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Monday, February 08, 2016

La fede e la grazia

Fede e grazia. La cantante le invoca con la voce che sembra una lenta litania. Fede e grazia. Parole che non si sentono più dire da nessuno. Perché implicano l'ammissione del nostro bisogno. Faith and Grace è la canzone che chiude il doppio, doloroso, ma incredibilmente bello, ultimo disco di Lucinda Williams, "The Ghosts of Highway 20", dodici minuti interminabili che ti lasciano inchiodato sul posto a bocca aperta.

Le sue origini profondamente sudiste, ambientate fra le paludi fangose abitate da spiriti dolenti della Louisiana, le pesche dolci amare della Georgia, la solitudine abbacinante dell'Alabama, le luci al neon di Nashville l'hanno resa la Flannery O'Connor del rock. Gothic rock. Predicatori che hanno venduto l'anima al diavolo, la schiena di Parker sanguinante del volto di Cristo inciso nella pelle, la malinconia della vita che si spegne nell'ansia delle possibilità perdute, la magnificenza di una catapecchia ai bordi dei campi di cotone.


"The Ghosts of Highway 20" è un disco di fantasmi, è una lunga riflessione sulla morte, una manciata di canzoni sfregiate dal tempo, che non chiedono perdono eppure potenti.

In realtà il concetto di canzone comunemente conosciuto è fatto a pezzi in questo disco. Ogni brano è come una improvvisazione, una declamazione poetica che serve da motivazione per andare oltre, in una dimensione trascendentale che paradossalmente porta allo spasimo estremo la canzone stessa. Per fare ciò, Lucinda Williams si è messa accanto due musicisti straordinari, il meglio sulle corde dell'America contemporanea, il polistrumentista Greg Leisz e il chitarrista jazz Bill Frisell. A loro lascia campo totale, le loro chitarre, le slide, gli effetti sonori straripanti di colori autunnali strazianti si intersecano e si elevano ad altitudini immense, portando ogni brano del disco a superare abbondantemente i cinque minuti, dodici nel caso del brano conclusivo. Non sentirete altre chitarre del genere in nessun altro disco quest'anno.



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Monday, October 05, 2015

La schiena di Parker

“Ogni sera c’è del rossetto sulla sua camicia, ogni mattina lei lo lava via. Aveva sentito dire che in ogni vita una parte della vita stessa deve cadere, così lei passa la sua serata pregando che arrivi un po’ di quella pioggia del sud” (Southern Rain, Cowboy Junkies). Se Flannery O’Connor fosse stata una cantante rock, sicuramente avrebbe militato nei Cowboy Junkies, prendendo il posto della deliziosa e brava Margo Timmins come vocalist della band. Soprattutto, avrebbe scritto i testi delle canzoni di quel gruppo. In realtà li scrive benissimo Michael Timmins, chitarrista e songwriter quasi unico della band canadese. Southern Rain fa parte di un disco, “Black Eyed Man” che per molti versi incarna misteriosamente lo spirito della grande scrittrice americana.
Non è l’unico, Michael Timmins, ad aver incarnato quello spirito in campo rock. Flannery O’Connor è una delle maggiori influenze in certo songwriting rock, da Bruce Springsteen a Nick Cave a Bono degli U2 per citare le super star, fino a Jim White, Mary Gauthier, Natalie Merchant e Lucinda Williams per dire di quelli che hanno avuto riscontri commerciali meno eclatanti. Anche Rob Zombie, cantante e regista cinematografico di film horror ha attinto, portandolo all’ecceso, in quel folklore sudista dal sapore gotico e noir che la O’Connor rese in libri e racconti memorabili.



Ma che cosa una band composta da tre fratelli e un amico canadesi abbiano saputo individuare nella scrittrice non lo sapremo mai, ma d’altro canto non importa neanche. Non sappiamo neanche se Michael Timmins abbia letto e apprezzato quei libri, sta di fatto che in “Black Eyed Man” salta all’occhio una corrispondenza con molti dei racconti della O’Connor. C’è un tratto distintivo che accomuna tutti gli autori rock che in qualche modo si possono avvicinare alla scrittrice e che si ritrova in questo disco: avere il coraggio di andare a curiosare negli angoli più oscuri del cuore dell’uomo, in quei posti dove il male e la violenza, fosse anche per pochi istanti, inabitano e si manifestano.
“Black Eyed Man”, titolo del disco dei Junkies uscito nel 1992, d’altro canto sarebbe stato un titolo perfetto anche per Flannery, un titolo evocatore ad esempio di Parker’s Back, La schiena di Parker. Che cosa è infatti un “uomo dall’occhio nero” se non una persona che sta al confine tra peccato e redenzione, con un piede negli inferi e il capo piegato indietro a vedere se c’è ancora il suo angelo custode a porgergli la mano? Lo stesso tipo di personaggio che fa capolino in quel racconto della O’Connor, un uomo che rifiuta la fede, odia la moglie e si nasconde dal mondo.

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