Wednesday, December 31, 2014

La fine di un anno


E sapere di non esser mai stato un gran signore, e sapere e sapere di non averti mai dato neanche un fiore, e vedere, e vedere nella stanza pieno di gente, e sapere, e sapere che è venuto il momento, e vederti, e vederti piangere, piangere senza neanche il fazzoletto, e sapere, e sapere di non averti mai voluto bene, e volere, e non voler credere che adesso tocca a te, sì ma, sì ma sentire, capire, capire che ti tocca di morire. E vedere, e vedere, e vedere andar via piano piano la luce, e sapere, e sapere che non c'è dietro proprio niente, e sentire, e sentire il prete continuare a pregare, pregare per me, e sapere piuttosto, e sapere di averti fatto tanto soffrire. E vedere, e vedere, e vederti andar via le mani nelle mani, e vedere, vedere, vedere andar via la luce piano, piano piano, e non potere, no, non potere più tornare indietro, e sapere, e capire che lo scherzo non è uno scherzo...e sapere, sapere di non aver mai avuto niente da dire, niente, e sapere, e sapere di non essere mai stato capace di ridere...di ridere *


* Enzo Jannacci

Friday, December 26, 2014

Il giorno dopo Natale

You got me singing
Like a prisoner in a jail
You got me singing
Like my pardon's in the mail


Ieri ho visto un uomo anziano piangere. Un uomo anziano che piange destabilizza sempre più che il pianto di chiunque altro. Improvvisamente il volto dell’uomo anziano si contrae e si trasforma in quello di un bambino piccolo. Passato, presente e futuro si sciolgono insieme nelle lacrime. Ci stava raccontando della sua infanzia e si è commosso.
Più passa il tempo della vita e quei momenti, certi momenti dell’infanzia, diventano quei momenti della felicità più piena, quei momenti che si rimpiangono di più. Rimpiangere, piangere di nuovo e ancora.
Quei momenti in cui ogni cosa era perfetta e la vita serena. Con il passare del tempo quei momenti si restringono sempre di più fino in molti casi a scomparire. Restano amarezza, dolore, sofferenza, rabbia. Restano piccole oasi di felicità sempre più piccole, mille punti di felicità che a fatica si riesce a unire con una retta, dispersi in migliaia di ore e di giorni e di notti di dolore e paura. La vita diventa un ricordare, ma a stento. Restano le mille maschere del compromesso a cui la vita ti sottopone per riuscire soltanto ad andare avanti. Il prezzo che ognuno paga è enorme e spropositato, ingiusto.



Non resta che restare attaccati a quei momenti che più diventi vecchio più diventano la commozione e la gratitudine di averli vissuti.
In attesa che tutto si compia e si torni per l’eternità a quei momenti. Quei momenti in cui qualcosa o qualcuno ci ha fatto cantare, cantare l’alleuja. Anche se siamo stati prigionieri per tutto il resto della vita.



Wednesday, December 24, 2014

Notte Santa

"Spiritualmente, bisognerebbe essere capaci di elevarci da soli. Si può essere ispirati da una canzone rock, ma la spiritualità è qualcosa di innato. Qualcuno può farti sentire bene o sentire felice, ma il quadro reale della spiritualità è dentro di noi". Così dice Patti Smith. L'annunciato, tra mille polemiche, concerto di Natale in Vaticano con la presenza, tra gli altri, anche della cantante americana si è poi svolto senza alcun problema. Nessun anatema, nessuna blasfemia. Nessun papa presente peraltro, come si sapeva comunque anche se tutti dicevano il contrario.
Si è svolto anche senza alcun problema il concerto nella basilica napoletana di San Giovanni Maggiore, anche questo atteso tra altrettante polemiche e scomuniche da parte di qualcuno che temeva che la presenza di Patti Smith declassasse e infangasse il luogo sacro.



Anzi, l'autrice della temuta canzone che comincia con i versi incriminati di "Gesù è morto per i peccati di qualcuno ma non per i miei" ha eseguito in quella occasione un brano inedito dedicato alla Vergine Maria.
Al concerto di Natale Patti Smith ha cantato O notte Santa, l'antico canto natalizio composto nel 1847 da Adolphe Adam per la musica e da Placide Cappeau per quanto riguarda le parole, titolo originale Minuit, chrétiens, considerato anche probabilmente il primo brano musicale mai trasmesso alla radio, insieme ad Alessandra Amoroso, Dolcenera e Chiara. Lo stesso brano Patti Smith aveva cantato anche lo scorso anno nel medesimo luogo, ma allora si era esibita da sola accompagnata dall'orchestra vaticana. Con le tre cantanti italiane a fianco, l'esecuzione di quest'anno è apparsa più contenuta, slavata, perdendo in gran parte la profondità e la bellezza di una delle più straordinarie canzoni appartenenti al repertorio natalizio. Non fu così l'anno scorso.

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Friday, December 12, 2014

Captain of dreams

"Dove sarò quando tornerò a casa? Chi vedrò quando sarò tutto solo? E che cosa farò? Dimmi, che cosa potrò fare?". La risposta, ovviamente, è a pagina 43. Comincia così lo straordinario concerto solista di David Crosby nella magnifica cornice liberty del Teatro Sociale di Como ("è solo la seconda volta in trent'anni che faccio dei concerti da solo" dice a un certo punto "e quando ho pensato di farne qualcuno in Europa, ho scelto l'Italia, perché qui ho tanti amici").



Lui d'altro canto è sempre stato l'uomo delle domande, anzi della domanda: quella di significato dell'esistenza. E le domande stasera, con cinquant'anni e più di carriera alle spalle, la droga, il carcere, il trapianto di fegato, sono sempre vive e non lasciano tranquilli, mai. D'altro canto se sei un uomo impegnato seriamente con l'esistenza le domande non le metti a tacere anche se sei anziano, arrivato - professionalmente -, sopravvissuto, come ci scherza sopra lui: "siamo ancora, qui, chi l'ha detto che saremmo rimasti vivi". Domande che torneranno a inizio secondo set: "mi domando chi siano gli uomini che davvero governano questo paese e mi domando perché lo governino con mano così feroce, quali sono i loro nomi e in quali strade vivono, mi piacerebbe passare di lì e dare loro un pezzo della mia mente, per fare pace per l'umanità, la pace non è poi una cosa così maledettamente difficile da chiedere". Già, quella pace che oggi come ai tempi del Vietnam semplicemente su questa Terra non esiste.

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Tuesday, December 09, 2014

In morte di un cantante

Facebook è davvero un mezzo straordinario, al di là delle tante polemiche sull'abuso della privacy (ma davvero si può parlare di abuso di privacy quando un sito è interamente gratuito, l'iscrizione volontaria e nessuno obbliga a metterci sopra le voto dei vostri bambini di 2 anni?) o dello sfruttamento a fini pubblicitari ed economici delle informazioni - liberamente - condivise. E' un mezzo straordinario perché l'altissimo numero dei partecipanti permette di avere in pochi minuti il polso della situazione qualunque avvenimento accada: i commenti più disparati, spesso anche stupidi, sono lo specchio dell'umanità e li troviamo su Facebook. Anche quella parte di umanità piuttosto stupida.


La tragica morte di Mango, accaduta ieri sera mentre era sul palcoscenico a concludere un concerto, è stata ovviamente filmata come accade oramai a ogni concerto. Gli spettatori stavano semplicemente filmando l'esecuzione dell'ultimo brano in scaletta del cantante, il suo più popolare e amato, "Oro". Improvvisamente la tragedia, e chi stava filmando non si è fermato: ecco che la canzone si è trasformata nella colonna sonora del video della morte di Mango in diretta.

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Friday, December 05, 2014

Downtown train

C'è sempre qualcosa di fuori posto. Un capello sul cappotto perfettamente stirato, il cappotto firmato e assai costoso. C'è una macchia invisibile mentre ti affretti nei corridoi della metropolitana, quella macchia ce l'hai sulle spalle e dunque non la vedi, pensi di non averne nessuna, ma c'è.

C'è la ragazza con lo sguardo ferito, preoccupato, insicuro mentre osserva lo schermo pubblicitario che diffonde reclame e notizie e intanto lancia occhiate fuggenti verso la galleria dove dovrebbe spuntare il treno che sta aspettando.
Il treno arriva e tutti salgono di corsa spintonandosi come sempre e si schiacciano ai finestrini. Il treno va in una direzione ma quale sia nessuno lo sa. I pendolari in fondo al cuore vorrebbero che non facesse nessuna fermata e semplicemente inghiottisse tutti nel buio di una galleria senza fondo.



Siamo tutti così diversi e sconosciuti ognuno all'altro. Ognuno con la sua storia, i suoi dolori e le sue preoccupazioni, le sue ansie e le sue felicità. Cresciuti in mondi diversi, non abbiamo nulla da condividere. Ognuno vede se stesso e gli altri in un modo diverso e davvero non ci si riesce a capire. Parliamo lingue diverse e abbiamo sentimenti differenti, ci ascoltiamo parlare e diciamo: ma cosa sta dicendo? Io non lo capisco. Non c'è pace nel mondo. Farsi esplodere con una cintura di bombe alla vita è mettere fine a questo dialogo fra sordi.

Eppure ci deve essere un punto di contatto. Forse è in fondo alla galleria buia che ha inghiottito il treno della metropolitana. Qualcosa si è perso all'inizio dei tempi e aspetta di essere ritrovato. Ma si nasconde al cuore di ognuno e l'attesa comincia a finire, il tempo è scaduto.

Friday, November 28, 2014

I wanna be Bob Dylan

Dal suicidio di Kurt Cobain al parruccone impossibile di Adam Duritz il passo è, paradossalmente, breve. Se qualcosa ci hanno lasciato gli anni 90, è stata una infinita inquietudine, quella di una generazione X privata di qualunque cosa in cui credere, fossero state le ideologie dei loro fratelli maggiori, l'hippismo pace & amore o anche Dio. Una inquietudine disperata e disperante, un vuoto cosmico forse senza paragoni nella storia della società occidentale, il nichilismo come forma di sopravvivenza. Qualcuno agli anni 90 proprio non è sopravvissuto, Kurt Cobain appunto. Altri ce l'hanno fatta mettendo a dura prova il loro sistema nervoso e mentale. Uno di questi è senz'altro Adam Duritz, apparso sul palco dell'Alcatraz come un autentico fantasma, pauroso, un alieno, un vampiro dalla pelle bianchissima, quasi innaturale. Anche i fan più fedeli hanno avuto qualche attimo di sbandamento, vista anche la lunga assenza dai palcoscenici italiani (14 anni, a parte una fugace visita per una sola data nel 2008), quando nella semi oscurità, con tutta la band già schierata sul palco, improvvisamente è saltata fuori quella figura indescrivibile.



Quando mai sul palco di un concerto rock si è visto un frontman come quello? Grasso, gli occhiali da nerd, il parruccone impossibile a metà fra la capigliatura rasta e quella di madame Pompadour, la t shirt cambiata tre volte con omaggi a T Rex e David Bowie. Mimetismo, nascondimento, una maschera: d'altro canto Duritz ha sempre cantato la frantumazione dell'io, l'incapacità di trovare un ruolo. Voglio essere una star, voglio essere Bob Dylan. Voglio essere un altro, perché io non so che cosa sono.

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Monday, November 24, 2014

Jesus died for somebody's sins but not mine

Da cristiano credente (osservante è un altro paio di maniche…) da una vita, il che significa ormai un bel po' di anni, mi stupisco di come la fede diventi talvolta occasione di chiusura invece che di apertura. Di litigio, invece che di unione (comunione?). Di chi si contende un Papa contro un altro papa, un po' come fanno gli ultras delle squadre di calcio (la mia è meglio della tua). Di invidie e gelosie, anche, ma soprattutto di chiusura in ghetti, di avvistamento solo di nemici. Di incapacità di leggere fenomeni culturali e artistici se sopra non c'è il bollino di "salvezza approvata" (non si sa da chi, poi). Che i cristiani siano litigiosi e abbiano un sacco di cattive qualità lo diceva anche un grande poeta, TS Elliott: "Bestiali come sempre, carnali, egoisti come sempre, interessati e ottusi come sempre lo furono prima". Per cui non è certo un dramma. Siamo esseri umani, nonostante la Salvezza che ci è stata offerta e donata, e tali restiamo. Il bello è anche questo. Però ci sono cose su cui è utile interrogarsi. Soprattutto per quanto riguarda la presunzione: siccome a noi è stata data la Verità di un Incontro salvifico, allora, non solo siamo meglio di tutti gli altri, ma dobbiamo tenere lontano chi pensa o vive diversamente da noi. Dalla diversità non abbiamo da imparare nulla.



Il caso della presenza di Patti Smith al concerto natalizio in Vaticano e del fastidio che sta provocando in alcuni fedeli è indicativo. La sua presenza è blasfema, hanno detto quelli del comitato Portosalvo di Napoli (un comitato come si legge sul loro sito, “ per la salvaguardia e la tutela del patrimonio storico, artistico, architettonico, culturale, antropologico e sociologico della Chiesa di S. Maria di Porto Salvo e delle altre chiese consacrate, ma non valorizzate o addirittura chiuse al pubblico in Napoli”).

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Saturday, November 22, 2014

Trusty and true

Le stanze sono quasi tutte in penombra e lei si muove tra una e l’altra. Lui è stato invitato dopo che si sono incontrati per strada. Lei lo ha riconosciuto. C’è molta gente, ma quelle persone in realtà sono tutte ombre che appaiono e scompaiono nei chiaroscuri delle stanze dove penetra a fatica la luce estiva da dietro lunghe tende e drappeggi. Lei sorride ma si volta. Lui cerca di seguirla, si rende conto che lei è l’unica presenza reale, fisica, tangibile lì dentro. Gli altri sono ombre.

Le stanze diventano una stanza. C’è polvere depositata ovunque. Mobili e marmi di due secoli fa. Panni stesi su una poltrona, l’unica della stanza. Ombre. Odore di chiuso. Una finestra improvvisamente aperta. Buio. Vento e sordidi correnti di gelo. Morte.

Potresti essere il mio veleno, la mia croce, il mio rasoio, potrei amarti più della vita intera. Se non ne avessi così paura.

Dame e cavalieri ottocenteschi che si guardano senza vedersi. Pose di stucco. Sguardi senza vista, orbite senza occhi.

Lui è di nuovo in quell’appartamento al mare. Lei è scomparsa. Le ombre ci sono ancora, ma ogni cosa si rivela per quello che è e che era. Le ombre sono persone vive. Lei è invece morta, da tempo. Ha fatto in tempo a sorridergli con affetto prima di andarsene via per sempre.

E la musica fa male molto male. E’ un dolore antico e sempre uguale. Viene per favore, vieni, sono sospeso su un vuoto senza fine.



Vieni, vieni da solo. Vieni con paura vieni con amore. Vieni comunque tu sia soltanto vieni, vieni da solo. Vieni con me, poi lascia andare. Vieni con degli amici, vieni con degli sciocchi. Vieni comunque tu sia ma vieni, vieni solo. Vieni con dolore, vieni con canzoni. Vieni, lasciati essere sbagliato. Soltanto vieni. Appena arrivato.

Sunday, November 16, 2014

Messico e nuvole

Ogni volta che la vostra rock star preferita, anche gli idoli dei teenager, sale sul palco gonfia di cocaina un ragazzo in Messico viene ucciso. Ogni volta che il vostro attore di commedie o pseudo drammi hollywoodiani recita un ruolo che vi fa sbellicare di risate o piangere di commozione, c’è una donna che viene massacrata in Messico. Non citiamo quanti dirigenti di industrie e aziende, qualcuno famoso per essersi fatto rifare il setto nasale con lamine d’oro per l’uso sproporzionato che ne faceva, quanti politici, quanti avvocati hanno il naso gonfio di polvere bianca. Acquistata chissà dove e da chissà chi, ma intanto uno studente di 18 anni, una giornalista madre di famiglia, un contadino, un’attivista veniva fatto a pezzi già in Messico a ogni sniffata di piacere. È la cocaina, bellezza, la droga dei ricchi come si diceva una volta, oggi a portata un po’ di tutti, quella che fa ricchi, ricchissimi, i cosiddetti narcos. Quelli contro i quali paesi potenti hanno da anni lanciato inutili “war on drugs”, guerre alle droghe.


43 studenti messicani sono stati bruciati vivi e gettati in una discarica, uccisi da poliziotti pagati dai narcos su richiesta della moglie del sindaco di Iguala, la cittadina nello stato di Guerrero che praticamente è in mano ai narcotrafficanti e dove le autorità centrali non possono mettere piede. Gli studenti erano arrivati a Iguala da ogni parte del paese per manifestare contro i legami autorità-trafficanti di droga, ma la moglie del sindaco in quei giorni teneva una festa a cui teneva molto nei suoi possedimenti, così ha chiesto ai narcos di toglierle di torno quei fastidiosi e impudenti ragazzini. Lo hanno fatto, li hanno bruciati vivi e gettati in una discarica. 43 ragazzi.

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Thursday, November 13, 2014

Zen vision

L'aeroplano nel cielo
traccia
rette raggianti
eternità
per me


(Chiavari, alba di una mattina di primavera, 1982)

Wednesday, November 05, 2014

Lo! And behold! (an american epic)

“Nella grande musica folk c’è un mistero, c’è magia, c’è verità e c’è la Bibbia. Non potrò mai avvicinarmi a tanto, ma ci proverò” (Bob Dylan, New York Daily News, maggio 1967)



Era l'estate dell'amore, era l'estate del 67. Ed era l'anno della musica magica, colorata, psichedelica. I Beatles si erano inventati la saga del Sergente Pepper e a San Francisco non ci potevi andare se non avevi un fiore tra i capelli. A Monterey salivano alte nel cielo farfalle colorate e le chitarre bruciavano sul palco. Era l'estate di pace & amore, era l'anno delle buone vibrazioni. Era il momento in cui Londra diventava swingin' e i Pink Floyd sognavano che tutti facevano l'amore su astronavi dirette verso spazi siderali. Le gonne diventavano mini, i capelli degli uomini sempre più lunghi, qualcuno andava in India a trovare il senso della vita e le droghe erano sempre di più e sempre più sconvolgenti. Il mondo stava cambiando, era l'anticipo dell'era dell'Acquario, e ogni cosa era possibile.

Ma qualcuno di tutto questo sconvolgimento cosmico non ne sapeva nulla o almeno lo ignorava.


Lassù, sulle Catskill Mountains, faceva freddo. Le case di legno erano disperse nei fitti boschi che guardavano dall'alto la meravigliosa vallata del fiume Hudson. Qua il senso di isolamento era totale. Potevi pensare di vivere ancora ai tempi dei primi esploratori che si imbattevano in qualche tribù indiana. Oppure nel tardo ottocento, quando quassù erano rimasti solo boscaioli, trafficanti di whisky clandestino, predicatori che fuggivano il demonio.

Anche loro in un certo senso erano fuggiti. Uno soprattutto. Era fuggito da una vita che lo stava ammazzando. Curiosamente, se non erano state le droghe, i contestatori che ogni sera si radunavano davanti al palco, le fan invasate che cercavano di strappargli i vestiti di dosso, i giornalisti a caccia di rivelazioni mistiche e rivoluzionarie, a ucciderlo - quasi - erano state proprio queste montagne solitarie.

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Thursday, October 30, 2014

Do you still love rock'n'roll?

C'è un signore paffuto vestito in modo improbabile che se ne va in giro di porta in porta a cercare di vendere il disco che ha appena fatto con il figlio. Inevitabilmente, come nella miglior tradizione dei commessi viaggiatori di una volta, tutti gli sbattono la porta in faccia. Lui non si perde mai d'animo, anzi non lascia trapelare alcunché dalla sua espressione impassibile, fino a quando non trova qualcuno che gli paga il disco in banane. Il finale del divertentissimo (e amaro) video del brano Low Key lo lasciamo in sospeso per chi ancora non lo avesse visto. Vale la pena vederlo però: come ci ha detto Jeff Tweedy in questa intervista, "questo è il punto in cui ci troviamo oggi, stufi e stanchi del music business".



Il Jeff Tweedy che insieme al figlio Spencer ha dato vita a "Sukierae", suo primo disco fuori dei Wilco, non è invece uno che è stanco di fare musica e scrivere canzoni. Qualcuno si è anche lamentato perché nel disco ce ne sarebbero troppe, ben venti ("Chi si lamenta di questo ha ben poco a cui pensare" dice). Non è neanche stanco dei Wilco, con cui ha già ripreso a fare concerti e soprattutto non è stanco del suo vecchio motto ("La musica è stata il mio salvatore. Ho avuto il mio nome dal rock'n'roll"): "Il rock'n'roll non è semplicemente uno stile di vita o un tipo di musica per me" ci ha detto. "Il rock'n'roll per me significa libertà personale e libertà di espressione, è credere in quello che si è senza vergognarsi di quello che si è". Jeff Tweedy, commesso viaggiatore del rock'n'roll, è ancora la voce più lucida della musica americana.

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Monday, October 27, 2014

Darkness on the edge of town

Sono tempi duri quando la musica viene gettata in periferia, in un brutto tendone in un ancor più brutto avanzo di speculazione edilizia dimenticata. Sono tempi duri se la musica viene cacciata dai teatri del centro cittadino di quella che è - dovrebbe essere? - la capitale morale d'Italia, una delle capitali d'Europa, fra poco la capitale del mondo con il suo Expo - per metterci al suo posto i supermarket del cibo e della ristorazione trendy. Sono tempi duri per chi preferisce nutrire il cuore che lo stomaco, ma noi di questa musica non sappiamo farne a meno, ne abbiamo bisogno per sopravvivere a tanta bruttezza e ci spostiamo come un popolo di nomadi ovunque essa faccia capolino.

Sia anche un orribile tendone alle periferie esistenziali, come dice qualcuno, perché evidentemente noi siamo i nomadi del desiderio esistenziale. Sappiamo che ci aspetta qualcuno che il cuore ce lo riempirà di buon grado, anche se l'ultima offesa che ci aspetta è mettere a fianco di un evento rigorosamente acustico, solitario e intimo, un circo che fa da sottofondo con il suo vociare insistente.



Ci aspetta Damien Rice, forse il più affascinante ultimo erede della grande canzone d'autore. Ci aspetta da solo sul palco dove ci resterà per circa due ore usando tutta la sera una sola chitarra acustica e, per un pezzo soltanto, un pianoforte. Ci vuole una capacità straordinaria per fare questo senza mai annoiare e senza mai cadute di tensione. La sua attitudine, anche se davanti a quasi 5mila spettatori entusiasti, è quella del busker, il cantante di strada. Spontaneità, nessuna ricerca di estetismi tecnici, nessuno snobismo, anti divismo totale: Damien Rice è uno di noi, solo che lui sa raccontare le inquietudine del cuore meglio di noi.


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Friday, October 03, 2014

Gli angeli sopra Berlino

Che cosa hai? Mancanza. Dialogo breve, essenziale, ma che dice tutto quello che c’è da dire. Wim Wenders è uno dei grandi geni dell’epoca moderna. Ieri era la festa degli angeli custodi, una festa di cui si sono accorti in pochi. Il suo “Il cielo sopra Berlino” è il film per antonomasia dedicato agli angeli custodi. Angeli che vivono una mancanza talmente insopportabile da voler diventare uomini. Wenders ha ribaltato le carte sul tavolo per qualche motivo che sa solo lui: siamo noi essere umani infatti che viviamo una mancanza talmente lacerante che ci fa desiderare in modo inesprimibile ma non per questo meno doloroso qualcosa di intangibile, di ineffabile, di così grande che sia capace di comprendere tutto quello che portiamo nel cuore. I nostri desideri, anzi il nostro desiderio: di felicità, di bellezza, di amore senza date di scadenza, ma eterno. Tutto quello che nella vita ci appare sfuggente come acqua di mare tra le dita di una mano.



Nel film di Wim Wenders invece gli angeli desiderano così tanto la nostra carnalità, la nostra umanità, il nostro essere fallaci e minuscoli che se ne innamorano al punto di voler diventare uomini e donne. Perché? Perché è in questa mancanza che emerge la bellezzadolorosa dell’umana esistenza. Gli angeli di Wim Wenders vogliono essere così.

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Wednesday, October 01, 2014

Sorella Morfina

E' la Marlene Dietrich del rock. E' nostra sorella morfina, è l'inglese spezzata in due, la meravigliosa regina della Swingin' London, finita a vivere sotto a un muro a elemosinare spiccioli per pagare la sua tossicodipendenza. Quello che il suo ex amante, Mick Jagger, declamava senza vivere, lei l'ha preso sulle sue spalle e all'inferno ci è andata davvero, fortunatamente con un biglietto di ritorno. E' morta, rinata ed è tornata a testimoniare.



"Give My Love to London", insieme al suo storico disco del 1979 "Broken English", che segnava appunto la resurrezione di una persona data per morta dopo un decennio di abusi, è il suo capolavoro. Di una onestà disarmante. E' il disco che Nick Cave, che qui collabora scrivendo per lei la trascendentale Late Victorian Holocaust, non riesce più a fare da molti anni. Così Marianne ha preso il suo posto e ha fatto il disco che tutti sognavamo. Non solo Nick Cave: alcune delle menti migliori della sua e della più recente generazione sono accorsi da lei, come è giusto che sia quando Marianne entra in studio: Roger Waters, che ha scritto per lei la splendida Sparrow Will Sing; Anna Calvi, con Falling Back. E ancora: Brian Eno, Ed Harcourt, Steve Earle, tutti accorsi alla sua corte per dare un contributo.


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Thursday, September 25, 2014

Piccole voci

Piccole voci le senti ogni tanto che sbucano da una radio mal sintonizzata. Sono piccole voci che hai conosciuto e amato tanto tempo fa. Poi le hai dimenticate. Tutto nella vita si dimentica, tranne il dolore. Quello che era il tuo miglior amico un anno fa oggi non è nessuno. Le piccole voci ti sussurrano di un tempo felice, se mai hai conosciuto per davvero la felicità. Le piccole voci si intrufolano nel tuo cuore ormai di pietra dura e ti chiedono di ascoltarle. Per favore. Sono le piccole voci che hai amato, dimenticate negli scaffali dei dischi, sepolte giorno dopo giorno mese dopo mese anno dopo anno da incombenze e da altre voci. Ma quelle venute dopo ti hanno tradito. Le piccole voci no, chissà perché. Ti cantano ancora la loro gioia e ricordano quelle lacrime d'amore che versavi chiuso in macchina nel parcheggio del supermercato, oggi che piangere non riesci più. Le piccole voci si alzano cristalline e sorridenti ma poi discrete scompaiono di nuovo. Non vogliono imporsi, solo dire: ecco io ci sono. Non dimenticarti di me. Non dimenticare la mia piccola voce. Per favore.

Monday, September 22, 2014

Dacci oggi il nostro problema popolare

E' bello diventare vecchi. Ce lo dice Leonard Cohen, 80 anni appena compiuti e un disco nuovo nuovo che esce in questi giorni, "Popular Problems". Un disco che fa venir voglia di ridere. Non un riso beota come quello a cui siamo abituati, ma un riso di gioia, come quello di un bambino. Vecchio e bambino in fondo è la stessa cosa, entrambi hanno una innocenza che si perde nella strada di mezzo, anche se questo nostro mondo moderno ci fa credere che essere anziani è una cosa brutta e allora meglio soluzioni facili come l'eutanasia legalizzata per evitare il problema.

No, c'è un modo di diventare vecchi, che è davvero bello. Certo, dipende da come si è vissuta la vita. Se la si è sprecata in sogni, ideologie, simboli fasulli, superficialità, quelli di cui ci inondano le pubblicità televisive, diventare vecchi sarà un incubo. Se la vita la si è spesa alla ricerca della Bellezza, essere vecchi porterà al disvelarsi di questa ricerca.


Non che il nuovo disco del poeta canadese sia così gioioso, almeno per quanto riguarda le liriche, che tratteggiano invece un mondo infernale dove la violenza, lo stupro, la guerra, le ingiustizie sono cibo quotidiano (Ho visto gente morire di fame / Eccidi, stupri / I villaggi bruciati / E loro in fuga / Non potevo incontrare i loro sguardi / Fissavo le mie scarpe / Era acido, era tragico / Quasi come il blues). Ma è il modo con cui Cohen affronta questi "problemi popolari", perché ce li hanno tutti anche se fanno finta di non vedere, che è illuminante e rasserenante.

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Thursday, September 11, 2014

Mele marce, telefoni a gettoni e canzoni rock

"Corporation sucks" era solo uno dei tanti slogan di quando la musica rock urlava orgogliosa la sua indipendenza. Fantasie da hippie fuori tempo massimo o da punkettari sognatori si dirà, in un mondo dove anche la musica rock non può fare a meno del motore propulsore del capitalismo e dove star come David Bowie si quotano a Wall Street. Se poi uno come Paul McCartney sia arrivato a fatturare più della British Airways si capirà come certi discorsi siano contradditori o ipocriti davanti alla realtà in cui ci muoviamo ed esistiamo.

La Apple poi è la creatura di un ex hippie, uno che è stato fidanzato con Joan Baez che era stata fidanzata di Bob Dylan, che dello stesso Dylan faceva collezione di registrazioni pirata e si faceva anche un sacco di spinelli. Che questo ex hippie secondo certe notizie piuttosto attendibili poi abbia instaurato un sistema aziendale basato sullo sfruttamento del lavoro nel terzo mondo, lo spionaggio industriale, il licenziamento coatto di chi lo contraddiceva, ci fa scandalo? Un po' sì, in effetti. La Apple non ha in realtà niente di diverso oggi dalle grandi corporazioni industriali che hanno fatto il bello e il cattivo tempo nel mondo, più spesso il cattivo tempo in realtà.


Ma non è questo il punto. Il punto è che la presenza degli U2, una band nata in piena etica punk, quella del "do it yourself" (fattelo da solo, in sostanza), in tempi non sospetti sia apparsa sul palco della Apple al termine della presentazione del nuovo prodotto, l'iPhone 6, questa volta in coppia anche con un orologio, suscita scompensi emotivi e sta aprendo dibattiti e discussioni nel mondo della Rete.

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Friday, September 05, 2014

Jiahdi John & The Black Beatles

"Sono tornato, Obama". Le immagini di "Jihadi John" come è stato soprannominato il killer di James Foley e adesso di Steven Sotloff e le sue parole di sfida fanno quasi venire in mente un film western, del tipo "Sfida all'OK Corral". O anche una brutta e disgustosa versione di un classico di Sergio Leone. Gli ingredienti ci sono tutti: il deserto, la vittima in attesa di essere giustiziata, il carnefice con il coltello in mano invece di una Colt 45, il soprannome degno appunto di apparire tra il buono, il brutto e il cattivo, tra Clint Eastwood e Eli Wallach. E le sue parole di sfida: precise, pensate, impietose.

C'è un altro elemento però: "Jihadi John", che si è meritato anche una pagina di wikipedia, è inglese, come si è capito dal suo accento da perfetto est londoner. Pare che nella sua vita precedente fosse un dj o anche un rapper. Il nome "John" l'ha preso in prestito da John Lennon in quanto la cellula terroristica di cui faceva parte a Londra si faceva chiamare i "Black Beatles" e i suoi compagni George e Ringo.


Non è la prima volta che i Beatles finiscono dentro a un episodio di orrore. Nel 1969 la gang di Charles Manson, quella che massacrò Sharon Tate e alcuni suoi ospiti ponendo fine al sogno hippie di pace e amore, usò la loro canzone Helter Skelter per firmare la strage, scritta con lettere di sangue delle vittime sui muri della casa in cui avvenne il fatto.

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Friday, August 22, 2014

After midnight

Nel fondo più fondo. Dove nessuno è mai entrato dal giorno che l'ultimo uomo ha posto l'ultima pietra. Nel cuore segreto della cattedrale. Nel buio più buio. C'è un posto dove nessuno può entrare, dove tutti gli uomini si sono fermati con sgomento. Si sono arresi.

Sotto alla pioggia nei vicoli a notte fonda, in macchina nell'ora più buia, quella che precede l'alba. Le insegne luminose dei negozi e dei ristoranti fanno a pugni con le vetrine chiuse, come luci sulle tombe nel cimitero. E' una città abbandonata, è una epidemia che ha sterminato chiunque, è un pozzo di dolore senza fine.

Nel silenzio assordante, nel rumore del silenzio. Scavando a mani nude in quel cuore che pulsa di indicibile amore. Un amore troppo grande per essere contenuto, un amore troppo puro per essere dato al mondo. Gli uomini si sono arrestati e arresi davanti a quel cuore.

Quel dolore che c'è ancora prima della nascita. Un dispiacere per la vita che non nasce dalla vita, ma viene prima. Quel marchio che sembra assurdo nell'anima. Quelle mani che hanno preso per il collo e hanno lasciato un buco, tanti buchi, inspiegabili e inestirpabili.

Chi ha voluto quel dolore, chi ha segnato quel cuore e lasciato quei buchi? E soprattutto, perché? Chi ti ha voluto così tanto da tenerti solo per lui? Chi? Chi ti ha marchiato col fuoco perché quel dolore restasse, un segno, il segno. Quel segno. Di un amore infinito. Che spaventa, perché non è di questo mondo. Non tutti hanno il cuore per reggere tutto ciò.


"Ah! Come colmarlo, quest'abisso delle vita? Che fare? Perché il desiderio è sempre lì, più forte che mai, più folle che mai".

Quella pietra nel buio della cattedrale dove nessuno era più entrato. Qualcuno ci andò. Vide la pietra e vide la scritta. Vide anche lei e capì quello che c'era da capire: "Perché ho aspettato tanti anni per capire che ho l'anima buona?".

Lei era il volto di una bellezza che non appartiene a questo mondo. Lei non apparteneva a questo mondo, ma era nel mondo ed era del mondo. Se gli altri erano fuggiti, lui rimase.

Quando uscì dal buio della cattedrale era buio anche fuori. Pioveva. Macchine passavano veloci, impiegati correvano per prendere un mezzo che li riportasse a casa, al calore, alle luci, al conforto. A un abbraccio. Lui camminava piano fumando sigarette e bagnandosi. Non aveva bisogno di andare da nessuna parte perché era già arrivato. Si fermò fino a quando le lacrime diventarono una cosa sola con la pioggia e ringraziò, sommessamente ringraziò. Nel silenzio del suo cuore non era più solo.

Wednesday, July 30, 2014

Me and the devil

Di solito gli artisti italiani quando riescono invitano un ospite straniero a suonare in una, due canzoni del loro disco. Serve per dare maggiore robustezza alle sonorità che si intendono proporre, serve a dichiarare forte l’amore per un certo tipo di musica. Un chitarrista, un duetto vocale. Nel disco “Me and the Devil” accade invece il contrario. Inciso in Italia da una idea di Edward Abbiati , leader dei Lowlands, vede la presenza di un sostanzioso numero di musicisti americani (e che musicisti) tanto che Edward diventa quasi lui l’ospite di un progetto nato in Italia (registrato in una cascina in provincia d Pavia) ma totalmente internazionale. Una operazione coraggiosa ma che non ha una virgola fuori posto, il risultato è centrato brillantemente. Con Abbiati ecco l’ex tastierista dei Green On Red Chris Cacavas (con lui si è spartito la scrittura dei brani e della voce solista), l’ex batterista live di Bob Dylan, lo straordinario Winston Watson, e Mike Brenner al basso e alla chitarra elettrica. Ci sono anche altri validi musicisti (David Henry, Richard Hunter, Stefan Roller, Andres Villani) ma il nucleo è quello.



Il risultato? Magico. Visioni notturne, jump blues anni 40, echi di ballate folk, rockabilly anni 50, quando il rock'n'roll era ancora da immaginare. Belle canzoni. Belle voci che si sfidano e si inseguono. Bei suoni, come se fossero stati costuditi dalla notte dei tempi perché un italiano e un manipolo di americani li tirasse fuori e ce li offrisse come una visione, come una speranza, come un cuore che sanguina.

Io e il diavolo: che altro? D'altro canto la vita è così.

Tuesday, July 29, 2014

I giorni del Fillmore

Erano ottime giornate per andare in moto, erano i giorni dell’estate Indiana dalle parti di Macon, Georgia, profondo sud degli States. Il giovane baffuto e dai lunghi capelli biondi amava andare in moto, specie con quel grosso chopper Harley Davidson che aveva comprato da un ragazzo della sua città. Sembrava una di quelle moto del film Easy Rider, uscito al cinema solo un paio di anni prima, con le forcelle modificate apposta per farlo assomigliare di più alle motociclette di Peter Fonda e Dennis Hopper. Quelle forcelle però lo rendevano difficile da guidare e poi aveva bisogno di gomme nuove, aveva giusto telefonato il giorno prima a un gommista per farsele procurare.

Quel pomeriggio del 29 ottobre 1971 erano quasi le 18 e 45 quando il ragazzo sulla motocicletta cercò di superare un grosso camion che stava svoltando a sinistra davanti a lui, solo che l’autista di quel camion decise non si sa perché di fermarsi bloccando la carreggiata. Il motociclista sembrò riuscire a schivarlo con eleganza poi invece improvvisamente volò in aria perdendo il casco e sfracellandosi a terra. In qualche modo aveva sbattuto contro il grosso gancio che pendeva dietro al camion. Quando lo raccolsero respirava ancora. Lo portarono in ospedale. Alle 20 e 40 di quello stesso giorno Duane Allman, 24 anni, viene dichiarato morto.



Due mesi prima era uscito il primo disco dal vivo della sua band, il terzo della carriera della Allman Brothers Band, di cui Duane insieme al fratello Gregg era il fondatore, il leader e il chitarrista, registrato allo storico Fillmore East di New York, il locale rock per eccellenza di quegli anni. Non un chitarrista qualunque, come la ABB non era una band qualunque. Come ha detto qualcuno, quella band era americana esattamente come il rumore dei condizionatori d’aria che sono immancabili in ogni città americana, fonte di sopravvivenza alle impossibili estati afose di New York, Chicago o del profondo sud, quel profondo sud, la Georgia, da cui provenivano i fratelli Allman.

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Wednesday, July 23, 2014

siamo i giornalisti della ggente, il potere ci temono

Quanto ci divertiamo su facebook. Una cifra. Ehi sono serio. Io mi ci diverto. Si scherza, ci son quelli che sanno davvero far ridere. In molti ci provano a far ridere ma non è che ci riescano così bene. Non è obbligatorio lasciare sempre un commento o una frase, volevo dirvelo. Volevo anche dire ai signori di Wall Street che quotano in borsa il faccia libro che ho 1800 amici di cui solo il 2,5% è attivo, cioè frequenta il sito. Un altro 2,5% magari ci passa senza mai lasciare commenti e legge qualcosa ma quotare a livelli milionari facebook è una delle tante bufale della realtà virtuale che ormai si è impossessata anche dell’economia. Facebook vale un cazzo la cifra che viene valutato, sappiatelo. Ah lo sapete? Ottimo. Dunque l’economia del terzo millennio vale un cazzo pure.


Comunque ho imparato da mo’ a non tirare fuori argomenti di politica e religione su facebook che poi ne escono sempre fuori delle risse (virtuali ovviamente che in faccia nessuno avrebbe il coraggio). Mi occupo solo di musica o dei miei malanni (purtroppo non virtuali). A proposito di musica, ultimamente mi sta venendo la voglia di non andarci più su fb. Devo dirlo: sono un po’ stufo di leggere aggiornamenti quotidiani di tanti cantautori o presunti tali che ci informano in che tonalità hanno accordato oggi la chitarra, cosa hanno mangiato a pranzo che poi li ha ispirati a scrivere una canzone, come procede day by day la registrazione del loro nuovo disco, quanti soldi hanno incassato ieri grazie al crowdfunding, cosa faranno domani e perché insomma il mio disco sarà meglio del tuo. In realtà mi sono accorto di avere più amici cantautori intenti a pubblicare un nuovo disco – in media ne fanno tre all’anno – che amici ascoltatori. Non parliamo poi dei critici musicali, o anche degli scrittori. Mi sento obsoleto. E pensare che io quelle cose lì le faccio per lavoro. Ma nel tempo che ci metto a scrivere un articolo o un libro, qualcuno ha già scritto otto recensioni di dischi e pubblicato sei libri. Cazzo scrivo a fare, mi domando? Anche perché è tutto gratis oggigiorno.

Così volevo dire ai miei amici cantautori o rock band che non è così figo pubblicare ogni giorno informazioni sulle canzoni che state scrivendo o di che colore sarà la copertina del vostro disco. Lasciate un po’ di mistero. Auto promuoversi su base quotidiana non dà grandi risultati. Almeno per me. Io preferisco avere il disco fatto e finito e semmai lo ascolterò. Ho la casella postale inondata invece di demo e proto demo, pseudo demo e anti demo. Non li ascolto. E’ così bello ascoltare quello che avrete fatto quando l’avrete finito, non mi interessa sapere se quando avete registrato quella tal canzone avevate gli slip o i boxer con la faccia della Mogherini. Il mistero è tutto, nell’arte e nella vita. Coltivatelo. Fatevi scoprire, non svendetevi in anticipo. Poi non vi compra più nessuno.

Siccome poi questa sembra l’estate dei festival che nascono come i bambini sotto alle foglie di cavolo – che i bambini mica li porta la cicogna, sappiate anche questo – mi viene da dirvi che andare a un festival sponsorizzato da una rivista anche se musicale non vi fa molto del bene. Io che scrivo per altre riviste – musicali – non vedo perché dovrei parlate dopo di voi dopo che avete suonato per quel tal giornale. Non perché sia un brutto giornale, ma allora aspettatevi per tutta la vita recensioni solo da quel giornale. E’ così che funziona, ci vuole un po’ di rispetto anche in queste cose. Anche perché in quei festival c’è più gente sul palco che tra gli spettatori, se ci fate caso. E da decenni da quel buchino lì non esce niente e nessuno. Ve la cantante e ve la suonate tra di voi. Certo, vi diranno che siete incredibilmente bravi e che cazzo di rock figo fate e che siete degni di suonare in America e che l’Italia non è degna di voi e che non capiamo un cazzo, italiani di merda. Ma vi ha fatto vendere due dischi in più tutto questo? Non so, vado a mettermi le mutande con la faccia della Mogherini.

Thursday, July 10, 2014

Teach your children

Erano i Fab Four americani. Erano i nuovi Beatles. In quell'estate del 1974 nessun altro artista rock era come loro, neppure i Rolling Stones, da anni ormai sulle vette e giustamente definiti "la più grande rock'n'roll band del mondo". Neanche i Led Zeppelin, che furoreggiavano sui palchi da anni, neppure Bob Dylan che pure nel gennaio di quello stesso anno era tornato alle scene dopo otto anni dall'ultima volta con un tour che aveva fatto registrare la più alta richiesta di biglietti della storia. I Beatles, ovviamente, si erano già sciolti. Ma nessuno prima di loro aveva fatto un tour negli stadi. Quella che oggi è la normalità, allora fu un azzardo che spostava in alto ancora una volta l'asticella di un mondo, quello del rock, che sembrava superare se stesso ogni giorno.

Erano giorni straordinari, erano quei giorni in cui, come disse qualcuno, "dei giganti camminavano sulla faccia della terra". Erano i giorni in cui tutto sembrava possibile: mandare a casa un presidente corrotto, Richard Nixon, fermare la guerra in Vietnam e loro quasi ci riuscirono e sì, come diceva una loro canzone, "cambiare il mondo". Decenni prima del "yes we can" di Barack Obama, loro cantavano "we can change the world".



Ma non tutto sarebbe stato così facile. Ogni grande storia chiede un grande prezzo, e loro stessi ne avrebbero pagato le conseguenze, in termini di ricadute, galera, amori finiti male e soprattutto la loro stessa amicizia mandata in malora. Che dietro ogni grande storia di musica ci sono innanzitutto degli amici, ma il successo, il volare troppo vicino al sole prima o poi ti schianta. C'è un limite, e pretendere di superarlo non va bene. Qualcuno lo capisce solo provandoci. Questa comunque sarebbe stata una autentica storia rock, di sesso, droga e appunto rock'n'roll. Con alcune delle più gradi performance musicali che questa storia abbia mai conosciuto.


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Wednesday, July 02, 2014

Don't let us get sick

Un disco tributo di solito si tende a farlo bello fragoroso: artisti di punta, riletture estrose delle canzoni originali, pigiando bene l'acceleratore sulla potenza sonica. In un certo senso ci sta: si vuole attirare l'attenzione sull'autore, anche se spesso si finisce per voler mettere in evidenza solo se stessi. Buon esempio è proprio il precedente tributo a Warren Zevon, uscito pochi mesi dopo la morte dell'artista californiano, infarcito di grandi nomi, pure di una star hollywoodiana come Adam Sandler che ci azzeccava come il due di picche. A parte i contributi live di Dylan e Springsteen, un tributo buono per post hippie diventati yuppie, niente di più lontano dallo spirito di Zevon.

Phil Cody ha scelto un approccio diverso. In parte perché è una sorta di fantasma anche lui. Nel 1996 aveva esordito con uno dei dischi di songwriting più belli di quel decennio, e capace di farsi mettere in fila insieme ai migliori esordi di sempre. A "The Sons of Intemperance Offering" purtroppo era seguito ben poco degno di nota, e del lontano parente di Bufalo Bill (William Cody) si erano perse le tracce.



Tracce che ritroviamo adesso grazie a un disco contenente solo canzoni di Warren Zevon, scomparso nel 2003, uno dei massimi talenti mai espressi dalla musica americana di sempre. Non sappiamo perché abbia deciso di fare questo disco, anche se istintivamente ci viene da pensare che i due abbiano più di qualcosa in comune. Non solo la capacità di scrivere splendide canzoni, ma anche una buona dose di sfiga, quel "bad karma", quella sorte da beautiful loser che sembra accomunarli, insomma la gente con il cuore grande difficilmente è a suo agio in questo mondo (e anche un po' la voce, sgangherata e spezzata in modo uguale).

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Monday, June 16, 2014

Siamo tutti ammutinati

Quando nel 1998 David Gray pubblica il disco "White Ladder" non pensa certo che due anni dopo diventerà un best seller a livello mondiale. Lui infatti lo pubblica in modo indipendente, convinto che seguirà la sorte dei due precedenti dischi che ha già inciso, cioè lo compereranno solo in pochi. Il disco invece finisce nelle mani del cantante e leader della Dave Matthews Band che nel 2000 lo fa ripubblicare per una etichetta con distribuzione mondiale.

Poco dopo succederà anche a un collega irlandese, tale Damien Rice, che pubblicato sommessamente un disco intitolato "O", nel giro di pochi mesi lo vedrà frantumare ogni classifica di vendita. Che sta succedendo? Niente, succede quel che è giusto succeda. Ciclicamente e per motivi misteriosi, il grande pubblico scopre e riscopre la bellezza senza fine della canzone d'autore.



David Gray e Damien Rice sono solo gli ultimi affidatarii di una torcia che non smetterà mai di bruciare fino a quando un uomo sulla terra saprà cantare. "Ancora oggi ci sono in giro un sacco di bravissimi cantautori, ma è difficile per loro farsi notare. Il mainstream è molto ostile nei loro confronti. La musica è diventata una forma di stupidità conclamata e cercare di darle un significato oggigiorno non è cosa facile. Faccio parte di una tradizione molto ricca, quella dei cantautori, ma non puoi stare fermo sui tuoi allori, c'è una sfida dietro ogni angolo, devi stare sempre con la guardia molto alta" dice David Gray in questa intervista che presenta il suo nuovo disco, "Mutineers".

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Monday, June 09, 2014

Old Man

Stasera sono andato dal mio nuovo dottore. Il mio quadro clinico fa abbastanza schifo ma già lo sapevo, solo facevo finta di non saperlo. Mi ha dato un fottio di esami da fare no so se li farò, chi ne ha voglia. Ne ho ancora in arretrato di sei mesi da fare. Mi ha detto che devo farlo perché sono vecchio, sono un uomo e ho uno stile di vita di merda. Interessante che abbia detto che sono un uomo. Gli uomini si sa muoiono prima delle donne. Poi sono andato al bar sotto casa e mi sono ubriacato pensando che sarà l'ultima volta che lo faccio perché ehi sono vecchio ho un quadro clinico da schifo e sono un uomo. Mi sono ubriacato u con un autista di camion in pensione che è il sosia di Gino Paoli. Mi sono divertito un casino più di quando mi ubriacavo con quei cazzoni di giornalisti musicali a qualche concerto del cazzo sperando di ubriacarmi ancora dopo il concerto con la star. Mi ha raccontato un sacco di cose divertenti della sua vita, mi ha fatto vedere tutto contento sul suo cellulare che non era un iPhone ma una schifezza da quattro soldi la foto di quando qualche settimana fa aveva vinto una gara di pesca, un pescione da quattro chili tutto orgoglioso che poi ha rimesso in acqua. Poi mi ha detto che non va quasi più a casa sua in Abruzzo dove ha ancora la mamma di 94 anni viva, perché sua moglie ha un sacco di problemi fisici e si è un po' intristito. Pensava fossi anche io un pensionato, tanto devo apparire un vecchio del cazzo anche se fino a oggi ho fatto finta di non crederci. Sono un vecchio del cazzo con un quadro clinico di merda. Chisse ne fotte, continuerò a ubriacarmi lo stesso. Tanto io in pensione non ci andrò mai, me l'hanno fottuta insieme alla mai vita. Giovane in fondo non lo sono stato mai.

Friday, June 06, 2014

Sister Act (?)

"Voglio che Gesù entri qua dentro" dice suor Cristina poco prima di lanciare il Padre nostro che conclude The Voice con la vittoria (annunciatissima) della religiosa. Perché Gesù "deve entrare qua dentro"? Che cos'è The Voice, un luogo di perdizione, di maleficio, di inganno, di bruttura? Per quanto chi si esibisce a The Voice e generalmente a tutti i talent show televisivi (rarissime le eccezioni, forse Alessandra Amoroso e Mengoni) esibiscano bruttissime voci, non ci sembra che The Voice meritasse una particolare presenza del buon Dio. The Voice è un innocuo show televisivo come milioni di altri, che non fa né male né bene, semplicemente come tutto ciò che passa in televisione "distrae".


E' proprio su questo finto scontro tra fede e ateismo, tra acqua santa e diavoletti, tra veste religiosa e tatuaggi (i quali, lo sappiamo, ormai se li fanno anche i direttori di banca) che si è giocata l'ipocrisia e la banalità di questa inesistente disputa religiosa che ha portato a questa edizione di The Voice un pubblico globale, calcolato in decine di milioni di spettatori, o su prime pagine anche sul New York Times.

Ma in realtà non c'era nessuna disputa religiosa, perché J-Ax e Piero Pelù sono dissacranti e blasfemi quanto lo è mia figlia di 11 anni quando ascolta gli One Direction. Cioè non lo sono per nulla.

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Thursday, June 05, 2014

L'unica Television che vogliamo vedere

"E' la seconda volta che suoniamo in Italia in quasi quarant'anni" dice Tom Verlaine a un certo punto. E' vero, e la dice lunga delle barriere che ancora esistono tra certa musica rock e la nostra terra dei cachi. I Television sono apparsi sul palco dell'Alcatraz di Milano come una visione, come una testimonianza, come una immagine ferma nel tempo di una scena musicale tra le più effervescenti ed eccitanti, quella di New York della seconda metà degli anni 70. Ma loro erano diversi, fuori da ogni schema e da ogni tempo: i Grateful Dead del punk li definì qualcuno. Ci si può solo immaginare la faccia di chi, entrando al CBGB's per ascoltare l'ennesimo gruppo punk, si fosse imbattuto nei Television: chi diavolo sono questi e che musica fanno?

La domanda rimane attualissima ancor oggi, anche se dopo "Marquee Moon" disco di esordio datato 1977 e uno dei più straordinari album di esordio di ogni epoca, hanno fatto ben poco, complici gli sbalzi umorali del leader Tom Verlaine. Il quale, senza la sua band, in Italia c'era comunque venuto diverse volte, ma in un modo o nell'altro aveva sempre deluso. Che fosse stato sul palco insieme all'amica Patti Smith, seduto in un angolo e quasi assente, quasi dimenticandosi di suonare, o che si fosse esibito in coppia con l'altro chitarrista dei Television Jimmy Rip, perso in un irritante solipsismo.



All'Alcatraz invece Verlaine ha tirato fuori tutto il suo straordinario talento, regalando una esibizione da incorniciare. La serata era dedicata all'esecuzione integrale proprio di "Marquee Moon", un evento per noi italiani, tanto che l'Alcatraz, seppur ridotto nella sua capienza era affollatissimo di un caldo pubblico, e l'atmosfera dell'evento era ben rappresentata dalla presenza di tutti o quasi i sopravvissuti di certo giornalismo rock, gente che come il sottoscritto è cresciuta con dischi come questo e che si è mossa anche da Roma per non perdere questo concerto.

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Friday, May 30, 2014

Crucify your mind

Cosa hanno in comune Detroit e Londra alla fine degli anni 60? Nulla, esattamente come oggi. Difficile immaginare due città più agli opposti. La Swingin' London di quel periodo era una delle capitali più effervescenti ed eccitanti, Detroit una delle metropoli più decadenti, con i suoi ghetti, la crisi dell'industria automobilistica, i suoi disoccupati e disperati. Londra è ancora oggi una delle capitali più eccitanti del mondo seppur non più swingin', Detroit è ancora una delle città più decadenti: pochi mesi fa ha addirittura dichiarato bancarotta.

Eppure, per gli strani casi del destino, in città così diverse fra loro in quell'ultimo scorcio degli anni 60 muovevano i loro passi due figure accomunate da molte cose. In primis, il male di vivere. E poi l'amore per la musica.



Se a Londra Nick Drake il male di vivere lo assumeva in sé e lo descriveva con allucinante realismo nelle sue canzoni, a Detroit Rodriguez raccontava il male di vivere che vedeva intorno a sé: "Born in the troubled city in Rock and Roll, USA", nato in una città piena di guai, negli Stati Uniti del rock'n'roll.

Ma c'era qualcosa che li avrebbe accomunati per sempre: la mancanza del successo, il riconoscimento pubblico delle loro immense capacità artistiche. Con la differenza che questo mancato riconoscimento lo avrebbero vissuto diversamente.

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Saturday, May 24, 2014

Great Expectations

Scrivere. Scrivere sempre. Anche quando ti viene da vomitare sulla tastiera anche quando le dita gettano sangue sui tasti e le lacrime bagnano gli sputi. Scrivere per non impazzire. Scrivere per non morire o per morire prima. Scrivere se non hai niente da dire perché devi farlo comunque altrimenti poi non riuscirai più a riprendere. Scrivere contro la menzogna che ti asfissia ogni giorno sempre di più l'incredibile l'universale menzogna di ogni uomo che mantiene viva l'umanità. Ecco perché tu stai morendo poco a poco. Scrivere gratis scrivere per nessuno scrivere sempre. Scrivere non per fuggire ma per auto importi quella santità che ti viene negata. Santo santo santo scrivere. Scrivere sempre anche se non c'è motivo alcuno per farlo perché sei rifiutato fregato incastrato bloccato e maledici il gesto stesso di scrivere. Scrivere per non bestemmiare la santa bestemmia. Scrivere perché non ci sarà mai una ricompensa. Scrivere perché non c'è successo come il fallimento. E il fallimento non è un successo per nulla.

Monday, May 19, 2014

Tutto quello che avreste voluto sapere

L'amico Corrado Ori Tanzi mi ha intervistato. Autore di un ottimo blog che dimostra che per essere giornalisti non bisogna necessariamente scrivere sui "giornali" (ne esistono ancora? boh) ha pensato di farmi alcune domande (e l'hh anche tradotta in inglese!). Mi sono divertito molto, sembro quasi un vero giornalista. Grazie amico, ricambierò il divertimento...


TUTTO QUELLO CHE AVRESTE VOLUTO SAPERE SU PAOLO VITES MA NON AVETE MAI OSATO CHIEDERE

Sunday, May 18, 2014

carognamenzognavergogna

checonoscitudellarabbiachenesaidellefaccetraditricicheconoscidiquestarabbiachevomitaeurlalatuamenzognavergognacarogna. carognavergognamenzogna. questafinzioneiomisottraggoeaffogoannegonellamiacoscienzaindegnamamaiputtanatugiudacristotraditoretumenzognatuinvidiagelosiainvidiagelosiainvidiagelosiacarognamenzognavergogna

Thursday, May 08, 2014

American family

Perché è difficile se non impossibile pensare a un disco di Ligabue o Vasco Rossi inciso con le loro madri? Non è invece difficile pensare a un disco di una rock star americana che fa una operazione del genere. Ed eccolo qua, Ben Harper in coppia con la mamma Ellen, una delle star più celebrate della scena rock degli ultimi venti anni con “Childhood home”, un disco splendido, a tratti commovente, pensato e pubblicato in occasione della festa della mamma.

Ma per capirne le profonde ragioni ed evitare accuse di mammismo che già si sentono dietro l'angolo, bisogna capire la diversità che esiste, seppur ormai in minima parte vista l'era di omologazione globale del nulla in cui viviamo, era che ha azzerato ogni sistema di valori, tra America e Italia. Capire allora cosa significa, o ha significato, la famiglia per gli americani, e quindi capire cosa significhi, o ha significato, il rock'n'roll per gli stessi.



Da Elvis Presley a Johnny Cash, da Jerry Lee Lewis a Little Richard, è impensabile pensare a questi personaggi senza le loro radici religiose. Nati e cresciuti in un sistema fortemente ancorato alla comunità di appartenenza, di cui il primo elemento era la famiglia e il secondo la locale comunità religiosa, tutti loro sono cresciuti cantando nei cori della chiesa o cantando quegli inni insieme ai propri genitori. Non esistevano televisori o internet, a malapena una radio un po' scassata: radunarsi nelle sale delle loro piccole e povere abitazioni a cantare i vecchi inni era la cosa più naturale che si potesse fare. Non è un caso che una delle ultimissime incisioni di Johnny Cash prima di morire siano proprio quegli inni che era solito cantare insieme alla madre da ragazzino. Tutto torna, e nulla si perde. E' in quel sistema di valori che si sono formate le più grandi star della music rock.

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Wednesday, April 23, 2014

Goga e Magoga

"Accidenti Davide: ai tempi del vinile questo sarebbe stato un triplo ellepì". "Esatto, come Sandinista dei Clash!". Scherza e ride Davide Van De Sfroos, è decisamente di buon umore e soddisfatto del suo nuovo disco, il primo dopo tre anni, e ovviamente la prima cosa che gli viene in mente è uno dei suoi gruppi preferiti, i Clash. Chi scrive lo ricorda sul palco pochi minuti prima di una esibizione, intento ad attaccare con cura sulla sua chitarra un adesivo dei Clash. Le radici musicali di quest'artista sono profonde e diverse, ma tutte sanamente rock. Lo si sente in questo disco, "Goga e Magoga", ricchissimo di spunti, di citazioni, di una varietà sonica come non era mai successo prima. E allora ci sta un'altra citazione: "Potrebbe essere un 'freewheelin' Van De Sfroos, un Van De Sfroos a ruota libera, che ne dici?". Annuisce ridacchiando.



Anche liricamente è un disco ricco come non mai, un disco "bipolare" lo ha definito lui con una delle sue tipiche irresistibili immagini, che racconta "un'epoca che con il bipolarismo e la confusione interiore ed esteriore ha imparato a convivere con apparente rassegnazione". Un'epoca dove l'io dell'uomo è devastato, annichilito e addormentato, e lui lo dice benissimo, ma non per questo bisogna arrendersi. "Le mie canzoni cercano di comunicare comunque speranza" sottolinea. Ed è vero: immagini di luce appaiono e scompaiono qua e là nelle canzoni. Maria, la madre di Dio, per cui una preghiera vale sempre la pena, l'infermiera davanti alle atrocità della guerra che diventa un padre nostro. E alla fine quella dichiarazione bellissima, che la vita è un dono, che la vita è appartenenza, che la vita è affidarsi: "Qualcuno di loro ha maledetto il suo ballo, qualcuno ha perfino pregato di esser tagliato ma in molti accettano il dono, il dono di farsi cullare".

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Monday, April 21, 2014

This is the story of the Hurricane

In quei mesi del 1976 era impossibile non ascoltarla: ogni qualvolta accendevi una radio, la canzone Hurricane di Bob Dylan usciva fuori. Anche nella provincia dell’impero come era ed è ancora oggi l’Italia, così lontana negli anni 70 dal mondo dello spettacolo, della musica e della politica americana, Stati Uniti, il cuore invece dell’impero. In quei giorni Internet era neppure un sogno nella testa di qualche scienziato, eppure la forza di quella canzone fu così devastante che bucò ogni barriera, diventando un singolo di successo planetario. Fu un impatto multi mediatico e multi culturale. Addirittura si ballava nelle prime discoteche, agli albori della disco music che sarebbe esplosa poco dopo con i Bee Gees, per quel suo ritmo incalzante e arrembante. Sbucò anche in televisione, dove Bob Dylan negli ultimi mesi del 1975 si era recato per partecipare a un programma in tributo al discografico che aveva scoperto anni prima lui e tanti altri, ad esempio Bruce Springsteen, John Hammond, e l’aveva cantata in anteprima.

Hurricane - Bob Dylan from LA REVOLUCION ES AHORA! on Vimeo.


Quella serata venne trasmessa anche alla televisione italiana nei primi mesi del 1976 e per molti fu come se la vita cambiasse nel giro di pochi minuti. Chi scrive quella sera era un ragazzino di 13 anni che cambiò canale così per caso e rimase intrappolato da quella voce mai ascoltata prima, che spalancava orizzonti infiniti, che inquietava e che malediceva, che non era simile a niente altro che avevi ascoltato prima e che ti inchiodava davanti al televisore senza possibilità di proferire un solo “eh”.

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Friday, April 18, 2014

Henry Poole is here

"Non vedo nulla". "Non stai guardando". La vita e il modo di affrontarla in fondo potrebbe essere tutta riassunta in queste due battute, quelle che si scambiano Henry Poole (l'attore Luke Wilson) e la sua vicina di casa, Esperanza (nome non casuale, ovviamente). Quello che non vede nulla è Henry, perché Esperanza, donna semplice, riesce anche a vedere il volto di Gesù sul muro di un fatiscente cottage alla periferia di Los Angeles che è poi la casa dove è cresciuto Henry e dove è tornato per morire, convinto di avere una malattia terminale. Ma lui, bicchiere di superalcolici sempre in mano, quel volto non lo vede.



Henry "ha smesso di credere alla speranza, ma la speranza non ha smesso di credere in lui". "Henry Poole - Lassù qualcuno ti ama" (titolo originale Henry Poole Is Here) è un bel film uscito nel 2008, poco visto e abbastanza trascurato, come sempre quando un film non è pensato per i baracconi fatti da effetti super tecnologici in 3D, ma ha invece una bella storia da raccontare. Sky Cinema lo ha trasmesso in queste serate pre pasquali: forse "lassù", nei palazzi di Sky, c'è davvero qualcuno che programma i film con un senso. Perché "Hnenry Poole" è la storia di un miracolo, di una resurrezione anche, dunque perfetto per i giorni di Pasqua. E ha una bellissima colonna sonora: memorabile la scena in cui un ormai confuso e smarrito Henry Poole mani in tasca si sofferma a guardare il panorama di Los Angeles al tramonto e sotto parte una delle più belle canzoni di Bob Dylan, Not Dark Yet, "non è ancora buio ma ci manca poco".

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Friday, April 11, 2014

Brother Jackson

Brother Jackson, come lo chiamano alcuni, è stata l'autentica voce dell'uomo comune, quello che John Lennon preferiva chiamare il "working class ero", l'eroe della classe operaia. Jackson Browne nel suo straordinario catalogo di canzoni composte nell'arco di una carriera quarantennale, non ha mai però ceduto ad alcuna ideologia di sorta, tanto meno quella del cosiddetto "blue collar rock", il rock - appunto - della classe operaia di cui sarebbero stati esponenti di spicco (ma lo erano davvero?) Bruce Springsteen e John Mellencamp.

Tutti loro, è vero, hanno cantato la quotidianità della vita reale, quella fatta di orari 9-5, di cartellini da timbrare, di autostrade da asfaltare, della fuga del sabato sera, i pannolini da cambiare, il lavoro da cercare, matrimoni che andavano a rotoli e allo stesso tempo domeniche pomeriggio passate al parco a giocare con i figli. Quelle persone che sono il sale della terra insomma, come dicevano i Rolling Stones nella più bella canzone dedicata appunto agli eroi della vita quotidiana, Salt of the Earth.



Jackson Browne ci ha messo però una particolare capacità di compassione, uno sguardo caritatevole e pieno di amore per quest'uomo che fatica e sputa sang per mettere insieme, come si diceva una volta, il pane con il companatico. Una canzone come For Everyman, per dirne una, ne è il manifesto più affascinante e commovente, un abbraccio al cuore dell'uomo che desidera e combatte per una vita dignitosa, condizione comune a tutti anche se molti tendono a dimenticarlo nella banalità e nella distrazione delle promesse vacue del mondo: appunto, "per ogni uomo".

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Tuesday, April 08, 2014

Do They Know It's Christmas?

Trent'anni fa quasi, un giovane cantante, per la verità già un po' dimenticato dalle cronache rock dopo un successo istantaneo di qualche anno precedente, pensava e dava vita al più grandioso evento musicale della storia, superiore anche al festival di Woodstock del 1969 e rimasto oggi ancora inimitabile, nonostante le centinaia di tentativi di imitazioni. Il Live Aid, che Bob Geldof, musicista nord irlandese noto solo a un pubblico ristretto, rese possibile fu l'evento degli eventi, per impatto mediatico, numero di spettatori, intento benefico. Si voleva rispondere al dramma della morte per fame di milioni di africani, specie quelli dell'Etiopia, e cosa c'è più bello, di più nobile e più coinvolgente di impegnarsi per rispondere a una catastrofe del genere? In fondo la musica rock lo aveva sempre gridato: noi possiamo cambiare il mondo.

Un evento pensato in simultanea sui palcoscenici di Londra e di Philadelphia, dall'altra parte dell'oceano, e poi la diretta televisiva mondiale per miliardi di spettatori. Sui due palchi, i più grandi nomi della scena musicale di allora e di sempre, clamorosa reunion dei Led Zeppelin compresa.


Il Live Aid fu un discreto fallimento, i soldi destinati ai bambini africani per anni finirono non si sa dove, poi ne giunsero a destinazione solo una parte, considerando anche le spese ciclopiche dell'evento. Bob Geldof tornò nel suo anonimato di musicista rock incompiuto nonostante il suo nome diventasse un po' una sorta di Gandhi del rock, diventando anche baronetto per il merito benefico della sua iniziativa.

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Monday, April 07, 2014

Guerra alla droga

Con un nome così, The War on Drugs/La guerra alla droga, potrebbe essere il gruppo preferito dell'ex ministro Giovanardi. Scherzi a parte, la band capitanata da Adam Granduciel, dopo l'addio risalente ormai già a qualche anno fa di Kurt Veil - che ha inaugurato una altrettanto valida carriera solista -, totalmente nelle sue mani, è una delle realtà migliori della scena musicale americana più recente. Lo dimostra l'ultimo bellissimo disco, "Lost in the Dream", probabilmente il loro lavoro migliore. In giro da cinque o sei anni, i War on Drugs arrivano dalla zona di Philadelphia e la loro musica non è facilmente ascrivibile alle solite etichette buone per ogni stagione. Certo, le influenze di Adam Granduciel sono evidenti: voce strascicata e anfetaminica alla Bob Dylan periodo "Blonde on Blonde", lunghe fughe chitarristiche che non possono ricordare quelle di Neil Young, gusto per ballate di tipo californiano.



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Monday, March 24, 2014

She is with the band

Un giorno di metà anni settanta, salì su un aereo e da Londra, dov'era nata, andò fino a Los Angeles. Aveva vent'anni, Sylvie Simmons, e in quel modo incosciente realizzò il suo sogno più grande, vivere la sua vita dentro alla musica. Oggi vive a San Francisco ed è una delle più quotate scrittrici rock del mondo, una delle pochissime donne ad aver fatto breccia in un ambiente fortemente maschilista, quello del giornalismo musicale. Il suo ultimo libro, la biografia di Leonard Cohen, "I'm Your Man" (pubblicato anche in Italia da Caissa Italia Editore), è un best-seller mondiale tradotto in oltre dieci lingue. Dopo aver collaborato con le maggiori riviste musicali degli anni 70 e 80, come Cream e Sound, scrive oggi sin dal primo numero per quella che è la miglior rivista musicale del mondo, Mojo, per la quale ha realizzato dozzine di interviste straordinarie, come quei cinque giorni passati insieme a Johnny Cash a casa sua pochi mesi prima che questi morisse.Con lei abbiamo parlato di "quel piccolo sciocco pezzo di musica che si ama così tanto da stare male".




Nel film di Cameron Crowe, "Almost Famous/Quasi famosi" c'è una frase detta da una delle protagoniste a un musicista: "Non riuscite a capire cosa significhi amare così tanto un piccolo, sciocco pezzo di musica o una band, da starci male": E' davvero possibile stare male per una canzone?




Assolutamente, credo profondamente che la musica possa suscitare una passione così forte come l'amore per un uomo, una donna, un bambino, un animale. Sin da quando ero una bambina, ero ossessionata con la musica in tutte le sue forme, ho sempre desiderato una vita nella musica, ma non ero sicura di come poter fare. Deve essere un percorso che segui per conto tuo, la mia passione per la musica batte ogni altro tipo di passione.

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Tuesday, March 18, 2014

Paint it. Black

Come in un brutto film, come in una canzone cantata milioni di volte, immaginata, allontanata perché troppo dolorosa e alla fine mai composta. Il jet privato, quello che dagli anni 70 li ha portati in giro per il mondo, con la linguaccia irriverente ben in vista sulla fusoliera è appena atterrato. Saranno le dieci di sera a Perth, Australia. A New York City sono le 8 di mattina delle stesso giorno, è domenica. Una domenica che lei passa in chissà quale modo, riposo forse poco: una donna in carriera come lei ha sempre cose a cui pensare anche di domenica. Troppe cose. Adesso invece è lunedì mattina, saranno le 9 e 30. A Perth, in Australia, sono le 11 e 30 di notte, il lunedì è quasi finito. Lui ha passato la giornata a svagarsi, a distendersi, è andato a passeggiare sulla bella spiaggia davanti all’oceano, ha anche accettato di farsi scattare qualche fotografia. Sorride, un buffo cappellino militare con la visiera in testa, gli occhiali da sole: più che la rock star che da decenni fa impazzire il mondo, sembra un turista tipicamente inglese, buffamente eccentrico come loro sanno essere. La foto di lui sorridente finisce su twitter. Fra due giorni dovrà di nuovo salire sul palco, come fa da cinquant’anni. Già, perché, anche se li porta benissimo, lui di anni ne ha 70. Avrà fatto un patto con il diavolo, dicono i soliti ben informati schiudendo i denti nell’invidia perché loro invece i 70 anni che hanno li dimostrano tutti. Insomma, ha la stessa età dell’ex presidente del consiglio italiano Mario Monti: chi li porta meglio? Chi ha fatto sesso droga e rock’n’roll per buona parte della sua vita o chi la vita l’ha passata dietro la scrivania delle banche e delle università? Ma questo, adesso, non centra nulla.




Adesso se ne torna in albergo perché si sente un po’ inquieto, è quasi mezzanotte e come ogni volta che sta per cominciare una nuova tournée gli vengono dei pensieri, tornano a galla volti mai dimenticati davvero. Winnie the Pooh, il buffo pazzo con il capelli a caschetto biondi, Brian, morto annegato nella sua piscina nessuno ha mai capito veramente come. Sente dei brividi: lui voleva bene a Brian, era stato grazie a lui che tutto era nato e che nei successivi cinquant’anni si era potuto permettere di fare la vita più bella al mondo: musica, donne, soldi, tanti soldi. Era anche diventato Sir, altro che simpatia per il demonio.

A New York sono ormai le dieci di mattina, a Perth è passata da pochi secondi la mezzanotte ed è già martedì. Lei sale su una seggiola, annoda una delle sue eleganti sciarpe di seta al collo a una lampada e si lascia andare.

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Sunday, March 16, 2014

Quella lunga estate da solo

Recensione di To Live Alone in That Long Summer, pubblicata sul numero di marzo della rivista Outsider


Attenzione, maneggiare con cura, "handle with care". E' tornato Barzin, il poeta canadese originario dell'Iran: non è roba per tutti. Il suo ultimo disco, quasi cinque anni fa ormai, "Notes to an Absent Lover", aveva devastato una generazione di cuori già infranti per conto loro. Be' una generazione è un po' tanto, visto che come tutte le cose migliori quel disco non l'avevano comprato in molti, almeno da questa parte dell'oceano. Ma di male ne aveva fatto a tanti, a tutti coloro che si portano dentro un cuore malandato per troppo amore. Quelle canzoni erano diventate citazioni, motti, appunti da appendersi al bavero della giacca per affrontare una stagione difficile. Raramente qualcuno aveva saputo descrivere così bene la fine di un amore, offrendo poche scappatoie, forse solo Graham Greene, ma questo non era un romanzo.
Un disco a tratti impossibile da ascoltare, per quell'urgenza carica di dolore nel descrivere la sofferenza come raramente si era ascoltato nella storia della canzone d'autore. Il paragone con Blood on the Tracks di Bob Dylan non era azzardato, anche per l'accompagnamento musicale minimale. Ma soprattutto scalfiva quella voce spettrale, appena sussurrata, così carica di angoscia e solitudine.



Adesso è finalmente tornato. Le ambientazioni soniche e liriche sono sempre quelle, evidentemente la solitudine del cuore per Barzin è una condizione esistenziale, anche se adesso l'accompagnamento strumentale è più ricco (con lui questa volta ci sono Sandro Perri, Tony Dekker dei Great Lake Swimmers, Daniela Gesundhet degli Snowblink Tamara Lindeman dei Wheather Station tra gli altri), lo spettro sonoro si approfondisce di eleganti nuove sfumature. Soprattutto è totale l'immedesimazione con un altro gigante canadese, Leonard Cohen, tanto che a tratti in queste nuove canzoni ti viene spontaneo immaginare la voce profonda del grande vecchio. Deve avere una tristezza speciale, il Canada. Barzin se vogliamo propri etichettarlo potremmo definirlo slow core, come altri grandi canadesi delle ultime generazioni: Great Lake Swimmers, Brian Borcherdt, Donovan Woods, Jbm.
Non mancano anche questa volta le citazioni dylaniane (nel disco precedente erano molteplici), oltre a Cohen altro grande punto di riferimento del canadese-iraniano, ad esempio "Dylan is playing After Midnight" dimostrando così di essere aggiornatissimo visto che si tratta di un brano dell'ultimo disco, Tempest.
Le canzoni sono ancora dolorose fessure aperte in camere abbandonate: l'iniziale All the While procede in modo ipnotico, su un fraseggio di chitarra sempre uguale, creando quel clima un po' claustrofobico che ha sempre caratterizzato le sue migliori canzoni.

Ma Barzin sa anche scrivere splendide melodie, con inflessioni di pop di classe; ne sono la prova brani incantevoli come Fake It ‘Til You Make It, In the Morning e soprattutto Lazy Summer, un brano epico. Altrove, ad esempio In The Dark You Can Love This Place, coniuga una brillante melodia a una atmosfera notturna e sofferente, capace però sempre di evitare ogni monotonia, catturando l'ascoltatore in una visione sonica e cinematica affascinante ed elegante allo stesso tempo. Se nel disco precedente Barzin affrontava la disperazione di una rottura sentimentale, questa volta il tema sembra maggiormente essere la solitudine metropolitana, l'impossibilità di adattare i nostri sentimenti, i nostri desideri al ritmo di una vita sempre più anonima, pura sopravvivenza, dove si vive per lavorare e si lavora attendendo la morte. Lui dice di aver cercato di fare un disco così sin da quando ha cominciato a incidere: la sua soddisfazione non può che essere anche la nostra.

Tuesday, March 11, 2014

Il tunnel

Nel tunnel della vita si entra pensando sia anche quello dell'amore. Solo a metà del viaggio ci si accorge di essere entrati in un tunnel dell'orrore.

Nel Tunnel di via Sammartini, la strada più lurida e spaventosa di Milano, che nessuno è mai riuscito a ripulire veramente, dove si aggiravano un tempo zombie, senzatetto, possibili stupratori e scarti assortiti della bella società, ci entriamo cercando una benedizione, l'ultima possibile. Lo scenario intorno è da Gotham City, o da Blade Runner con quelle fabbriche abbandonate e cadenti. Dentro però ci accoglieranno i monaci del rock, i santi del dopo apocalisse, le voci gregoriane che dal medioevo prossimo venturo in una specie di ritorno al futuro offrono consolazione e redenzione dai peccati.



E' vero, non c'è più Tim Smith a cantare, la sua voce meravigliosa che sapeva lenire ogni ferita dell'anima è rimasta da qualche parte nel Texas a cercare chissà cosa. Loro invece ci sono tutti. E da come appaiono sul piccolo palco, le luci proiettate dietro di loro sul pubblico che riempie ogni angolo del locale, sono solo delle silhouette in ombra che nascondono i volti. Perché questo sono oggi i Midlake, servitori della canzone anonimi a cui non interessa mettersi in mostra, lontani milioni di miglia da qualunque concessione all'entertainment, umili monaci del rock che armonizzano in coro nel buio. E quelle voci così stupendamente all'unisono, senza una vera voce solista, ci sorprendono subito ancora una volta, meglio di una volta: è davvero un coro che si innalza dal buio cercando di aprire uno squarcio nel soffitto, verso la luce, fuori del tunnel.

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Friday, March 07, 2014

Hey hey my my Kurt Cobain will never die

Da qualche tempo mi succede spesso: ho nostalgia degli anni 90. Non so bene perché, ma mi succede. Forse dipende dal solito fatto, cioè rimpiangere quanto abbiamo vissuto nel passato e considerarlo sempre migliore di quanto stiamo vivendo adesso. Un classico, insomma, della nostalgia umana. O forse dipende dal fatto che da quando siamo entrati nel terzo millennio non è accaduto niente degno di nota. Sto parlando di musica naturalmente. Del resto di cose successe, purtroppo, dalle Twin Towers alla crisi economica globale, ce ne sarebbe da riempire una enciclopedia.

Di certo negli anni 90 non avevo nostalgia degli anni 80, quel decennio non mi è mai mancato e credo non mi mancherà mai. Gli anni 70? In quelli ci sono dentro da sempre, praticamente sono una istantanea vivente di quel decennio e vista la musica che girava allora, non me ne pento e ci sto dentro alla grande. Sono sempre fortemente convinto infatti che l'ultimo grande disco della storia del rock sia uscito il 14 dicembre 1979, "London Calling" dei Clash ovviamente.


Se penso invece a questi ultimi tredici anni, a parte le band di cosiddetto neo folk (Avett Bros, Fleet Foxes, Mumford and Sons e chi più ne ha più ne metta) cos'altro è accaduto da farti fermare la macchina mentre hai la radio accesa e dire: accidenti che canzone? Che poi anche questi gruppi tendenzialmente hanno fatto un bel disco e poi niente di che. A me non viene in mente nulla, e infatti siamo sempre qui a lodare i dischi dei grandi vecchi, ormai vecchissimi. Già sapete chi intendo. Degli anni Duemila salvo due canzoni, neanche due dischi interi, però sono due grandi canzoni: England dei National e I and Love and You degli Avett Brothers.

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Saturday, March 01, 2014

To dance beneath the diamond sly

Bizzarro – ma mica tanto – che subito dopo aver riscoperto e riapprofondito i legami con il mio scrittore contemporaneo preferito, Nick Hornby, grazie a un suo vecchio libro letto solo adesso, riscopro e riapprofondisco i miei legami anche con il regista contemporaneo che, adesso lo so, è anche il mio preferito. Ho visto infatti per caso, come sempre mi succede con i film, Elizabethtown di Cameron Crowe, un film uscito nel lontano 20005: è incredibile come Crowe stia al cinema quanto Hornby stia alla letteratura.
La cifra che li contraddistingue è infatti la musica rock, intesa non come sottofondo riempi buchi, ma come parte integrante della vita. Non sono due cose separate: coincidono, si alimentano, si commentano, si confondono e si esaltano. Il risultato è sempre quello di dare una ventata di bellezza e di ottimismo.




Nessuno come Cameron Crowe sa usare le canzoni rock con altrettanta efficacia e buon gusto: Elizabethtown, che inizialmente mi sembrava un film stucchevole e che onestamente non ha questa gran trama, si risolve come la sua ennesima deliziosa, confortante e piacevolissima iniezione di bellezza. E che canzoni. Altro che il borioso uso che ne fanno i fratelli Coen, specie nell’ultimo fallimentare A proposito di Davis, dove la musica viene piegata alle esigenze immancabilmente pessimiste, dei due registi. Con Crowe la musica si impone: è la vita, è la realtà, ma solo pochi fortunati sanno percepirlo, devono avere amato la musica davvero tanto per capire questo fondamentale passaggio. “To truly love some silly little piece of music, or some band, so much that it hurts” come diceva una delle groupie in Almost famous, il film capolavoro di Crowe e il più bel film mai girato sulla musica rock. Ma sono cose queste che capiamo solo noi che nella vita siamo i “supplenti”, non i protagonisti, come dice la protagonista di Elizabethtown: noi le figure secondarie, quelli che non ci prendono mai sul serio, i falliti, i perdenti. Abbiamo il nostro piccolo segreto che ci aiuta a stare a galla.

Di Crowe ho trovato pretenzioso e noioso solo Vanilla Sky, il resto, da Singles a Jerry McGuire, sempre affascinante. Sì: Crowe è un inguaribile ottimista. Ma anche noi cinici abbiamo bisogno di ottimismo, almeno al cinema. E lui lo fa in modo convincente, ricco di magia e noi crediamo alla magia, do you believe in magic?
Elizabethtown si risolve meravigliosamente nell’ultima mezz’ora: in quel viaggio on the road non c’è solo la salvezza del protagonista, ma anche un minidocumentario sulla storia della musica rock con alcune canzoni straordinarie. E il finale.,. sì il finale è perfettamente a lieto fine. Ci sta. A cosa servirebbero altrimenti le canzoni rock? D’altro canto tutto il film è stato ispirato da un verso magico, quello che Bob Dylan scrisse in Mr. Tambourine Man: to dance beneath the sky with one hand waving free… Le canzoni rock dicono la verità. Sempre. Così che si può aver voluto così bene al proprio padre – o marito – morto da

Sunday, February 23, 2014

Come diventare buoni

“Che cosa ti fa pensare che io sia triste?”

“Ah! Tu sei triste per definizione. E’ la tua condizione permanente.”



Nick Hornby salva la vita. Nick Hornby è il miglior scrittore della mia generazione. In realtà non so se sia così, so che ogni volta che mi imbatto in un suo libro (ne ho letti solo quattro: Alta fedeltà, Un ragazzo, Tutta un'altra musica e Come diventare buoni) la mia vita diventa migliore, per quel tempo almeno che dura la lettura del libro. Come insegna proprio Come diventare buoni, l’ultimo che ho letto, è impossibile infatti cambiare la propria e altrui vita per sempre, ma il fatto che possa cambiare in meglio anche per poco, è già abbastanza.
A Nick Hornby mi sono sempre avvicinato con diffidenza, anche perché quando l’’ho scoperto era già un mito di generazioni intere e a me i miti scoperti da altri solitamente non piacciono. Devo scoprirli io, devono avere a che fare con me, devono parlare a me. Così + stato: leggendolo in ritardo rispetto alle masse, ho scoperto che Hornby scriveva di me e parlava a me. Nick Hornby mi parla, e alla grande: sa tutto di me. E poi scrive da dio. Ad esempio in Come diventare buoni, all’inizio non mi piaceva: uno scrittore uomo che scrive un libro in cui la protagonista è una donna? Ma che ne sa un uomo di cosa sia una donna? Presuntuoso, ho pensato. Poi invece mi sono arreso perché Hornby scrive veramente da dio. Fa sorridere, fa rolorare dal ridere, fa piangere, fa incazzare, ma soprattutto è un realista straordinario, una sorta di Raymond Carver in chiave generazione 2.0. Ha una compassione enorme per le persone di cui scrive, Nick Hornby, che è tenera e commovente: vuole bene al prossimo, si capisce, e non lo giudica, anzi lo abbraccia.


Come diventare buoni me l’ha regalato la mia famiglia lo scorso Natale, evidentemente perché pensavano che io debba diventare buono, e hanno ragione. Come dice la mia collega di scrivana in redazione, io sono una persona orribile. Proprio come David, il marito della protagonista Katie, che ha – con mia somma invidia – una rubrica sul quotidiano della sua città intitolata L’uomo più arrabbiato di Holloway. E’ il mio sogno avere una rubrica così.
Come diventare buoni, oltre a contenere pagine di letteratura di classe immensa, è bello perché alla fine ti dice che diventare buoni è impossibile. Ho tirato un sospiro di sollievo quando me ne sono accorto. Ma allo stesso tempo scava a fondo nelle nostre esistenze miserabili e ne tira fuori l’essenza: al fondo di noi stessi, desideriamo una cosa sola, appunto essere buoni. E’ ciò che fa la nostra consistenza, è nel nostro cuore e ci definisce, anche se cerchiamo di scacciare questa cosa ogni giorno di più. Così non serve il matrimonio a renderci buoni, non servono i figli, il lavoro, l’impegno nel sociale, andare in chiesa la domenica.
E’ qualcosa di più grande di noi, tocca affidarsi, e Hornby, pur chiudendo il libro in modo violento e apparentemente amaro - perfettamente carveriano, con la domanda lasciata irrisolta -, lascia intuire che è un lavoro da fare e da chiedere. Tolte le croste della banalità che ci contraddistingue – anche e soprattutto quella del buonismo – resta un cuore che implora per sé e per gli altri. E se nel nostro cuore c’è questo desiderio, fa intuire Hornby, vuol dire che ci è stato messo dentro e che allora tocca capire chi è stato. Uno buono, immagino.