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Thursday, September 13, 2018

La scopa del sistema

"Mi manca chiunque", dice Rick Vigorous in La scopa del sistema, il primo importante libro di David Foster Wallace, uscito nel 1987. In quella frase c'è tutto l'uomo che si è impiccato il 12 settembre di dieci anni fa, a 46 anni di età. Era malato di depressione da quando aveva vent'anni, si era curato in modo assiduo, si era anche sposato. Ma si sa che dalla depressione non si esce mai del tutto, il cane nero ti rimane alle costole nella battaglia approfittando di un tuo momento di distrazione.

Ma non è di depressione che scriveva Wallace, piuttosto di quella malinconia dolce e vibrante che vive chi si sente fatto di mancanza: mi manca chiunque. Non mi manca la mia donna, mia madre, il mio amico: mi manca tutto, mi manca ogni cosa.

A dieci anni dalla sua morte, il mistero della sua arte è pari soltanto alle lodi sperticate e vertiginose che gli sono state tributate, già quando era ancora in vita, definito uno dei maggiori scrittori americani di sempre. Eppure libri come Infinite Jest (1996) con le sue 1400 pagine, sono una sfida aperta ancora oggi. Celano un mistero che probabilmente ancora nessuno ha carpito.



Come Douglas Coupland, l'autore di due capolavori come Generazione X e Generazione Shampoo, Wallace aveva colto in maniera straordinaria la sperdutezza della sua generazione, abitanti di centri commerciali alienanti, di college dove il massimo delle aspettative era lo sballo, di palestre di fitness e di sport come il tennis, insomma della solitudine immensa che ormai avvolge una nazione, gli Stati Uniti, dove il numero dei suicidi è da decenni in crescita vertiginosa. Per Wallace, forse, la sfida era stata cercare di capire cosa potesse esserci dietro il fallimento conclamato del sogno americano: "La letteratura si occupa di cosa vuol dire essere un cazzo di essere umano" disse in una intervista. Per Wallace e la sua generazione il mondo non era il posto dove viviamo la nostra vita, ma qualcosa che ci impatta addosso e ci lascia doloranti e spaventati. Ma anche ci si ride sopra, cosa che Wallace sapeva fare.

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Thursday, January 18, 2018

Salvation

"La vita è davvero fragile, non puoi mai sapere cosa ti succederà, non sai se ti ammalerai o se ti succederà qualcosa, non puoi dare mai niente per scontato, questa è la verità sulla vita". Con la capacità profetica che solo le grandi anime possono avere, quelle più sensibili e sofferenti, Dolores O'Riordan qualche anno fa in una bellissima intervista concessa alla giornalista Valeria Rusconi del mensile XL, aveva espresso il medesimo sentimento che John Lennon, poco prima di morire, aveva fatto suo: "La vita è quella cosa che ti capita mentre sei occupato a fare altre cose". La vita non la decidiamo noi, non ci appartiene, ci supera e ci sorprende. Anche e soprattutto con la morte che non sappiamo mai quando busserà alla nostra porta. Non abbiamo deciso noi di nascere e non decideremo noi quando morire, anche se tutto nella mentalità contemporanea, quella che discende dal vecchio slogan "la vita è mia e me la gestisco io" vuole farci credere che possiamo esserne padroni.



"Non puoi mai dare niente per scontato, questa è la verità". Secondo le ultime persone che avevano visto e parlato con la cantante dei Cranberries nelle ultime settimane, lei stava bene ed era contenta. Lo aveva detto anche lei in un messaggio ai fan dopo essersi esibita nella settimana di Natale a una serata dell'industria discografica, era il suo primo concerto dopo mesi, dopo aver dovuto cancellare il tour estivo dei Cranberries, previsto anche in Italia. L'ex chitarrista dei Kinks Dave Davies aveva detto che l'aveva sentita al telefono, gioiosa e di buon umore: "Sembrava piena di vita, scherzava ed era felice di vedere me e mia moglie in questi giorni". Il suo nuovo fidanzato e musicista nel suo nuovo progetto Ole Koretsky aveva postato delle foto su Instagram della coppia serena e contenta in giro per New York.

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Monday, January 15, 2018

Gimme Shelter

A volte, per scrivere una canzone di protesta non c'è bisogno di slogan, di accuse eclatanti, di prese di posizioni ideologiche. Basta una strofa, per rispecchiare in modo efficace una intera epoca storica. Come nel caso di You Can't Always Get What You Want, brano dei Rolling Stones pubblicato nel 1969, ma scritto e inciso nel 68: "Sono andato giù alla manifestazione per ottenere la giusta quota di abusi cantando Sfogheremo la nostra frustrazione se non lo facciamo, faremo saltare una miccia da cinquanta ampere". C'è tutto in queste quattro righe: le manifestazioni che erano all'ordine del giorno in quel 1968, la partecipazione di tanti giovani che non capendone neppure le motivazioni ideologiche vi prendevano parte per sfogare la loro frustrazione rabbiosa di persone che si sentivano escluse dalla società, le botte della polizia, la minaccia di passare dalle marce alle bombe, come sarebbe in effetti successo da lì a poco. Nel ritornello, la canzone affermava una massima di saggezza zen rara a quei tempi. Mentre per le strade i giovani gridavano "vogliamo il mondo e lo vogliamo adesso" gli Stones si distaccavano con il realismo di "you can't always get what you want", non puoi ottenere sempre quello che vuoi.



"Una canzone non serve alla rivoluzione se non sei tu a seguirla con l'azione" diceva Joan Baez, la regina del movimento per i diritti civili, lasciando trapelare quanto la musica non fosse abbastanza per "cambiare il mondo". In realtà, le canzoni rock hanno sempre riflesso quello che accadeva intorno, una sorta di ripetitore satellitare, più che incitare a scendere per le strade. Il 68 ci sarebbe stato anche senza la musica rock, per capirci, ma la musica rock ne è stata la colonna sonora, cogliendone aspetti e limiti molto più di ogni altra forma di comunicazione. Come sempre d'altro canto, perché non c'è mezzo di comunicazione più profondo, appassionato e intelligente delle canzoni.

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Thursday, August 17, 2017

Can't help falling in love with you

Morire sulla tazza del gabinetto non è esattamente una morte da re. Morire perché da giorni non riesci ad evacuare, e lo sforzo è tale da procurare un arresto cardiaco, rimanendo disteso sul pavimento del bagno per molto tempo perché nessuno si accorge di quello che sta succedendo non è una morte da re. Ma fu questa, così banale, la morte di un re, quello del rock'n'roll, Elvis Presley.

In mano gli resta il libro che stava leggendo, (The Scientifc Search For The Face Of Jesus di Frank Adams). In quei suoi ultimi giorni portava al collo una croce, una stella di davide e una mezza luna islamica. Non si sa mai, scherzava, meglio essere pronti per qualunque Dio ci aspetti. Ginger, la sua fidanzata è a letto, sono circa le otto del mattino ed Elvis non ha chiuso occhio come sempre, ingoiando sonniferi e medicinali vari tutta la notte. Alle 19 di quel 16 agosto ha un aereo che lo aspetta per portarlo a Cleveland dove comincerà un'altra serie infinita di concerti, cosa che lui odia. E' annoiato a morte di quella manfrina che sono diventati i suoi concerti. Tutti uguali, le stesse canzoni, i grandi successi che il suo pubblico, di mezza età anche loro, gli ex ragazzini che lo adoravano negli anni 50 ormai diventati ricchi borghesi della midlle class vogliono sentire. E lui che si deve vestire sempre come un cretino, con tanto di mantello. Perché lui è il re, del rock'n'roll.



Sono circa le due del pomeriggio quando Ginger lo scopre a pancia in giù nel bagno. La corsa in ospedale è inutile: alle 15 e 30 viene dichiarato morto. Accanto a lui c'è il dottor Nick, un medico senza scrupoli (esattamente come quello che lasciò morire Michael Jackson) che lo segue dal 1970, lo ha fatto diventare una discarica chimica. Nel solo ultimo anno di vita, otto mesi, gli ha prescritto diecimila dosi di medicinali: eccitanti per tirarsi su, sonniferi per scendere giù. Elvis aveva problemi di ipertensione, un’arteriosclerosi coronarica, danni al fegato. C'è chi dice che avesse anche problemi al colon ma che avesse rifiutato di farsi operare per vergogna.


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Monday, April 24, 2017

Glory Days

Happy days well they'll pass you by
Happy days in the wink of a young girl'eyes


Negli anni 70 avevamo: Le strade di San Francisco (con un giovanissimo Michael Douglas e il celeberrimo Karl Malden, l'attore che impersonava il sacerdote nel capolavoro Fronte del porto e che aveva vinto un Oscar due anni prima interpretando sempre con Marlon Brano Un tram chiamato Desiderio); Starsky & Hutch (anche se in realtà in Italia cominciò a essere trasmesso nel 1979) e Happy Days.

Se il primo era già per un pubblico un po' più adulto, le immagini di San Francisco furono comunque abbastanza per farci cominciare a sognare l'America, mentre il secondo ci faceva rimpiangere un'America già passata di moda, quella dei pantaloni zampa di elefante, e quella Los Angeles ci appariva contemporaneamente un mondo troppo lontano dalla nostra realtà provinciale italiana. Ma Paul Glaser e David Soul erano davvero fighi, così fuori dalle righe, da farceli sognare.



Con Happy Days invece, benché si svolgesse in un'America lontanissima e inimmaginabile, quella dei primissimi anni 60, c'eravamo dentro tutti. Andata in onda per la prima volta in America nel 1974, nel pieno del revival per quei tempi innocenti e pieni di speranza riportati alla ribalta dal film capolavoro American Graffiti uscito l'anno prima e in cui recitava anche Ron Howard, il Ricky Cunningham di Happy Days, era il naturale prosieguo di quel film.

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Saturday, November 12, 2016

Death of a ladies' man

E' una giornata di sole oggi a Los Angeles. D'altro canto a Los Angeles c'è sempre il sole. L'anziano signore, sempre elegantemente vestito, sobrio ma con cura, si gode quei raggi caldi nel piccolo giardino della sua modesta abitazione. Il lusso e quel genere di cose non l'hanno mai interessato più di tanto.
Era cresciuto sì in una grande e bella casa del quartiere ebraico, uno dei più signorili di Montreal in Canada, ma nella vita si era abituato sempre allo stretto necessario. Fin da quando poco più che ventenne aveva vissuto in una stanzetta fredda e minuscola a Londra, per scrivere il suo primo romanzo.
Oggi a Los Angeles è una bella giornata, ma lui sente una inquietudine strana, un dolore sconosciuto. Non si preoccupa più di tanto. Ha sempre convissuto con il dolore, la malinconia e la tristezza e alla fine ha capito che sono le cose che danno gusto alla vita: "C'è una crepa in ogni cosa ed è da lì che passa la luce". La sofferenza per troppo amore. Ogni tanto sorseggia una tazza di caffè nero, si accende anche una sigaretta. Quando aveva smesso di fumare, più di vent'anni fa, con una battuta aveva detto: "Ricomincerò a 80 anni". Era il suo classico umorismo ebraico, in realtà voleva dire che a 80 anni non ci sarebbe mai arrivato. Aveva sempre aspettato la morte nel corso della sua vita. Aveva flirtato con lei, l'aveva derisa e l'aveva implorata, specie quando la depressione si era fatta forte e devastante tanto che i suoi musicisti lo avevano soprannominato "Capitan Mandrax", dall'anti depressivo che prendeva a dosi massicce quando era in tour, per darsi la forza di salire sul palco e cantare, lui uomo discreto, riservato e umile. Una volta, in Israele, mentre cantava So Long Marianne era scoppiato in lacrime e aveva interrotto il concerto. Poi gli era venuta una idea assurda: un intero tour negli ospedali psichiatrici, qualcosa che nessuno aveva e avrebbe mai fatto. Non sapeva più come era venuta fuori quell'idea, forse perché lui con quella gente si trovava in sintonia più che con quelli che stavano fuori dei manicomi.



"Ho visto il futuro del rock'n'roll e il suo nome non è Leonard Cohen" aveva scherzato quando era stato celebrato alla Rock'n'roll Hall of Fame qualche anno prima, davanti a quel Jon Landau che con quelle parole aveva lanciato un vero rocker, Bruce Springsteen. Già, lui non era mai stato parte di quel circo, pensava.

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Saturday, December 12, 2015

Ol' Blue Eyes

“La musica più brutale, brutta, degenerata, una sotto forma di espressione viziosa: naturalmente mi riferisco al rock’n’roll”. Che Frank Sinatra non amasse il rock’n’roll non deve stupire, ma ovviamente non era nemmeno consapevole che il suo album pubblicato nel 1955, In the Wee Small Hour of the Morning, sarebbe stato una sorta di precursore, non certo nelle musiche, ma nell’ambientazione, di tanti dischi rock intimisti e soprattutto dei cosiddetti concept album. In the Wee Small Hour venne fortemente voluto dallo stesso Sinatra come una raccolta di canzoni a tema, dedicate al corrompersi della relazione con la sua seconda moglie, l’attrice Ava Gardner, Un tipo di album che ai tempi nessuno si era mai sognato di fare, ancora legati come si era alla raccolta di 45 giri usciti in precedenza e messi in un unico ellepì. Qua invece per la prima volta c'era una storia da raccontare.



Tutto il disco, dalla copertina al mood musicale e lirico, ruota attorno alla sofferenza della fine di un amore e al disperato tentativo di salvarlo in qualche modo, qualcosa che diverrà comune per i grandi cantautori come Dylan e Springsteen, per dirne due, che si cimenteranno in concept analoghi (Blood on the Tracks e Tunnel of Love).

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Friday, March 27, 2015

Una volta tanto tempo fa

Il pomeriggio del 27 giugno 1980 mi svegliai nella mia camera. Avevo sognato onde che mi sommergevano per tutto il tempo che avevo dormito. In realtà poche ore prima, in mattinata, un paio di bagnini mi avevano letteralmente tirato fuori da quelle onde e portato in salvo. Stavo annegando. Il 27 giugno 1980 compivo 18 anni e quello stesso giorno il DC-9 dell'Itavia precipitò in mare. Una strage, anche quella in mare, ma lo venni a sapere probabilmente il giorno dopo.
Quel pomeriggio mi svegliai del tutto rincoglionito, ancora non riuscivo a realizzare se ero vivo o morto. Avevo ancora il sapore del mare in bocca, ma nonostante tutto non provavo alcuna paura per il mare, ci sarei tornato comunque a fare il bagno.
La prima cosa che vidi appena sveglio fu la copertina di un disco, bella e colorata. Poi il volto sorridente, timido e dolce di un'amica che si chiamava Jenny. Stava in silenzio, quel disco tra le mani, il mio regalo di compleanno. Ci misi un po' a realizzare tutto quanto. Ma mi sentii voluto bene: il sorriso di una ragazza, un disco.

Presi in mano il disco, i vinili avevano un fascino unico. I colori della copertina, l'odore, come un libro di favole che aspetta di essere letto. Anzi ascoltato. Quella copertina poi era particolarmente bella, con quel disegno medioevale di principi e principesse sembrava proprio quella di un libro di favole. Era poi stampata in un modo raro, quasi a rilievo, ruvida al tatto, bellissima da toccare, sembrava una stoffa pregiata.



Si intitolava Cruel Sister, il secondo disco dei Pentangle. L'ho ascoltato allo sfinimento, soprattutto il brano Lord Franklin che mi fece sussultare quando scoprii che la melodia era la stessa di Bob Dyan's Dream di Bob Dylan. Cominciai a scoprire quante musiche Bob Dylan aveva rubato, una vecchissima canzone popolare inglese, per farle sue. Nei Pentangle, magnifica formazione di folk revival inglese (quel disco risaliva al 1970) suonava John Renbourn. La sua voce e il suo tocco di chitarra acustica li avrei amati tantissimi. L'ho visto dal vivo una volta nel 1984, una serata indimenticabile insieme a Bruce Cockburn. Fu la prima volta che mi intrufolai nei camerini di un concertio per riuscire ad avvicinare artisti che amavo, con un falso tesserino da giornalista datomi da un amico, ignaro che un giorno quel tesserino sarebbe stato davvero a mio nome e che di intrufolamenti nel retro palco nei avrei fatti tanti.

John Renbourn è morto due giorni a 70 anni di età. La sera prima doveva presentarsi in un locale di Glasgow a suonare, come sempre. Ma non era arrivato. La mattina dopo preoccupati hanno mandato la polizia a casa sua per vedere cosa poteva essere successo. Lo hanno trovato morto, se n'era andato da solo e in silenzio. Come John Martyn, come Nick Drake, come tanti altri eroi di quella stagione magica tutta inglese, morti da soli ancora giovani.

L'ho amato molto, mi manca già tanto. Voglio riprendere in mano quella copertina e toccarla e annusarla e sentirmi di nuovo a 18 anni. Grazie Jenny. Grazie John.

Sunday, February 16, 2014

Siamo tutti come Giobbe

"Sentirsi tristi, ma proprio tristi tristi, tanto da chiedervi il senso della vita: a mio padre capitava spesso". Margherita è la figlia di Roberto Freak Antoni, il leader degli Skiantos, il gruppo - a torto o a ragione - definito di "rock demenziale", scomparso nei giorni scorsi. Quando Margherita finisce di parlare, di dire la sua orazione funebre ai funerali del padre, qualcuno alza un cartello con la scritta ovazione, in quello stile che sarebbe piaciuto al padre scomparso.



Chi sia stato veramente Freak Antoni è difficile dirlo, ma a questo punto non conta più. Figlio di una stagione particolarissima della storia italiana, quella che vide negli indiani metropolitani alla fine degli anni 70 porre domande implacabili a cui nessuno seppe rispondere, mentre la rivoluzione del movimento studentesco finiva inghiottita negli anni di piombo, dello spirito di quella stagione fu l'interprete migliore. Fece sua la cinica ironia di chi aveva perso tutto: le speranze, le utopie, le ideologie dei fratelli maggiori e si trovava a guardare i carri armati nelle strade di Bologna, mentre - eresia - questi perdenti fischiavano e insultavano i leader sindacali, i leader intoccabili dell'ideologia che li aveva traditi per primi. Chi c'era, ricorda quella stagione come un ultimo grido alzato al cielo: vogliamo il mondo e lo vogliamo adesso. Un grido disatteso.

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Monday, February 03, 2014

Uncool


Era un inverno del cazzo. Freddo, neve, tantissima neve: anche Times Square, la porta verso Brooklyn e i teatri era sommersa di neve. Qualche sera prima era andato a vedere una nuova messa in scena di Aspettando Godot. Gli piaceva il teatro, gli era sempre piaciuto e adesso, a 46 anni, gli piaceva ancora di più. Hollywood e quel mondo di finti bastardi cominciava a stancarlo. Non che lui aveva mai dovuto sottomettersi a qualche ruolo imbecille per un po’ di soldi. No, aveva sempre scelto le sue parti dopo averle studiato a fondo e allora diceva sì o no. Come quando gli avevano proposto di interpretare il ruolo di Hilly Kristal, il fondatore del CBGB’s. Aveva rifiutato perché, aveva detto loro, “non era una sceneggiatura storicamente realista”. Ecco.

Faceva freddo a New York in quei giorni, e sulla costa est era arrivata una nuova partita di eroina che, dicevano, era peggio di mettersi nelle vene un veleno per i topi: ci lasciavi la pelle subito, e di morti se ne stavano già trovando parecchi in giro, fulminati da una overdose. Per distinguerla, qualcuno vendeva le bustine di eroina con un asso di picche e un asso di cuori stampato sopra. Le bustine con l’asso di picche le prendevi a tuo rischio e pericolo.


"L'unica vera moneta in questo mondo in bancarotta è ciò che si condivide con qualcuno quando sei uncool": da qualche tempo quelle parole gli risuonavano in continuazione nella testa. Le aveva dette lui in uno dei suoi tanti ruoli di attore, o le aveva sentite dire da qualcun altro? Quando si recita a lungo, e in ruoli di personaggi così tragicamente devastati, ad esempio quel sacerdote che forse era stato un pedofilo, ma nessuno lo sapeva, neanche lui, alla fine finisci per diventare un altro, la tua identità si mischia con quella del personaggio. Lui, da tempo, forse da sempre, si sentiva “uncool”. Non si sentiva a suo agio in un mondo di cui non si sentiva parte. Sto sempre a casa, io non esco mai, diceva Lester Bangs/Philip Seymour.

Così quelle sere nonostante il freddo girava per le strade di NYC. Aspettava il suo uomo. Per 23 anni era stato pulito, poi un anno e mezzo fa aveva ripreso a farsi. Perché? Forse era stanco. Anche una vita piena di soddisfazioni ti stanca e ti svuota l’anima. Aveva una compagna e tre figli splendidi, ma si sentiva inadeguato, aveva paura. Forse era quel vuoto che si portava dentro da sempre, da quando bambino aveva visto sua madre crescere lui e gli altri tre fratelli da sola, perché il padre se n’era andato. Un padre che scompare non si rimpiazza con nulla, neanche con un premio Oscar, e lo aveva detto quella sera a Hollywood, prendendo in mano la statuetta e ringraziando davanti a tutti gli imbecilli in sala sua madre.

Allora quella mattina, prima di andare a prendere i figli e portarli a scuola, aveva deciso di farsi ancora una volta. Poi si sarebbe sentito meglio, avrebbe guardato i figli negli occhi sapendo di poter dire loro: io non vi abbandonerò mai. Altrimenti, temeva di non riuscirci.

Ancora in mutande era andato in bagno, aveva tirato fuor siringa e laccio e aveva preso in mano le due bustine. Su di una c’era un asso di picche, sull’altra quello di cuori. Non si ricordava più cosa gli aveva detto l’uomo che gliele aveva vendute, e decise di mettere nella siringa la povere che era in quella con su l’asso di picche.

Lo ritrovarono con la siringa ancora infilata nel braccio. C’erano otto bustine vuote vicino a lui e altre due ancora piene di eroina. Nessuno avrebbe mai saputo se aveva cercato apposta l’overdose.

Qualcuno nell’appartamento accese una radio. Si faceva fatica a sintonizzarsi, le frequenze erano disturbate. Fino a quando non venne captata una voce che veniva da molto lontano. Era la sua voce. Stava lanciando il suo ultimo messaggio al mondo:

“Cari ascoltatori, vi dico solo questo: che Dio vi benedica! Quanto a voi bastardi al potere, non sperate che sia finita! Anni che vanno, anni che vengono e i politici non faranno mai un cazzo per rendere il mondo un posto migliore! Ma ovunque nel mondo, ragazzi e ragazze avranno semre i loro sogni e tradurranno quei sogni in canzoni...
Non muore niente di importante questa notte! Solo 4 brutti ceffi su una nave di merda! L'unico dispiacere stanotte è che negli anni futuri ci saranno tante fantastiche canzoni, che non sarà nostro privilegio trasmettere ma, credete a me, saranno comunque scritte! E saranno comunque cantate! E saranno comunque la meraviglia del mondo!".


Philip Seymour Hoffman (July 23, 1967 – February 2, 2014)

Friday, November 08, 2013

Glory days. What a Long Strange Trip It's Been

Era una bella mattinata di ottobre, sole caldo e aria fresca, cielo blu e niente polveri sottili come Milano, rare volte, sa essere. Fuori di quel locale che apparteneva a Enzo Jannacci, in pieno centro, splendido locale purtroppo chiuso prima del previsto, fumavo una sigaretta prima di entrare a incontrare Donovan. Già, una delle prime leggende del mio piccolo mondo musicale, leggende che negli anni a seguire avrei incontrato a piè sospinto. Eccolo che arriva: "Che ci fai qui, non ti piacerà mica Donovan?" gli chiedo. "Sono scappato per respirare un po' d'aria".

Lui è Claudio Todesco, di lì a pochi mesi sarebbe diventato il mio "compagno di banco" per oltre tredici anni. Avrei capito cosa intendeva con quelle parole, molte le giornate e anche non poche serate passate in quegli uffici di Milano 2 con gli aeroplani rombanti che passavano sopra la testa direzione Linate. Mi dà un disco da recensire, "roba che può piacerti", l'esordio dei 16 Horsepower e sì che mi sarebbero piaciuti (li avrei anche intervistati, ovviamente). Me ne avrebbe passati un bel po' di dischi che mi sarebbero piaciuti, negli anni.

Questa è la storia di Jam, così come l'ho vissuta dall'ottobre 1996 mio ingresso in redazione, al luglio 2009, mia uscita dalla redazione. Adesso, tre anni circa dopo che me ne sono andato, non ci sarà mai più alcuna redazione di Jam perché non ci sarà più Jam. E mi dispiace, mi dispiace un sacco.


Se ho imparato a scrivere, lo devo a Jam. E' stata una palestra di esercizio formidabile, e non poteva essere altrimenti con le dozzine tra recensioni e articoli che scrivevamo ogni mese. E' stata anche una palestra di crescita musicale, visto che i tre moschettieri che eravamo (io, Claudio e il direttore Ezio Guaitamacchi) esprimevamo tre mondi musicali diversi. Grunge con derive pinkfloydiane Claudio, hippismo sfrenato Ezio e… un grande boh io, che passavo dai Clash a Bob Dylan e dai Ramones a Gram Parsons. In tre discutevamo e ci passavamo i dischi da scoltare, ma poi aveva sempre ragione il direttore: ho lottato strenuamente per avere i Wilco in copertina ma non ci sono mai riuscito. Va bene così.

Jam era davvero un gran bel giornale, specie negli ultimi anni che ci sono stato e immagino anche in quelli che io non c'ero (non ho più avuto il coraggio di sfogliarne neanche una copia, troppo male). Un giornale equilibrato, vintage al punto giusto, appassionato con un grande cuore. Le cover story di anche 50mila battute erano la nostra forza, come nessuno le faceva in Italia. La mia prima fu sulle connessioni tra beat generation e musica rock, la mia ultima su Astral Weeks di Van Morrison,.Avevo cominciato bene e finivo meglio, anche se non lo sapevo. Grazie a Jam ho incontrato per telefono o di persona eroi assoluti della mia vita: Paul McCartney, Joe Strummer, Patti Smith, Robbie Robertson e una valanga di altri, ad esempio la mia amata Beth Orton, con la quale nel backstage di un suo concerto quasi ci baciavamo sulle labbra e nella sua camera d'albergo con le scarpe coi tacchi sbattute in giro e il letto disfatto Chrissie Hynde. Sogni di rock'n'roll.

Jam era tutto e il contrario di tutto: pensavamo di essere grandi giornalisti, poi una volta al mese a me e a Claudio ci toccava scaricare in garage il nuovo numero. Ci chiedevamo: ma anche Jann Wenner e Greil Marcus scaricavano Rolling Stone in cantina?

Poi succedeva anche di andare in stampa (poche volte eh) con una svista madornale, come quando scrivendo una recensione di un disco di Meshell Ndegeocello, non ricordandomi come si scriveva esattamente e proponendomi di controllare in seguito, rimase nella versione andata in stampa e poi in tutte le edicole la frase: "il nuovo disco di Meshecomecazzosichiama". Vabbè, è rock'n'roll anche questo.

Yours, truly. Mark Knopfler con il suo vero fratello

Ho viaggiato in Europa grazie a Jam: concerti e interviste a Londra (Mark Knopfler, Sheryl Crow, Lauryn Hill), in Germania (John Mellencamp, Aerosmith, Kings of Leon). Dopo il concerto di Mellencamp ero così eccitato - e ubriaco - che quasi cercai di mettere in pratica una leggenda del rock'n'roll: sfasciare la camera d'albergo. Riuscii solo ad aprire una bottiglia di birra sul davanzale della finestra, non se ne deve essere accorto nessuno, meglio così. Con gli Aerosmith invece io e un collega di un altro giornale partimmo convinti che tutto, viaggio, albergo e soprattutto cibo alcolici fossero pagati dalla casa discografica come era sempre successo. Invece no: solo viaggio e albergo erano pagati e avevamo speso in alcol più del viaggio. Fu un momento di panico leggendario. Ma era anche l'inizio della fine del giornalismo musicale italiano: i soldi stavano finendo. Adesso gli artisti esteri non vengono neanche più in Italia a farsi intervistare, i viaggi te li devi pagare e invece del disco omaggio ti arriva un bel link da fare il download. Non crediate che stia facendo quello della "casta": chi ha lavorato nei mensili musicali specializzati di soldi ne ha sempre visti pochi e quelli non erano privilegi, ma un modo di arrotondare.

Claudio Todesco, con cui ho scazzato spesso (minchia, mi correggeva anche le virgole in bozza) rimane un esempio di professionalità e serietà come nel giornalismo musicale non ho mai incontrato. Infatti mi sono sempre chiesto come mai facesse il giornalista musicale. E un grande scrittore: spero che il giornalismo non perda la sua firma, adesso che non c'è più Jam.

Con Ezio ci siamo lasciati male, era un periodo di merda della mia vita (toh, lo è ancora adesso), ma è stato un amico, sempre.

In questi ultimi anni che non ero più a Jam quasi una volta al mese sognavo di tornare a lavorarci: Ezio non ne era molto contento, ma me ne dava la possibilità. Questo per dire quanto mi mancava quel giornale.

Adesso se n'è andata anche la Liliana, sorella di Ezio, che era un po' la nostra mamma adottiva. Mi dispiace un casino. Mi dispiace di tutto. Ma ho anche incontrato un sacco di bella gente: i nostri collaboratori, troppi per ricordarli tutti. Loro sanno chi sono. Che cazzo di lungo strano viaggio è stato.

Friday, November 01, 2013

Lunga vita alla bellezza

Ai nostri vicini:

Che autunno meraviglioso! Tutto luccica e splende come oro e tutta quell'incredibile morbida luce. L'acqua ci circonda.
Lou e io abbiamo passato molto tempo qui negli ultimi anni, e anche se siamo gente di città questa è la nostra casa spirituale.

La settimana scorsa avevo promesso a Lou di portarlo fuori dall'ospedale per tornare a casa, a Springs. E l'abbiamo fatto!
Lou era un maestro di tai chi e ha passato i suoi ultimi giorni qui, felice, abbagliato dalla bellezza, e dalla forza, e dalla dolcezza della natura. E' morto domenica mattina guardando gli alberi e facendo la famosa posizione 21 del tai chi, con le sue mani da musicista che si muovevano nell'aria.

Lou era un principe e un combattente e so che le sue canzoni sul dolore e la bellezza del mondo riempiranno molta gente dell'incredibile gioia che aveva per la vita. Lunga vita alla bellezza che scende, attraversa e si impadronisce di tutti noi.


Laurie Anderson
moglie innamorata e amica eterna


Sunday, October 27, 2013

New York City Man

- Lewis Allan Reed (Brooklyn, 2 marzo 1942 – Long Island, 27 ottobre 2013)

One fine morning, she heard on a New York station
she couldn't believe what she heard at all
She started dancing to that fine-fine music
her life was saved by rock 'n' roll





Magician Magician take me upon your wings
and ... gently roll the clouds away
I'm sorry so sorry I have no incantations
only words to help sweep me away

I want some magic to sweep me away
I want some magic to sweep me away
I want to count to five
turn around and find myself gone
Fly through the storm
and wake up in the calm

Release me from the body
from this bulk that moves beside me
Let me leave this body far away
I'm sick of looking at me
I hate this painful body
that disease has slowly worm away

Magician take my spirit
inside I'm young and vital
Inside I'm alive please take me away
So many things to do - it's too early
For my life to be ending
For this body to simply rot away

I want some magic to keep me alive
I want a miracle ... I don't want to die
I'm afraid that if I go to sleep I'll never wake
I'll no longer exist
I'll close my eyes and disappear
and float into the mist

Somebody ... please hear me
my hand can't hold a cup of coffee
My fingers are weak - things just fall away
Inside I'm young and pretty
Too many things unfinished
My very breath taken away

Doctor you're no magician - and I am no believer
I need more than faith ... can give me now
I want to believe in miracles - not just belief in numbers
I need some magic to take me away

I want some magic to sweep me away
Visit on this starlit night
replace the stars the moon the light - the sun's gone
Fly me through this storm
and wake up in the calm ...
I fly right through this storm
and ... I ... Wake ... Up ... In ... The ... Calm





Sunday, September 22, 2013

Il tempo. In una bottiglia

Di lui, musicalmente, ne parlerà in modo più approfondito e appropriato l’amico David Nieri in un articolo che uscirà a breve su ilsussidiario.net. A me va solo di ricordare le emozioni, l’unica cosa che mi riesce bene (a volte, non sempre). Jim Croce è nome dimenticato, mai menzionato ne circoli e nelle enciclopedie che contano, o canzonato quando lo si fa. Di lui, che morì il 20 settembre di quarant’anni fa in un incidente aereo degno di quello di Buddy Holly – forse è per questo che dicono che la grande musica rock sia finita nel 1973 – ci si può solo domandare cosa avrebbe fatto, musicalmente, in questi quarant’anni in cui non c’è stato. Stava appena cominciando ad assaporare il successo: la sua formula di country, pop, R&B aveva fatto girare la testa anche a Frank Sinatra – non certo l’ultimo pirla – che ne aveva incisa la sua Babd Bad Leroy Brown.

Ma io ricordo solo che erano passati tre, forse tre e mezzo, anni dalla sua morte, quando sentii per la prima volta alla radio I've Got a Name (che bello averla risentita recentemente nella colona sonora di Django Unchained di Tarantino, uno che di musica se ne intende) grazie a quel santo uomo del vigile di Lavagna che alla sera faceva il dj in non ricordo più quale radio, quel vigile musicofilo che ci diede il nostro battesimo e la nostra educazione musicale. Sentire I've Got a Name alla radio nel buio della tua cameretta era come volare altissimo in spazi siderali stratosferici dove il blu buca il blu. Quella voce, un po’ burina un po’ romantica, così calda. Jim Croce.



Con Jim Croce fu un autentico rapporto radiofonico, come nella miglior tradizione della miglior musica. I’ll Have to say I Love You che sbuca improvvisamente dalla preziosa radio in legno di papà, una radio così Seventies, mentre stai passandole accanto e ti devi fermare, bloccare immediatamente per non perderne una nota di quella malinconia copiosa che ne esce fuori. Si può essere così tristi mentre si è innamorati? Sì, e molto di più. Jim Croce lo sapeva.




C’era poi Alabama Rain e c’era quella ragazzina che veniva di corsa da Sestri Levante a Chiavari per andare a scuola. Amava lo sport e correva, correva sempre. I lunghi, lunghissimi capelli, il viso da indiana: come non innamorarsene? Quel pomeriggio sotto la pioggia a salire dentro l’ospedale in costruzione di Sestri, da soli, girando fra le scale di cemento, a indovinare il profumo di quei lunghi capelli. E fu così che una volta, un pomeriggio di sole, venne correndo a casa mia, senza avvertire, come la più meravigliosa delle sorprese. E mentre lei se ne stava in piedi sorridendo davanti alla finestra che dava sul cielo e sul mare blu, e io me ne stavo muto nella mia timidezza, la radio pensava a dare le parole, facendo fuoriuscire Alabama Rain di Jim Croce. Lei sparì, probabilmente correndo, e non ne ho mai più saputo niente. Chissà se corre ancora tra Sestri e Chiavari lungo il mare. Io, che non le ho saputo dire quanto fossi innamorato di lei, ascolterò un’altra volta Alabama Rain. E anche tutte le altre canzoni di Jim.



Che la terra ti sia lieve, grande italiano d’America, l’unico dei folksinger di casa nostra e di Brooklyn. Morto in quel cielo blu che ci hai fatto toccare con mano.

Saturday, March 30, 2013

El purtava i scarp de tennis

C’è una canzone d Enzo Jannacci, tra le moltissime che ha scritto anche in dialetto milanese, forse dimenticata dai più, che si intitola “Ti te sé no”. Chi l’ha ascoltata non l’ha certamente dimenticata. In pochi versi dolcissimi la descrizione della povertà di una famiglia, quando la povertà non diventa una scusa per rivendicare solo dei diritti, ma è espressione di tutta la dignità di essere uomini comunque: “Tu non lo sai, ma quando ti accarezzo, la tua bella faccetta, così pulita, mi pare, mi pare di essere un signore, un signore che ha la radio nuova e nell'armadio la torta per i figli, che vengono a casa da scuola, e ti tocca viziarli; per te un'altra vestina, a te ti compero le scarpe”.
Ma c’è qualcosa d’altro che fuoriesce da questa canzone: una tenerezza immensa. Fra i tanti doni e le cose che Jannacci sapeva esprimere, c’era infatti un grandissimo senso della tenerezza, intesa come serena accettazione delle cose della vita, e anche di gratitudine per la vita stessa. Jannacci era un uomo sereno e grato alla vita.

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Thursday, March 28, 2013

Rediscovering rock'n'roll

Non hai bisogno di una chitarra per essere una rock star
- Paul Williams

La solitudine è una verità universale. La musica in tutte le sue accezioni è uno dei tentativi dell'uomo di riempire questo smarrimento. E' la ricerca di qualcosa. Deliberatamente, intelligentemente, con passione e molte volte inconsciamente: la presenza della tua assenza
- Paul Williams



A quel tempo si andava di fax. Come stai, hai sentito questo disco? Che ne pensi dell'ultimo concerto di Dylan? Che senso ha scrivere di musica rock? Internet lo usavano ancora i militari (e Al Gore, che lo ha inventato, come si sa) soltanto e basta. Così io e Paul Williams comunicavamo da una parte all'altra del mondo, io a Milano, lui dalle parti della Bay Area in California, in questo modo. Il contatto me lo aveva dato un altro grande rock writer che non c'è più, anche lui, John Bauldie.
Stasera penso: io non so se valgo qualcosa, anzi no altrimenti avrei fatto dei soldi e sarei a qualche talk show invece che nella mia cameretta disordinata sotto a una pila di cd e di libri ingialliti. Sono un fallito, ma ho incontrato grandi persone e se mai una mia riga ha avuto qualche impatto su qualcuno - a volte c'è chi mi dice di sì, ma non ci ho mai creduto - è perché sono andato a scuola da gente come Paul Williams, John Bauldie, Greil Marcus. Li ho stressati, interrogati, tradotti, esaminati, studiati a memoria. E' stata una gran bella scuola, che fortuna mi abbiano dedicato il loro tempo. Non ho mai creduto che definirsi "giornalista rock" in Italia abbia alcun significato, ma da loro, che lo erano, anzi rock writers, ho imparato che scrivere di un disco o di un concerto non significa imporre la mia opinione: io sì che ne so e voi che mi leggete imparate da me. No: loro mi hanno insegnato che scrivere di musica rock è indagare, addentrarsi in un mistero insieme al lettore e alla fine lasciare la domanda aperta. Se mai sono riuscito a fare questo, lo devo a loro tre.



Lo penso stasera che ho saputo che Paul Williams è morto dopo una lunghissima e penosa malattia durata quasi vent'anni. Aveva 64 anni: nel 1995 in bicicletta aveva avuto un incidente. Era caduto battendo la testa. Non si era più ripreso, solo parzialmente, sprofondando sempre di più nella demenza, incapace a badare a se stesso. Che sorte incredibile per una delle menti più brillanti dell'America del dopo guerra. Con lui in tutti questi anni era rimasta, sempre accanto, la deliziosa moglie, la cantautrice Cindy Lee Berrhill di cui Paul un giorno mi aveva inviato entusiasta uno dei suoi primi dischi. E' stata lei oggi a diffondere la notizia della morte di Paul: Rock-writer Paul S Williams, author and creator of CRAWDADDY magazine, (and my husband), passed away last night 10:30pm PST while his oldest son was holding his hand and by his side. It was a gentle and peaceful passing.

A 16 anni, nel 1966, stufo di leggere di musica rock su riviste per teenager, Paul aveva deciso di inventarsi un rock magazine. Così facendo aveva inventato un mestiere che ancora non esisteva, non esistevano i giornalisti e gli scrittori rock. Gli devo un lavoro, credo. Crawdaddy! fu il primo vero giornale rock, nato fotocopiato in un campus universitario ma che sin da subito potè contare su due lettori d'eccezione: Paul Simon e Bob Dylan. Quest'ultimo pochi mesi dopo, lui che era la rock star numero uno al mondo, gli concesse anche una intervista. Da Crawdaddy! passarono un po' tutti a farsi le ossa, compresi Greil Marcus e Jon Landau. Ma Paul era un autentico hippie figlio di quella cultura degli anni sessanta: quando vide che scrivere di rock stava diventando un mestiere manipolato dalle case discografiche, mollò tutto e andò a vivere nei boschi. Ed era soltanto il 1970. Nel video arci noto di John Lennon che canta a letto Give peace a chance, si vede anche Paul che canta e batte un tamburello con gioia tutta hippie.
Girò il mondo, sposò una ragazza giapponese, scrisse libri di meditazioni zen, divenne collaboratore e curatore dell'opera di Philip K. Dick (quello che da un suo libro tirarono fuori il film Blade Runner).
Ma quando sei nato nel rock'n'roll non ne rimani fuori a lungo, non ne puoi fare a meno: nei primi anni 80 si rimise ad ascolatare musica e scrisse una pietra miliare, The Map or Rediscovering Rock'n'Roll: a journey. Quel libro l'ho imparato a memoria, l'ho usato per anni per le mie citazioni e ancora oggi ogni tanti lo vado a rileggere. Si rimise anche a pubblicare Crawdaddy! ancora una volta fotocopie spedite per posta. E poi vennero altri libri, straordinari: su Bob Dylan, su Neil Young, sui Beach Boys. Per lui scrivere era la vita: partiva in tournée dietro a Bob Dylan, anche in Europa, per settimane per scrivere di ogni singolo concerto. Tanti suoi libri me li ha mandati a sue spese, così, da vero hippie. Mica come tanti suoi colleghi che ti dicono: ah sì, il mio libro lo trovi nei migliori negozi o su Amazon.



C'è una foto tristissima postata dalla moglie dove si vede Paul riverso sul suo letto disfatto, raggomitolato, in preda ai deliri della sua demenza. Chissà cosa ha pensato in questi anni che la sua coscienza andava spegnendosi. La moglie dice che andava a trovarlo in ospedale e gli faceva ascoltare musica. Ovviamente devo più che un mestiere a Paul Williams: gli devo il gusto per la vita, attraverso la musica. Gli devo l'ansia di voler scoprire ogni istante in una maledetta canzone quale sia il mistero che si sta comunicando. Ancora adesso quando vado a un concerto, sento battere dentro di me queste sue parole: "Lo scopo della poesia o della filosofia è condividere una verità. Lo scopo della musica è una salvezza spirituale. Lo scopo della rappresentazione teatrale è di lasciarci vedere noi stessi. Mettiamo le tre cose insieme e avremo una magia, il rock'n'roll, qualcosa per cui vale la pena viaggiare di città in città, sia che soldi e successo siano lì ad aspettarci sia che non ci sia nulla. Il pubblico sta pensando: arriva un altro gruppo di musicisti. I musicisti pensano: ecco un'altra città e il suo pubblico. E alla fine essi si incontrano nella notte e danzano insieme".

Avevi ragione, Paul: non c'è bisogno di una chitarra per essere una rock star. Tu eri una rock star. Ti voglio bene, miss you friend. Keep rockin', come mi scrivesti sul tuo libro.

Monday, January 14, 2013

Famous blue raincoat

I morti ci parlano in continuazione, siamo noi che non ci prendiamo il tempo per ascoltarli
(P. P. Pasolini)


L'altra sera ero impegnato a provarmi i miei vestiti eleganti. Quelli da giacca e cravatta (devo andare al matrimonio di mia nipote). Ovviamente non me ne andava bene nessuno: l'ultimo è di soli quattro anni fa (altro matrimonio di altra nipote) e a parte i pantaloni che comunque riuscivo a chiuderli con qualche sforzo, quello che non capisco è come mai si rimpiccioliscano le giacche. Mica si ingrassa sulle spalle o sotto le ascelle. Boh. Peccato perché era un gran bel vestito. Così nella disperazione (mi metterò il solito finto casual, pensavo, giacca non firmata e jeans della serie faccio il casual ma in realtà non ho soldi per comprarmi un vestito nuovo che d'altro canto è il mio solito look) - avevo provato anche un total-terrone con camicia anni settanta debordante sulla giacca ma mia figlia ha detto che sembravo troppo Flavio Briatore - ho trovato nascosto in un recesso dell'armadio un ennesimo vestito figo. Bellissimo, tanto era simile a quello scartato, da sembrare comprati insieme. L'ho provato: andava benone. L'ho esaminato incredulo per capire da dove arrivava. Dentro, un'etichetta battuta a macchina da scrivere. "Vites. Maggio 1968".


Siccome nel maggio 1968 avevo ancora 5 anni, non poteva essere mio. Era ovviamente di mio padre. Era perfetto in tutti i sensi, sia la misura che lo stato di conservazione, davvero come uscito di negozio ieri. Certo mio padre lo avrà messo due volte in vita sua, che non metteva mai giacca e cravatta se non a qualche ricorrenza speciale o quando andava una volta all'anno al sSalone del mare a Genova. Ho pensato a quando se lo comprò, sicuramente ai quei tempi doveva essere costato una cifra. Ho provato a pensare a quell'etichetta, e in effetti lui da uomo pignolosissimo etichettava tutto, ma forse l'aveva messa il sarto. Ho pensato al maggio 1968, era il "maggio francese", ho pensato ai dischi che erano usciti in quei mesi del 1968. Qualche esempio: Songs of Leonard Cohen, Astral Weeks, The Band, The White Album, Wheels of Fire. Ma mio padre non ascoltava musica rock.



Così ho pensato a mio padre. Nel maggio 1968 aveva 48 anni, ne avrebbe compiuti 49 poco dopo. Io ne ho 50 adesso. Un timing perfetto, ho pensato. Mio padre l'ho conosciuto poco, era una figura solitaria e per un ragazzino anche una figura inquietante. Così ho pensato che abbia voluto lasciarmi quel suo vestito apposta per questa occasione. Forse, in quel maggio 1968 nel suo grande cuore di padre c'era già, inconsciamente, mentre lo comprava in un qualche elegante negozio di gran classe, un pensiero per suo figlio, tanti anni dopo. Che di noi non resta poi niente. Qualche ricordo sbiadito, e un vestito appeso nell'armadio che aspetta solo di essere usato per un qualche bel momento.

Monday, December 31, 2012

2013



Moriamo a ciascuno di noi, ogni giorno. Quello che sappiamo di altre persone è solo la nostra memoria dei momenti durante i quali li conoscevamo. E sono cambiati da allora. Pretendere che loro e noi siamo gli stessi è una convenzione utile e socialmente conveniente che a volte deve essere spezzata. Dobbiamo anche ricordare che ad ogni incontro incontriamo uno sconosciuto.


T.S. Eliot (The Cocktail Party)






Friday, December 21, 2012

The future is unwritten

Ogni anno, quando stava per arrivare Natale, si metteva a disegnare personalmente delle cartoline di auguri per i suoi amici e familiari. Disegnare gli piaceva, come tantissime altre cose, segno di una personalità curiosa e inesauribile per qualunque forma di espressione. Lui, che era stata una star mondiale, ad esempio negli ultimi tempi si divertiva ad andare ai rave o ai festival con una grossa radio: si sedeva accanto a un fuoco con le persone qualunque, a sentire musica, discutere di ogni argomento, aperto a tutto e a tutti. Per quel Natale di dieci anni fa, si era messo a disegnare delle cartoline che raffiguravano delle piccole barche illuminate da una luce che veleggiavano verso una terra sconosciuta. In una di queste barchette c'era raffigurato anche lui, sorridente. Andava verso quella terra sconosciuta ai più. Probabilmente aveva finalmente chiaro il senso del suo destino. Per un uomo che aveva detto che "the future is unwritten", il futuro non è scritto, qualcosa di più di una coincidenza.





"Che cosa è un appassionato di rock'n'roll?" aveva detto una volta Joe Strummer. "Non si tratta della batteria, delle droghe, di ricoveri in ospedale. C'è molto di più di questo. A tutti piace la bella vita, un po' di soldi, un po' di droga ad altri piace il sesso, il glamour o il successo. Ma un appassionato di rock'n'roll è diverso. Perché? Perché un vero appassionato di rock'n'roll vuole tutto". Ecco, per Joe Strummer la vita era un desiderio incolmabile di andare a fondo di ogni suo aspetto, senza contentarsi mai.

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Sangue nei solchi del cuore

“Bob Dylan è in città, c’è bisogno di catturare qualcosa di magico”. La “città” è ovviamente New York, al telefono John Hammond, il più gran...

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