterioso. Succede continuamente, anche quando accendo la radio in macchina, qualcosa si sovrappone al rumore fastidioso, alle chiacchiere inutili e banali. A volte mi sono dovuto fermare e accostare la macchina al ciglio della strada per non perdere un istante di una canzone che stava passando improvvisamente. A volte una frase rivoltami mentre ascoltavo una canzone mi ha fatto male come uno schiaffone in faccia, perché ha interrotto quel mio viaggio meraviglioso.
Non è che necessariamente l'ascolto di una canzone mi faccia stare meglio o peggio, semplicemente mi tira fuori da me, spalanca il mio io a un Io più grande. A volte mentre ascolto un disco sto galleggiando sopra il mio corpo disteso là, sopra il divano. Lo guardo affascinato e sono in trance.
"Non ho mai trovato un duplicato di quella chiave che apre l’anima" ha detto ancora Richards. Neanche io ho mai fatto una esperienza più liberante, solo in quei momenti sono in contatto con la mia anima, il mio io più profondo e troppo spesso trascurato dalla vita.

Naturalmente questo tipo di esperienza non è sufficiente per condurre una esistenza "liberata". Il fatto stesso che la canzone dopo tre o quattro minuti finisca è un brutale ritorno alla realtà, una realtà che va comunque affrontata. Ma quello che ho vissuto in quei pochi minuti in quella zona franca, lascia una sorta di eco che riverbera dentro di me, suggerendomi che la vita è qualcosa che va oltre e verso quell'oltre io posso e devo guardare.
Se oggi le canzoni rock hanno perso in gran parte quella carica propulsiva e immaginifica che possedevano, c'è abbastanza materiale in cinquant'anni di storia per attingervi continuamente. Qualcosa che è sempre stato trascurato, qualcosa definito un passatempo, una distrazione, qualcosa che non ha mai avuto una dignità culturale, almeno in Italia.



Nei paesi angloamericani le canzoni rock sono state recepite come quello che sono state per davvero, il più grande esperimento innovatore culturale e sociale del novecento. Una esplosione di libertà, di porte abbattute, di connessione dell'anima con il grande spirito che muove l'universo. Presidenti della Repubblica, primi ministri, scienziati, scrittori e registi citano continuamente canzoni rock, attingono a quella carica per giudicare il presente. C'è una mole immensa di giudizi storici e politici, ma soprattutto umani, nelle canzoni rock. Nessun altra forma di comunicazione degli ultimi cinquanta, sessant'anni ha espresso in maniera talmente profonda il contenuto del cuore dell'uomo: bisogno di felicità, di giustizia, di amore, di significato, il grido dell'uomo in poche parole.
Ci sono dischi come Highway 61 Revisited di Bob Dylan che descrivono meglio di qualunque trattato socio politico che cosa succedeva nell'America degli anni 60 e ci sono canzoni come Stairway to Heaven dei Led Zeppelin che descrivono tutto il mistero che inabita nell'uomo e oltre l'uomo.
Ma in Italia tutto questo non è mai stato recepito. E' un peccato. Continuiamo ad assistere a dibattici politici che usano formule appartenenti a un passato naufragato, che non hanno più nulla da dire all'uomo di oggi, linguaggi che si rifanno a ideologie marxiste, liberal che non parlano più a una umanità che intanto è andata da un'altra parte. Professori universitari e insegnati scolastici insistono in linguaggi codificati che non dicono nulla ai giovani, non sanno suscitare alcun interesse, censurando la ricchezza del loro io. Eppure c'è un patrimonio là fuori, in centinaia di dischi, che sa dire tanto.

Immaginate di tornare a casa ogni sera e trovare cucinato da vostra moglie lo stesso menu. Un piatto di pastasciutta al sugo rosso e una bistecca. Così ogni sera della vita. Poi una volta per caso entrate in cucina e trovate ogni ben di dio, carni, pesce, condimenti succulenti, piatti di ogni tipo. Vostra moglie è lì che se li sta godendo. Voi ne assaggiate qualcuno, vi incuriosite, ma poi tornate alla sicurezza della pastasciutta. Così accade con le canzoni rock, lasciate in cucina per pochi.

Le trasmissioni televisive italiane hanno imposto da tempo un blackout cerebrale. Il modo di intervistare i musicisti, sempre con le solite domande a base di luoghi comuni. Ma, più in generale, il fatto è che c'è poca o nessuna preparazione e si tirano fuori sempre le stesse cose: la droga, lo spirito ribelle, il sesso e la trasgressione. 
Bob Dylan è il menestrello di Duluth e il cantore del '68, Bruce Springsteen è quello di Born in the Usa. Patti Smith è la sacerdotessa del punk.
In generale il rock trattato sempre come una cosa da ribelli, da alternativi, come una curiosità zoologica. 
Un importante quotidiano a proposito del film su Janis Joplin, ha scritto: Jonis e i Bog Brothers.

Nella sua intervista Keith Richards lascia intuire che le canzoni rock hanno un linguaggio che va oltre e aiuta a capire cosa succede. "Solo più tardi avrei capito che in quelle cose che chiamavamo americane di America non c’era niente. Il paese è un miscuglio di razze. Questo e solo questo mi affascina degli Stati Uniti: al contrario dell’Europa, ne riconosci l’identità attraverso la musica più che attraverso la letteratura o la pittura".
Va bene citare i soliti noti, da Leopardi a Cesare Pavese, soprattutto perché è facile, scontato e non costa fatica, ma quanta ricchezza si potrebbe comunicare ai giovani parlando loro di Nick Cave o Leonard Cohen. Non è esterofilia: ci ripetono tutti i giorni che viviamo in un mondo globalizzato, ma vale solo per le strategie economiche. E la cultura?
Va bene leggere I promessi sposi, ma chissà cosa scatterebbe nei giovani se si leggessero Il libro del desiderio di Leonard Cohen, le poesie di Patti Smith o I diari del campo di basket di Jim Carroll.

"Per me il rock and roll è sempre stato per tutti, fin dall’inizio. Avvertivo qualcosa di profondissimo, di sconvolgente in quel ritmo. Mai pensato che fosse musica usa e getta. Non ho mai trovato un duplicato di quella chiave che apre l’anima". Chi quella chiave l'ha trovata, ringrazia.

Monday, October 05, 2015

La schiena di Parker

“Ogni sera c’è del rossetto sulla sua camicia, ogni mattina lei lo lava via. Aveva sentito dire che in ogni vita una parte della vita stessa deve cadere, così lei passa la sua serata pregando che arrivi un po’ di quella pioggia del sud” (Southern Rain, Cowboy Junkies). Se Flannery O’Connor fosse stata una cantante rock, sicuramente avrebbe militato nei Cowboy Junkies, prendendo il posto della deliziosa e brava Margo Timmins come vocalist della band. Soprattutto, avrebbe scritto i testi delle canzoni di quel gruppo. In realtà li scrive benissimo Michael Timmins, chitarrista e songwriter quasi unico della band canadese. Southern Rain fa parte di un disco, “Black Eyed Man” che per molti versi incarna misteriosamente lo spirito della grande scrittrice americana.
Non è l’unico, Michael Timmins, ad aver incarnato quello spirito in campo rock. Flannery O’Connor è una delle maggiori influenze in certo songwriting rock, da Bruce Springsteen a Nick Cave a Bono degli U2 per citare le super star, fino a Jim White, Mary Gauthier, Natalie Merchant e Lucinda Williams per dire di quelli che hanno avuto riscontri commerciali meno eclatanti. Anche Rob Zombie, cantante e regista cinematografico di film horror ha attinto, portandolo all’ecceso, in quel folklore sudista dal sapore gotico e noir che la O’Connor rese in libri e racconti memorabili.



Ma che cosa una band composta da tre fratelli e un amico canadesi abbiano saputo individuare nella scrittrice non lo sapremo mai, ma d’altro canto non importa neanche. Non sappiamo neanche se Michael Timmins abbia letto e apprezzato quei libri, sta di fatto che in “Black Eyed Man” salta all’occhio una corrispondenza con molti dei racconti della O’Connor. C’è un tratto distintivo che accomuna tutti gli autori rock che in qualche modo si possono avvicinare alla scrittrice e che si ritrova in questo disco: avere il coraggio di andare a curiosare negli angoli più oscuri del cuore dell’uomo, in quei posti dove il male e la violenza, fosse anche per pochi istanti, inabitano e si manifestano.
“Black Eyed Man”, titolo del disco dei Junkies uscito nel 1992, d’altro canto sarebbe stato un titolo perfetto anche per Flannery, un titolo evocatore ad esempio di Parker’s Back, La schiena di Parker. Che cosa è infatti un “uomo dall’occhio nero” se non una persona che sta al confine tra peccato e redenzione, con un piede negli inferi e il capo piegato indietro a vedere se c’è ancora il suo angelo custode a porgergli la mano? Lo stesso tipo di personaggio che fa capolino in quel racconto della O’Connor, un uomo che rifiuta la fede, odia la moglie e si nasconde dal mondo.

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Monday, September 21, 2015

Stone alone

Che cosa fa una pietra quando non rotola? Non si lascia coprire di muschio se questa pietra si chiama Keith Richards. Si guarda dentro, riscopre quello che ha accumulato in una lunga vita, un amore grande così per la musica in tutta la sua interezza e ne fa un bel disco. Che è poco "rolling" e molto "stone" nel senso che Richards a differenza di Jagger è ben fisso sulle radici della musica. Come una pietra. Un po' come Bob Dylan che ormai da molti anni vive in un mondo antico e fa musica che appartiene all'era pre rock'n'roll: il blues, il jazz, il folk, il country precedenti alla rivoluzione di Elvis. Che poi sono la cifra stessa che costituisce il rock'n'roll.

Anche il chitarrista degli Stones nel suo nuovo disco solista, "Crosseyed Heart", a ventitré anni di distanza dal precedente (con questo tre in tutto nella sua carriera) percorre queste strade, tanto che l'unico vero pezzo che ha il sapore e l'eccitazione della sua band appare solo a un certo punto, Trouble, anche se gli indizi qua e là non mancano. Un disco raffinato, cantato con un cuore (strabico, perché è un cuore che si è giocato tutto nella vita) purissimo, dove emerge tutta l'onestà di un artista che ha dedicato ogni attimo dell'esistenza a qualcosa di più grande di lui, la musica. Canta Bene in questo disco, Keith Richards, stupendo visto che non è mai stato un cantante vero e proprio, certo non all'altezza dell'amico/nemico Jagger, ma questo lo sanno tutti. In "Crosseyed Heart" supera se stesso declinando la voce come un vecchio crooner pieno di affetto e sincerità.



I brani di Richards solista, come già ci avevano mostrato i due dischi precedenti, sono un po' pezzi degli Stones prima della lavorazione di Mick Jagger. Scarni, essenziali, tenuti su da riff squadrati e implacabili. Jagger poi li colora e li fa diventare quella festa grande che sappiamo. Ma in "Crosseyed Heart" Keef va oltre e incide una serie di brani che portano lontano, perfetti per un noir di Raymond Chandler. E' un viaggio alle radici, compiuto quasi tutto di notte, tra ricordi, fantasmi e promesse infrante.

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Sunday, September 13, 2015

Il suono della vita

Ricordo le telefonate eccitate: ma fa anche Chimes of Freedom, una versione irriconoscibile. Così irriconoscibile che infatti non era neanche Chimes of Freedom. In quei giorni antichi in cui si scopriva che stava per uscire un disco nuovo solo attraverso i passaparola dei più informati e soprattutto qualche passaggio radio, quando le radio non erano spazzatura, ma erano libere, libere veramente come cantava Eugenio Finardi, l'attesa aumentava di giorno in giorno. Poi il disco usciva e naturalmente un ragazzino di 14 anni non poteva permettersi di comprarlo subito, doveva aspettare la luna buona dei genitori che gli sganciassero i soldini.
Hard Rain usciva il 13 settembre di 39 anni fa. Era un bel periodo quello per essere ragazzi, c'era tanta bella musica dietro ogni angolo. Desire era uscito solo sette mesi prima, io l'avevo comprato due mesi prima, e già c'era un altro nuovo disco di Bob Dylan. Un disco misterioso, strano, pure bizzarro. A cominciare da quell'incredibile foto di copertina, un volto straniato e straniante, in primissimo piano, con quegli occhi inquietanti ed evidentemente sballati. Un disco punk prima del punk, un disco ferocemente garage, che urlava la stessa follia del Dylan di dieci anni prima, quello di "play fucking loud". Un Dylan spiazzante e irriconoscibile come allora, che buttava là un disco live con soli nove pezzi quando tutti facevano dei lussuosi doppi live che poi erano dei greatest hits pure ritoccati in studio per correggere errori e stonature e per auto incensarsi: ascoltate come siamo bravi, sembrava dicessero tutti.


Dylan se ne fregava. Il suono era indecifrabile, avvolto di nebbie soniche, la voce implacabile, cattiva, le canzoni scelte tra le sue più oscure, ma di una bellezza travolgente. Una bellezzaa inquietante. Cambiava i testi originali, improvvisava, guidava i musicisti dietro di lui nel caos più totale, nel buio più spaventoso, per uscirne salvo alla fine, ma era una guerra. C'era sangue nei solchi.
Il più grande disco dal vivo di Bob Dylan per chi scrive ancora oggi, ancor più della magnificenza dei live del 1966. Idiot Wind, la più grande performance mai registrata dal vivo della più grande canzone di sempre. Shakespeare sta gridando nel cortile. Paura. Le più intense e commoventi declamazioni liriche, One too many mornings. Mestizia, dolore, separazione, solitudine agghiacciante, You're a big girl now. Un urlo implacable, Lay lady lay. Garage rock del più insolente e straboccante, Maggie's farm.
Erano dei giorni gloriosi quelli per essere un ragazzino che si affacciava alla vita e quel disco suona ancora oggi più vivo che mai e più misterioso di allora.
Quella faccia finì anche su un poster, e quel poster finì sul muro della mia stanza da letto. A dettare il tempo, il ritmo della scoperta, la paura di crescere, le ansie, la consolazione, una compagnia per guardare in faccia a una vita che non era quella che doveva essere.
Ma non eri solo. Quel disco mi ha salvato la vita. Fu un riparo dalla tempesta della vita, proprio come la canzone, Shelter from the storm.

Shelter From The Storm - Bob Dylan from Rolling Thunder Bard on Vimeo.

Friday, September 11, 2015

Incoerente anche come panettiere

Adesso che tutti quelli che ti davano dei consigli vomitano la loro plastica ai miei piedi per convincermi del mio dolore e che le mie conclusioni dovrebbero essere più drastiche. Non chiedetemi più di presentare i vostri libri quando nessun editore vuole pubblicare i miei. Non chiedetemi di ascoltare i vostri dischi. Non chiedetemi di scrivere recensioni dei vostri libri e delle vostre canzoni con la scusa che vi interessa la mia opinione, se così fosse me la chiedereste in privato. Ho fatto scarpe per tutti, ho creato anche dei mostri, siete stati più furbi di me, mentre io vado ancora in giro scalzo. Non mandatemi post su facebook, a meno che me li mandiate dal vicolo della desolazione.



Io voglio tornare a casa da mia mamma, mangiare la pastasciutta che ha cucinato per me e camminare per ore intorno al tavolo basso rotondo della sala mentre sta suonando Workingman's Dead dei Grateful Dead. Voglio ascoltare Alabama Rain di Jim Croce mentre lei suona il campanello e sale a trovarmi. Per rinunciare alla mia giovinezza ho fatta tanta fatica, anche per arrivare di fronte al mare. Queen Jan, approssimativamente, vieni a trovarmi. Sono incoerente, anche come panettiere.

Sunday, August 30, 2015

Abramo sull'autostrada 61

Il 30 agosto di cinquant'anni, un ragazzino ebreo che aveva da poco compiuto 24 anni pubblicò un disco che si intitolava "Highway 61 Revisited". Cinquant'anni dopo quasi tutti sono concordi nel definirlo il più importante disco rock di sempre. "Chiunque abbia un po' di sale in zucca sa che Highway 61 Revisited è il più grande disco rock della storia" mi disse ad esempio una volta uno che di musica rock sa una o due cose, artista rock lui stesso di vaglia, John Mellencamp.
Pubblicato secondo disco di una trilogia che spezzerebbe le reni a qualunque altro collega, e di fatto nessuno si è mai avvicinato a tali vertici, tanto che John Lennon in quei mesi del 1965 si alzò in piedi e come membro dell'allora gruppo rock più importante del pianeta, si azzardò a dire: "E' Bob Dylan che ci mostra la strada". "Highway 61 Revisited" nonostante tanta gloria non è forse ancora stato ancora esplorato a fondo. Gli altri due dischi per la cronaca sono "Bringing It All Back Home" di pochi mesi precedente a questo e "Blonde on Blonde" di meno di un anno successivo. Insieme costituiscono la trilogia più esplosiva, emozionante, affascinante e rivoluzionaria di sempre, tanto che l’irrompere sulle scene musicali della seconda metà degli anni 60 di gruppi rock e di solisti successiva ad essi non sarebbe stata minimamente ipotizzabile. La canzone radiofonica di tre minuti era spazzata via (il 45 giri di Like a Rolling Stone venne pubblicato su due facciate, e nonostante questo schizzò in testa a tutte le classifiche) e come disse Joni Mitchell ascoltando un brano delle session di “Highway 61 Revisited” pubblicato su singolo, Positively 4th Street, “adesso in una canzone si può davvero parlare di tutto, anche mandare a fanculo le persone”. La musica rock era stata liberata e con essa nulla sarebbe stato più uguale a prima. Ma soprattutto quello che Bob Dylan introduceva, ad esempio con Mr. Tambourine Man, era mettere in primo piano in una canzone l’io, punto centrale del dramma umano, che le ideologie e il moralismo borghese dell’America del dopo guerra aveva nascosto sotto i detriti del consumismo volgare, delle ipocrisie piccolo borghesi, della superiorità anche razziale: WASP, “white anglo saxon protestant”, quelli che probabilmente avevano fatto fuori lo scomodo JFK. Costringendo tra l’altro lo stesso Dylan ad abbandonare l’impegno politico dopo la notizia della sua morte.



Quel linguaggio musicale e lirico inedito ancora oggi viene guardato da chiunque prenda in mano una chitarra (non ci sarebbe mai stato un Bruce Springsteen, per dirne uno, senza questi tre dischi). Quei tre dischi sono stati il più completo, ambizioso e avventuroso ritratto in musica dell'America, dei suoi fantasmi, delle sue promesse mancate, delle sue radici, mai inciso da un artista rock.
Se si vuole sapere cosa fu l'America degli anni 60 non servono trattati sociologici, interpretazioni politiche, discussioni filosofiche. Basta ascoltare questi dischi in sequenza. Se il vostro cervello non esploderà davanti a questa potenza sonica e lirica, allora avrete di che meditare per il resto della vostra vita. Non è un caso ad esempio che le Black Panther, il movimento afroamericano para terroristico, nacque quando i due fondatori passarono un pomeriggio ad ascoltare senza sosta il brano Ballad of a Thin Man, contenuto in "Highway 61".


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Sunday, August 16, 2015

Quella scala per il Paradiso

L'arte non è espressione di noi stessi, l'arte non è l'espressione dell'artista. Certo, ci può essere chi si sforza come in un qualunque lavoro di creare qualcosa e di metterci tutto se stesso. L'arte, per quel che può significare questa parola così piena di vanità, è espressione di qualcosa d'altro oltre noi che ci attraversa a volte anche con violenza, dolore e sacrificio, chiedendo di essere espresso. E' un urlo, un pianto, occhi rosse di lacrime, una preghiera. E la preghiera non è mai una nostra affermazione, ma una richiesta.



Tre uomini anziani, alla soglia dei loro 70 anni, siedono in una tribuna con i massimi onori. E' il 2012, è la serata del Kennedy Center Honors. Al loro fianco il presidente degli Stati Uniti, al loro collo la massima onorificenza che quel paese può dare a chi si è reso meritevole grazie al suo lavoro (o arte se vogliamo).
I tre anziani signori aspettano di vedere l'ultima esibizione musicale in loro onore della serata, dopo altre esibizioni che li hanno già glorificati. Ma ecco che succederà l'impensabile, anche per loro, anche per tutti quelli che si erano esibiti convinti di aver già fatto del loro meglio, per tutti coloro che sono in quella sala.
Accadrà che qualcosa di più grande degli artisti che la eseguono, più grande degli autori (i tre anziani signori, ne manca uno, morto decenni fa, crollato sotto il peso di quel misterioso atto creativo che non tutti sono in grado di sopportare a lungo) in qualche modo si renderà tangibile e talmente affascinante da ridurre in lacrime almeno uno di loro.

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Saturday, July 25, 2015

Tree of life

Guarda il riso che ti casca sui pantaloni. Tieni in mano quella forchetta nello stesso modo in cui non riesci più a tirare i fili della tua mente. Ogni cosa si confonde, quel piatto di riso come il tempo e lo spazio. Ogni cosa si sovrappone in una nebbia cattiva da cui emergi a tratti, guardandoti allo specchio, ma in realtà in quello specchio non ci sei più tu. Chi? Un bambino tanti anni fa. Sali le scale alle sei del mattino cercando un pacchetto di sigarette, mi stringi le mani sul collo ma dici che lo facevi per proteggermi perché dalla tua stanza sentivi che mi lamentavo.



Io ti guardo e so chi sei, ma se allungo la mano per afferrati, farti ridere, consolarti tu sfuggi in fondo a quel buco nero. O invece nel buco nero ci sono io, ma che importanza ha. E il riso che ti casca sui pantaloni, la cenere sul maglione e la cicca sui pantaloni, un buco in più che differenza fa. Abbiamo la stessa ansia e le stesse paure. Figli di uno stesso dolore. Sai chi sono? Sono un’ombra che appartiene a un tempo immemorabile e da cui non ti stacchi, sono il volto di tuo padre e di tua madre e di tua sorella, mentre i fili si intrecciano sempre di più e imploriamo che qualcuno li sbrigli. E poi dici, come se non volesse voler dire nulla, che quando Dio vuole servirsi di qualcuno comincia spesso con il ridurlo ad uno zero. Mi sento come quell’albero, secco e senza foglie, i rami che puntano disperatamente il cielo. In attesa di un fulmine che mi squarti e chiuda il conto. Per sempre. Da un albero con le radici secche non può nascere più nulla.

Friday, July 17, 2015

Full moon. And empty arms

"L'unica cosa che io e Bob Dylan abbiamo in comune è il numero delle lettere nel nostro nome di battesimo": scherza così Ben Harper, sul palco del Moon and Stars Festival di Locarno, chiamato ad aprire per il leggendario cantautore.

Umile, simpatico, dispensatore di buone vibrazioni di chiara matrice hippie che lo percorrono in lungo e in largo, il musicista di Claremont, California, ha dimostrato se ce n'era bisogno tutta la stoffa artistica che lo caratterizza, in una accoppiata, la sua e Dylan, che è stata quella americanissima, tra padri e figli, di un'unica identità musicale seppur dispiegata con accenti diversi. Accompagnato dalla sua band storica, gli Innocent Criminals, tornata dopo tanti progetti solisti e paralleli tra cui il bellissimo disco di qualche tempo fa inciso insieme alla madre, Ben Harper ha emozionato la folta platea della Piazza Grande di Locarno, un catino dalla temperatura simile a quella della giungla della Cambogia, con la sua musica piena di riferimenti alla golden age del rock, gli anni 70. Riff presi in prestito da Led Zeppelin e Stones, deliziose ballate acustiche, spruzzate caraibiche ed echi grunge, talento chitarristico purissimo (con l'aiuto del sempre ottimo ex Wallflowers, Michael Ward) specie quando siede con la sua Weissenborn degli anni 20 sulle ginocchia, un talento come se ne ascolta sempre più raramente. Il suo concerto è una festa, tra sorrisi e una band coi fiocchi in cui spiccava il percussionista, autore di vivaci jam con il batterista e il bassista, da aprire squarci della memoria che arrivano fino ai giorni felici di Woodstock.

Concerto aperto da Diamonds on the Inside, che curiosamente ricorda tanto uno dei classici del Maestro che salirà dopo di lui sul palco, e cioè I Shall Be Released, con tante chicche di una carriera ormai ultra ventennale: Burn to Shine, Roses from my Friends, Steal my Kisses, Amen Omen e tante altre. Ben Harper arriva adesso in Italia, il consiglio è ovviamente di andare a vederlo.



Quando la notte è ormai scesa su Locarno, senza che la bolla di caldo sia diminuita, senza annuncio alcuno improvvisamente sul palco appare lui. Con il suo tipico apparente distacco, prende posto davanti a un microfono curiosamente circondato da altri due vintage, di quelli che usavano Frank Sinatra ed Elvis per capirsi. E' il massimo degli effetti speciali che Dylan offre, oltre a due piccoli busti marmorei piazzati sui monitor di cui non si capisce esattamente il senso: una Venere greca e una sorta di Beethoven, si direbbero.

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Friday, July 10, 2015

Fare Thee Well

Una sera del 1978 il giornalista e scrittore Paul Williams, quello che inventò il giornalismo rock, si trovava a un concerto di Neil Young a San Francisco. Era uno di quelli diventati celebri per essere stati documentati nel film "Rust Never Sleeps", uno del momenti topici della carriera del cantautore canadese. Williams incontrò l'organizzatore, il celebre Bill Graham padre putativo della scena musicale della città californiana che gli disse: "Che ci fai qui mentre dall'altra parte della città suonano i Grateful Dead?". Una frase che dice tutto: pur essendo Neil Young impegnato in una esibizione storica, non c'era possibilità di battere i Dead.


"There's nothing like a Grateful Dead" era uno degli slogan che ha accompagnato per decenni la straordinaria avventura della band dello scomparso Jerry Garcia. Questa avventura, benché fosse finita vent'anni fa con la morte prematura del leader, è finita questa volta per davvero con una serie di concerti spettacolari che hanno festeggiato il 50esimo anniversario del gruppo, nato nel 1965. Per l'occasione si è tentata la sfida impossibile di trasmettere nei cinema italiani l'ultimo di questi, quello del 7 luglio allo stadio Soldier Field di Chicago, in leggera differita. Sfida miseramente fallita come era prevedibile: si parla di sale con al massimo quattro spettatori privati anche dell'aria condizionata perché probabilmente costava troppo per il cinema visto l'inesistente incasso. Si sapeva: i Grateful Dead non sono mai stati amati nel nostro paese, non ci hanno neanche mai suonato.

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Saturday, July 04, 2015

For free

C'era una vecchia canzone di Joni Mitchell che più o meno diceva: "Nessuno si fermava a sentirlo suonare, nessuno lo aveva mai visto alla televisione, ma quell'uomo da solo suonava davvero bene, e lo faceva gratis". La canzone, For Free, era una riflessione sul suo ruolo di star super pagata che viaggia in limousine e ha folle adoranti e un musicista di strada che suona per qualche spicciolo. Ma non c'è differenza nel risultato finale: tutti e due fanno bella musica, anzi, sembra suggerire la Mitchell, lui forse ne fa anche di migliore.



La musica arriva dal cuore, e se uno lo ha al posto giusto, non è un problema di soldi. La fai comunque, perché non puoi tenertela dentro, devi farla uscire se no stai male. La devi regalare, magari farai sentire bene qualcuno che passa di lì in fretta.
Donald Gould potrebbe essere il protagonista della canzone di Joni MItchell. Cinquant'anni, senza lavoro e senza casa, è un ex marine, un veterano dell'esercito americano. Magro, pelle e ossa, i capelli lunghi e sporchi, una barba anche quella lunga e incolta. Uno dei tanti barboni che popolano le strade delle opulente città del ricco occidente. A Saratoga, dove sopravvive più che vivere, in Florida, hanno messo un pianoforte su un marciapiede, a disposizione di chi voglia fermarsi e suonarlo. Una cosa bella. Un invito alla bellezza nel caos delle nostre metropoli. Come dire, dai fermati qualche minuto e pensa qualcosa di bello, esprimilo, mettilo in comune.

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Monday, June 08, 2015

Sorella Morfina

“On the saxophone and tequila, Bobby Keys”. Così Mick Jagger introduce al pubblico il sassofonista morto nel dicembre del 2014 per complicazioni dovute a cirrosi epatica. Quella malattia che si prende quando si beve troppo, anche troppa tequila. Sono parole pronunciate prima dell’esecuzione live di Hony Tonk Women uno di quei brani caratterizzati proprio dal sax del musicista texano oltre a naturalmente a Brown Sugar che resterà sempre la sua signature song grazie al suo intervento poderoso di sassofono. Bobby Keys non c’è più come tanti altri eroi di quei giorni lontani, i giorni in cui, il primo maggio 1971, usciva l’album degli Stones “Sticky Fingers” forse il loro disco più perfetto e mitizzato in una lista di dischi straordinari. Si paga un prezzo per avvicinarsi così tanto al sole, come Icaro ha insegnato, e quei musicisti che in quei giorni quando il rock’n’roll era all’apice della “golden age” hanno pagato prezzi molto alti. Credete che a loro sia importato? Assolutamente no, perché quando sei dentro a quel vento impetuoso, quando sei “jumpin’ jack flash”, quando sei a colloquio con Dio tutti i giorni, il resto non ha importanza.



“Sticky Fingers” esce in questi giorni in una super versione de luxe con il disco originale rimasterizzato e altri due cd contenenti versioni alternative – ad esempio una spettacolare Brown Sugar in versione bluesy con Eric Clapton alla chitarra e Al Kooper al pianoforte – e un disco e mezzo dal vivo registrato a Leeds in Inghilterra nel marzo 1971 e al Marquee Club di Londra nello stesso periodo. Insieme ad altri dischi di quegli anni, diventa così la versione definitiva di un periodo storico mai più ripetuto da nessuno, neanche dagli stessi Stones. Un periodo in cui scrivere e cantare canzoni corrispondeva alla vita e musicisti e pubblico erano una comunità unica, dove non c’era divismo ma si condivideva il sogno che quel mondo immaginato dalla musica fosse un mondo alternativo possibile al cinismo, alla noia, alla menzogna dei genitori.

La storia ha insegnato che quel mondo non è stato possibile realizzarlo, anche se per poco tempo è sembrato possibile. Il fatto che certi sogni non diventino realtà non vuol dire che non valga la pena continuare a sognarli, anche perché costituiscono la natura stessa del nostro io, del nostro cuore. Chiudere la porta vuol dire lasciar morire quanto di più vero abbiamo dentro.

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Monday, June 01, 2015

High Fidelity, la mia vita in una top five

"Che cosa è nata prima: la musica o la sofferenza? Ai bambini si tolgono le armi giocattolo, non gli si fanno vedere certi film per paura che possano sviluppare la cultura della violenza, però nessuno evita che ascoltino centinaia, anzi, dovrei dire migliaia di canzoni che parlano di abbandoni, di gelosie, di tradimenti, di penose tragedie del cuore. Io ascoltavo pop music perché ero un infelice. O ero infelice perché ascoltavo la pop music?". Vent'anni fa un libro di un autore inglese che stava cominciando a farsi conoscere grazie al buon successo della sua opera prima "Fever Pitch: A Fan's Life-Febbre a novanta" pubblicava il suo primo vero romanzo, quello che lo avrebbe lanciato come uno degli scrittori maggiormente di successo al mondo degli ultimi anni. Oltre al successo letterario, anche quello cinematografico: di quasi ogni suo libro è stato fatto un film, anche quello di successo.

Il libro uscito vent'anni fa esatti si intitolava "High Fidelity-Alta fedeltà" e avrebbe fatto dell'inglese Nick Hornby lo scrittore più acuto e intelligente nel descrivere la sua generazione, insieme al canadese Douglas Coupland (anche di lui quest'anno si festeggiano vent'anni di un suo libro straordinario, "Microservi") e all'americano David Foster Wallace. Capacità stilistiche? Bravura nella forma? Anche, ma non per quello: la capacità formidabile di questo terzetto geniale è sempre stata quella di descrivere con un realismo inarrivabile le loro e altrui vite. Usando sempre anche l'arma della compassione e dell'ironia. Non è poco.



Se "Febbre a novanta" descriveva il mondo degli appassionati di calcio, "Alta fedeltà" esplorava quello degli appassionati di musica con tutti i loro tic, il loro snobismo e soprattutto la loro incapacità di adattarsi a una vita normale.

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Friday, May 22, 2015

Thanks Dave

I tentativi di imitazione sono stati (e saranno) infiniti. Anche a casa nostra dove un comico poi sparito per motivi vari dalla tv aveva copiato in ogni particolare - anche la tazza del caffè - lo studio televisivo di David Letterman, Dave per amici e fan, pensando che in Italia nessuno avesse mai visto l'originale. Quello che non gli riuscì di copiare, lui e nessun altro che ci abbia provato, era lo stile unico e irripetibile di Letterman. Umorismo, talvolta anche cinico, ma mai volgare, di classe altissima, umanità, capacità di commuoversi e commuovere, rispetto per gli ospiti, ironia e auto ironia. E anche una cosa che in Italia per forza di cose non si potrà mai fare, a parte il tentativo di Renzo Arbore con la trasmissione Doc: portare in televisione la musica che si ama, non quella che si deve portare perché imposta per interessi economici, di connivenze varie o di share.



In trentatré anni e 6mila e 28 puntate Letterman ha portato tutti, dai più grandi ai più sconosciuti. Tutti rigorosamente live, senza trucchi e pagliacciate. Ci ha fatto piangere quando ha dedicato una puntata a un musicista morente per un tumore inguaribile portandolo in studio per l'ultima volta (quando Letterman chiese a Warren Zevon se la malattia gli avesse "insegnato" qualcosa che noi non sapessimo, questi rispose: "Non molto eccetto sapere adesso quanto vale gustare ogni sandwich che mangio"); ci ha fatto sussultare presentando le ultimissime novità, the next big thing, prima che diventassero di successo. Ha tirato letteralmente fuori di casa star restie a esibirsi in tv come Bob Dylan per alcune apparizioni memorabili.

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Sunday, May 17, 2015

La vendetta di Sugar Man

Va in scena un atto unico, la morte dell’artista davanti al pubblico adorante. C’è un elemento di morte in ogni performance artistica, perché l’arte evoca vita e morte in ugual misura, a volte più una che l’altra. Nel caso di Sixto Rodriguez la morte trascende la performance stessa e si incarna nella figura dell’artista stesso. E’ lui la morte che si presenta nuda e sfrontata davanti al pubblico, quasi a deriderlo e a cercare una sorta di vendetta: guardate come mi avete ridotto. Ingmar Bergman e William Shakespeare stasera sono ospiti d’onore in prima fila e sorridono compiaciuti.
Non è un concerto in realtà, è un commosso tributo a un uomo che ha vissuto due, tre vite, perdendo quasi sempre secondo l’ottica umana, non in quella sovrumana. La gente che riempie il lussuoso teatro Arcimboldi e che ha sborsato soldi non da poco per esserci lo sa e non è qui davvero per la musica: è qui per vedere se Sugar Man esiste davvero e per pagare il suo debito. Nel vero senso della parola: uno dei massimi geni della popular music del secolo scorso derubato di ogni centesimo, derubato della sua arte, derubato di tutto ma non del cuore e dell’anima merita che gli si ridia indietro almeno qualcosa. Nonostante il concerto sia di qualità musicale molto scarsa (colpa, più che di Rodriguez, di una band di scalzacani improvvisata probabilmente il giorno prima e che non conosce l’abc della musica) al pubblico non importa. Sono standing ovation continue, la gente applaude fragorosa e gli invia tutto il suo amore. Per l’uomo. E che uomo.



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Sunday, April 19, 2015

Coming soon

Backstage Pass – Sulla strada con il Good Doctor

"Due, trecento zombie del rock’n’roll, vampiri malati di buio di quelli che preferiscono lottare con le zanzare che fare presenza ai concerti trendy. Qua a noi non ci vede nessuno.
Ma noi non vogliamo che ci veda qualcuno. Dal tramonto all’alba è il tempo giusto, lontani dalle luci della città, lontani dal dolore, lontani dai rimpianti. Noi siamo quelli uncool, orgogliosi di esserlo, quelli che raramente escono e quando lo fanno, lo fanno per dimenticare".


Paolo Vites, giornalista musicale da circa 25 anni, ne ha visti di concerti. Dai primi, a fine anni 70, quando la musica dal vivo tornò a essere celebrata dopo una stagione di molotov e autoriduzioni, a oggi. Dagli stadi ai piccoli club, dalle capitali europee ai paesini della provincia, da Bruce Springsteen agli esordienti, spesso con incontri backstage e avventure degne di un Hunter Thompson. Ecco perché il libro si intitola “Sulla strada con il Good Doctor”, in tributo al grande maestro del giornalismo gonzo. Ma anche perché questo libro è il seguito ideale di quello pubblicato con grande riscontro di critica e lettori quattro anni fa, “Un sentiero per le stelle – Sulla strada con Bob Dylan” (Pacini Editore), interamente dedicato quello ai concerti del cantautore americano.
Perché Paolo Vites pur amando la musica come una religione – le canzoni sono le mie preghiere dice spesso – mantiene un tono ironico, mai accademico, spesso autocritico per raccontare la musica che ama.


Dopo Bob Dylan, dunque, sua prima e massima passione, adesso lo scenario si allarga: dalla fine degli anni 70 fino a oggi, Qualche nome? Francesco De Gregori, Francesco Guccini, Crosby, Stills, Nash, Neil Young, Springsteen, Nick Cave, Kris Krisofferson, The National, Aerosmith, Wilco, Lauryn Hill, Damien Rice, Jeff Buckley.

Ogni concerto una avventura indimenticabile, al limite della sopravvivenza. Scritto nel sangue.

Monday, April 06, 2015

Just another American band

Won't you tell your dad, get off my back
Tell him what we said 'bout 'Paint It Black'
Rock 'n Roll is here to stay
Come inside where it's okay
And I'll shake you



Non tutte le storie rock sono storie di successo, anzi. Ma il mancato successo non è sinonimo di scarsità artistica, esattamente come i primi posti in classifica non significano automaticamente essere un bravo autore di canzoni o un buon interprete. Tutt'altro. Le storie rock sono fatte di momenti, imprevedibili svolte, fortune o sfortune. Non solo: chiunque pensi che una buona recensione serva a lanciare al successo un artista, dovrà ricredersi dopo aver letto questa storia.

I Big Star infatti non hanno ricevuto soltanto un paio di buone recensioni: sono riusciti ad esibirsi davanti a un centinaio dei migliori scrittori rock d'America tutti in una volta e ad esaltarli tutti, uno per uno. Ma il successo è rimasto una chimera, e la loro breve storia è finita con un incidente mortale d'automobile e una lenta ma implacabile decadenza mentale. Gli elementi per fare di quella dei Big Star una storia unica e allo stesso tipicamente rock ci sono tutti, inclusa la morte di uno dei due leader, Chris Bell, alla fatidica età di 27 anni, quella del "club dei 27" (Jim Morrison, Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Kurt Cobain…).



Ma soprattutto, nel breve spazio di tempo che i Big Star sono esistiti (tre dischi più una improbabile reunion) ci hanno lasciato uno sfracello di bellissime canzoni e un genere musicale che ha influenzato dozzine di gruppi rock, alcuni dei quali tra i più amati e seguiti di sempre.


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Friday, March 27, 2015

Una volta tanto tempo fa

Il pomeriggio del 27 giugno 1980 mi svegliai nella mia camera. Avevo sognato onde che mi sommergevano per tutto il tempo che avevo dormito. In realtà poche ore prima, in mattinata, un paio di bagnini mi avevano letteralmente tirato fuori da quelle onde e portato in salvo. Stavo annegando. Il 27 giugno 1980 compivo 18 anni e quello stesso giorno il DC-9 dell'Itavia precipitò in mare. Una strage, anche quella in mare, ma lo venni a sapere probabilmente il giorno dopo.
Quel pomeriggio mi svegliai del tutto rincoglionito, ancora non riuscivo a realizzare se ero vivo o morto. Avevo ancora il sapore del mare in bocca, ma nonostante tutto non provavo alcuna paura per il mare, ci sarei tornato comunque a fare il bagno.
La prima cosa che vidi appena sveglio fu la copertina di un disco, bella e colorata. Poi il volto sorridente, timido e dolce di un'amica che si chiamava Jenny. Stava in silenzio, quel disco tra le mani, il mio regalo di compleanno. Ci misi un po' a realizzare tutto quanto. Ma mi sentii voluto bene: il sorriso di una ragazza, un disco.

Presi in mano il disco, i vinili avevano un fascino unico. I colori della copertina, l'odore, come un libro di favole che aspetta di essere letto. Anzi ascoltato. Quella copertina poi era particolarmente bella, con quel disegno medioevale di principi e principesse sembrava proprio quella di un libro di favole. Era poi stampata in un modo raro, quasi a rilievo, ruvida al tatto, bellissima da toccare, sembrava una stoffa pregiata.



Si intitolava Cruel Sister, il secondo disco dei Pentangle. L'ho ascoltato allo sfinimento, soprattutto il brano Lord Franklin che mi fece sussultare quando scoprii che la melodia era la stessa di Bob Dyan's Dream di Bob Dylan. Cominciai a scoprire quante musiche Bob Dylan aveva rubato, una vecchissima canzone popolare inglese, per farle sue. Nei Pentangle, magnifica formazione di folk revival inglese (quel disco risaliva al 1970) suonava John Renbourn. La sua voce e il suo tocco di chitarra acustica li avrei amati tantissimi. L'ho visto dal vivo una volta nel 1984, una serata indimenticabile insieme a Bruce Cockburn. Fu la prima volta che mi intrufolai nei camerini di un concertio per riuscire ad avvicinare artisti che amavo, con un falso tesserino da giornalista datomi da un amico, ignaro che un giorno quel tesserino sarebbe stato davvero a mio nome e che di intrufolamenti nel retro palco nei avrei fatti tanti.

John Renbourn è morto due giorni a 70 anni di età. La sera prima doveva presentarsi in un locale di Glasgow a suonare, come sempre. Ma non era arrivato. La mattina dopo preoccupati hanno mandato la polizia a casa sua per vedere cosa poteva essere successo. Lo hanno trovato morto, se n'era andato da solo e in silenzio. Come John Martyn, come Nick Drake, come tanti altri eroi di quella stagione magica tutta inglese, morti da soli ancora giovani.

L'ho amato molto, mi manca già tanto. Voglio riprendere in mano quella copertina e toccarla e annusarla e sentirmi di nuovo a 18 anni. Grazie Jenny. Grazie John.

Wednesday, March 11, 2015

La dittatura del suono unico

E' il nuovo singolo dei Coldplay? La voce sembra proprio quella di Chris Martin… No, è il nuovo singolo degli U2… Ma lo regalano con iTunes? No, lo danno insieme al nuovo Apple Watch. Ohibò, ma in definitiva chi sono costoro? Sembra impossibile siano quello spavaldo e gagliardo gruppo di neo folk comnbattivo e ruspante, che rispondeva al nome di Mumford And Sons, ma invece sono proprio loro. E questo è Believe, il primo singolo estratto dal nuovo disco in procinto di essere pubblicato, da ieri disponibile in ascolto su varie piattaforme della Rete.

Avevano annunciato una "svolta elettrica" (che insomma, dopo quella epocale di Bob Dylan al festival di Newport nel 65 e che cambiò la storia della musica popolare, fa un po' ridere come annuncio), ma nessuno onestamente si aspettava questo abbassamento a standard così di massa e privo di alcuna originalità. E' la massificazione del suono unico: i M&S, da originali provocatori combat folk diventano un gruppo dei tanti. Tastiere in evidenza, chitarrone elettrica dal suono vagamente "spaziale" (un riff stratificato di effetti che si ripete all'infinito, marco di fabbrica di The Edge degli U2), base ritmica in evidenza (già, loro la batteria non la usavano nemmeno, mentre banjo e chitarre acustiche spariscono del tutto) che "pompa" su ritmi dance innocui e ripetitivi. La forza evocatrice del loro approccio vocale corale annullata, che era anche il loro punto di forza. Gli U2 degli ultimi anni, i Coldplay (che copiano dagli U2, in un rincorrersi di scopiazzamento generale perché si potrebbe a ragione dire che sono gli U2 che copiano dai Colplay e alla fine non si sa più chi copia chi), i Killers, gli Editors, i Muse… Anche i Kings of Leon, formidabile gruppo di moderno southern rock di derivazione punk, da anni sembrani gli U2 che fanno i Coldplay che fanno i Muse che fanno... Suono che poi, ma quello è un problema nostro, di un Paese, l'Italia, dove da decenni non si inventa più nulla di originale, viene preso in blocco e importato a forza nei dischi dei nostri artisti.



E' la globalizzazione del suono, baby, e i M&S ci sono cascati dentro del tutto. Quello che va in classifica non si tocca, eppure loro in classifica ci andavano lo stesso, segno che la gente aveva e ha bisogno di tutto tranne che di standard banali. C'è una tale povertà di idee, di produzioni, di suoni oggigiorno che tutto fa brodo in un calderone di una pochezza come la storia del rock ha raramente visto in passato. Oddio, magari poi il resto del disco sarà completamente diverso, ma si sa che il singolo di un album in uscita viene sempre scelto come il più rappresentativo del suono del disco intero.

Dispiace, e molto. Chi scrive non era un fan esagitato dei Mumford, ma ne apprezzava comunque l'approccio: insieme agli Avett Brothers, inglesi i primi, americani i secondi, avevano ridato spolvero al vecchio caro folk acustico che sempre è alla base di tutto. Avevano addirittura avuto l'onore, entrambi i gruppi, di accompagnare Bob Dylan sul palco qualche anno fa ed era sembrato il passaggio della grande torcia folk alle nuove generazioni. I Mumford quella torcia l'hanno rimandata al mittente. Peccato.

Tuesday, March 03, 2015

The last of the rock stars

"Se fossi diventato famoso come Springsteen sarei sicuramente morto, ma se Springsteen non fosse diventato famoso sarebbe morto lui"


Quarant'anni fa circa un ragazzo del New Jersey esordiva nel bel mondo del rock'n'roll. Erano anni quelli, i primi settanta, dove la mancanza di un disco significativo da parte di Bob Dylan, la cui ombra continuava a proiettarsi su tutta la musica rock nonostante fossero emerse dozzine di nuove talentuose star, si faceva sentire in modo lancinante. Di fatto Bob Dylan era dai tempi di "Blonde on Blonde", 1966, che non faceva un disco degno del suo nome, a parte "John Wesley Harding", e anche quello era uscito nei primi giorni del gennaio 1968. Troppo.

Quando questo ragazzo del New Jersey, dai lunghi capelli biondi e il viso angelico pubblicò il suo esordio (era il 1973) intitolato "Aquashow" ci furono lodi sperticate da parte della stampa che contava: eccolo, abbiamo trovato il nuovo Dylan che tanto ci mancava. L'allora famoso critico di Rolling Stone, Paul Nelson, recensendo questo disco, lo etichettava come "the Best Dylan since 1968". Quell'etichetta fu una maledizione, più che una benedizione.



In realtà Elliott Murphy, questo il nome di quel ragazzo, aveva una cifra artistica tutta sua, che ancora oggi si fa fatica a identificare. La presenza in quel disco di un brano intitolato Like a Great Gatsby (che nell'edizione americana, per evitare problemi di copyright fu intitolata Like a Crystal Microphone) avrebbe dovuto fornire qualche indizio. Elliott Murphy infatti era - ed è - uno dei più letterati autori rock di sempre, che riusciva nell'ambiziosa operazione di far suonare F. S. Fitzgerald come una rock star.

Quarant'anni dopo, quel ragazzo oggi 65enne, ha deciso di riprendere in mano quel disco per "decostruirlo". Lo ha infatti reinciso dandogli sfumature e profondità inedite, in una operazione che non è per nulla nostalgica, ma ricca di emozione e significati come lo era quarant'anni fa. Il risultato, "Aquashow Deconstructed" pubblicato dalla coraggiosa etichetta italiana Route 66 e che sarà in vendita il prossimo 9 marzo, è straordinariamente affascinante. Abbiamo parlato con Elliott Murphy per indagare quel mistero ancora aperto di quarant'anni fa e il suo significato attuale.



Il tuo disco "Aquashow" venne pubblicato in un anno particolare, il 1973, che per molti segna anche la fine dell'epoca d'oro della musica rock. Critici musicali come Lester Bangs dicevano infatti già allora che questa musica era stata uccisa dall'industria, che aveva perso la sua innocenza.


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Saturday, February 28, 2015

Shadows in the night

Adesso la mattina scelgo: o mi faccio la barba o mi faccio la doccia. Tutte e due è troppo faticoso, troppo pesante. Spesso poi non faccio nessuna delle due cose. Il caffè, le pillole e poi esco. Ogni cosa è diventata una routine insopportabile. Timbrare il biglietto, salire sul vagone della metro, prendere un cappuccino al bar. Gesti fatti milioni di miliardi di volte sempre identici. I capuccini in qualunque bar fanno sempre più schifo. La tazza sa di sapone da lavapiatti, le miscele sono sempre più orride. La sigaretta, le persone da scansare sul marciapiede.
Eppure ogni mattina quando esco di casa ti vengo a cercare. A volte non mi riesce, rimango stordito e inebetito nel ripetersi di gesti sempre uguali. A volte mi sembra di vederti, dietro l’angolo, nella luce fioca di un lampione.


Ricordo benissimo il primo giorno che ti ho incontrato e visto in faccia. Un pomeriggio mite di ottobre, io ragazzino in mezzo a cento ragazzini, sui gradini del piazzale davanti a una chiesa. Poi nel bosco, a inseguirsi e inseguirti. La felicità. Mi sentivo nella casa dove non ero mai stato.

Ti ho perso da qualche parte. Ogni giorno mi chiedo se sono io che ti ho lasciato andare o sei tu che mi hai lasciato. La legge è diventata il mio io fino a farmi perdere i tratti del mio volto.

Nessun essere umano per sua natura è in grado di sostenere la verità. I rapporti a qualunque livello si basano su menzogne, compromessi, cose non dette nella loro interezza

Faccio cose strane, anche brutte, perfino disgustose per sfuggire alla legge e alle regole della sopravvivenza. Questo orrore impossibile da affrontare poi lo ricaccio subito nell’ombra. Diventato anonimo questo senso di colpa si riflette su tutto il mio comportamento. La folla che mi circonda fa lo stesso. Ci riconosciamo colpevoli di tutto cioè di niente. Tutti torturati da un senso morboso di indegnità, un senso di colpa generalizzato. E rinunciamo alla vita.

Vorrei reincontrarti di nuovo. Sentirti dire quello che dicevi: “Tutte queste miserie provano la sua grandezza. Sono miserie da gran signore”.

Friday, January 30, 2015

Happy Birthday Mister Frank

"Happy birthday, Mister Frank". Non erano in molti quelli che potevano permettersi di rivolgersi a lui chiamandolo semplicemente Frank. Facendo così, al termine della sua esibizione durante la serata dedicata agli 80 anni di Frank Sinatra, Bob Dylan dimostrava ancora una volta la sua sfrontatezza e la sua audacia, caratteristiche che lo avevano sempre caratterizzato nel corso della sua carriera, esattamente come avevano accompagnato quella di Sinatra. E poi Dylan quella sera, così dicono le leggende, era stato invitato a esibirsi personalmente da lui, da Ol' Blue Eyes.

Dylan in cambio dell'onore aveva dato vita a una delle sue più intense e commoventi esibizioni di sempre, scegliendo un suo brano oscuro e dimenticato da tutti, pieno di mestizia, risentimento e malinconia, la canzone Restless Farewell incisa originariamente nel 1964, quando la distanza tra i due non poteva essere più macroscopica. Il folksinger della nuova sinistra e della nuova America kennedyana uno, il simbolo di un'America superata dai tempi e dalle circostanze storiche l'altro, quella della buona borghesia, dei guardiani del mondo libero, del boom economico dove ognuno può farcela.



Restless Farewell, ma pochi se ne accorsero quella sera con l'unica eccezione probabilmente dello stesso Sinatra, era la versione dylaniana di My Way, scritta anni prima che Sinatra incidesse la sua dichiarazione di vita, il suo manifesto. Dylan cantava la stessa dichiarazione di indipendenza e così facendo chiariva perché i due più grandi artisti americani del novecento, insieme a Elvis naturalmente, erano sulla stessa strada: "Un falso orologio prova a sputare fuori il mio tempo, per disgrazia, distrarmi e preoccuparmi, la sporcizia del pettegolezzo mi soffia in faccia, ma se la freccia è dritta e il bersaglio è scivoloso, può penetrare nella povere non importa quanto essa sia spessa, quindi rimarrò fedele a me stesso, rimango quello che sono e dico addio e non me ne frega niente". Esattamente come Sinatra diceva in My Way: "Ho programmato ogni percorso, ho fatto attenzione a ogni passo e molto, molto più di questo, l'ho fatto a modo mio".

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Tuesday, January 27, 2015

Perché non lo facciamo per la strada?

Raramente mi sono divertito tanto a leggere un libro di musica. No, non è l'ennesima enciclopedia o storia del rock. E' un libro che dovrebbe essere adottato nelle scuole, distribuito nelle biblioteche di tutta Italia per far capire ai giovani e giovanissimi cosa voleva dire crescere con il sogno della musica. A quei giovani persi in un oceano digitale e liquido, dove la musica è diventata impalpabile, frammentata, buttata come un sacchetto di spazzatura ai bordi della strada, dove ognuno raccoglie qualcosa e se lo porta via senza sapere di cosa si tratta.
Blue Bottazzi, che non ha bisogno di presentazioni, racconta la sua storia e insieme a quella la storia di una generazione e di un paese intero. Quando comprare dischi aveva una valenza culturale, politica, sociale, e soprattutto umana: quel desiderio di ignoto e di bellezza che accomuna tutti gli uomini si identificava in quegli oggetti rotondi e misteriosi.
Ci sono capitoli entusiasmanti, ad esempio quello sulle cassettine dove viene descritto l'uso che se ne faceva e anche le marche che ai tempi si usavamo, dalle mitiche Tdk ai nastri al cromo, quelli per veri amanti dell'alta fedeltà. Blue spiega con dovizia di particolari come si registravano: una C60 era perfetta per l'album intero, sulla C90 si mettevano due dischi, si scriveva con cura e con colori diversi i titoli e il genere musicale. E poi le compilation a tema naturalmente. Erano archivi in attesa di avere i soldi abbastanza per comprare il disco vero e proprio: prima si ascoltava il nastro registrato e se il disco ci piaceva abbastanza allora si comprava il vinile.


Il vinile, già: un capitolo tratta delle copertine, come ogni casa discografica (l'Island, la Chrysalis etc) trattava graficamente le copertine e anche il logo stesso, spiegando qual era stata l'ispirazione dietro al marchio. Inutile dire che anche dei vecchi navigati come il sottoscritto scoprono tante cose ignorate.
Bellissimo il capitolo sui concerti, quelli dei primi anni 70, dove si rivive quell'atmosfera romantica e avventurosa. Ma Blue sa anche dire e spiegare le emozioni che si provano in quei momenti.
Gli anni 70 vengono sviscerati nei generi musicali, nelle classifiche, e poi gli album doppi: fu davvero la golden age della musica rock, molto più degli anni 60.
Ogni capitolo termina con una top ten consigliata a seconda dell'argomento.

Questo libro è una goduria, un gran divertimento, come quando si racconta dell'avvento del cd: c'erano sprovveduti che giravano il dischetto per mettere il lato B…
Regalatelo ai vostri figli che sappiano quello che si sono persi, regalatelo a voi stessi per rivivere quei giorni meravigliosi quando tutto sembrava possibile.

Perché non lo facciamo per la strada?
di Blue Bottazzi, 252 pagine, 15 euro

Saturday, January 10, 2015

Paris, Hollywood

Non è Bruce Willis, non è Hollywood. E’ la periferia sud di Parigi e qui si muore davvero. Qualcuno, sui social network, il giorno dopo la strage al supermercato ebraico, fa dell’ironia: sembrano le sturmtruppen, le caricature a fumetti dei soldati nazisti, un famoso cartone degli anni '70. Guardateli come si accartocciano per salire su un dislivello erboso come se ai piedi avessero dei mocassini.
L’ironia riguarda un filmato dove i reparti speciali della sicurezza francese arrivano nei pressi del locale dove si trova il terrorista con gli ostaggi e si gettano sotto a un muretto. Sì, sono immagini che in realtà fanno davvero sorridere: dove sono i superuomini bardati da robocop che ci aspettiamo di vedere in queste occasioni? Sembrano piuttosto dei bambini che si nascondono impauriti. Hanno paura, e fanno bene ad averla. Non è Hollywood, questa è Parigi dove si sta consumando una battaglia della Terza guerra mondiale in corso.


Anche un noto politico italiano si è permesso di fare ironia su questi robocop che sotto le maschere di guerra sono probabilmente dei ragazzini, con un post su Twitter che sinceramente poteva evitarsi, ironizzando sugli agenti francesi e sul fatto che “adesso non si andrà più a Parigi tranquillamente”. Poterselo permettere, intanto, di andarci a Parigi, non è da tutti oggigiorno, forse lo è da politici…
Il secondo filmato è quello dell’irruzione nel locale dove si trova il terrorista con gli ostaggi.

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