Wednesday, December 30, 2009

Have yourself a rockin' and rollin' 2010

Don’t worry about the world coming to an end today. It’s already tomorrow in Australia
Charles M. Schulz

"When you think that you lost everything you find out you can always lose a little more", quando hai perso ogni cosa, puoi sempre perdere qualcosa di più, diceva Robert lo Zimmerman. Ho sempre sostenuto che le canzoni rock dicono la verità, e in una fredda sera di fine inverno devo constatare una volta di più che ho ragione. In un anno balordo in cui ho praticamente perso tutto o quasi, mia moglie riesce anche a perdermi il portafogli con dentro un sacco di contante appena prelevato e soprattutto ogni singolo documento di identità, anche la tessera Arci della Casa 139. Non posso manco guidare la macchina adesso. Vabbè, faccio mia la filosofia del grande inventore di Charlie Brown e penso che domani si chiude questo cazzuto 2009. Potrà andare peggio di così?

Penso anche che non abbiamo certo bisogno dell'ultimo dell'anno per far festa. Però quella notte ha qualcosa di magico. E' sempre come se fosse l'ultima notte del mondo. Forse perché segretamente speriamo che a mezzanotte il mondo finisca davvero, o che almeno quella notte si porti via tutte le minchiate fatte, le speranze disilluse e tutti gli incubi che ci hanno perseguitato negli ultimi 365 giorni in modo che non ritornino più. Portafogli compresi. Mai più. O forse che a mezzanotte ci venga a trovare una fatina dotata di apposita bacchetta.

Io ho sempre sognato di passare un ultimo dell'anno tutto rock'n'roll, come si usa in America. Non dico essere stati al Fillmore East quando Jimi Hendrix era sul palco, quella mezzanotte del 1969, o neanche all'Academy of Music sempre a NYC, quella sera del 1971 quando Bob Dylan fu ospite inatteso di The Band e neanche a ballare con Jake e Elwood Blues al Winterland, nel 1978, in attesa dei Grateful Dead. Però magari a tirare i palloncini a Warren Haynes mentre canta All You Need is Love, o a fare il countdown insieme a Patti Smith, quello sì. Mi sarei accontentato anche del capodanno 2004 a Chicago, con White Stripes e Flaming Lips, o meglio ancora quella mezzanotte del 1997 al Tipitina di New Orleans: una wild night, come cantava John Mellencamp.

Vado ad aspettare la mia fatina. Neanche questa notte sarà l'ultima notte del mondo. Per fortuna. O purtroppo. E non entrate nell'anno nuovo con un cuore vuoto, don't let me into this year with an empty heart. Lo ha detto Josh Ritter, e le canzoni rock dicono la verità.


Jimi Hendrix @ Fillmore East, 1969


Bob Dylan and The Band, Academy of Music, NYC 1971



Blues Brothers @ Winterland, 1978


John Mellencamp @ Tipitina, New Orleans 1997


White Strips and Flaming Lips + countdown, Chicago, 2004


Gov't Mule, NYC, 2007


Patti Smith + countdown, NYC 2008

Saturday, December 26, 2009

Italians

Chi mi conosce sa che diffido degli italiani (in tutti i sensi). Quando si tratta di musica rock, poi, mi dico sempre: che senso ha, se posso ascoltare gli originali? Specie quando gli italians cantano in inglese....
Per questi ragazzi che seguono si fa una eccezione. E capirete perché.

I veneziani The Beards nascono come tribute band di The Band. Il fatto che incidano per una etichetta americana dice bene che il loro inglese è credibile, e la loro musica una inquietante miscela tra rimandi a Nick Cave, blues e rock. Il nuovo cd, Diggin' Fingers, è una bella raccolta di cover, da The Band appunto (Whispering Pines, This Wheel's on Fire) a Johnny Cash (Cry Cry Cry, Folsom Prison Blues, Ring of Fire), Dylan (Million Dollar Bash) a insospettabli come Chris Cornell (Rusty Cage). Confezione del cd al sempre intrigante, elegante e con tanto di storia a fumetti inclusa.

Lorenzo Bertocchini è una leggenda del varesotto e non solo, visto che si esibisce spesso negli States. Madrelingua, il suo inglese è assolutamente valido. Il nuovo cd, Hearts of Stone, è una raccolta di canzoni del suo eroe Bruce Springsteen, ma attenzione, lui le canta con attitudine intimista, folkie, la voce sussurata e niente esibizione di muscoli. Operazione riuscita (avreste mai immaginato una Incident on 57th Street col banjo? Ci sta ci sta...), piena di sentimento e anche un duetto con il suo padrino musicale, Elliott Murphy (The Angel).

I Mandolin' Brothers non li scopro certo io, visto che sono sulle scene da un bel trentennio. 30 Lives è un live che festeggia appunto il bell'anniversario: vibrazioni country-rock con la California dei 70s nei cuori per un disco registrato in modo eccellente. Quasi tutti brani originali più cover di lusso, come Almost Cut My Hair.

Infine gli Shangai Noodle Factory, nuovo progetto dell'ex Voodoo Lake (eccellente band torinese di southern rock) Max Arrigo. Il cuore, in questo bel Second Nature, batte ancora tra Allman Brothers Band e il buon southern rock dei 70s. La sua chitarra slide gronda umori sudisti e svisa in lungo e largo senza sensazionalismi, ma con il cuore, come ben pochi in Italia sanno fare. Anche una acustica Come On in my Kitchen di Robert Johnson (tra gli ospiti presenti, anche il grande Jono Manson).

Perché tutti questi eccellenti musicisti di casa nostra io non li abbia mai potuti godere dal vivo nella mia Milano, la dice lunga della minchiaggine di chi governa i club meneghini, troppo attenti al nuovo eroe indie alternative del momento e all'happy hour degli sfigati. Voi date loro una chance: meritano.

Monday, December 21, 2009

Merry Christmas baby

Ci vediamo lungo la strada. Che ne siamo degni
(Francesco De Gregori)

Ho viste cose che voi umani non potreste immaginare. Bicchieri di negroni e gin tonic uno sull'altro durante ogni happy hour da Lambrate a Porta Ticinese. Nessuna ora è mai stata più infelice di quelle. Mi sono rinchiuso in macchina in una afosa notte di fine luglio a urlare e picchiare i pugni contro i vetri. Ho giocato a carte con il diavolo mentre un angelo mi accarezzava e implorava di seguirlo. Sulle rive del Fiume Rosso ho pianto calde lacrime e ho distrutto bottiglie ormai vuote contro i sassi in una spiaggia davanti al mare a pochi metri da dove baciai il mio primo amore. Nella mia testa ho scritto due libri che nessuno leggerà mai, mentre guidavo nella tempesta ascoltando un milione di volte qualcuno che cantava sono malato d'amore, ma ci sono dentro fino al collo.

Ho bestemmiato il nome di Dio e anche quello di lei. Mi sono fumato il cervello con sigarette e canzoni per notti intere. Ho cenato con re e regine, e ho bruciato le mie ali. Da qualche parte, qualcuno tirava fuori il mio nome dal suo cilindro e decideva che era il mio turno: disprezzo gelosia e malavoglia mi sono piovuti addosso con innocenza. Il ragazzino sperduto che si prendeva così sul serio non c'è più. Nell'appartamento di fronte al mio, le luci andavano e venivano mentre il termosifone tossiva e la radio suonava piano. Mi sono chiesto qual è il prezzo da pagare per non ripetere tutto un'altra volta. Alla fine, sulla strada per Reno, in una tempesta di neve, mi sono perduto e poi ritrovato. Non ero mai solo, non lo sono mai stato anche se credevo di esserlo. Il male che ho fatto lo porto dentro come una cicatrice che non si richiuderà mai, perché è dalle crepe che passa la luce.

Sono le quattro del mattino, è la fine di dicembre. Fra due giorni è Natale, ci scommetto che nevica, ci scommetto dal freddo che fa. Fra due giorni è Natale, non va bene, non va male. Buonanotte, torna presto e così sia.

E' stato un anno lungo un giorno, ma siamo ancora indietro di un mattino. Strike another match, go start a-new. Now that the past is gone.

Hanno cantata con me: il replicante Roy Batty, Bob Dylan, Johnny Cash, Bruce Springsteen, Leonard Cohen, Francesco De Gregori.

Dedicato ai miei angeli di Internet. They know who they are.


Buon Natale a tutti i lettori di questo blog

Saturday, December 19, 2009

The '00s: Goodbye (at Last) to the Decade from Hell

Il Boston Globe ha pubblicato sul suo sito 50 fotografie tra quelle più significative per raccontare una decade, gli anni Zero, i Noughties o quello che volete. Devo dire che non ricordavo fosse stato un decennio così orribile: il 90% di queste foto (e alcune sono censurate, bisogna cliccarci sopra se proprio si vogliono vedere) sono roba per stomaci forti, seppur incredibilmente belle dal punto di vista fotografico. Dieci anni di massacri, catastrofi, guerre striscianti e dichiarate, ingiustizie, miserie. Il Time, da cui ho preso il titolo di questo post, non a caso dice "addio - finalmente - al decennio dell'inferno". Qua ne pubblico solo una, quella meno 'forte', ma altrettanto straziante.Dicevano che il peggio era passato con la fine del Novecento, il secolo del demonio. Se il Terzo Millennio è cominciato con dieci anni come questi, chissà cosa dovremo aspettarci in futuro. Verrebbe da cantare, come faceva quello, "its the end of the world, and I feel fine"...

PS: c'è anche una foto di Materazzi...
http://www.boston.com/bigpicture/2009/12/the_decade_in_news_photographs.html

Thursday, December 17, 2009

Fuori concorso

Non è che me la sono dimenticata, fra i 50 dischi dei Noughties. Anche Theology, bel disco del 2007, aveva diversi punti deboli. Cosa che hanno praticamente tutti i suoi album. Peccato, perché, qualunque cosa canti, anche robe di poco conto, la sua voce è probabilmente la più bella voce femminile degli ultimi quarant'anni.
Forse solo l'ep Gospel Oak era perfetto in tutto, ma aveva solo sei canzoni, ed era degli anni 90:

Monday, December 14, 2009

Best of Decade 2000-2009: dal # 46 al 50

Gennaio 2000-novembre 2009: i cinquanta dischi degli anni Zero
(esclusi live, ristampe, antologie, tributi e colonne sonore)

Spiritual guidance: Claudio Magnani
Musical advisors: Rossana Savino, Diana Pizzuto

46. 16 Horsepower, Folklore, 2002
Dave E. Edwards ha un dono unico: far resuscitare i morti, soprattutto quelli del vecchio West. Come mi disse lui una volta, nella mia fisarmonica ci sono fantasmi. Folklore è il ritorno con vendetta del miglior gruppo di gothic country, dopo alcuni dischi così così.

47. Emmylou Harris, All I Intended to Be, 2008
Anche se ha lasciato Nashville (musicalmente), è sempre la regina. Adesso le canzoni se le scrive lei, ma Gram Parsons è sempre nel suo cuore, anche se questa non è più musica country.

48. Lost in the Trees, All Alone in an Empty House, 2008
Musica classica e musica folk possono andare insieme? Assolutamente sì. Un concept album, un viaggio dentro ai misteri dell’amore, del cuore, della solitudine. Inquietante e rassicurante allo stesso tempo.

49. Dixie Hummingbirds, Diamond Jubilation, 2003
Metti insieme Levon Helm e Garth Hudson (The Band); Larry Campbell, George Receli e Tony Garnier (Bob Dylan Band). Ma soprattutto li metti ad accompagnare il più antico e rispettato gruppo vocale di colore d’America. Il risultato è purissima american music.

50. Elton John, Songs from the West Coast, 2001
Non scherziamo, siamo lontani dal geniale e commovente autore di canzoni dei primi anni 70. Ma siamo anche lontani dalla spazzatura a cui ci aveva abituati Sir Reginald negli ultimi vent’anni. Qui ritrova dignità e il senso del proprio lavoro. E’ abbastanza.

Saturday, December 12, 2009

Best of Decade 2000-2009: dal # 41 al 45

Gennaio 2000-novembre 2009: i cinquanta dischi degli anni Zero
(esclusi live, ristampe, antologie, tributi e colonne sonore)

Spiritual guidance: Claudio Magnani
Musical advisors: Rossana Savino, Diana Pizzuto

41. Josh Ritter, Hello Starling, 2003
Il nuovo Dylan? Forse lo crede Joan Baez che ha inciso un pezzo di questo splendido album, ma lui è un originale. Certo, guarda ai 60s e al Maestro (in questo disco però, non nei successivi), ma ha sufficiente carisma per giocare in proprio.
42. Beth Orton, Comfort of Strangers, 2006
La regina della folk-tronica è diventata donna (e poco dopo questo disco anche mamma). Ha eliminato certi orpelli sonori, ma le rimane la più bella voce femminile, la più intensa, del terzo millennio, e una manciata di splendide canzoni. Still the goddess.

43. Gillian Welch, Time the Revelator, 2001
Purissima – e bellissima. Come la musica che fa: I want to sing that rock and roll è una bugia, perché lei canta il folk più ortodosso e rigoroso. Ma è anche una canzone straordinaria. Come lei.

44. Steve Earle, Trascendental Blues, 2000
Anche i fuorilegge hanno un cuore. Un cuore che trascende, come il vero amore. Smesso con la droga e gli eccessi, Steve Earle fa un disco che musicalmente rimanda ai Beatles e liricamente alle pene del cuore. Trascendentale, appunto.

45. Ryan Bingham, Mescalito, 2007
Metà cowboy, metà honky tonk hero. Il Texas ritrova una voce. Produce uno che le palle le ha per davvero, l’ex Black Crowes Marc Ford, e il risultato si sente. Uno dei migliori esordio del decennio.

Thursday, December 10, 2009

The last great american rock'n'roll band

Fu Bob Dylan, che ebbe onore e fortuna di averli come backing band nel 1986 e 1987, a definire Tom Petty & The Heartbreakers "l'ultima grande rock band americana". In quelle parole, come sempre quando bofonchia qualcosa Zimmerman, c'è davvero tutta l'essenza di questo gruppo: americani, che gli Heartbreakers hanno saputo dialogare con tutte le formule espressive di quel paese, dal rock'n'roll al rockabilly, dal folk al country, dal blues alla psichedelia; grandi,perché lo sono stati e ancora lo sono per davvero. Non è un caso che Mike Campbell o Benmont Tench appaiano in centinaia di dischi di colleghi come session men o produttori, e non è un caso che tutti insieme abbiano saputo accompagnare, oltre che Dylan, anche Johnny Cash in uno dei suoi ultimi, straordinari dischi. E ultimi, perché davvero dopo di loro non si mai più visto un gruppo rock americano totale e di tale livello.Ma grandi, e rock, e americani, lo sono soprattutto sul palcoscenico, dove hanno sempre dimostrato uno strapotere di livelli eccelsi, dai primi tempi un po' punk, nei 70, alla piena maturità degli anni 90, con quelle scorribande nella psichedelia garage e nel jingle jangle, o nel british blues, un caleodoscopio di suoni e colori che non ha avuto paragoni. Il cofanetto The Live Anthology racconta tutto ciò (con incursioni avanti e indietro dal 1980 a oggi), anche se lascia un po' di amaro in bocca, perché non tutte le scelte appaiono rappresentative di questa grandezza musicale. A fine anni 90 il biondo Tom e i suoi spezzacuori tennero ad esempio venti serate consecutive al Fillmore West di San Francisco, alcune delle quali trasmesse via radio. Ho quelle registrazioni, e battono di parecchio quanto proposto in questo cofanetto, che comunque è un egregio compendio degno di apparire nella lista dei regali di Natale di ogni serio music fan. Basti pensare a certe cover, come Green Onions, Friend fo the Devil, o anche la furibonda resa di Oh Well dei Fleetwood Mac.
E' disponibile anche una versione deluxe con un quinto cd e due dvd, tra cui uno show del 1978.

Io Tom Petty & The Heartbreakers li ho visti in concerto: due volte, quando vennero con Bob Dylan nel 1987. Ne ho un ricordo ancora oggi incandescente, totale. Nessuno li ha mai portati più a suonare qua da noi, italico mistero. Non crediamo costino più di un Tom Jones o di un Michael Bolton, o che abbiano meno pubblico di costoro. Si preferisce riempire gli stadi con i soliti noti. Ma io li ho visti, e quando partono questi 4 cd della Live Anthology, sono ancora sotto al palco, a urlare american girl... con un po' di southern accents, naturalmente...

Wednesday, December 09, 2009

Best of Decade 2000-2009: dal # 36 al 40

Gennaio 2000-novembre 2009: i cinquanta dischi degli anni Zero
(esclusi live, ristampe, antologie, tributi e colonne sonore)

Spiritual guidance: Claudio Magnani
Musical advisors: Rossana Savino, Diana Pizzuto

36. Robert Plant & Allison Krauss - Raising Sand, 2007
Se una vecchia volpe del rock incontra un giovane virgulto della country music. Il risultato, coordinato dall’immenso T-Bone Burnett è un disco di grande fascino, che varia tra la tradizione e il songwriting di lusso (Gene Clark, Townes Van Zandt).

37. Lucinda Williams, Essence, 2001
Nessuno canta le tensioni e la passione d’amore come Lucinda. Sudista purosangue, dylaniana nell’anima, innesta sulle sue ballate le vibrazioni “maschie” del rock degli anni 70: chitarre ululanti, come l’amore perduto.

38. Nick Cave, Abbatoir Blues / The Lyre of Orpheus, 2004
Un disco doppio, una immersione nell’R&B, nel soul, nel blues, nel gospel. Al solito, con tutta la pazzia lucida del più grande autore di canzoni degli ultimi vent’anni.
39. Patti Smith, Trampin’, 2004
L’ex madrina del punk tira fuori le ultime cartucce di una rabbia antica, per un disco che passa da meditazioni fra vita e morte, William Blake e i bombardamenti su Baghdad. Rock come se non ci fosse via di scampo.

40. Jim White, Transnormal Skieproo, 2007
L’ex fotomodello che ha saputo vincere droga e depressioni continua il suo viaggio tra i fantasmi di Flannery O’Connor, alla ricerca del Gesù dall’occhio strabico. Southern gothic, questa volta con un pizzico di Motown oltre al solito country blues elettronico.

Saturday, December 05, 2009

Best of Decade 2000-2009: dal # 26 al 35

Gennaio 2000-novembre 2009: i cinquanta dischi degli anni Zero
(esclusi live, ristampe, antologie, tributi e colonne sonore)

Spiritual guidance: Claudio Magnani
Musical advisors: Rossana Savino, Diana Pizzuto

(oggi ci piazzo dentro dieci dischi perché me ne vado a fare il ponte. Happy Sant'Ambroeus)

26. Kings of Leon, Only by the Night, 2008
Non hanno fatto un disco brutto i Kings, un padre predicatore e canzoni, come dicono loro, tra Jack Daniel’s e Spirito Santo. Io preferisco questo perché è il più divertente e al tempo stesso epico. Come se gli U2 fossero una band del Sud degli States.

27. Decemberists, Picaresque, 2005
Sono dei poeti, sono dei sognatori, sono americani, ma sembrano gli eredi della grande stagione folk inglese di fine anni 60. Dream folk pop.

28. Barzin, Notes to an Absent Lover, 2009
Iraniano di origine, canadese di adozione. Tra Cohen e Dylan, compone il Blood on the Tracks del Terzo Millennio. Sanguinante.

29. The Fireman, Electric Arguments, 2008
Paul McCartney torna a divertirsi e a divertire come ai tempi dei Beatles più sperimentali. E ci mette anche delle gran belle canzoni. Psichedelico senza droga.


30. Bob Dylan, Christmas in the Heart, 2009
I dischi natalizi sono sempre orribili, a parte quelli di mezzo secolo fa. Il grande vecchio spazza via in un colpo tutta la patina mielosa e restituisce dignità a un genere, spostando le lancette indietro di cinquant’anni. Gioioso e religioso.

31. Solomon Burke, Don’t Give Up On Me, 2002
Il grande – in tutti sensi – soul man ritrova, grazie a Joe Henry che lo produce – il suo posto, perduto sin dalla fine degli anni 60. Canzoni di Tom Waits, Bob Dylan per una voce che ancora fa vibrare ogni corda dell’anima. Maestoso.

32. Mark Knopfler, The Ragpicker’s Dream, 2002
Da solista, Knopfler – a parte il primo disco del suo ex gruppo – fa le cose migliori. Il rock è un ricordo lontano che accende il desiderio di andare alle radici, sue e della musica. Back to Nothumbleland.

33. The Felice Brothers, The Felice Brothers, 2008
Lo spirito di The Band si reincarna in tre fratelli originari dell’isola di Malta,ma che vivono sulle Catskills Mountains. Come The Band, sanno evocare lo spirito dei Padri Pellegrini, della Repubblica Invisibile e sanno anche fare casino. Alcolici.

34. Natalie Merchant, Motherland, 2001
La bellissima voce dei 10,000 Maniacs è oggi una signora riflessiva, che guarda alla storia del suo paese e della sua gente, a cui dedica un disco commovente. La produzione di T-Bone Burnett fa la differenza.

35. Joe Henry, Civilians, 2007
Tutti ormai lo conoscono come produttore (uno dei migliori del Terzo Millennio) ma lui porta avanti senza clamori anche una carriera solista assolutamente brillante. Quando il jazz e lo sperimentalismo affrontano la canzone d’autore. Coraggioso

Friday, December 04, 2009

Best of Decade 2000-2009: dal numero ventuno al venticinque

Gennaio 2000-novembre 2009: i cinquanta dischi degli anni Zero
(esclusi live, ristampe, antologie, tributi e colonne sonore)

Spiritual guidance: Claudio Magnani
Musical advisors: Rossana Savino, Diana Pizzuto

21. Tinariwen, Aman Iman, 2007
Se il blues torna alla Madre Africa. Anzi, al deserto. Loro sono gli Uomini Blu, i Tuareg del Sahara, li ha scoperti Robert Plant e cantano la fierezza e la libertà della loro razza. Cosmico.
22. Glen Hansard & Marketa Inglova, Once, 2007
La sorpresa del decennio. Celtic soul con nel cuore Van Morrison e la capacità di cantare l’amore, quello vero, quello al destino dell’altro, come ben pochi. Cinematografici.

23. Johnny Cash. American V, 2006
Non il migliore della serie American Recordings, ma il più toccante. Postumo, registrato con la consapevolezza che il proprio viaggio è giunto quasi al capolinea e nel ricordo della moglie che lo sta aspettando "up in heaven". Un uomo solo davanti a Dio. A legend in his own time.

24. Joe Strummer & The Mescaleros, Streetcore, 2003
Postumo anche questo, diventa il miglior disco dello Strummer solista. Folk, rock’n’roll, reggae, dub, ma soprattutto una tensione e una onestà che non hanno pari. Gone too soon.

25. Neil Diamond, 12 Songs, 2005
Neil fucking Diamond? A parte che ha scritto alcune canzoni strepitose anche quando era un poppettaro, qui con Rick Rubin – sempre lui – si racconta in completa solitudine, con una voce tra le più belle e una manciata di brani superlativi.

Thursday, December 03, 2009

Best of Decade 2000-2009: dal numero sedici al venti

Gennaio 2000-novembre 2009: i cinquanta dischi degli anni Zero
(esclusi live, ristampe, antologie, tributi e colonne sonore)

Spiritual guidance: Claudio Magnani
Musical advisors: Rossana Savino, Diana Pizzuto

16. Xavier Rudd, Solace, 2004
Biondo, surfista, australiano. Alterna la chitarra slide suonata come se fosse Ben Harper al didgeridoo degli aborigini. Il mix è affascinante: canzone d’autore globale, tra ricordi di California anni 70 e l’alba del mondo. Oceanico.

17. The Tallest Man on Earth, Shallow Grave, 2008
L’uomo più alto del mondo è svedese, ma suona come un folksinger del Greenwich Village degli anni 60. Ma a differenza di allora, le sue canzoni non hanno niente di ottimista e invece sprigionano tutta l’angoscia del Terzo Millennio. Profondo.

18. Jakob Dylan, Seeing Things, 2007
Figlio di cotanto padre, si lascia alle spalle le tentazioni pop della sua band, i bravi Wallflowers, per affidarsi a voce e chitarra acustica. Lo accompagna lo stregone dei produttori, Rick Rubin. Intenso.

19. Lambchop, Nixon, 2000
“Nashville most fucked up country band”: come mettere insieme il Philly sound dei 70s e le suggestioni da alternative country. Musica schizoide, ovviamente, ma ricca di fascino. L’alternativa dell’alternativa.

20. Ryan Adams, Heartbreaker, 2000
Avesse continuato a fare dischi di questo livello (esordio solista dopo la felice avventura dei Wiskeytown) avrebbe potuto diventare il miglior songwriter della sua generazione. Invece si è bruciato il cervello. O esaurito ogni talento. Peccato.

Wednesday, December 02, 2009

Best of Decade 2000-2009: dal numero undici al numero quindici

Gennaio 2000-novembre 2009: i cinquanta dischi degli anni Zero
(esclusi live, ristampe, antologie, tributi e colonne sonore)

Spiritual guidance: Claudio Magnani
Musical advisors: Rossana Savino, Diana Pizzuto

11. Queens of the Stone Age, Songs for the Deaf, 2002
Il rock del Terzo Millennio è riciclaggio del riciclaggio, White Stripes su tutti. Almeno i Queens suonano come se non dovessero insegnare niente a nessuno, ma solo per salvare se stessi. Che è quello che fa la differenza. E quando hai a bordo Dave Grohol, Mark Lanegan, Josh Homme, Dean Ween, come si fa a fare un disco brutto? Vitaminizzante.

2. North Mississippi All Stars, Shake Hand with Shorty, 2000
Gli eredi della Allman Brothers Band e dei power trio anni 60, con in più sentimento punk e anche hip-hop. Il Sud degli States risorge in tutto il suo orgoglio e potenza sonora. Blues del Terzo Millennio.

13. Gov’t Mule, The Deep End, 2001
Mostruosi. Per tecnica e sentimento. Un disco totale che passa in rassegna tutto il meglio di quanto il rock ha prodotto in quarant’anni. Warren Haynes è senza dubbio il miglior chitarrista della decade, e qui ci sono anche un sacco di grandi canzoni. Epico.



14. Black Crowes, Before the Frost, 2009
Circa un ventennio prima i Corvi Neri avevano ridato dignità e credibilità alla musica rock. Oggi tornano a rivendicare il loro ruolo di anello di congiunzione tra i 70s e l’era moderna. Biblici.

15. The Word, The Word, 2001
Metti insieme i North Mississippi All Stars, il formidabile tastierista John Medesky e l’incredibile steel guitarist Robert Randolph e avrai il più fantasmagorico disco strumentale da secoli. Blues, jazz, rock e gospel sotto la stessa bandiera: good vibrations.

Tuesday, December 01, 2009

Best of Decade 2000-2009: le posizioni dalla sesta alla decima

Gennaio 2000-novembre 2009: i cinquanta dischi degli anni Zero
(esclusi live, ristampe, antologie, tributi e colonne sonore)

Spiritual guidance
: Claudio Magnani
Musical advisors: Rossana Savino, Diana Pizzuto

6. Cowboy Junkies, Trinity Revisted, 2007
Vent’anni dopo, la band canadese torna sul luogo del delitto, dove incisero il primo disco: una chiesa. Con loro alcuni ospiti, Natalie Merchant, Ryan Adams e Vic Chesnutt. Nel frattempo i Junkies hanno imparato a suonare (e bene) e portano il loro vecchio folk noir in aeree psichedeliche e noisy. Pauroso.

7. Aimee Mann, Bachelor n, 2, 2000
La Joni Mitchell del terzo millennio? Anche no. Americana, ma con il cuore tra Beatles ed Elvis Costello. L’incrocio tra America e Inghilterra è rischioso, ma lei ha classe da vendere: una voce affettuosa ma anche tagliente, canzoni geometriche, tra folk ed elettronica, in cui l’amore viene psicanalizzato. Quando pop non è una parolaccia.

8, Bruce Springsteen, Devils & Dust, 2005
E’ in versione songwriter intimista che il Boss del terzo millennio dà il meglio, sorpassando la roboante, ma in fondo effimera nostalgia della E Street Band. Questo è il suo disco “acustico” migliore di tutti: tra Warren Zevon e il primo Tom Waits. Desertico.

9. Fleet Foxes, Fleet Foxes, 2008
Fantasmi che escono dalle foreste di Twin Peaks: il folk ritrova la sua strada nel mondo ipertecnologico e computerizzato. Chitarre acustiche e voci che armonizzano come i Beach Boys per riaffermare quello che c’è nel cuore dell’uomo: desiderio di infinito. Ancestrale.


10. Eddie Vedder, Into the Wild, 2007

Il cantante dei Pearl Jam trova, da solo, la sua voce. Che è una delle più belle della storia del rock, ma finalmente ci sono anche le grandi canzoni. E Society potrebbe essere la più bella del decennio (ma non l’ha scritta lui). Se Walt Whitman fosse stato un cantante rock.

Monday, November 30, 2009

Best of Decade 2000-2009: i primi cinque

Gennaio 2000-novembre 2009: i cinquanta dischi degli anni Zero
(esclusi live, ristampe, antologie, tributi e colonne sonore)

Spiritual guidance: Claudio Magnani
Musical advisors: Rossana Savino, Diana Pizzuto

1. Wilco, A Ghost is Born, 2004
2. Wilco, Yankee Hotel Foxtrot, 2002
Due dischi della band di Chicago, a pari merito. Potrebbe essere un unico disco. Un grande, grandissimo disco. I Wilco sono la miglior rock band del terzo millennio: geniali, imprevedibili, innovativi, ma anche tradizionalisti. E a differenza di quelli degli anni Zero, loro (Jeff Tweedy) sanno scrivere grandi canzoni e, ancor di più, testi che hanno un contenuto. Totali.

3. Bob Dylan, Love and Theft, 2001
Non meriterebbe di stare fra i cinque migliori dischi di Dylan, ma alla fine della fiera il grande vecchio dimostra di avere ancora una marcia in più rispetto ai suoi coetanei. L&T avrebbe potuto essere suonato, cantato e prodotto meglio, ma per aver scritto un pezzo come Mississippi chiunque venderebbe la madre. Facendo musiche che precedono l’era del rock’n’roll, Dylan fa uno dei migliori dischi rock della decade. Onesto, come dice lui, con se stesso: honest with me.

4. Shelby Lynne, Just a Little Lovin’, 2008
Minimale e raffinato, suonato e registrato come 50 anni fa, con alcuni dei musicisti che lavoravano con Frank Sinatra. Una voce che spacca, impietosa e consolatoria allo stesso tempo. E alcune delle più belle canzoni del Novecento, quelle che cantava l’immortale Dusty Springfield. Per cuori infranti.

5. Nick Cave and the Bad Seeds, No More Shall We Part, 2001
Il disco dove l’artista maledetto fa finalmente pace con se stesso, le donne e Dio. Caccia il diavolo via di casa, perché a casa c’è Lui: God Is in the House. Musicalmente, uno dei suoi più intensi e raffinati lavori di sempre, con Leonard Cohen ben fisso nel cuore. Trascendente.

Friday, November 27, 2009

Best of Decade (gli anni Zero)

Se Claudio Magnani chiama, io rispondo. Uno dei tre discografici italiani per cui ho stima totale. Uno che si è fatto fotografare tra Keith Richards e Tom Waits. Mi chiede di fargli avere una lista dei miei dischi preferiti degli anni Zero, dal gennaio 2000 a novembre 2009, la prima decade del terzo millennio. Io manco mi ero accorto che era finita. Oddio, è difficile metterne insieme dieci, di dischi, di questi anni. In qualche modo ne tiro fuori una cinquantina, che pubblicherò cinque alla volta su questo blog, andando in ordine di preferenza, quelli che preferisco a cominciare e poi giù, a scendere.Non sono uno che, nonostante tutto, ascolta moltissimi dischi, quando ne trovo uno che mi piace dedico anche mesi ad ascoltare solo quello. E se un disco non mi prende, vola giù dal quarto piano dove abito molto presto, così non ne ho trovati molti di questi anni Zero, da citare. Sicuramente mi sono perso tantissime cose, ma non sono un tuttologo esasperato. Less is more, come diceva quello.
Ho escluso i live, i tributi, le raccolte a tema, per concentrarmi solo su solisti e gruppi. C'è poco rock, e non è un caso. Trovarne di veri dischi rock è quasi impossibile, quasi nessuno oggi suona ancora rock, checché ne dicano MTV o Virgin Radio. Sono andato a vedere liste analoghe che ci sono in giro sulla Rete, anche di autorevoli riviste, e sono rimasto allibito dalle loro classifiche. Bah.
Non ci sono, a parte un paio di eccezioni, sopravvissuti dei Sixties, ma anche dei Seventies. Non è un caso neanche questo. Ci sono tanti songwriter, ed è da lì che in questi anni Zero sono venute le cose migliori. La voce è tornata protagonista, e questo è un bene. Ma comunque, di questi 50 dischi che ho stilato, ne ascolto pochissimi. Li ho elencati, ma stanno là, sullo scaffale. Magari fra dieci o vent'anni avranno assunto un altro peso, un altro valore. O magari saranno volati giù anche loro dal quarto piano.
Si comincia lunedì con i primi cinque. Se intanto volete sbizzarrirvi a lasciare nei commenti i vostri preferiti, sarà divertente.

Thursday, November 26, 2009

Jewels and binoculars

"I aint gonna give you no bullshit"
(Mick Jagger, Madison Square Garden, 26 novembre 1969)

Una volta chiesi a Eric Andersen se gli piacevano gli Stones. Da folksinger purosangue e da appassionato che, come mi dice sempre lui, a casa ascolta sempre e solo jazz e musica classica, mi aspettavo un diniego disgustato. "Mi sono sempre piaciuti" disse invece "da quando li vidi al Madison Square Garden".
Jagger e soci al Garden di NYC devono averci suonato una infinità di volte nel corso della loro carriera, ma per tutti, specie quelli di quella generazione lì, dire "li vidi al Madison Square Garden" significa una data ben precisa. Significa quella volta lì, quarant'anni fa esatti, significa "il" concerto, la prima volta che suonarono nel cuore di New York, dando vita di fatto ai concerti rock moderni come oggi li conosciamo.
Solo che a differenza dei concerti che oggi conosciamo, quello di 40 anni fa, anzi i due che si tennero le sere del 26 e 27 novembre 1969, quelli facevano paura. Non erano intrattenimento stile Disneyland per famiglie. Era quando la musica rock faceva paura.
Con Mick Taylor a bordo e Brian Jones sottoterra da pochi mesi, gli Stones erano diventati la rock band più cattiva del pianeta. Questa sarebbe stata la formazione definitiva, e migliore, del gruppo inglese, con buona pace di Ronnie Wood e della buon'anima di Brian. Il blues era la cifra di questa formazione, il lato oscuro della psiche umana la storia che raccontavano: nei quasi dieci minuti di angosce narrate nella sconvolgente Midnight Rambler, raffigurazione dello strangolatore di Boston, o nel sabba luciferino di Sympathy for the Devil dove la chitarra di Keith Richards a un certo punto simette a suonare da sola. E attenti che a scherzare con certi personaggi si finisce per evocarli, come sarebbe successo meno di un mese dopo ad Altamont, California, con uno spettatore assassinato proprio mentre si alzavano le note di Sympathy for the Devil. E se Eric Clapton incendiava i Crossroads di Robert Johnson, loro feriscono l'amore con la sua Love In Vain.
Ma al Madison Square Garden si celebra ancora il blues bianco del combattente di strada: Street Fightin' Man, e che altro può fare un povero ragazzo, se non suonare in una rock'n'roll band?
L'evento viene giustamente celebrato in una versione deluxe di quello che è uno dei cinque più grandi dischi dal vivo di tutti i tempi, Get Yer Ya-Ya's Out (nella cui copertina, gli attenti dylaniani avranno riconosciuto l'evidente riferimento a Visions of Johanna di Bob Dylan, gioielli e binocoli che pendono dalla testa del mulo): un secondo cd con 5 brani in più registrato nel corso di quelle serate, tra cui Satisfaction, un terzo cd con le performance dei supporter, BB King e Ike and Tina Turner, e un dvd con immagini delle serate, del backstage, di Richards in studio. Una bonanza di grande musica, come dicono gli inglesi. Musica che fa ancora paura.

Tuesday, November 24, 2009

Rock critics

"Tanto ci sarà sempre un Bertoncelli o un Vites a sparare cazzate"
(Da una e-mail ricevuta, a proposito dei miei deliri sul blues *)
A fine anni 70 mi innamorai perdutamente dell'introduzione che Riccardo Bertoncelli scrisse a un volume di traduzioni dei testi di CSN&Y (traduzioni peraltro bruttine, ma non le aveva fatte lui). La lessi e rilessi tante di quelle volte che finii per impararla quasi a memoria. Era poesia, poesia rock, più che un saggio critico. Allora non pensavo di mettermi a scrivere di musica, finché c'era qualcuno che scriveva così che bisogno c'era di provare a fare altrettanto. Purtroppo Bertoncelli si dedicò ad altri impegni, anche se credo scriva ancora. Nello stesso periodo, era il 1978, mi innamorai anche di un articolo di Mauro Zambellini sulla scena di New York del periodo. Il primo disco che ho comprato perché una recensione mi aveva convinto a farlo (era piuttosto un lungo articolo, ma allora si faceva così) fu Two Sides to Every Story, 1977, di Gene Clark, e l'autore del pezzo era Raffaele Galli.
Smisi poi per noia di leggere le riviste rock, negli anni 80, fino a che mi imbattei a fine decennio in Blue Bottazzi che esaminava quanto uscito in non ricordo quale anno musicale. Fui di nuovo preso dalla passione per la lettura rock. Si può fare, pensai, si può scrivere così. E lo feci. Feci una fanzine su Bob Dylan e ne mandai qualche copia a Blue per sapere la sua opinione. Mi telefonò per dirmi che gli sembrava cosa bella, che anche lui anni prima aveva cominciato con una fanzine. Fu una sorta di battesimo della scrittura, di sponsorizzazione. Per cui adesso chi si incazza per le cose che scrivo se la prenda con Blue Bottazzi. E Bertoncelli. E Zambellini. Two Sides to Every Story, per la cronaca, quando lo comprai non mi piacque. Oggi mi piace tantissimo, per cui prendetevela anche con Raffaele Galli.

Da quando poi ho cominciato a farne il mio lavoro, ho scoperto Greil Marcus e Lester Bangs. Cerco di ispirarmi a loro, adesso. Cioè scrivere di musica rock, come qualunque altra cosa nella vita, non può essere una cosa neutra e non si può cercare di piacere a tutti. Non vuol dire azzeccarci sempre, tutt'altro. Manco Greil e Lester lo facevano. Figurarsi io. Vuol dire però non essere fan. Perché il fan farà sempre il tifo per la sua squadra. Qualche tempo fa un amico mi ha segnalato che in un forum dei Pearl Jam qualcuno era incazzato con me perché "avevo parlato male dell'ultimo disco dei Pearl Jam". Non ho mai scritto alcunché sull'ultimo disco dei Pearl Jam, ho solo ascoltato il singolo e scritto di quel brano (che reputo tutt'oggi bruttissimo). La persona poi aggiungeva che quando parlo di Bob Dylan invece parlo sempre benissimo. Il che è falso: negli ultimi anni ho parlato male o poco bene tante volte di Bob Dylan, tanto che diversi fan di Dylan mi hanno scritto messaggi ricchi di insulti assortiti. Vedete come si può distorcere la realtà quando si è dei tifosi. Il problema è la cattiva educazione che abbiamo ricevuto per tanti decenni attraverso tante riviste musicali che hanno insegnato solo a fare i tifosi, non gli appassionati di musica.
La stessa cosa mi è capitata a volte con musicisti di cui mi sono permesso di criticare i loro dischi. Italiani,ovviamente. C'è un gruppo rock di casa nostra molto amato di cui recensii benissimo l'esordio, salvo dire che secondo me tecnicamente aveva dei difetti come qualità di registrazione. Da allora non mi hanno più mandato i loro dischi perché si erano offesi.
Ma non disperiamoci: ci sarà sempre un Bertoncelli o un Vites a sparare cazzate... E per citare ancora il maestro Guccini, "tanto saranno le ultime oramai".
Keep rockin'

* cmq con l'amico che mi ha scritto ciò ci siamo lasciati senza malumori reciproci. Credo

Saturday, November 21, 2009

Blues power

E' un problema tutto mio, ovviamente, tipico di un ragazzino cresciuto, prima di scoprire Bob Dylan, con Lucio Battisti, Cat Stevens ed Elton John nelle orecchie. Musica melodica, musica che non contiene alcun segno di blues. E il blues, quello vero, quello anteguerra, quello acustico di Robert Johnson, Mississippi John Hurt o Charlie Patton ancora oggi faccio fatica ad ascoltarlo. Anche Blind Willie McTell, che nessuno canta il blues come fa lui. Certo, so riconoscere la grande capacità compositiva innata che avevano questi personaggi, ma spesso mi sembra cantassero davvero male e suonassero peggio. Anche i fantasmi, le presenze demoniache e la paura che Eric Clapton o Greil Marcus trovavano nei blues di Robert Johnson io non ce li ho mai sentiti. Leggendo i testi sì ovviamente, ma a me sembra che Johnson cercasse piuttosto di fare il verso ai crooner, i cantanti melodici pop di allora, con quella vocina tutta vellutata e impostata che aveva.
Mi piacciono però Muddy Waters e Howlin' Wolf, il blues elettrificato, probabilmente perché ci sento dentro le prime anticipazioni di rock'n'roll, e questi avevano delle voci straordinarie, erano performer da paura veramente, esperti in studio e sul palcoscenico. Insomma: se devo andare all'epoca pre-rock'n'roll per me vince sempre Hank Williams contro Robert Johnson (e non sono razzista).

Se però devo ascoltare del blues, finisco sempre ad ascoltare quello che ne fanno i bianchi. Non ci posso far niente, è un problema mio, è un problema di radici e di cultura. Ancora oggi la più devastante e tenebrosa esecuzione blues per me rimane Crossroads come la fece quella sera Eric Clapton al Winterland di San Francisco, quarant'anni fa. E' l'assolo di chitarra più violento e terrificante della storia del rock (con tanti saluti a tutti i chitarristi metallari e compagnia). E' il blues trasfigurato e adattato a un mondo del tutto differente, ma certamente che ha più in comune con me dei campi di cotone del Mississippi degli anni 30. Altre volte ascolto l'Allman Brothers Band al Fillmore East e non mi basta mai.
Oppure tiro fuori Blues from Laurel Canyon di John Mayall, il suo ultimo grande disco. Blues bianco, bianchissimo, composto e registrato durante una vacanza nella mecca degli hippie di allora. Per qualche motivo, sia questo disco che quella Crossroads furono registate nello stesso anno, il 1968, quasi che il blues fosse l'unico modo rimasto per interpretare quello che stava accadendo nel mondo attorno. Se i canoni tipici del blues sono alla base di tutto il lavoro, con quei riffoni presi qua e là nel repertorio dei neri, Mayall parte per un viaggio in acido, scarnificando e facendo del blues una rilettura minimale a volte, altre lasciando esplodere chitarre e tastiere, batteria e armonica, la voce ululante, evocando veramente i fantasmi e i demoni che Robert Johnson si era limitato a descrivere. Questo è un disco che fa paura. E' gothic blues, questo. Il blues è un'eco da un mondo scomparso che si cerca di evocare, come un sabba all'LSD. Mick Taylor, di lì a pochissimo nei Rolling Stones, ragazzino di 17 anni (!), suona come non suonerà mai più in vita sua. Scava e taglia, sanguina e implora, bestemmia e trancia, sfidato da John Mayall davanti a lui ad andare dentro un viaggio nell'ignoto.
Ecco. Questo è il blues per me. Quando la formula viene trascesa e si parte per non si sa dove. Qalche anno fa vidi John Mayall in concerto, e fu una bella delusione. Ormai incapace di sfidare i demoni che una volta aveva scatenato, ridotto a fare quello che fanno tutte le blues band da bar che infestano festival e locali anche di casa nostra: routine, e pure noiosa. Due anni fa ho visto anche Mick Taylor, e considerando che l'inferno questo ex ragazzo l'ha attraversato in lungo e in largo, seppur lontano anche lui anni luce dai fantasmi di Laurel Canyon, è stato molto più dignitoso. In alcuni pezzi la sua chitarra faceva ancora male, e molto. Ad esempo quando ha invitato sul palco Blind Willie McTell, cortesemente mandato lì da Bob Dylan. Allora sì che ho capito che nessuno ha mai cantato il blues come lui.

Wednesday, November 18, 2009

Da cui si deduce che la voce di una generazione era Babbo Natale



Ma anche finalmente possiamo vedere "who threw the glass/chi tirò il bicchiere", annosa (diremmo ultradecennale) diatriba che tormentò i bravi protagonisti di Don't Look Back, nella famosa scena del bicchiere di vetro volato dalla camera di albergo di Bob Dylan al Savoy Hotel di Londra, 1965, quasi terminata in rissa perché nessuno voleva ammettere chi lanciò il bicchiere dalla finestra. Eccolo il colpevole, che sta ancora scappando. O forse è stato semplicemente trovato nella camera da letto della moglie del padrone di casa.
Comunque questo è il tipo di sera di Natale che ho sempre sognato di passare. E Bob Dylan ha una sfilza di splendidi cappelli. La parrucca.... sembra ancora quella indossata a Newport nel 2002, ma, o è cresciuta da sola oppure l'avrà tenuta sotto il cuscino in tutti questi anni per stirarla così bene.
Fantastico. Adoro. Must be Santa. Non chiedo di più e mi ritiro fino alla vigilia di Natale.
Oh... e qui trovate commenti interessanti al video: http://maggiesfarms.blogspot.com/2009/11/frank-capras-revisited-must-be-santa.html

Tuesday, November 17, 2009

Thanks for the song, Mister Capossela

Qualche anno fa, in uno scalcinato locale milanese, mi stavo godendo un fantastico concerto del grande Joe Henry. Tra il pubblico si aggirava questo tipo strano, cappellino storto in testa, barba lunga, un sorriso piacione stampato sul viso e un bicchiere sempre in mano. Io cercavo di seguire le intricate costruzioni melodiche del cognato di Madonna, e questo tipo me lo trovavo sempre davanti, che mi sorrideva come se fossimo stati vecchi amici. Non prestava grande attenzione alla musica, ma mi sembrava felice, e ciò me lo rese simpatico. Più tardi mi dissero trattarsi di Vinicio Capossela.

Non sono suo fan, i suoi dischi, seppure colga sprazzi di genialità, mi lasciano abbastanza freddo. Magari dovrei vederlo in concerto. Però ho trovato queste sue parole l'altro giorno da qualche parte nella Rete e penso siano bellissime. Dicono tutto quello che c'è da dire, dicono quello che provo a dire da una vita, ma lui lo ha detto meglio. Perciò grazie, signor Capossela. Magari dovrei ascoltare meglio anche i suoi dischi:

Molte canzoni possono accompagnare la nostra vita, ma solo poche obbligano ad accendersi una sigaretta, a tirarla a lungo, come a soffocare un taglio con un’altra lama, e riempire così un vuoto nel petto. Quella è la musica di cui voglio occuparmi. La musica che, nella sua bellezza, non fa stare tranquilli. Chiede qualcosa di più alla vita, apre nell’anima un senso di incompiutezza, come se la vita non fosse abbastanza, come se le fosse sfuggito l’essenziale. Fa intravedere qualcosa che si desidera al punto di soffocare, che ci ha lasciato orfani per sempre. Così ho iniziato. Per avvicinare la vita a quello che avrebbe dovuto essere.
[…]Le parole possono servire, possono contare. Una voce può essere una stagione, la luna un invito, la strada un’invocazione. La poesia sono le parole che ti conquistano, quelle che hanno un’epica, un mondo dietro di sè. Quello a cui ci si è sottratti per poterne scrivere. Così dovrebbe essere. Suonare è un’altra cosa.
Lo sentii dire a un vecchio violinista cubano: “La musica me riconfuerta”. La musica risolleva, oppure fa impazzire la gente. E’ la compagna del cammino, si limita a non lasciarti in pace, a non perderti di vista, a non lasciarti da solo.
Così è. Ci sono poche cose che salvano, cose molto interiori, che quando uno ha perso si sente davvero perduto. Credo che la musica renda fortunati. E’ un modo di riavere indietro quello che mettiamo nella vita.

Sunday, November 15, 2009

You'll never rock alone (Wilco, via Chicago)

You hurt her but you don't know why
You love her but you don't know why
Short on long term goals
There's a party there that we ought to go to
Do you still love rock and roll?

(Misunderstood, Wilco)

Alla fine mi sono anche comprato la sciarpetta di lana, tipo quelle dei tifosi inglesi, che invece della scritta classica "you'll never walk alone" ha su "you'll never rock alone". Perché sì, come mi disse una volta lo stesso Jeff Tweedy, non c'è nulla di più simile a una comunità, come quando si va (o si andava) in chiesa, di trovarsi a un concerto rock. Un tutt'uno, un momento in cui si fondono le migliaia di persone là sotto e i performer sul palco, catarsi e telogia del rock (che d'altro canto i Wilco in repertorio hanno anche una canzone che si intitola Theologians). Io invece ieri sera al concerto dei Wilco non mi sentivo parte di nessuna comunità e mi sono sentito solo, sarà perché ho troppi cazzi miei per la testa, sarà per quelle assurde poltroncine che vanno bene per i puffi e non per un adulto, con le ginocchia nelle gengive e mi domandavo come si fa a sentire un concerto di musica classica in quelle condizioni e questo è pure il Conservatorio di Milano. Per quello mi sono comprato la sciarpa dei Wilco, per fare memoria che non si vive il rock'n'roll da soli.

E allora, proprio perché avevo troppi cazzi miei per la testa, mi sono anche permesso di fare il critico, che quando facevo il critico per davvero me ne fottevo bellamente e mi godevo la musica: sempre fantastici i Wilco, è sempre "il" concerto rock da vedere oggigiorno, però hanno raggiunto anche loro il limite oltre cui basta. Da quando li vidi per la prima volta nel 1998, ai Magazzini Generali e con ancora il povero Jay Bennett in formazione, è sempre stata una ascesa, una sfida nuova verso cieli sempre più alti. Chissà cosa inventeranno questa volta, ti domandavi prima che salissero sul palco. Ieri sera hanno replicato nota per nota il concerto di tre, quattro anni fa, quando fecero uscire di senno i coraggiosi presenti in un Palatrussardi mezzo vuoto, segno che anche per i Wilco la corsa è finita e che quello che bisognava raggiungere, scovare tra le pieghe della musica, è stato trovato e adesso va bene così. Lo dimostra anche il fatto che abbiano quasi del tutto ignorato l'ultimo, recente disco, quello del cammello: come dire, è un disco inutile anche per noi.

Ed è segno di questo anche il fatto che il momento più spettacolare e coinvolgente rimanga sempre la stratosferica versione di Misunderstood, un pezzo che ha sulle spalle la bellezza di 13 anni. E sarebbe anche l'ora che i critici, quelli veri, quelli illuminati (mica io) si decidessero a inserire questo pezzo tra le 10 più grandi canzoni rock di tutti i tempi, tra Like a Rolling Stone, Satisfaction e Born to Run. Perché Misunderstood è davvero tale, dalle liriche che dicono tutto quello che c'e da dire su cosa è la trascendenza della musica rock, liriche che sanno ancora porre la domanda esistenziale decisiva: ma a te piace ancora, il rock'n'roll? Cioè, è ancora quella cosa che al di là della miseria e delle sconfitte della tua vita sa definirti e farti puntare lo sguardo in alto? E poi per la musica, con quelle esplosioni e quell'infinita sequenza di stop and go: ieri sera il mio amico ne ha contati 32, dce che l'ultima volta erano 34. In questo video io ne ho contati 37. Da paura.Tra le delicatezze jazzy di Impossibile Germany, il punk di I Am a Wheel, l'adrenalina di A Shot in the Arm, la poesia di Jesus etc, i Wilco dal vivo sono un'orchestra rock, fatta di riff, assoli di una nota sola, incursioni elettroniche, catastrofi rumoristiche in crescendo che neanche John Cage, che chiudi gli occhi e ti trovi catapultato alla fine dei mondi. E poi California Stars, tanto per dire da dove veniamo, e la perfezione melodica di Via Chicago e tanto altro. Fin troppo.

Che Dio benedica i Wilco, l'ultima grande american rock band. Dopo di loro, nessuno. Io intanto, giro per casa con la sciarpa dei Wilco, e cerco di rispondere alla domanda, anzi la Domanda: do you still love rock and roll?

Thursday, November 12, 2009

A new kind of death

Il titolo a questa poesia dello straordinario songwriter canadese Barzin mi sono preso la libertà di darglielo io. Così come mi sono preso la libertà di riprenderlo dal sito degli amici di Happy Days Are Here Again (http://takethesongsandrun.wordpress.com/). Perché il problema è che il cuore vuole tutto il mondo, nulla gli basta. E la Bellezza, che è sempre così vicina, è anche sempre impossibile da afferrare.

I have sat on leather sofas
waited in waiting rooms
in subways stations.
I have dreamt of limbs
of soft eyes
velvet breasts.

Autumn went by without me
the yellow leaves piling
higher and higher.

I had so much to say then
I had so much to say
yet I saved them for a day like today.
And now
I have forgotten everything

The problem with the heart
is that it wants the world.
It wants everything:
fresh laundry on Sundays
avocados and French baguettes
girls in long leather boots
ruby cunts to kiss
a house to call its own
and Death, yes even Death.
It wants a simple, quiet death.

These days I am distracted
one step behind my deeds
sleeping walking through a fog
thinking too much about loneliness
and as always someone else’s voice has
gotten caught in my thoughts
and I mistake it for my own.

I still fall in love
wherever I go.

Ah, the beauty that is so close to touch
yet always out of reach.

Where is the girl who lay beside me last year?
Whose arms is she in tonight?
Who is picking flowers for her hair?

Maybe I’ll go to Paris.
The city of forgetfulness.
The unreal city.

I am ready for a new kind of death.


© 2009 Barzin

Wednesday, November 11, 2009

E poi uno dice: volevo nascere in America

UNIVERSITY OF CALIFORNIA, SANTA CRUZ

Grateful Dead Archivist

The University Library of the University of California, Santa Cruz, seeks an enterprising, creative, and service-oriented archivist to join the staff of Special Collections & Archives (SC&A) as Archivist for the Grateful Dead Archive. This is a potential career status position. The Archivist will be part of a dynamic, collegial, and highly motivated department dedicated to building, preserving, promoting, and providing maximum access both physically and virtually to one of the Library’s most exciting and unique collections, The Grateful Dead Archive (GDA). The UCSC University Library utilizes innovative approaches to allow the discovery, use, management, and sharing of information in support of research, teaching, and learning.

Magari qua trovo un posto alla biblioteca di Pizzo Calabro - part time e con rimborso spese come stipendio - come archivista della discografia dei Pooh.

Tuesday, November 10, 2009

Rock'n'roll ruined (our) life

Padre preoccupato: ha una figlia che dalle 10 di stamattina è in fila fuori del Forum per il concerto di stasera dei Green Day.
Poi pensa che di cose simili ne ha fatte anche lui. Però all'uscita non aveva nessun papà che lo aspettava in macchina per portarlo a casa. Things have changed indeed.

E si domanda: quando lei avrà l'età di suo padre, ci saranno ancora i concerti rock? E se ci saranno, cosa andranno a vedere i figli di sua figlia, nel 2042? La reunion dei Franz Ferdinand?

Friday, November 06, 2009

Pathway to the stars (episode # 2)

(In cui si narrano tutti i concerti di His Bobness visti da colui che smaneggia questo blog, saltellando di qua e là negli anni, senza alcun filo logico, senso compiuto e soprattutto alcuna capacità critica)

Area Ex Autodromo, Modena, Italia, 12 settembre 1987

“Andiamo”. “Dove?”. “Non lo so, l’importante è andare”. No, checché ne dicessero le guide spirituali di tutti gli automobilisti del mondo, santi protettori Dean Moriarty e Neal Cassady, noi quel giorno caldo del 12 settembre 1987 ci mettemmo on the road con una meta ben precisa:Modena. Dentro a una autentica Ford degli anni 70, quelle che avevo visto solo nei film di Martin Scorsese, che ciucciava benzina come un dinosauro e che andava anche più o meno alla stessa velocità, la meta era il festivalone dell’Unità dove sotto garrule bandiere falce & martello (il muro era lì lì per crollare, ma ancora non lo sapeva nessuno) avremmo rivisto the blue eyed boy, dopo l'apparizione di tre anni prima, e non ci speravamo più che sarebbe ritornato.
E mica da solo. Accompagnato dalla più scintillante e ardente rock band d’America (“L’ultima rock band americana” come la definiva Dylan stesso, e a ragione), Tom Petty And The Heartbreakers. E mica solo loro, perché prima ancora avrebbe suonato Mister Roger Tambourine Man McGuinn. Roba da infarto per quelli come me, cresciuti piangendo sui vinili dei Byrds, di Dylan e urlando American Girl.

Posto infame, l’autodromo di Modena. Desolante e tristissimo, sotto al sole, manco un albero per ombrarsi o pisciare. Ci mettiamo in fila ben presto già al pomeriggio per finire comunque a metà dell’enorme spiazzo, lontani dal palco, schiacciati tra 20mila altre anime povere. Allora ancora non si usavano i megaschermi al fianco del palco, e noi cerchiamo di vedere le figurine piccole laggiù. Grazie a Dio l’impianto audio è ottimo. McGuinn, da solo all’acustica, già fa capire che stanotte anche senza dosi di LSD viaggeremo bene in alto negli spazi siderali delle buone vibrazioni. Chestnut Mare, Mr Tambourine Man, ovviamente. Poi sul palco salgono gli Heartbreakers ed è So You Want to Be a Rock’n’Roll Star. Sì, stanotte vogliamo essere tutti rock’n’roll stars. Portaci in viaggio sulla tua magica nave scintillante. Ecco: è come, anzi meglio, essere da Ciro’s a Los Angeles quella sera del 1965 in cui The Byrds entrano nella storia.
La tensione cresce e gli Heartbreakers la spazzano via con un set solidissimo, sguaiato e divertente: this is american music. Fucking american music. Non c’è uno dei 20mila che non stia saltando con loro. American girl. Mi giro per vedere se è scesa dal palco, ma non c’è.

Foto di Guido Harari

Le luci calano. Lo stomaco si avvinghia di terrore e amore. Perché il picoclo jokerman sta per salire sul palco. Allora non esisteva internet. Allora non si sapeva cosa aveva suonato la sera prima. Allora era tutto una scommessa. Allora era tutto più bello. A guardare oggi la set list di quella serata sembra di non crederci. Ma con gli Heartbreakers dietro, ogni cosa è possibile: c’è il fantasma dell’elettricità (addirittura Pledging My Time che su Blonde on Blonde seguiva Rainy Day Women, pezzo suonato in apertura di serata; da quel disco glorioso arrivano anche una spregiudicata I Want You e Memphis Blues Again). C’è il poeta solitario di Simple Twist of Fate e…. non potevo crederci, in quel momento… sta suonando Joey…………… E mi ritrovo catapultato in quel ‘claim bar in New York’--- C’è un po’ di Caraibi psichedelici in I and I e c’è il gospel poderoso, grazie alle meravigliose Queen of Rhythm, di In the Garden. Scampolo di Rolling Thunder Revue quando McGuinn si unisce a Dylan per Knockin’s on Heaven’s Door e poi la cavalcata sexy funk di When the Night Comes Falling from the Sky per mandare tutti a casa in grazia di Dio.
Gli Heartbreakers sono incredibilmente duttili, sanno replicare magicamente i suoni di ogni singolo disco originale, dal wild mercury sound di Blonde on Blonde alle delicatezze folk di Blood on the Tracks, aggiungendoci tocchi di ispirato jazz.
Nei giorni successivi non potrò credere alle cose che leggerò: tutti sono intenti a massacrare e stroncare questo concerto. Non ha fatto questa canzone non ha fatto quella e non ha detto neanche un grazie al pubblico…. Canta male ed è noioso. Coglioni tutti, dai quotidianisti alle riviste specializzate. Ancor più coglioni pensando agli orridi concerti che Dylan ha messo in scena in questi ultimi anni e sempre salutati dalla stampa come serate di grande musica. Prezzolati ignoranti con l’articolo già scritto nel cassetto due mesi prima.

Ma stanotte è per gli amanti. Stanotte è per chi è giovane. Stanotte è per chi è venuto fino a qui cercando la magia e l’ha saputa cogliere. Gli altri si mettano in coda per il prossimo concerto di Phil Collins. Stanotte è per correre sulle highway di casa, e poco importa che il sottoscritto provi a vedere se è possibile guidare – almeno un pochino – dormendo. L’esperimento non va in porto e passiamo il volante. Fra meno di un mese Bob Dylan e il tour dei templi in fiamme (è già never ending tour, ma nessuno lo sa) tornerà, questa volta a casa mia, a Milano. Ma questa è un’altra storia, altrettanto magica e forse ancor più bella.


Tour
: Temples in Flames

Band: Tom Petty And The Heartbreakers and The Queen of Rhythm

Scaletta concerto: Rainy Day Women # 12 & 35 / I Want You / In The Garden / Highway 61 Revisited / Simple Twist Of Fate / I And I / I'll Remember You / Joey / Tangled Up In Blue / Ballad Of A Thin Man / Pledging My Time / Stuck Inside Of Mobile With The Memphis Blues Again / All Along The Watchtower / Knockin' On Heaven's Door / When The Night Comes Falling From The Sky

Vites rating
: **** su *****

Thursday, November 05, 2009

I'm with stupid

Cioè, lo stupido sono io ovviamente, anche se la meravigliosa Aimee Mann quando scrisse questa canzone pensava ad altri. Se comunque volete stare con lo stupido, cioè me, oltre che su questo simpatico (?) blog da gennaio potrete trovarlo sull'eccellente rivista Raro! dove avrà uno spazio tutto suo, dedicato a un grande disco del passato visto, rivisto, raccontato e sezionato.

Nella settimana che va da lunedì 16 novembre a domenica 22 compresa potrete ascoltarlo invece su MWRadio, un'ottima web radio dove lo stupido è stato ospite di due puntate in cui ha spiegato perché vale la pena ascoltare canzoni rock e quali canzoni rock, tanto per dire, uno farebbe bene ad ascoltarsi. Più altre idiozie assortite.
Gli orari della messa in onda sono questi:
Lunedì 15-16 p.m
Mercoledì 18-19 p.m
sabato 19-20 p.m
Domenica 21-22 p.m

Il programma in cui appare lo stupido si chiama Like a Rolling Stone (esatto) e la radio la trovate qui: http://www.mwradio.it/

Infine lo stupido scrive, da tempo ormai, anche per il prestigioso quotidiano online Il Sussidiario (nella sezione musica, qui http://www.ilsussidiario.net/articoli.aspx?canale=77). Vi segnalo, tra le altre cose, una splendida serie di articoli che rivisitano tutta la discografia dei Beatles alla luce delle recenti ristampe rimasterizzate, scritti da competenti critici musicali e anche dallo stupido.

Vaja con Dios and keep rockin'

Friday, October 30, 2009

Pathway to the stars (episode # 1)

(In cui si narrano tutti i concerti di His Bobness visti da colui che smaneggia questo blog, saltellando di qua e là negli anni, senza alcun filo logico, senso compiuto e soprattutto alcuna capacità critica)

Montreux, Svizzera, Casino de Montreux

9 luglio 1990

Oziosa calda estate sulla riviera. Che altro di meglio da fare se non prendere la quattro ruote e puntare a nord, oltre confine, specie se Bob Dylan quest'anno in Italia non ci verrà. Niente di meglio, se non che per qualche oscuro motivo la quattro ruote si decide di lasciarla a Milano e di proseguire in treno. Il motivo sfugge tutt'oggi: beata incoscienza da stupidità congenita, così come quella di non preoccuparsi di sapere quando ci sarà il primo treno per tornare a indietro ("ci sarà ci sarà" - "non non ce ne è manco uno fino a domani mattina") né preoccuparsi di aver cercato una locanda per dormire. Tantè. Ehi, questa è Montreux, si sente ancora il puzzo di smoke on the water. Bob Dylan in una piccola location, al casinò. Wow.

Dentro, tra i primi, ordinata fila svizzera. Dentro, un bel migliaio di persone. Dentro, un caldo porco. Prima, seduti uno sull'altro con le ginocchia in gola per quasi due ore: Ry Cooder, David Lindley e Flaco Jimemez. Che è un figo, l'ultimo dei tre, insopportabilmente noiosi gli altri due a fare il ripasso di come si suona bene la chitarra in tutte le sue declinazioni. Roba da università della musica, ma qua vogliamo tutti rock'n'roll, quella musica che come dice Lou Reed, "un accordo va bene, con due accordi stai già esagerando. Tre accordi, e stai suonando del jazz". Appunto. E noi vogliamo solo rock'n'roll. Che arriva, piove abbondante, attenua il caldo porco qua dentro non appena un pazzo in camicia bianca, gilet di pelle e colbacco dell'Armata Rossa di pelo si presenta sul palco. Sì, solo Bob Dylan può suonare per oltre due ore in questo caldo porco sotto a dei riflettori con un colbacco di pelle. Dell'Armata Rossa, comprato a Berlino due giorni prima davanti ai ruderi del Muro. Absolutely Sweet Marie 'spacca', e mi spacca ancora oggi che 19 anni dopo non glie l'ho mai pù sentita fare dal vivo. Ride, sorride, saltella e strimpella con foga la sua chitarra, mentre GE Smith, il biondo crinuto chitarrista alle ultime tappe del suo never ending tour, fa lo snob: suonicchia, si siede su di un amplificatore, fa capire che per lui la strada è agli sgoccioli. Mica sempre però, che durante Masters of War esplode riff come bombe al napalm. Il sound è approssimativo e sgangherato come vuole la visione che Dylan appicca al NET durante il 1990, un anno di transizione, di perduta concentrazione, anche di noia, ma di serate illuminanti - random - come questa. La voce gracchiante da Donald Duck del rock che segue itinerari tutti suoi, quasi sul palco intorno a lui non ci fosse nessuno ad accompagnarlo. Per non parlare dell'incredibile varietà della set list: praticamente ogni era dylaniana viene rappresentata, compresa quella "born again"(Gotta Serve Somebody, un treno sferragliante quella sera).

"You already heard this one before... But is soooo good we are going to play it once again". Io, addormentato, non mi ero manco accorto che Cooder e Lindley avessero già eseguito Across the Borderline. Chissefrega: Dylan invita sul palco Flaco e la sua fisarmonica e il caldo porco ora ha un senso, perché le note della immortale ballata portano lontano dalla Svizzera, lì sul border, tra Texas e Messico. Caldo, ma magia pura. All'inizio del concerto ero sulla destra del palco quasi sulle transenne: per quando finisce mi trovo dalla parte opposta trascinato da questo mare che è la folla in trance. Al mio amico quasi sequestrano la macchina fotografica, io devo sfuggire quasi dandogli un cazzotto un gay che mi fa delle avanche strusciandomi le mani addosso da più di mezz'ora. Can't help it if I'm lucky: non ci torno più a Montreux. C'è ancora tempo per una I Believe in You che, giurerei, Bob Dylan canta fra le lacrime, una Watchtower che rimanda Jimi Hendrix a casa (o all'inferno, non so) per sempre e un ennesimo bis rotolando sulla Highway 61. Questi erano i tempi d'oro del NET, dove ogni cosa poteva accadere.

Un'altra Across the Borderline, ma anche questa is soooo good...

Noi, una decina di birre dopo, aspettiamo l'alba seduti al freddo di una panchina della stazione in attesa del primo treno per Milano. Fa molto rock'n'roll. Ma anche no. Non mi muovo più se con il biglietto non c'è anche la prenotazione per un albergo.

Set list: Absolutely Sweet Marie, Ballad Of A Thin Man, Memphis Blues Again, I'll Remember You, Masters Of War, Gotta Serve Somebody, It's Alright Ma (I'm Only Bleeding), Don't Think Twice, Gates Of Eden, Mr. Tambourine Man, It Ain't Me Babe, Across The Borderline, Everything Is Broken, I Believe In You, All Along The Watchtower, I Shall Be Released, Like A Rolling Stone, Blowin' In The Wind, Highway 61 Revisited

Anno di grazia del Never Ending Tour: terzo.

Band: Tony Garnier (basso); Christopher Parker (batteria); GE Smith (chitarra).

Disponibilità: www.dylansconcerts.com/1990-07-09.htm

Vites rating: **** su *****

Wednesday, October 28, 2009

La leggenda di Duluoz

"Quell'inevitabile dolorosa profondità che trapela luminosa"
(Jack Kerouac, sul genio della scrittura, 1962)

Si era alzato alle quattro del mattino e aveva parlato con la madre fino all'alba. Poi era andato a sedersi davanti al televisore con una scatola aperta di tonno, il suo rimedio contro la sbornia da whisky. Aveva con sé anche il suo taccuino per appunti, come sempre. Improvvisamente si era alzato per correre in bagno a vomitare. Il fegato aveva ceduto, aveva un'emorragia nelle arterie della gola e del torace. Un intervento chirurgico di emergenza non potè nulla: nella notte del 21 ottobre 1969 muore Jack Kerouac, soffocato dal proprio sangue.Succede 40 anni fa, di anni ne aveva solo 47 e chissà quanto avrebbe potuto ancora fare Kerouac se fosse riuscito a sfuggire al demone della bottiglia. Ma non poteva. Aveva sempre cercato la morte, incapace di trovare incarnazione al suo disperato bisogno di felicità nella realtà che aveva vissuto. E' impossibile immaginare la musica rock senza Jack Kerouac. Il flusso di scrittura spontanea, gli eccessi, i santi e i peccatori, gli angeli della desolazione, i vagabondi della strada, l'America come possibilità infinita, quella "tristessa" che lui seppe incarnare sono alla base delle migliori canzoni rock e ancora ne costituiscono l'essenza.
"Prima soddisfa te stesso, e poi al lettore non mancherà lo choc telepatico e la corrispondenza significante perché nella tua e nella sua mente operano le stesse leggi psicologiche".

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