Mia figlia mi sta mandando degli sms. Sto facendo stage diving! Sono sul palco con la band! Oddio. E' all'Alcatraz, a vedere non so quale punk irish band. Io invece sono in uno dei posti più surreali in cui abbia mai visto un concerto. Una galleria d'arte ultra posh e ultra trendy, da qualche altra parte di Milano. Che famiglia, penso. Rovinati dalla musica.
Lei in mezzo a una baraonda punk, io a sentire un allampanato cantante texano che sembra un incrocio tra the man in black e il monaco Rasputin. Che si rifiuta anche di usare una amplificazione e obbliga il centinaio di persone sedute per terra davanti a lui al raccoglimento totale. Manco fossimo in un museo, dove l'infinito viene giudicato, o in una chiesa. Ma forse ci siamo. Perché lui sta cantando "Non è Natale, questa è Pasqua, honey bunny" e la Pasqua in effetti con un tempismo irreale è stata solo due giorni fa. Allora lui potrebbe essere una sorta di reincarnazione di una icona della resurrezione inviato qui stasera a consolare le anime di un centinaio di disperati per amore. Ain't your savior, Christ.
Che è così che gli dico quando a fine show si ferma in mezzo alla gente a parlottare. Sta parlando con qualcuno, io sono lì ad ascoltare,lui si gira di scatto verso di me e mi chiede: "Ci conosciamo già?". Non penso, Josh, o forse in un'altra vita. Time out of mind. "Dimmi una buona parola sull'amore" gli chiedo. Lui si massaggia la lunga barba si guarda in giro e esclama "Oh shit!", come dire, non ci sono buone parole per l'amore, Poi mormora qualcosa che non capisco ma meglio così, ognuno ha la sua croce da portare ed è inutile, proprio inutile, pensare che qualcun altro te la possa togliere di dosso anche per un po'. In realtà, durante il suo concerto Josh T Pearson di croci ne ha spostate parecchie: è di una intensità al limite dell'imbarazzo. Non è sofferenza quella che esprime, è più una sorta di trascendenza. Come uno che all'inferno ci è stato ma ne è uscito vivo. Non reclama dolore, ma consolazione, la sua musica. I suoi arpeggi di chitarra sfiorati hanno l'eco di un coro pentecostale in una chiesa battista spazzata dal vento nelle dust bowl dell'Oklahoma. Lui, anche se è un man in black, più che a Johnny Cash assomiglia a uno dei fratelli Karamazov. E come Dostojevski, chiede una cosa sola: che la bellezza salvi il mondo. Oh shit!
We're the kind who will always need a Saviour The kind who play country dumb I come from a long line in history of dreamers Too broke down to frankly my dear give a good god dime Too poor in spirit to rent to own it alone We're the kind who never take responsibility We're the kind who start the books but who just do not finish We're the kind who have 10,000 would-be-great, ungrateful, too-long, run-on songs We're the kind still stuck in the past but who see well into the circle future (Josh T. Pearson)
Durante i suoi concerti acustici del 2005, Bruce Springsteen a un certo punto eseguiva un pezzo che inevitabilmente portava alla distrazione e alla noia la maggior parte dei presenti. Anche sul disco che lo conteneva, Devils and Dust, era considerato il meno riuscito. Per chi scrive, nel contesto di un concerto comunque molto bello e sentito, quell'esecuzione era invece il momento di catarsi totale, spaccava in due l'oscurità che conteneva il cantante, seduto su uno sgabello, e riportava gli ampi palazzetti dello sport dove si teneva quel tour nell'intimità di una qualche cantina del border, tra vagabondi, alcolisti e peccatori assortiti. Il brano era The Hitter.
La scrittrice Flannery O'Connor è fonte suprema per il Bruce Springsteen acustico. Lo è anche per certe pagine di Nick Cave. Il racconto più bello e più conosciuto, sicuramente quello che più influenza gli autori rock, è certamente La schiena di Parker. "Iniziato nel 1960, La schiena di Parker ha avuto una gestazione molto lunga. Cinque anni dopo, nei suoi ultimi mesi di vita, Flannery O’Connor, continuava a ritoccare quel racconto che, più di ogni altro, ha al suo centro, in modo inequivocabile, diretto e violento, il tema dell’Incarnazione. Tutto ha inizio quando Parker, un ragazzotto «massiccio, leale, ordinario come una pagnotta», a una fiera di paese, vede un uomo coperto di tatuaggi dalla testa ai piedi. Finché non aveva visto l’uomo della fiera, non gli era mai venuto in mente che ci fosse qualcosa di straordinario, nel fatto di esistere. E non gli venne in mente neanche allora, però un singolare disagio mise radici dentro di lui. Era come un ragazzo cieco, girato con tanta delicatezza da non accorgersi che la sua destinazione era cambiata" dice la scrittrice Elena Buia Rutt. E aggiunge: "Nel tatuaggio, segno-sigillo impresso nella carne, Parker intuisce inaspettatamente un elemento di rottura, un rimando ad una dimensione altra, extra-ordinaria. Una dimensione prima di allora sconosciuta e solo ora percepita a tentoni: una conoscenza che ha a che fare con lo stupore e con la meraviglia provati dal fatto dell’essere al mondo. L’intuizione, insomma, di una trascendenza di cui carne e corpo sono il veicolo". Il tatuaggio che copre la schiena di Parker è il volto di Cristo.
Flannery O'Connor e la canzone The Hitter sono le prime due cose che vengono in mente quando ci si avvicina al disco "The Last of Country Gentleman", del texano Josh T. Pearson. Personalmente, ho dovuto girare intorno a questo disco a lungo prima di decidermi ad affrontarlo. Quando poi ho visto un video di una esibizione di Pearson all'interno di una chiesa, cominciare con il cantante che si faceva il segno della croce, ho capito che valeva la pena affidarsi alle sue canzoni.
Josh T. Pearson: chi era costui? La sua storia la trovate facilmente su Internet. Questo è il suo primo disco solista comunque, che arriva circa dieci anni dopo la sua precedente produzione. Dove è stato in questi dieci anni, il cantante? Probabilmente all'inferno. Questo disco è comunque la perfetta colonna sonora per una versione cinematografica de La schiena di Parker: l'intensità dolorosa, la tensione alla trascendenza, giocata nel corpo, nel sangue, è la medesima. Musicalmente, con i suoi brani lunghi anche dieci minuti per voce sofferente che intona nenie rubate letteralmente alla tradizione pentecostale, quella di mille canti che si alzavano in sperdute chiese, dal Nebraska all'Oklahoma, spazzate dal vento della solitudine, con sola chitarra acustica (a volte il formidabile violino di Warren Ellis dei Bad Seeds di Nick Cave) è di difficile e ostico ascolto. Ecco dove sta l'analogia con The Hitter di Springsteen: stessa difficoltà di ascolto e stesso senso di perduto afflato religioso. Stesso senso dell'America profonda, profondissima. Disco difficile, magari è consigliabile cominciare con il brano finale, Drive Her Out. Quello dove un profondo coro gospel accompagna una melodia di bellezza purissima, pur nel grido di disperazione che esprime il testo. E' duro, il contenuto delle canzoni di Josh T. Pearson (lui stesso ha detto che non avrebbero mai dovuto uscire da una stanza, perché troppo dolorose), ma è realistico e perciò conveniente. A volte sembra di risentire il Tom Waits migliore, quello degli anni 70, in particolare le conversazioni sanguinanti di un disco come Blue Valentine. Il tono è lo stesso: un uomo che cerca di giustificare alla sua donna il suo male di vivere, chiarendo peraltro di non farsi illusioni: Sweetheart I Ain't Your Christ, I ain't your Saviour or your Christ or your goddamn sacrifice.
Un disco brutale solo apparentemente: in realtà un disco che si accosta ai grandi lavori di meditazione sui rapporti affettivi, uomo e donna, come ad esempio Songs of Love and Hate di Leonard Cohen, Songs for an Absent Lover di Barzin, ma ci metterei dentro anche Pink Moon di Nick Drake, perché medesimo è il grido dell'anima che ne fuoriesce. Lascerei perdere per una volta certe scorciatoie di grana grossa mediatica della serie "peccato e redenzione", usate spesso e volentieri a sproposito da persone che del peccato se ne fottono e della redenzione pensano di non averne bisogno. Josh T. Pearson è molto più avanti di costoro. Un disco perfetto per la quaresima del cuore e dell'anima, piuttosto, come è questo mese di aprile, che si apre su squarci di sole abbagliante, ma che è in realtà è solo annuncio di qualcosa che verrà. Che stiamo aspettando. Noi, come Josh, che siamo di quella razza ancora bloccata nel passato ma che ci vede bene nel futuro. E che cominciano libri senza mai portarli a termine.