Monday, December 31, 2012

2013



Moriamo a ciascuno di noi, ogni giorno. Quello che sappiamo di altre persone è solo la nostra memoria dei momenti durante i quali li conoscevamo. E sono cambiati da allora. Pretendere che loro e noi siamo gli stessi è una convenzione utile e socialmente conveniente che a volte deve essere spezzata. Dobbiamo anche ricordare che ad ogni incontro incontriamo uno sconosciuto.


T.S. Eliot (The Cocktail Party)






Monday, December 24, 2012

Dark Christmas (must be tonight)

Ci sono momenti, eventi, singole giornate che impattano sulla vita di tutti quanti, a qualunque latitudine. Il Natale è certamente l'evento che più impatta sulla vita di belli e brutti, credenti o non credenti. Ognuno poi vi risponde come vuole, ma nessuno può evitare di averci a che fare. Impatta, e tanto, anche su chi nella vita si dedica alla produzione dei dischi. Il mercato dei dischi natalizi, una tradizione americana incrollabile tanto quanto il tacchino il giorno del ringraziamento, è ancora piuttosto fiorente in un paese che da tempo ha sostituito il Natale con il più politically correct “stagione delle feste”, la holidays season per non urtare i credenti di altre religioni o i non credenti. Abitudine che sta prendendo piede anche da noi.



Resta il fatto che il Natale è il compimento di una attesa a cui ognuno consapevole o no guarda e per questo ci sono dischi di Natale che sembrano fatti per placare questa attesa. Per qui pochi minuti che può durare una canzone, l'attesa può trovare una risposta, trovare soddisfazione, evocare un oltre che supera di schianto la nostra fragile intemperanza. Sentimentalismo? No, a quello ci pensano i dischi di Natale di Mariah Carey o di Kenny G. La mia vita per ora è solo un’attesa, sembrano dire invece ben altre canzoni. L'attesa che avvenga. Cosa? Che quaklcuno ci venga incontro a dirci che la nostra sofferenza è finita. Solo chi ha molto sofferto attende.

Perché ad esempio uno come Mark Lanegan sente il bisogno di fare un disco di Natale? Le domande ovvie con lui non hanno risposte ovvie.


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Friday, December 21, 2012

The future is unwritten

Ogni anno, quando stava per arrivare Natale, si metteva a disegnare personalmente delle cartoline di auguri per i suoi amici e familiari. Disegnare gli piaceva, come tantissime altre cose, segno di una personalità curiosa e inesauribile per qualunque forma di espressione. Lui, che era stata una star mondiale, ad esempio negli ultimi tempi si divertiva ad andare ai rave o ai festival con una grossa radio: si sedeva accanto a un fuoco con le persone qualunque, a sentire musica, discutere di ogni argomento, aperto a tutto e a tutti. Per quel Natale di dieci anni fa, si era messo a disegnare delle cartoline che raffiguravano delle piccole barche illuminate da una luce che veleggiavano verso una terra sconosciuta. In una di queste barchette c'era raffigurato anche lui, sorridente. Andava verso quella terra sconosciuta ai più. Probabilmente aveva finalmente chiaro il senso del suo destino. Per un uomo che aveva detto che "the future is unwritten", il futuro non è scritto, qualcosa di più di una coincidenza.





"Che cosa è un appassionato di rock'n'roll?" aveva detto una volta Joe Strummer. "Non si tratta della batteria, delle droghe, di ricoveri in ospedale. C'è molto di più di questo. A tutti piace la bella vita, un po' di soldi, un po' di droga ad altri piace il sesso, il glamour o il successo. Ma un appassionato di rock'n'roll è diverso. Perché? Perché un vero appassionato di rock'n'roll vuole tutto". Ecco, per Joe Strummer la vita era un desiderio incolmabile di andare a fondo di ogni suo aspetto, senza contentarsi mai.

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Friday, December 14, 2012

Merry Christmas you scumbag!

FAIRYTALE OF NEW YORK – The Pogues, album: “If I Should Fall from Grace with God”; anno di pubblicazione: 1987 - C'è chi l'ha definita la più bella canzone di Natale di tutti i tempi. Potrebbe essere vero, dipende da cosa si intende per Natale, ma anche cosa si intende della vita intera. Se la vita è una lotta, una battaglia quotidiana per rimanere a galla davanti alla nostra e altrui meschinità e se il Natale è quel momento in cui appare possibile che un bene trionfi sul male di vivere, allora questa canzone è senz'altro la più bella canzone di Natale mai scritta. Tra l'altro il brano, ripubblicato proprio in questo ultimo scorcio dell'anno in occasione del 25esimo anniversario dall'uscita originaria, sta salendo le classifiche in molti paesi, segno di quanto sia ancora oggi apprezzato dagli ascoltatori.



Fairytale of New York infatti è sì una bella favola, come suggerisce il titolo, ma è anche quanto di più realistico si possa ascoltare in una canzone. Realismo e spavalderia tutte irlandesi ovviamente, seppur di irlandesi che vivono a New York come tantissimi di loro. E' in questo brano che il genio trasgressivo di Shane McGowan raggiunge il vertice di quanto scritto per il suo gruppo di sempre, i Pogues, o anche nei pochi suoi dischi solisti. Shane McGowan, un maledetto del rock, dimostra tutto il suo grande cuore in questa canzone. Qualche anno fa, dopo aver rivisto i Pogues in concerto dopo quasi vent'anni dalla prima volta, parlai con l'amico John Waters (che in un'altra conversazione mi aveva detto di considerare McGowan "un genio") di quali condizioni miserabili fosse ridotto il cantante. Per tutto il concerto infatti, alla fine di ogni brano, doveva sparire per alcuni minuti dal palco: il motivo non si sa, ma l'ipotesi poteva essere una sola, cercare di recuperare con qualche sostanza medica, o non, le forze, visto che sul palco sembrava un derelitto alcolizzato con poco tempo rimastogli da vivere.

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Thursday, November 29, 2012

Alla fine ne rimarrà uno solo (a "music records" story)

Mi ha fatto una certa impressione leggere che a Chiavari, la mia città, è rimasto un solo negozio di dischi. Non perché sia un caso raro, è così ovunque, ma perché spalanca la porta ai ricordi e soprattutto perché su quel minuscolo negozietto non avrei mai scommesso. L'ho già detto un sacco di volte in questo blog: è il negozio di dischi dove un pomeriggio del 1978 vidi il proprietario agitare un vinile verso un ragazzo che conoscevo bene di vista che era la copia perfetta come look e come altezza di Joey Ramone, dicendogli tutto eccitato: ascolta questo, ti piacerà. E' un gruppo nuovo inglese, ma è davvero forte. Era il primo album dei Dire Straits, appena arrivato in Italia. Il Joey Ramone di Chiavari se lo comprò e qualche giorno dopo anche io riuscivo a scroccarlo da qualcuno, che allora a 16 anni comprare un disco era un impegno gravoso economicamente parlando. Più o meno come adesso. Il negozietto era uno stanzino minuscolo con un soppalco ed è così ancora oggi: Music Records ha appena compiuto 40 anni di attività, anche se si trasferì a Chiavari proprio in quel 1978, prima era a Santa Margherita. Ci passavo davanti tutti i giorni per andare a scuola: ricordo le ore complessive sommate fra di loro ad ammirare in vetrina Rust never sleeps di Neil Young, ad esempio, l'anno dopo.




Leggo che a Chiavari è rimasto solo lui. Eppure allora quando aprì di negozi di dischi ce ne erano una cifra, incredibile per una cittadina di manco 30mila abitanti, il che vuol dire che di dischi se ne vendevano parecchi. Oltre alla mitica Standa che aveva un reparto per i vinili e dove comprai il mio primo disco in assoluto, Desire di Bob Dylan, giugno 1976, costo 5mila lire (ci avrei comprato anche Long may you run della Stills-Young Band).
C'era ad esempio un bellissimo negozio, oggi una banca (argh...) nella piazza più centrale, quella del comune, sotto ai portici, dove si facevano le vasche avanti e indietro da buoni provincialotti a seguire le ragazze. Era grande, illuminato e vendeva anche strumenti musicali. In mezzo, il bancone dei vinili. Ci passavo le ore a sfogliarli uno a uno, come facevo anche negli altri negozi di dischi. Non avevo i soldi per comprarli, e come le riviste di musica che leggevo, immaginavo la musica che contenevano dai titoli, dai nomi, dalle foto di copertina. Molti in realtà facevano schifo musicalmente, col senno di poi, ma allora non importava. Era bello solo trovarsi lì dentro. Qua vidi in vetrina nell'agosto 1981 Shot of love di Dylan: non lo comprai perché la copertina mi faceva orrore, ma trovai modo ugualmente di ascoltarlo.




Nella via principale, il corso, c'era un altro negozio ancora, il più rifornito delle cose che piacevano a noi e anche il bersaglio preferito di chi allora faceva espropri proletari, cioè si fregava i dischi mettendoli sotto al giaccone. Io non ne sono mai stato capace, però aiutavo il mio amico a spostare i vinili da un punto all'altro in modo che lui potesse prendere tutti insieme quelli che gli piacevano. Qui comprai Wind on the water di Crosby and Nash, On stage di Loggins and Messina e Another side of Bob Dylan. Ricordo quanto implorai mia madre per darmi le 3mila lire per poter acquistarlo questo ultimo, santa donna.


Nel 1978 aprì anche il negozio numero uno, quello che mi sarei sarebbe aspettato sopravvivesse ancor oggi invece dell'altro. Era situato al porto, dunque in una posizione meravigliosa, ed era grande e pieno di rarità, anche i bootleg (ne comprai uno di Dylan ovviamente, del tour di Shot of love manco a farlo apposta). Quando saltavo la scuola, cioè un giorno sì e uno no, andavo sempre al porto, vicino al piccolo faro a passare le ore a fumare al sole davanti al mare a guardare le barchette dei pescatori che passavano. Poi andavo al negozio di dischi. Qua una mattina che stavo per partire per tornare a Milano dopo un weekend al mare, anni dopo, una mattina gloriosa di sole, aria salata e profumo di corde da marinai, comprai una edizione speciale di un disco del compianto Calvin Russell, con tanto di zippo compreso. Quello zippo non ha mai funzionato in realtà.



Ma la mia passione per i negozi di dischi era cominciata ben prima della passione per la musica. Quando avevo 12 anni andai con mio padre fino a Treviso, a trovare nonna, zii e cugini. Una sera mia cugina mi portò in centro in un negozio di dischi. Eravamo sotto Natale e voleva prendere un disco da regalare ai miei fratelli. Il negozio pullulava di gente e luci, era straordinariamente bello e accogliente. Era come essere su una giostra, tutto era bello e splendente. Si potevano ascoltare i dischi dalle colonnine con la cuffia, c'erano un sacco di ragazzi e ragazze, contenti, e per la prima volta in vita mia mi sentii senza essere a casa come se fossi a casa, anzi meglio che a casa. Uscimmo con un 45 giri di Demis Roussos perché, come disse mia cugina, era l'ultima moda.

Da quel giorno sono sempre voluto tornare in un negozio di dischi, anche senza comprare niente. E' sempre stato come tornare anche per cinque minuti nella casa delle meraviglie, meglio che un negozio di giocattoli. Adesso non ce ne sono più, ne è rimasto uno solo. In giro ci sono solo fantasmi, che cercano disperatamente la strada verso un negozio di dischi che ha chiuso per sempre le porte alla meraviglia, allo stupore, alla bellezza.

Tuesday, November 27, 2012

No satisfaction

"Poi udii delle voci ed ecco entrare gli Stones con Jimi Hendrix. Con Mick Taylor andai a sedermi su una panca vicino a Hendrix che pareva un po' depresso ma nell'insieme affabile. Mick Taylor gli passò la chitarra e gli chiese di suonare qualcosa (…) Nel corridoio vidi un altro dei fantasmi dell'anno successivo, Janis Joplin, che puntava verso il camerino degli Stones. La evitai, dato che avevo sentito dire che una cosa che avevo scritto su di lei l'aveva mandata in bestia".




Ecco l'atmosfera in cui si svolgono "Le vere avventure dei Rolling Stones", tra personaggi leggendari molti dei quali scomparsi e bruciati pochi mesi dopo le storie che vengono narrate. A narrarle, nel libro omonimo, lo scrittore e giornalista americano Stanley Booth. Più che avventure, queste sembrano "cronache marziane", da un altro mondo e da un'altra dimensione, oggi inimmaginabili. Basti dire che lo stesso Booth dica che Jagger e Richards non siedono più nello stesso camerino da quasi trent'anni. Per scriverle, l'autore ci ha messo la bellezza di quindici anni, e non stupisce. Queste avventure si svolgono nel corso di un tour, quello dell'autunno 1969, e Booth le ha pubblicate solo nel 1984. Rivedute e ampliate, escono finalmente anche in Italia nel cinquantesimo anniversario della nascita degli Stones, per i tipi di Feltrinelli. Il motivo per cui Stanley Booth, allora giornalista "embedded" nel tour degli Stones, ci ha messo tanto a finire questo libro è facile da capire, se si sa di cosa si sta parlando.


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Saturday, November 24, 2012

Pass in time

"Sì ho avuto un secondo bambino. L'ho avuto CON LUI!". Beth Orton indica il ragazzone sprofondato nella poltrona accanto alla sua. Che strano modo di indicare il marito, penso. Sembra quasi che voglia sottolineare che non lo ha avuto con un altro, il figlio, o che lei e il ragazzone sono ancora sposati. Li guardo con tenerezza entrambi: lei, undici anni più di lui, non è più la ragazza scontrosa, un po' punk come attitudine, ribelle e apparentemente in cerca di avventure che mi apparve la prima volta che la conobbi, in una saletta dell'Alcatraz di Milano dove in serata doveva esibirsi come supporter di Beck. La volta famosa che dopo che erano usciti tutti gli altri giornalisti rimase sulla porta a chiedermi di accendere una sigaretta (che nel linguaggio di Beth un tempo significava una cosa precisa). Oggi infatti non fuma neanche più. E' una madre di famiglia, il volto esprime la fatica di questa condizione, ma è sempre bellissima ovviamente. Lui è mezzo addormentato, non la perde di vista un momento: Beth racconta che Sam, il marito, è in piedi dalle cinque di mattina per via del figlio, appunto. Un buon padre, penso. Una bella famiglia.



Sono passati dieci anni quasi esatti dall'ultima volta che ci siamo incontrati di persona: siamo invecchiati tutti e due. Io probabilmente ero già vecchio dieci anni fa. Si ricorda di me, il che è la notizia più bella che ricevo da credo appunto dieci anni. Sono passati invece sei anni dall'ultima volta che l'ho vista su di un palcoscenico, a Dublino, poco prima che dovesse interrompere il tour mondiale per la gravidanza in arrivo. Sul palco, non è cambiato nulla invece, anzi, è ancora più incredibilmente carismatica e la voce non ha perso un grammo di quella urgenza espressiva che l'ha sempre caratterizzata. Non ha perso neanch eil suo slang londinese, quando se ne esce con un "it was a lot since I play here, it was fucking ages". Dieci anni esatti, fucking ages. Quella voce che, come mi azzardai a scrivere una volta, sa esprimere dolore senza farti sentire un coglione come fanno quasi tutti gli altri cantanti perché non stai soffrendo come loro. Questo è ancora più chiaro quando canterà una travolgente straordinaria e impareggiabile Pass in Time, il brano che racconta gli ultimi momenti di vita della madre morente, e le loro ultime parole, che stasera è idealmente dedicata allo scomparso di recente Terry Callier con cui la incise in un magico duetto. E' un dolore condiviso, quello che ci sta comunicando dal palco, e nessuno come lei sa prenderti per mano e farti sentire che il dolore non è tutto nella vita e che dopo il dolore c'è sempre un orizzonte che si dischiude.



Nel camerino dove c'è una piccola festicciola con un po' di addetti ai lavori, Beth attira l'attenzione di tutti anche senza parlare, tanto è carismatica. Qualche bicchiere di vino, la consolazione di saperla felice e appagata. Il saluto prima di andarmene: non facciamo passare altri dieci anni prima di rivederci. Sì, ok: mi ricordo di te. In fondo, è solo un passaggio del tempo e il tempo non esiste davvero. E come ha appena cantato Beth, "così tante cose rimangono sconosciute fino a quando giunge il momento, avresti mai immaginato che saresti stato così forte per poi vedere la tua paura diventare sollievo?".


Tuesday, November 20, 2012

On the road

"Ci vediamo lungo la strada, che ne siamo degni”: così mi salutò una sera Francesco De Gregori sulla porta di un camerino, anzi un “camerino già vecchio tra un lavandino e un secchio tra un manifesto e lo specchio”, per citare una delle sue canzoni più belle, perfetto ritratto della vita on the road. Per vivere sulla strada, bisogna infatti esserne degni, non è da tutti. Vivere sulla strada significa vivere con il cuore aperto, continuando a seguirne il desiderio, rinunciare a fermarsi alla prima risposta che possa appagare, perché risposte del genere non bastano mai. Siamo fatti per stare sulla strada. La vita è una strada, un cammino, verso ciò che ci completerà, “esperienza e mistero per tutta la strada” come dice lo stesso De Gregori nella canzone che intitola il disco, l’opposto di quanti dicono che siccome nulla potrà colmare i nostri bisogni allora occorre eliminare il bisogno, che è quello che la società moderna, anche quella virtuale della Rete, ci dice tutti i giorni.



“Sulla strada” è anche il titolo del nuovo disco del cantautore romano, a quattro anni dal suo ultimo lavoro in studio, ma non quattro anni di silenzio. Perché negli ultimi quattro anni, ma come sempre nella sua carriera ultra decennale, De Gregori non è stato fermo, ma sempre “sulla strada”: tournée nei teatri più prestigiosi e nei “pub” più nascosti, concerti con l’amico che non c’è più Lucio Dalla e tanti, tantissimi da solo. E’ la sua vita, irriducibile passione per un mestiere che si fa esperienza quotidiana e non passerella occasionale, quella di cantare le sue canzoni ovunque ci sia “una città per cantare”. E allora il nuovo disco celebra un po’ tutto questo: le parole “sulla strada” fanno capolino in contesti diversi in ogni canzone.

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Saturday, November 10, 2012

Hey, Mr. D.J., won't you hear my last prayer, hey, ho, rock and roll, deliver me from nowhere

A partire da domani domenica 11 novembre sarò ospite di quattro puntate del programma radio "Juke Box 900" alla Radio Svizzera Italiana. Ecco le date: domenica 11 novembre; domenica 18 novembre; domenica 25 novembre; domenica 2 dicembre.

La prima puntata di domenica 11 è dedicata a uno specialone su Beth Orton ("Folktronica: il ritono della regina della canzone femminile"); la seconda puntata di domenica 18 sarà dedicata ai Wilco: "Kicking the Television: today best american band". La terza si intitola "Notes from the underground: dai Mumford and Sons a Tallest Man on Earth"; la quarta... surprise night...

Tutte le puntata in onda in diretta la domenica dalle 20 alle 21 a questo link cliccando poi su "ascolta la radio":

http://retedue.rsi.ch/home/networks/retedue.html

Hope we'll have fun... I love radio rock...

Tuesday, November 06, 2012

Infinite Arms in una notte a Milano

Immaginate se i Ramones, invece che uscire da quel pisciatoio sulla Bowery di New York che era il CBGB's fossero arrivati dal sud degli States, ad esempio la Georgia, tra campi di cotone e alberi di pesche. Più o meno avrebbero suonato come suonano i Band of Horses (che in realtà arrivano da Seattle, l'ex capitale del grunge, e così abbiamo fatto il giro quasi completo della geografia rock americana). L'altra sera, in un Alcatraz pieno a metà, complice forse la fine del ponte di Ognissanti, questa band ha dato sfoggio di due ore di potentissimo rock'n'roll, bruciante e deflagrante come quello dei Ramones, ma pieno di umori sudisti.



Una combinazione esplosiva, straordinariamente eccitante, che fa di questa band uno dei migliori spettacoli live del momento: dimenticata l'infausta esibizione all'Heineken Jammin' Festival di un paio di anni fa - ma si sa che i grandi festival la buona musica invece di promuoverla spesso e volentieri la uccidono - i Band of Horses non hanno fatto prigionieri. Una scarica potentissima consistente di brani dal tiro implacabile, pochi accordi e ritmo senza tregua, di chiara matrice punk, ma su cui si innestano la capacità di armonizzare e costruire melodie di altissimo livello: in poche parole, un power pop di cui si sente oggi la mancanza. Come detto, la miscela è straordinariamente efficace.
Usciti fuori dal calderone della scena indie rock degli ultimi anni, i Band of Horses sono guidati dall'instancabile folletto Ben Bridwell, sorta di incrocio tra Levon Helm di The Band e Dave Grohl dei Foo Fighters, capace di raggiungere una vocalità estrema grazie alle note altissime che riesce a toccare.

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Thursday, November 01, 2012

Buon Inverno

Mi sono sentito come un hippie stagionato che entrava nella sala dove stavano suonando i Sex Pistols. O come un afro americano che entrasse dove stavano suonando i Lynyrd Skynyrd. Del tipo, ma che cazzo ci faccio qui. E anche: speriamo che qualcuno non mi metta le mani addosso. E' quello che mi è successo qualche sera fa all'Alcatraz, la mia secn da casa, il posto della mia felicità, per quelle due ore che dura un concerto. Non me ne frega niente di chi dice che all'Alcatraz si sente male e che fa schifo. Intanto non è vero, e poi ci arrivo comodo con la metro in dieci minuti e ci vado a casa in cinque. E ci ho sempre visto concerti mai meno che belli. E' il mio Fillmore West insomma e lo adoro. L'altra sera però ero a disagio. Non era la prima volta che mi trovavo in mezzo a un pubblico di giovani (gli Oasis, ad esempio, sempre all'Alcatraz), ma questa sera si esagerava. Pieno come un uovo, un sold out che qua non avevo mai visto così totale, avevano tutti dai 18 ai 25 anni al massimo. Un sacco di (belle) ragazze anche, che ai concerti rock non ci sono quasi mai o pochissime. Vabbè, i maschietti esageravano a essere vestiti come dei Bon Iver de' noiartri, camicia da boscaiolo, barba, capello unto sotto al berettone di lana. Il problema comunque non era solo che di ovre 50 saremmo stati cinque o sei (alla fine ci siamo ritrovati in un angolino in fondo, un po' depressi e spaventati, con due colleghi della stessa età, smarriti dentro e fuori e in silenzio), ma che questo pubblico ti faceva sentire come un blocco chiuso, tutti felici tra di loro e tu un intruso. Era fastidioso, ma ne capivo il senso. E ho capito anche un altro paio di cose.


La prima che la vita va avanti e ti supera come è giusto che sia. Io Bon Iver lo avevo sempre considerato uno sfigato depresso, colpevole di aver dato vita all'odiato mondo indie dei depressi sfigati-che-non-sanno-suonare-una-nota-e-sono-anche-stonati. Invece, no, le canzoni non saranno capolavori e il falsetto dopo un po' rompe, ma l'impatto sonico di quella super band è stato straordinario, roba da far concorrenza ai Wilco (no, non l'amico Wilko che un zuzzurullone che da 40 anni scrive sul massimo quotidiano italiano facendo anche l'insegnante di storia del rock ha pensato di aver sentito citare da Justin Vernon: "il mio amico Wilko dice che la musica mi ha salvato" ha scritto. In realtà Justin aveva detto "Jeff Tweedy" ma probabilmente un drink di troppo - gentilmente offerto - lo ha costretto a chiedere, ao', ma che sta' a dì? e qualcuno gli ha detto, ha citato il leader dei Wilco. E lui il giorno dopo ha scritto: il mio amico Wilko. Roba che neanche Verdone). Oddio, di sfigati finto indie il mondo ne è pieno ma non ne faccio più una colpa a Bon Iver, lui sa il fatto suo.



La seconda è che ogni generazione ha la sua musica e il suo eroe. Ed è inutile fingere che sia anche il tuo. Il modo come questi ragazzi aspettavano con ansia il concerto, e poi esplodevano in boati e standing ovation neanche ci fosse stato Springsteen, mi ha atterrito e anche fatto tenerezza. Ognuno ha il suo eroe e questa generazione ha il suo. Il fatto che sia un romantico solitario, un boscaiolo dell'anima, un ottimo musicista, bè, sono cose belle capirete. C'era una corrispondenza di cuore tra pubblico e artista talmente evidente, che capisci davvero quello che diceva Jeff Tweedy (no, non il suo amico Wilko): la musica ci salva la vita. Altre che generazione choosy: questi ragazzi sanno ancora farsi spezzare il cuore dalla bellezza. Era la loro serata, così io a un certo punto ho pensato fosse giusto togliere il disturbo, non prima di essermi preso anche per me un po' di quella bellezza che arrivava dal palco. Tutti abbiano un cuore spezzato no? Anche i cinquantenni e visto che sul palco si celebrava l'arrivo dell'inverno, con Bon Iver mi sono fatto dare un augurio di buon inverno, che ce ne ho bisogno.

La morale di questa storia è che ho dovuto affidare la recensione a uno di quei ragazzi, credo ne abbia 18 circa di anni, e ha scritto uno splendido pezzo lo trovate qui.

Ah, ho anche capito che il rock'n'roll non muore mai. L'ho visto l'altra sera, la torcia passa di artista in artista e di pubblico in pubblico. Anche quando non ci saranno più i nostri amati settantenni - sì avete capito di chi parlo - la musica non finirà. Ne sono felice. Bon Iver a tutti.

Monday, October 29, 2012

Cavallo Pazzo

Ci sono pillole e pillole. A Neil Young, 66 anni di età, piacciono quelle psichedeliche. In realtà non si arriva a questa età facendo ancora così grande musica se si abusa di stupefacenti, anche se il canadese in vita sua non ha mai disdegnato certi abusi, per sua stessa ammissione. Oggi quelle sostanze, pillole psichedeliche comprese, sono un modo per far riferimento a un'epoca e a una stagione, musicale soprattutto, che "Psychedelic Pill", il nuovissimo disco, il 35esimo della carriera, di Neil Young celebra ampiamente con un senso di malinconia incombente. Un disco che segna il ritorno dopo molti anni dei suoi accompagnatori preferiti, quei Crazy Horse che cominciarono con lui appunto in era psichedelica e che da tempo erano stati messi da parte. Si sa che quando Young lavora con il Cavallo Pazzo il risultato può essere uno solo: musica estrema, metallo urlante, infinite cavalcate chitarristiche. E qua ce ne sono di cavalcate chitarristiche visto che un paio di brani arrivano a quasi mezz'ora di durata e gli altri poco meno.



Successe una sera di diversi anni fa, durante un concerto italiano di Neil Young. Durante l'esecuzione di un brano in cui si stava impegnando in un lungo assolo di chitarra, Young si avvicinò pericolosamente al bordo del palcoscenico. Non cadde, ma improvvisamente fu chiaro a chi gli stava davanti che era come se fosse perduto in una trance. Non smise mai di suonare, ma andò avanti barcollando pericolosamente come se non avesse più cognizione di dove si trovasse.


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Saturday, October 27, 2012

Il Manifesto dell'intelligenza

Questo articolo dell'amica Barbara dice tutto quello che c'è da dire, e perciò lascia più depressi che mai. Anche se lei non si deprime, ma lei è giovane. Linkatelo, stampatelo, volantinatelo, manifestatelo, se vi stanno a cuore la musica e l'intelligenza. E la bellezza


Ci siamo persi, anzi, ci siamo voluti perdere. E lo abbiamo fatto nella maniera più semplice, usando l'immobilismo e lasciando che le cose continuassero ad essere come sono sempre state. Abbiamo fatto, in poche parole, finta di niente. Abbiamo continuato a distribuire targhe e premi, a ritrovarsi a Meeting dove anno dopo anno ci siamo raccontati le solite cose, facendo finta di porsi dei problemi, ma alla fine senza aver mai voluto trovare davvero le soluzioni. Arrivati a questo punto, ovvero al punto in cui l'intero sistema musica sta collassando su stesso, risucchiato da un enorme buco nero di cui tutti siamo colpevoli, cosa ci resta da fare? Prima di tutto bisogna smettere di fare gli struzzi e guardare la realtà dei fatti che va oltre le singole colpe di settore. Non è solo colpa dei promoter, non è solo colpa delle agenzie, non è solo colpa degli artisti, non è solo colpa del pubblico. Il problema è che il meccanismo a un certo punto si è inceppato e a ognuno faceva comodo pensare che la colpa non fosse sua. E mentre eravamo impegnati a scagliare parole come pietre contro quello o quell'altro, siamo rimasti fermi nel cercare la soluzione. Intanto la SIAE faceva i suoi comodi, i negozi di dischi chiudevano, i cd non si compravano più, le riviste di musica crollavano, la gente non andava più a vedersi un concerto. Tutti attorcigliati all'interno, salvo poi, felici come delle pasque, premiare o essere premiati con una targa come quella del Tenco, che davvero bisognerebbe chiedersi oggi, a fronte di tutti i problemi che ho elencato, che senso ha.


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Wednesday, October 24, 2012

This must be the place


The waiting, is the hardest thing. L'attesa, cantava Tom Petty, è la cosa più difficile. L'attesa è il tema del bel film di Paolo Sorrentino anche se questa attesa è celata, fa capolino a tratti e solo nella scena finale si capisce che era il significato di tutto. Ma l'attesa è quello che rende la vita degna di essere vissuta, per quanto sia anche la cosa più difficile. Come ogni prodotto italiano - film, musica, libri - avevo accuratamente evitato di guardare questo film, anche se la presenza di uno dei massimi attori (ma soprattutto registi) viventi, Sean Penn, mi intrigava. Poi il fatto che si parlasse di una rock star. Vedere Sean Penn conciato da Robert Smith coatto però mi aveva stoppato, fino a quando la solita notte in solitaria mi ha messo davanti al film. E l'ho visto.

This Must Be the Place
è fatto benissimo innanzitutto perché è girato e prodotto come un film americano, da tutti i punti di vista, anche grazie al fantastico cast: oltre a Penn infatti ci sono i bravissimi Frances McDormand, Eve Hewson, Harry Dean Stanton.


Poi è pensato come un film americano, pieno di pause, silenzi, panoramiche di alto livello e non ultimo c'è anche una gran bella colonna sonora. Inevitabile pensare ai film del grande Wim Wenders da cui attinge a piene mani per l'ispirazione. C'è un sottile umorismo tipicamente americano anche quello, impossibile da trovare nei film italiani. E c'è un significato. "Qualcosa mi ha disturbato, non so bene cosa, ma qualcosa mi ha disturbato…", dice Cheyenne/Sean Penn, una rock star che da anni non fa più dischi e concerti, chiuso con la moglie nel suo castello prigione. Cosa lo ha disturbato è il suicidio di alcuni suoi fan che avevano preso troppo sul serio i testi depressivi e nichilisti delle sue canzoni: non basta a Cheyenne recarsi ogni settimana sula loro tomba a portare fiori, con i genitori dei ragazzi che cercano di cacciarlo, per togliersi il senso di responsabilità per la loro morte. Cheyenne passa e ore a fissare il nulla se non fosse per una moglie affettuosa che di giorno fa il pompiere (a sua insaputa) e di una ragazzina fan (che peraltro è la figlia di Bono degli U2) che gli tiene compagnia senza chiedere nulla in cambio. Una ragazzina triste come lui che Cheyenne cerca inutilmente di far fidanzare, ma non ci riesce: "la tristezza è incompatibile con la tristezza" commenta.


"Non sto cercando me stesso. Sono in New Mexico, non in India…": un giorno Cheyenne parte alla volta dell'America per vedere il padre che sta morendo ("Mio padre sta morendo di vecchiaia... Una malattia che non esiste!"). Lui vive in Inghilterra, non lo vede da trent'anni e ha paura di volare, così prende una nave. Arriverà che il padre è già morto, ma sulla nave assisterà a un concerto di David Byrne. Illuminante il colloquio fra i due: "Io ero una pop star del cazzo! E scrivevo canzonette lugubri perché erano di moda e ci si facevano un sacco di soldi, con testi deprimenti per ragazzetti depressi; e due di loro, più deboli di tutti gli altri, ci sono rimasti sotto! Questo è il risultato! E adesso io vado al cimitero tutte le settimane per alleviare il senso di colpa, ma col cazzo che lo allevio: così peggiora solamente e allora mia moglie mi dice "ma perché non torni a suonare?" e io penso che è una stupida oppure penso che magari mi ama fin troppo e allora è stupida uguale perché come fa a non rendersi conto del disastro che si ritrova davanti?" dice Cheyenne.




In tutto questo ogni tanto si vede Cheyenne che va a trovare la madre. Vive sola, seduta su una poltrona rivolta alla finestra e fissa là fuori. Aspetta. Aspetta un altro figlio che è sparito da anni e non si più fatto risentire. Solo alla fine capiremo chi stava aspettando veramente. A Cheyenne che si lamenta di essersi fatto di tutto nella vita, la madre risponde: "Non hai mai incominciato a fumare perché sei rimasto un bambino. I bambini sono i soli che non provano mai il desiderio di fumare".


C'è poi il lungo viaggio in America in solitudine dopo la morte del padre e la scoperta di un segreto sul suo conto, con incontri decisivi che a poco a poco cambiano Cheyenne. Che alla fine del film torna dalla madre. Non ha più il look orribile alla Robert Smith, probabilmente adesso non è più una rock star per davvero, mentre prima continuava a esserlo anche se non faceva dischi o concerti. La madre lo vede arrivare dalla finestra dal fondo della strada. Lui, da sotto, le sorride. Anche lei sorride. L'attesa, che è la parte più difficile, è finita. "Il problema è che passiamo troppo velocemente dall'età in cui diciamo "farò così" a quella in cui diremo "è andata così". Ma con una constatazione: "Un padre non può fare a meno di amare suo figlio". Che è lo stesso per una madre. E questo, deve essere il posto, this must be the place.

Sunday, October 21, 2012

La sera in cui ho imparato a non pregare più

In redazione a Jam succedeva anche questo. Che sotto la tua scrivania da mesi ci fossero degli scatolini su cui sbattevi sempre i piedi e che un giorno rotte le palle dall’incoveniente decidevi di spostarli e così facendo ci guardavi dentro. Per trovarci ammassati una quantità di cd. In effetti la quantità mostruosa di cd che arrivava settimanalmente in redazione era tale da non solo non poterli recensire tutti, ma da finire per cacciarli da qualche parte, scatoloni, armadi, balcone e cesso. Anche questo è rock’n’roll.

Quella volta però frugai nello scatolone e individuai un cd che dalla copertina mi colpì subito: una bella ragazza dai lunghi capelli biondi seduta a un tavolo davanti a una finestra da cui si scorgevano fiori e piante, una lettera in mano e l’aria assorta. Incantevole. Tanto da dare un ascolto a quel cd.

Il cd in questione era My Life, la cantante Iris Dement. Pubblicato nel 1993, era rimasto nello scatolone per quattro, cinque anni. Io me ne innamorai subito: anello di congiunzione tra la Carter Family e Joni Mitchell, Iris Dement esplodeva in quella country music pre rock’n’roll, ma lo faceva con capacità cantautorali moderne. Un disco dedicato al padre scomparso, tematiche tipiche del sud degli States: famiglia, Dio e amore. Per anni aspettai un seguito a quel disco, ma persi Iris per strada. Neanche gli scatoloni di Jam la accoglievano più. La ritrovai in uno straordinario disco inciso con John Prine, In spite of ourselves, una serie di duetti di cassici della country music più antica. In realtà fece altri due dischi, The way I Should e Lifeline. Ma si era spostata con il bravissimo Greg Brown, cantautore potente e affascinante, e aveva una famiglia da tirare su.

Oggi, negli scatoloni virtuali di Internet, ho trovato il suo nuovissimo cd, Sing the Delta. Sembra diventata una sorta di Randy Newman, quello dei tempi gloriosi di inizio carriera, tutti o quasi brani pianistici profondamente sudisti e scoppiettanti, a volte anche un contorno fiatistico. Il suo primo disco in sedici anni è una bella festa, canzoni come non se ne sentono quasi più. Canzoni d'autore di classe sopraffina, ancorate a quel sud antico e popolato di fantasmi, quelli del Delta appunto. C’è un brano poi che lascia interdetti. The Night I Learned How Not to Pray, su una base acustica che mette insieme Bruce Springsteen, il mandolino dei Rem e Tom Petty, è una brutta storia, quella di una ragazzina che una sera vede il fratellino cadere giù dalle scale e rompersi la testa. Morirà pochi giorni dopo. Una storia sudista, gotica e molto alla Flannery O’Connor, solo che qui di speranza ce n’è poca. Quella sera imparai a non pregare, dice. Pregai, pregai con tutte le forze che mio fratello si salvasse, ma non andò così. Dio fa quello che vuole comunque e io imparai a non pregare più.



Dio fa quello che vuole è una bella domanda. A volte siamo solo dei pupazzi nella mani di un Dio cattivo nel migliore dei casi, oppure Dio proprio non c’è. Altre volte pretendiamo di essere liberi a ogni costo, liberi di fare tutto ciò che vogliamo e intanto vorremmo che Dio intervenisse nelle nostre vicende. Questo Dio che ha fatto del rispetto della libertà dell’uomo il suo unico vero significato. Ma a volte la notte è così buia che ci si dimentica come si fa a pregare.


Attenti a quello che trovate negli scatoloni dimenticati.

Thursday, October 18, 2012

Angeli & fantasmi

A volte torna con un suo disco. Discreto, gentile, senza quei modi un po' presuntuosi che talvolta caratterizzano altri esponenti della musica italiana che spesso si considerano il centro del mondo. Eppure Luigi Grechi di ragioni per considerarsi tale ne avrebbe tante. Adesso che è tornato a usare anche il suo cognome paterno, De Gregori - già, perché lui è il fratello più grande di un certo Francesco De Gregori - che per tutta la sua carriera aveva nascosto in cambio di quello materno, proprio per quel suo carattere gentile che non ha mai voluto favoritismi o scorciatoie, Luigi sembra voler reclamare qualcosa di suo. Fa bene: è stato lui ad aprire la strada della canzone d'autore a una generazione di pargoli che senza di lui forse avrebbero faticato di più a trovare il successo. Stiamo parlando di suo fratello, di Antonello Venditti e tanti altri, che lui, un po' più grande di loro come anni, ha tenuto a battesimo ed educato musicalmente.


Ha fatto loro conoscere i grandi della canzone d'autore americana a cui poi si sono ispirati, ha insegnato a stare su di un palco. Oggi Luigi pubblica uno dei suoi lavori discografici migliori, in una carriera rada di titoli, ma non di grandi canzoni, basti pensare a quella Il bandito e il campione che suo fratello ha portato in classifica. "Angeli e fantasmi" recupera brani già incisi e ne regala di nuovi, sempre su quella strada intensa di narrarorie di storie e di autore elegante, tra il folk nordamericano e la tradizione popolare italiana. Ad accompagnarlo musicisti di classe quali Paolo Giovenchi e Stefano Parenti, Francesco Bellani, Fiore Benigni, Leonardo Petrucci, Andrea Tarquini alla chitarra, Alessandro Valle a dobro e pedal-steel e Franz Mayer al contrabbasso ad arco. Un disco da ascoltare a lungo, come un bel libro che non si finsice mai di sfogliare.


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Saturday, October 13, 2012

Give me hope in the darkness so I will see the light

“Nel mio ultimo libro, Cattedrale, le storie hanno maggior respiro. Sono più piene, più forti, sviluppate, e più ricche di speranza”. Così diceva della sua ultima raccolta di racconti pubblicata quando era ancora in vita lo scrittore americano Raymond Carver. Cathedral, Cattedrale esce infatti nel 1983: cinque anni dopo, a soli 50 anni, Carver muore in seguito a lunga malattia. Difficile dire se lo scrittore avrebbe dato il meglio di sé se avesse continuato a vivere: lui stesso nell’ultimo periodo di vita si dichiarava insoddisfatto del suo lavoro e la frase citata indica un cambiamento di visuale, ma questa è una attitudine che hanno tutti i grandi artisti, quella di ritenere di non aver mai raggiunto il meglio di sé.
Carver, spesso preso a prestito dal cinema hollywoodiano (su tutti, Shorts Cuts di Robert Altman che mescola genialmente alcuni suoi racconti) è stato uno straordinario autore specializzato in racconti brevi, di taglio minimalista e fortemente realista, perfetti come spunto per sceneggiature cinematografiche. Gigliola Nocera in un suo saggio ha detto che Carver è stato “un grande narratore perché ha saputo trasgredire e sconvolgere ogni teoria, ed essere un fuorilegge in grado di scrivere nuove leggi. Ha cercato dei maestri, da John Gardner a Gordon Lish, per imparare a non seguirli, e ha saputo allargare i confini del realismo americano”. Realismo e vita quotidiana della coppia media americana, nei dettagli di un televisore o di un frigorifero rotti, di un cane abbandonato, di un venditore di aspirapolvere, sono il tema dello scrittore, sempre con uno sguardo di partecipata commozione.




Uomo dalla vita travagliata, sia nell’infanzia che nella maturità gravata anche da problemi di alcolismo, Carver può riuscire in parte ostico al lettore europeo proprio per la sua spiccata americanità, ma le sue di fatto sono storie dal respiro universale. Storie di esistenze gravate dal dolore, dalla fatica del vivere, dal desiderio di una pienezza difficilmente raggiungibile, ma che piccoli incidenti di vita riportano a galla come esigenza insopprimibile. Storie che rimangono sospese, senza un vero finale a lasciare aperta la domanda.

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Friday, October 12, 2012

Sapevatelo



Come dicono i giovani d'oggi, sapevatelo o sappilo, tu, lettore. Che nel numero della bella rivista Suono in edicola a ottobre ci sono due pezzoni di cui vado abbastanza fiero. Soprattutto l'intervista a Glen Hansard, la voce e il songwriter migliore degli ultimi quindici anni. Un gran divertimento parlare con lui, loquace e pieno di anedotti e riflessioni ricche di significato. D'altro canto è irlandese. C'è anche un pezzone o pezzullo sul nuovo disco di Bob Dylan, un po' più approfondito di quanto avevo già scritto, con una splendida fotona dell'anmico Paolo Brillo.


Accattatevolo, se vi va, questo Suono, ma anche i prossimi. Qualche estrattino dall'intervista Glen per mandarvi in edicola:


"Gli Swell Season sono Markéta ed io. Possono esistere solo quando Markéta e io siamo insieme nella stessa stanza a fare musica. Lei adesso sta vivendo la sua vita, sta molto bene, è felice e sta facendo un nuovo disco solista in Islanda. Non mi ci vedo io e lei di nuovo insieme al pianoforte, almeno in tempi brevi. Gli Swell Season sono sospesi, magari potrebbe succedere in futuro, ma sarà il destino o le circostanze a deciderlo. Vedi, la nostra relazione è sempre stata basata sull'amore e non su un piano politico. Se ci troveremo di nuovo in quelle condizioni, allora faremo ancora musica insieme".


"C'è un tipo di musica che è stato definito grazie a Van Morrison, ed è Celtic soul. Van Morrison è il progenitore e il leader di questa musica. E' l'autentico inventore del Celtic soul. Essere paragonati a Van Morrison è…. be'… Se quello che faccio io è Celtic soul, ne sono felice. E' stata una influenza fortissima per me. Credo che la mia conoscenza della musica sia stata arricchita dal fatto di provenire da un Paese che ha una tale grande tradizione di canzoni e poesia".


"I miei eroi sono Bob Dylan, Van Morrison e Leonard Cohen: sono la mia Santa Trinità, i Tre Uomini saggi".



"Conosco gente che vive in modo cosciente una vita distruttiva così da poter essere creativi, ma per me è banale. Può funzionare per uno o due dischi ma se basi tutta la tua vita su questo aspetto allora sei nei guai. C'è una grande poesia di Leonard Cohen, molto corta, che dice: "Ho quasi 70 anni, non ho mai incontrato la donna giusta, sono distrutto. Seguimi". Sta dicendo: se sono il tuo eroe dopo tutte queste canzoni sul fallimento, allora tu sei nei guai".

E poi la storia, inedita in Italia, di come divenne amico di Eddie Vedder...

Thursday, October 11, 2012

Sedici modi di dire felicità

Non è negli eventi che si forma la condivisione. La condivisione si definisce nella pratica quotidiana, non è invece con l'emergenza che si risolve qualcosa". In un momento storico in cui gli eventi dedicati a situazioni di emergenza invece si moltiplicano, colpisce una frase così. Ma Niccolò Fabi è uno che sa stupire. La testimonianza di positività e speranza con cui ha reagito alla tragedia che lo ha colpito (la morte della figlioletta di 22 mesi) è un esempio. Il giorno dopo una acclamata presentazione del suo nuovo disco, "Ecco", alla Fnac di Milano ci ritroviamo a discutere di condivisione, ispirati da una frase che a entrambi piace molto, quella che il protagonista del film "Into the Wild" lascia come epitaffio davanti alla sua morte: "La felicità è reale solo se condivisa".



Il protagonista di quella tragica storia, Christopher McCandles, realmente esistito, se ne accorge quando è troppo tardi, dopo anni passati a fuggire da tutti e da tutto. Per Niccolò la condivisione è qualcosa che supera gli eventi, ma anche le situazioni contingenti: "Certo, la famiglia è il primo luogo dove si sperimenta questa condivisione, ma può anche diventare un luogo utilitaristico dove ci si chiude e ci si estranea" dice. "Invece io penso a qualcosa che travalichi e diventi sociale, nel senso di mettere al corrente gli altri delle tue idee e della tua vita, dare la possibilità di avvicinarsi a te, e quindi non essere protezionistici nei propri confronti". Niccolò Fabi è di nuovo tornato alla sua attività, la musica. Ha appena pubblicato un gran bel disco "Ecco" e lo sta presentando in giro per l'Italia. A Milano c'erano centinaia di persone così tante che la sala della Fnac di via Torino non riusciva a contenere, segno di un pubblico sempre più numeroso e affettuoso nei suoi confronti.

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Tuesday, October 09, 2012

From Trastevere to the California sun

In un momento storico dove le grandi multinazionali del disco latitano, sprofondate in una crisi che ha radici ben più lontane e profonde di quelle dell'eurozona, bisogna affidarsi a piccoli e coraggiosi attivisti del rock. Le grandi case discografiche si sono infatti affossate da solo, scegliendo logiche di mercato a scartamento ridotte, basate su idoli passeggeri creati spesso a tavolino, spulciando fra i protagonisti dei talent e dei reality show. Smettendo insomma di andare a cercare i talenti sulle assi sudate e sporche dei piccoli locali. Se una volta a guidarle c'erano mecenati illuminati che hanno avuto l'ardire di scommettere sui Bob Dylan, i Bruce Springsteen e tanti altri, oggi ci danno ragazzini scovati grazie ai click su youtube. E' così che operazioni come quelle di Ermanno Labianca (scrittore e giornalista, un passato da discografico lui stesso) che ha dato vita a una piccola etichetta indipendente, la Route 61, si distinguono modo meritevole. Si tratta di autentiche operazioni di "resistenza musicale": difendere il buon nome dell'arte in un'epoca storica di cialtroneria dilagante.



L'ultima coraggiosa peripezia di Ermanno si chiama "Music is love", un doppio cd tributo alle canzoni leggendarie di Crosby, Stills, Nash e Young. Per la precisione, il primo tributo al mondo dedicato a quattro dei più importanti autori di canzoni di ogni epoca, e arriva proprio dall'Italia.




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Thursday, October 04, 2012

In missione per conto di Joe Strummer

Certi fan della musica rock, come dice spesso Francesco De Gregori, sono un po' dei talebani. Personalmente li definirei più vicini a certa tifoseria calcistica. Nel senso che vivono di etichette e regole non scritte, dove non bisogna mai trasgredire alla regola del "fandom", ovvero la mia squadra è migliore della tua e tanto basta. Così è anche con i musicisti rock. Il caso di Jakob Dylan è emblematico: per il fatto di portarsi cotanto cognome, l'ultimo della nidiata del massimo cantautore di tutti i tempi non si sarebbe mai dovuto permettere di fare il musicista anche lui. Addirittura, ci fu qualcuno che gli rimproverò di usare il nome "Dylan". Lui, poveretto, rispose che suo padre, nato Zimmerman, da decenni aveva cambiato dal punto di vista della legge il suo cognome in quel modo per cui non poteva certo assumere a sua volta un altro cognome che non fosse il suo naturale.




Ma nonostante queste spiegazioni, Jakob per molti rimane un usurpatore. E poco importa che nella sua ormai ventennale carriera non abbia mai inciso una canzone che ricordi in qualche modo quelle del padre. Anzi, per anni si è nascosto all'interno di una band dove nonostante fosse il cantante e l'autore totale dei brani, i dischi erano denominati con il marchio "The Wallflowers". In un mondo, quello musicale, dove di nuovi Dylan e plagiatori vari è pieno, l'unico che non ha mai copiato Bob Dylan è proprio Jakob.





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Monday, October 01, 2012

Una cosa piccola ma buona



“Probabilmente avete bisogno di mangiare qualcosa” dice “spero vogliate assaggiare i miei panini caldi. Dovete mangiare per andare avanti. Mangiare è una cosa piccola, ma buona in un momento come questo”.


Il pane spezzato. Condiviso.


Il gesto banale, è caritatevole? La partecipazione al dolore altrui si misura? L’immedesimarsi e l’offrire: niente di che, perché davanti al dolore più grande, la perdita di un figlio, che cosa si può fare o dire? Nulla. Del resto, davanti a nessun dolore nessuno può far qualcosa se non rimanere a guardare. Meglio se in silenzio.


Oppure offrire “una cosa piccola, ma buona”. La vita, fatta di dolori immensi e indicibili, e di cose piccole, ma buone che rendono la ferita sopportabile.


La coppia e il pasticciere restano insieme tutta la notte, fino alle luci dell’alba, a condividere quei piccoli dolci. Non c'è più nulla da recriminare o da odiare.


“Rimasero lì a parlare fino all’alba, un chiarore pallido e intenso che entrava dalle vetrine senza che venisse loro in mente di andarsene”.


Una cosa piccola ma buona: nel dolore, l’inizio di una umanità diversa.




Friday, September 28, 2012

She: the devil?

Da un ventennio almeno a questa parte gran parte dei dischi migliori li fanno le donne. In un ambiente fortemente maschilista come è quello della musica rock, le donne hanno sempre dovuto farsi largo a spallate, e quando sono riuscite a farcela era perché “sembravano degli uomini che facevano rock”, anche se loro ovviamente non volevano fosse così. E’ il caso delle prime eroine del genere, Janis Joplin, Grace Slick, Patti Smith. Qualche eccezione ovviamente, grazie a spiriti tutti femminili come Joni Mitchell o Sandy Denny che hanno rivendicato con forza la loro identità. Poi, dalla metà degli anni 90, è stata una esplosione: troppe per citarle tutte, con una capacità espressiva che ha fatto a pezzi tanti maschietti. Si sono imposte come era giusto che fosse, capaci di prendersi lo spazio che meritavano, perché da sempre le donne sono quelle che soffrono di più, e quindi hanno più cose da raccontare, e lo sanno fare con una grazia. con una urgenza e una sincerità che incantano e travolgono.
Tra queste, due donne di età, storie e generazioni diverse, pubblicano in questi giorni i loro nuovi dischi. Diverse, ma uguali. Il diavolo e l’acqua santa, verrebbe da dire a una prima immagine superficiale. La prima, Rickie Lee Jones, sulle scene dalla fine degli anni 70; la seconda dall'inizio dei 90. La prima, sopravvissuta a ogni genere di decadenza e vizio: sedotta e abbandonata da Tom Waits, protagonisti insieme ad altri balordi della vita bohémienne del Sunset Strip d L.A., lasciata come fa ogni buon maschietto quando le cose si fanno troppo complicate all’alcol e all’eroina. Da cui è uscita con difficoltà, grazie alle sue sole forze. La seconda, Beth Orton, esplosa improvvisamente dalla scena dei club dance inglesi grazie all’amicizia con "quelli che contano" di quella scena, William Orbit e i Chemical Brothers, che la lanciano come la novità: la folktronica, folk più elettronica.
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Friday, September 21, 2012

Premiata ditta Mumford e figli

Un anno e mezzo fa circa, sul palcoscenico dell'evento più importante dell'industria musicale mondiale, i Grammy Awards, si esibivano tutti insieme un gruppo di personaggi bizzarri, eterogenei, anche un po' mal messi, non certo in sintonia con il glamour di quel tipo di eventi. In mezzo al palco, il principe della musica folk di ogni tempo, il settantenne Bob Dylan; intorno a lui, con espressioni adoranti, giovani cadetti del neo folk, pronti a raccogliere da lui la torcia. Che naturalmente Dylan si guardò ben dal lasciar cadere a terra: chi altri può prendere il suo posto? Siamo seri, nessuno. Per Avett Brothers e Mumford and Sons (questi i due gruppi che lo accompagnavano quella sera) fu però non solo la notte della propria vita in termini di gratificazione personale, ma fu anche il meritato riconoscimento da parte dell'industria musicale di un fatto nuovo nel mondo discografico o di ciò che ne resta. Nell'ondata di folk acustico o quasi che ha invaso l'etere negli ultimi tre, quattro anni - non se ne ascoltava così tanto dai tempi del folk revival nei primi anni 60 - , dei molti sicuramente gli inglesi Mumford and Sons sono quelli che hanno colto il successo commerciale e l'apprezzamento trasversale maggiore. Merito della loro attitudine fracassona, della capacità di coniugare melodie accattivanti (leggasi pop) a una grinta che ha pochi eguali. Sorta di Clash del neo folk, per il loro vigoroso impatto sonico, i M&S piacciono alla gente che piace: ai giovani e ai giovanissimi, a quelli di destra e a quelli di sinistra, ai maschietti e alle femminucce, ai signori attempati e alle signore dal capello bianco, ai miscredenti e ai credenti. CLICCA SU QUESTO LINK PER CONTINUARE A LEGGERE LA RECENSIONE DI "BABEL" DI MUMFORD & SONS

Friday, September 14, 2012

Songs of love and hate


La canzone d'amore per forza di cose è univoca. C'è uno - o una, dipende dal sesso del cantante - che si rivolge a una lei o a un lui. L'altro nella maggior parte dei casi non ha voce in capitolo. Deve subire tutto quello che l'amante o ex amante ha da dire senza possibilità di repliche. Fino a quando la canzone è una tenera dedica d'amore, va anche bene: meno, quando il lui o la lei scarica invettive come se piovesse. Meglio allora definirle, come fece Leonard Cohen, canzoni di odio piuttosto che d'amore. Ma il medium è fatto così, ed è anche giusto che sia così. Bob Dylan in questo come in tutto il resto è stato maestro. Quando ha dovuto vomitare la sua rabbia non si è mai tirato indietro, massacrando la sua povera lei di turno: Sei un'idiota bambina, è una meraviglia che tu sappia ancora respirare, cantava in Idiot Wind tanto per capirci. Nel nuovo straordinario disco, "Tempest", c'è però una canzone d'amore che non è proprio di odio e neanche d'amore. E' bizzarra, è quasi un dialogo, il testo salta subito su come qualcosa di diverso dall'usuale sul tema. E' la bellissima Long and Wasted Years, una delle massime performance vocali del nostro di sempre.


Perché diversa? A un primo ascolto è il solito tema di un lui che si lamenta di lei, una storia agli sgoccioli. Sì, è così, ma la differenza che i due stanno ancora insieme. Lo si capisce quando lui dice di sentirla parlare nel sonno. Due che si sono separati ovviamente non dormono più insieme. Invece qui abbiano una coppia dove l'amore è finito, che sta insieme per qualche ragione, come fanno tante coppie, specie quelle che hanno avuto una lunga relazione, fatta appunto di "long and wasted years", lunghi anni sprecati.


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Monday, September 10, 2012

Quella sera, a casa di Miles Davis


Guardarsi allo specchio alla mattina, per Harvey Brooks, deve essere un po' come guardare allo specchio la storia del rock. Non è da tutti aver infatti suonato con gente del calibro di Bob Dylan, Jim Morrison, Miles Davis, Stephen Stills, Mike Bloomfield, Jimi Hendrix, Richie Havens e tanti altri. E non in un momento qualunque, ma quando questi personaggi erano all'apice della loro creatività e popolarità: con Dylan ad esempio ha registrato forse il suo disco più importante di sempre, "Highway 61 Revisted", con Miles Davis ha preso parte al suo capolavoro "Britches Brew". Ma la storia dei suoi incontri musicali Harvey Brooks, oggi felicemente residente in Israele, lontano dallo stress di un music business che comunque non è più quello dei tempi gloriosi che lui contribuì a creare, la racconta lui stesso nel corso di questa intervista esclusiva con Ilsussidiario.net.


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Friday, September 07, 2012

Expecting rain


Sin da quando, alla fine degli anni 70, ebbi modo di sentire le prime note della sua chitarra e della sua voce, le canzoni di Mark Knopfler, con o senza Dire Straits, nella loro stragrande maggioranza, hanno per me sempre evocato la pioggia. Quella di Londra, soprattutto. A quei tempi Londra era esclusivamente il Big Bang per me, e non sapevo manco che ci piove quasi tutto l'anno, ma quella immagine di grigiore, marciapiedi bagnati, luci fioche sono immediatamente scattate in me. Non sto dicendo di una visione negativa, pessimista o fallimentare che quelle musiche suscitavano in me. Tutt'altro: la pioggia mi ha sempre suscitato una immagine consolatoria, perché la dove piove, c'è anche una casa, o anche soltanto un pub, che ti aspettano caldi per tirare via il freddo e l'umidità.



A Londra poi nel corso degli anni ci sono stato dozzine di volte e devo dire che sono sempre stato piuttosto fortunato: raramente nei miei soggiorni londinesi ha piovuto. A parte una folle e devastante notte in cui in acido vagavo tra Carnaby Street e Soho cercando un locale misterioso dove ero convinto avesse suonato Nick Drake e che finalmente trovai ormai completamente zuppo: sicuramente in quel buco nascosto nel vicolo più stretto di Soho, Nick Drake doveva averci suonato. O fu solo l'effetto dell'acido a convincermi di ciò.

Tutto questo per dire che anche il nuovo, bellissimo disco di Mark Knopfler, Privateering, comincia con una canzone bellissima che mi ha subito evocato le strade del West End bagnate di pioggia. Knopfler non ha mai fatto disco da solista brutti, il mio preferito rimane Shangri-La, ma questo nuovo - addirittura un doppio cd - è un capolavoro, diviso in parti uguali in torridi Chicago blues elettrici e in delicate ballate di celtic folk, di country blues. Su tutte un pezzo che per me è già la nuova Fairytale of New York dei Pogues. Si intitola Radio City Serenade ed è un'ode delicata e commovente ad altre strade, quelle di New York, che è facile immaginare bagnate anch'esse di pioggia appena Knopfler comincia a cantare, e dedicata anche al Radio City Music Hall, il più leggendario posto di musica della Grande Mela, quello a cui Woody Allen dedicò parte del suo bellissimo Radio Days.

Così, mi viene da pensare: in contemporanea Bob Dylan e Mark Knopfler sono usciti in questi giorni con i due dischi più belli dell'anno. E fra poco, negli Stati Uniti, si ritroveranno di nuovo a fare concerti insieme. Quali magie dell'altro mondo sapranno evocare in quelle notti, con questi brani nuovi da proporre? E soprattutto, quanta pioggia sapranno evocare?

Wednesday, September 05, 2012

Roll on, Bob

"The circus is in town", il circo è arrivato in città, cantava Dylan qualche decennio fa nella celeberrima Desolation Row. La canzone stessa era un circo: dentro, c'erano Cenerentola e T.S. Eliot, il gobbo di Notre Dame e il Buon Samaritano, Einstein e il Fantasma dell'Opera. In una galleria fantasmagorica di personaggi veri o usciti dalle pagine dei libri e dagli schermi dei cinema, Bob Dylan all'apice della sua visionarità poetica rinchiudeva questi rappresentanti dell'umanità in un vicolo, quello della desolazione. Quarant'anni e passa dopo, quel circo di umanità dolente torna a farci visita nelle canzoni di "Tempest", un acuto da parte di un artista che non ci sorprendeva così da molti anni, almeno dieci, quando era uscito il suo ultimo disco davvero degno di nota, "Love and theft". Qui troviamo infatti Charlotte la prostituta, Maria la madre di Gesù e la Regina delle Fate, Leonardo Di Caprio e Al Pacino, Cleopatra e John Lennon.



E' una umanità diversa, meno disperata e fallimentare, anzi qualcuno di essi è simbolo della salvezza stessa, che sia quella eterna o quella del rock'n'roll, e che non meritano questa volta di essere rinchiusi in un vicolo della desolazione. Ma allo stesso tempo, non sono degni di stare insieme ai comuni mortali: adesso siamo noi infatti, a vivere in un vicolo della desolazione. Loro ne sono fuggiti, per i loro meriti o per le loro colpe, e stanno da qualche parte in una Repubblica Invisibile dove solo i giusti possono ambire a entrare. Un Dylan spumeggiante, irresistibile, che tratteggia un mondo non sull'orlo dell'abisso, come ha fatto più o meno per tutta la sua carriera, lanciando profezie di ogni tipo (molte delle quali rivelatesi reali), ma un mondo che nell'abisso c'è già precipitato. Siamo in un'epoca indefinibile, in una città tinta di sangue scarlatto, che si chiama Duquesne (che esiste davvero ed è - non a caso - una città fantasma nelle montagne dell'Arizona): da qui questi personaggi osservano lo sfacelo del nostro mondo. Quella accennata nel disco è un'epoca che va dagli antichi primi re romani al Far West al naufragio del Titanic, ma è ovvio che ogni riferimento è del tutto attuale.

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Friday, August 31, 2012

La contea più fradicia del mondo

Presentato allo scorso Festival di Cannes, "Lawless" esce in questi giorni nei cinema americani. Ispirato a un romanzo dello scrittore Matt Bondurant ("The Wettest County", che si potrebbe tradurre con "la contea più fradicia del mondo") che era ispirato a sua volta alla vita dei suoi bisnonni, il film gode di una colonna sonora straordinaria.
La storia è ambientata ai tempi del proibizionismo americano, nella Franklin County nello Stato della Virginia, che sembra essere davvero una delle zone più piovose al mondo. Qui tre fratelli si dedicano al commercio clandestino del whiskey. Sono cioè, come si diceva allora in America, dei "bootlegers" termine rimasto così radicato nella cultura popolare che con lo stesso nome si chiamano oggi i produttori di dischi e registrazioni non autorizzate dagli artisti e dalle case discografiche. Nel film i tre fratelli lottano per la sopravvivenza loro e delle loro famiglie contro uno sceriffo e i suoi uomini che vogliono taglieggiare i produttori di alcolici clandestini.



"Una storia di fratellanza, violenza e avidità", è stato definito, e per rendere al meglio questa storia è stato chiamato un maestro della musica dark, gotica, profondamente legata al mondo antico e rurale dell'America. E' l'australiano Nick Cave, uno dei maggiori autori di canzoni degli ultimi trent'anni. Cave ha messo insieme un gruppo di artisti di prima levatura e insieme a loro ha costruito un racconto per canzoni che descrive magnificamente quel mondo oscuro, pericoloso, vizioso, ma anche pieno di religiosità e speranza che viene raccontato nel film. Insieme a lui il suo compagno di avventure musicali da sempre, il violinista "pazzo" Warren Ellis: i due si fanno chiamare in modo appropriato The Bootleggers e chiamano a raccolta un paio dei massimi esponenti della musica country, apparentemente agli antipodi della loro visione musicale.

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Monday, August 27, 2012

Elvis has left the building

LONG BLACK LIMOUSINE – Elvis Presley, album: “From Elvis in Memphis”; anno di pubblicazione: 1969 - Poco meno di un paio di settimane fa, il 16 agosto, si sono ricordati i 35 anni della morte di Elvis Presley. Era il 16 agosto 1977 infatti quando il Re del rockn’roll moriva, in un modo che non era certamente degno di un re, colpito da un infarto mentre sedeva sul gabinetto della sua residenza di Graceland, a Memphis. Aveva 42 anni e a chi negli ultimi tempi aveva criticato il suo aspetto, quasi obeso, gonfio di pillole anti depressive e di pillole eccitanti, nonché per una dieta che anticipava quella di MacDonald’s, rispondeva, non da re, ma da uno consapevole di tutta la sua fragilità: “E come dovrebbe essere un uomo di quarant’anni?”.


Altro che star di Hollywood rifatte al bisturi. Non si era vergognato di andare in scena in quello stato, fino a pochi gironi prima di morire, che forse era stato anche un modo inconscio di lanciare un grido di aiuto, un aiuto che non era poi arrivato. Chi scrive, ricorda perfettamente quel pomeriggio del 15 agosto 1977, quando la radio diede la notizia con l’enfasi della morte di un re.
Ricorda sua madre, che lasciava andare qualche lacrima discreta, e ricorda il commento del padre: “Ecco la fine che fanno tutti quei drogati”. Ma Elvis non era un drogato, almeno non più dei tanti che vanno a lavorare in ufficio o in banca con la loro dose quotidiana di prozac, per sopportare una vita che altrimenti non saprebbero sopportare.

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Saturday, August 25, 2012

Scrivi

“Scrivi, ti prego. Due righe sole, almeno, anche se l’animo è sconvolto e i nervi non tengono più. Ma ogni giorno. A denti stretti, magari delle cretinate senza senso, ma scrivi. Lo scrivere è una delle più ridicole e patetiche nostre illusioni. Crediamo di fare cosa importante tracciando delle contorte linee nere sopra la carta bianca. Comunque, questo è il tuo mestiere, che non ti sei scelto tu ma ti è venuto dalla sorte, solo questa è la porta da cui, se mai, potrai trovare scampo. Scrivi, scrivi. Alla fine, fra tonnellate di carta da buttare via, una riga si potrà salvare. (Forse).”

— Dino Buzzati (26 ottobre 1957)

Thursday, August 23, 2012

The sound of eternal stillness

Every new moment disappears forever



- che vita vorresti?

 

- una vita dove mi fosse riconosciuto quello che sono una vita degna di essere vissuta. una vita sarebbe abbastanza. dico troppo spesso “grazie” e “scusa”, come se non meritassi mai niente, come se sbagliassi sempre qualcosa.

- guarda io mi sento molto spesso come ti senti tu... e sono stufa di lavare piatti servire ai tavoli... ma sembra che la gente sia disposta a pagarmi per questo e non quello che amo fare e comunque alla fine vado avanti lo stesso.. e mi consolo dicendo: chi viene pagato per quello che ama fare è perché qualcuno vuole che smetta di fare quella cosa... a me non mi pagano quindi non posso fare altro che andare avanti a farlo

si fermarono a guardare il lago. lui pensava, come sarebbe vedere il blu dell’acqua l’azzurro del cielo il verde dei prati? come li vedono tutti. lui non conosceva il vero blu il vero azzurro il vero verde per lui ogni cosa era sempre stata un verde a metà un azzurro a metà un blu a metà. non conosceva la pienezza dei colori perché ogni cosa che vedeva l’aveva sempre vista a metà coperta da un velo di eterno grigio. E così sarebbe stato per sempre.

Perché Signore la testimonianza più vera
Che noi possiamo dare della nostra dignità
È questo ardente singhiozzo che va di era in era
E viene a morire al confine della vostra eternità

(Baudelaire)



Sunday, August 19, 2012

Tre accordi e il desiderio di Verità

Al Meeting di Rimini approda la musica rock. Non è la prima volta, in quanto nel 2004, in occasione dei cinquant'anni dell'uscita del primo 45 giri di Elvis Presley, si tenne una mostra analoga intitolata "Good rockin' tonight: storie di 50 anni di rock". Quella di quest'anno è curata personalmente dal giornalista irlandese John Waters, grande esperto di musica rock, con la collaborazione di Marta Albertin, Phil Faconti, Jonathan Fields, Walter Gatti, Kenneth Genuard, Maurizio Maniscalco, Giacomo Masato, Paolo Vites, quest'ultimo già curatore della mostra del 2004. Allora, nel 2004, venni invitato Elliott Murphy & band che tenne uno straordinario e indimenticabile rock show davanti a oltre 5mila persone esultanti ("A un certo punto avrei voluto fare crowd sufing" mi confessò dopo Elliott).



Quest'anno, secondo Waters, "la mostra intende dimostrare e celebrare la presenza del desiderio umano come forza trainante fondamentale della musica, che continua ad affascinare i giovani, utilizzando esempi di canzoni e artisti, che attraversano la storia globale di questo mezzo e sono rimasti tra i più grandi interpreti moderni". Che aggiunge: "Nel meglio della musica c’è qualcosa che va oltre il contenuto apparente, qualcosa di sproporzionato che si potrebbe chiamare, secondo la definizione della tristezza di San Tommaso il "desiderio di un bene assente". IlSussidiario.net presenta in anteprima uno dei pannelli, quello scritto da Paolo Vites e dedicato a Bob Dylan. Si tratta solo di una parte del pannello stesso.


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Thursday, August 02, 2012

La tempesta perfetta

Bene, ci aspetta un nuovo 11 settembre. No, non un altro attacco terroristico grazie a Dio. Solo un nuovo disco di Bob Dylan, già il terzo (dopo "Under the Red Sky" nel 1990 e "Love and Theft" nel 2001, sì uscito "quell'11 settembre 2001). A Dylan o alla sua casa discografica deve sembrare una buona data per pubblicare dischi. Facciamo allora il punto su cosa ci aspetta, vista la gran mole di news che sono circolate in rete e non avendolo ancora potuto ascoltare. Come sempre con Dylan, si scatenano le più incredibili ridde di ipotesi e anticipazioni, spesos fasulle. L'unico che pare lo abbia potuto ascoltare è il direttore della rivista Uncut, Allan Jones (ma… come… gli inglesi possono ascoltare un disco due mesi prima degli italiani? Ovvio, stupido: noi siamo appunto italiani).


(Foto di Paolo Brillo)

Allan Jones è una leggenda del giornalismo musicale e sebbene tenda a cadere un po' nel fanatismo soprattutto proprio con Dylan, è uno che ad esempio negli anni 70 si beccò un piatto in testa da Patti Smith durante una conferenza stampa. Il suo humour tipicamente inglese e la possibilità di fregarsene di tutto e di tutti sono straordinari. Nell'articolo in cui fa alcune anticipazioni sul disco di Dylan, ad esempio dice: "Non bisogna mai scrivere di un disco dopo un solo unico ascolto. Ad esempio una volta feci un errore clamoroso scrivendo che The Soul Cages di Sting era un brutto disco dopo averlo ascoltato una volta sola. Dopo diversi ascolti infatti mi resi conto che era peggio che brutto, una autentica schifezza". Mito: vi immaginate un giornalista italiano dire qualcosa del genere di un chessò Ligabue o Vasco Rossi? No, non ce lo possiamo immaginare, infatti non è mai accaduto o accadrà.


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Wednesday, August 01, 2012

Come battere la spending review a colpi di rock'n'roll

MOAHMMED'S RADIO – Warren Zevon, album: “Warren Zevon”; anno di pubblicazione: 1976 - -"Everybody's desperate trying to make ends meets, work all day, still can't pay the price of gasoline and meat" ("Cercano tutti disperatamente di arrivare alla fine del mese, lavorano tutto il giorno eppure non riescono a pagare il prezzo della benzina e della carne"). Una canzone anti spread, anti crisi economica, anti spending review? Non esattamente, perché il brano in questione, Mohammed's Radio, venne pubblicato su di un disco della metà degli anni Settanta. Esattamente, il 1976. Il disco si intitolava con il nome e cognome dell'autore, il compianto Warren Zevon, uno dei massimi compositori dell'intera lunga avventura della musica rock, scomparso nel 2003 per una rara forma di tumore.



Il fatto che parte delle liriche di questa canzone suonino così terribilmente attuali, dimostra quando una canzone è opera di genialità pura. Sono infatti le canzoni (così come qualunque altra opera d'arte) che superano i limiti e le costrizioni del tempo, quelle capaci di avere significato a prescindere del contesto per cui sono state scritte, a potersi fregiare del titolo di opera d'arte. Sarà per questo che ogni singola canzone di Bob Dylan, scritta in circostanze particolari come la crisi dei missili a Cuba, è ancora oggi attuale e significativa.

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Friday, July 27, 2012

Nel nome del padre

Dietro a ogni rock star c'è un depresso? In effetti, quando si approfondiscono le storie private, quelle lontane dal palcoscenico, di molti di essi, sembra essere davvero così. Un caso su tutti, quello di Kurt Cobain, morto suicida a 27 anni non perché come lo hanno dipinto i media era uno dei tanti sballati eroinomani che cercavano l'eccesso. Semplicemente, non aveva mai superato il trauma del divorzio dei genitori. Venendo a giorni più recenti, su Amy Winehouse si potrebbero scrivere trattati di psicologia. In un articolo straordinariamente profondo (e anche molto lungo) pubblicato sulla rivista americana New Yorker, dedicato a Bruce Springsteen, il Boss cita un altro musicista, poco noto in Italia, ma di assoluto valore (sua ad esempio la colonna sonora premiata con l'Oscar del fin "O Brother Where Art Thou?"), T-Bone Burnett.



"Tutto il significato del rock'n'roll sta nella parola papà" dice Burnett. "Un lungo imbarazzante urlo per tuo padre", aggiunge Springsteen. Che significa? Semplice: diventare un musicista rock, spiega Springsteen, vuol dire reclamare quell'attenzione che i nostri padri non hanno saputo darci: "Ehi meritavo un po' più di attenzione di quella che mi hai dato" aggiunge Springsteen. Come a dire: se stanotte sono qui su di un palco a spaccarmi le tonsille è perché voglio farti vedere che valgo qualcosa. Papà. Sapere che questo trauma lo ha vissuto - e lo vive tutt'oggi seppure in maniera meno devastante di una volta - lo stesso Springsteen, fa un certo effetto. Il musicista americano, per come lo conosciamo noi spettatori dai suoi concerti, è piuttosto quella figura paterna che noi stessi avremmo sempre desiderato. In un suo concerto, lui ci conforta, ci rassicura, ci dà speranza, ci invita a non mollare "a inseguire quel sogno" che rende la vita una avventura bella da vivere. Non è quello che fa un buon padre? Eppure Springsteen non ha avuto un padre così, e lo ha cercato a lungo.

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Monday, July 23, 2012

Dinner at the Homesick Restaurant



"Le persone tristi sono le sole autentiche. Possono dirti la verità sulle cose; sanno da sempre che non ci si può fidare di nessuno e che nessun cambiamento nella tua vita, per quanto grande, alla fine ti impedirà di essere quella che eri all’inizio: persa e sola, seduta su una tela cerata a guardare gli altri che nuotano a farfalla."

- [Anne Tyler, L’amore paziente]

Thursday, July 19, 2012

Do you, Mr. Jones?


(Fotomontaggio di Luca Sky - ovviamente si scherza, gli altri contano eccome)


Chi lo va a vedere per ricordare i bei tempi ne esce deluso, chi è giovane e poco sa di lui sbatte in un attempato signore che gracchia: tutti delusi, o quantomeno confusi. (…) E l’ultimo grande concerto rimane l’MTV Unplugged del 1994. Il Dylan che piaceva a tutti – forse a troppi – è rimasto sull’asfalto di quella strada verso Woodstock.
(Andrea Scanzi, Il Fatto Quotidiano)

Divertito è una parola grossa – racconta Carlo Verdone a Michele Anselmi per ilvostro.it -. Era da tanti anni che non lo sentivo cantare dal vivo. Sono rimasto per rendere omaggio a un grande della musica, a un simbolo della cultura americana. Però… All’inizio era tutto un gracchiare, io e miei amici siamo stati tutto il tempo a cercare di capire che pezzi eseguisse.
(Fotomontaggio di Luca Sky - ovviamente tutti gli altri contano eccome...)

L'ostensione della mummia di Bob Dylan ha richiamato a Barolo 6.000 devoti. Se perfino i russi ad un certo punto si sono domandati se seppellire finalmente quella di Lenin, la compassione suggerirebbe (e non da ieri sera) di riporre ciò che resta della "mangusta di Duluth" in un'urna e celarla all'interno di una montagna sacra a scelta. Da più di dieci anni almeno Dylan si trascina sui palchi di tutto il mondo, ruttando il suo canzoniere tra impietosi gorgoglii e sibili, per non dire di accordi rivoltati in versioni "alternative".
(Guido Harari)

L’Italia è sempre in ritardo. Era il 1991 quando il New Musical Express titolava a tutta pagina: “Ma Bob Dylan andrebbe eutanizzato?” per poi nell’articolo sparare a grosse cifre che Bob Dylan sì, appunto, vista la pessima qualità dei suoi concerti, sarebbe meglio subisse una eutanasia e si togliesse di torno per sempre. Il tempo ha detto chi aveva ragione e chi ha torto: se nel 1991 Dylan effettivamente era in scarsa forma, ce ne vuole per dire che il suo ultimo concerto bello è stato Mtv Unplugged del 1994. Non cito neanche la meraviglia dei concerti del 2000, uno dei vertici della sua intera carriera, ma anche nel 2011 fece concerti di una bellezza e intensità estreme.

Sono stato il primo diverse volte quando pensavo lo meritasse a criticare alcuni concerti di Bob Dylan. Dal 2004 al 2010 l’ho trovato io stesso mortalmente noioso, intento ai greatest hits più scontati con una band di soporiferi musicanti e con una voce al limite dell’ascoltabile. Mi sono preso la mia buona dose di insulti per queste critiche, ma non mi sono mai permesso di dire due cose.

1. Che il pubblico che era ai concerti erano “tutti delusi o quantomeno confusi”. Ho sempre visto spettatori entusiasti anche in quegli anni, qualcuno meno, ma comunque da quando si recensiscono gli umori degli spettatori invece che quelli dell’artista sul palco? Sembra un modo per tirarsi dalla propria parte gli spettatori, quasi a dire: avevo i testimoni, avevo ragione io, è andata proprio così. Palle, non è andata così. Non mettiamo in bocca agli altri quello che noi pensiamo debba essere la visione della realtà, cioè la nostra. Siccome io la penso così, erano delusi anche tutti i 6mila che erano a vedere Dylan a Barolo.

2.Non ho mai insultato Bob Dylan anche quando i suoi concerti non mi erano piaciuti. Dargli della mummia non mi sembra il massimo. Può non essermi piaciuto, ma non lo insulto e soprattutto non cerco di proibirgli di esibirsi, anche se lo stesse facendo male. Mi sembra un modo assai poco democratico, mi ricorda gli anni 70 quando si tiravano le molotov sui palchi degli artisti. Tireremo le molotov a Dylan perché la sua voce emette “impietosi gorgoglii e sibili”?

3. E’ solo rock’n’roll, e Bob Dylan è un anziano signore che permette di toccare con mano e con gli occhi e con le orecchie un briciolo delle antiche leggende del rock, dei glory days. Quando non ci sarà più, ci sarà un grande vuoto anche sul palcoscenico di Barolo. Non fanno esibizioni molto più esaltanti di Dylan il B.B.King (87 anni) visto pochi giorni fa a Milano o altri vecchietti del rock, ma nessuno sputa veleno e rabbia su di loro. Su Dylan sì. Volete sapere perché? Perché è sempre valido il vecchio adagio: “qualcosa sta succedendo qui ma tu non sai cosa, do you Mister Jones?”.

Siete tutti Mister Jones, siamo tutti Mister Jones, non è mai troppo tardi per accettarlo. Bob Dylan ci ha dato così tanto in un certo periodo della sua vita come mai nessun altro nella storia del rock, che vorremmo ci desse ancora così tanto. Vorremmo cioè continuasse a spargere sangue sui solchi per riempire il nostro vuoto esistenziale. Ovviamente non è possibile, ma personalmente sono felice che nel 2012 ci sia ancora qualcuno che, non avendolo mai visto prima, possa dire: ho visto un concerto di Bob Dylan. E' abbastanza, dovremmo solo essergli grati per questo.

E va da sé che quell’adagio ha bisogno di un altro adagio per essere valido: “Per vivere fuori della legge bisogna essere onesti”. Lui, con i suoi acciacchi, Bob Dylan onesto lo è. Ma gli altri?

Tuesday, July 17, 2012

Non è più tempo di pogare

Gli inglesi sono belli quando sono su di un palcoscenico. Certi inglesi. Quegli inglesi. In una estate che passerà ai ricordi come l’estate dei fantasmi – prima quello di Jim Morrison, adesso quello di Joe Strummer – una settimana dopo nello stesso posto io l’ho visto. Mr Stay Free, perduto in un supermarket, should I stay or should I go. E anche stand by me, Mick, stand fucking by me please. Non ho mai visto i Clash. Non ho visto suonare dal vivo Joe Strummer, ma l’ho intervistato. Non ho intervistato Mick Jones, ma l’ho visto suonare dal vivo. E finalmente sono felice, missione compiuta, quel che doveva essere è stato.



Gli inglesi sono pazzi, ma certi inglesi sanno farti sentire uno di loro, nel senso di un amico, come nessun altro. Se si buttano su di un palcoscenico con quattro chitarre, tre cantanti diversi che vanno e vengono, due deliziose ragazzine coriste, un basso sosia quasi di Paul Simonon, gente che entra ed esce dal palco bevendo birra facendo filmini, loro sanno fare un tale casino che è l’antitesi di un concerto rock, ma è molto meglio di un concerto rock, che è sempre come essere alla festa di San Patrizio che non centra un cazzo perché sono inglesi e allora è come essere al carnevale di Brixton. The guns of Brixton. Caciaroni, ubriaconi e cazzoni, con in mezzo una star, di quelle vere: lo capisci dal vestito elegante, ma la faccia da anti star, vecchio e pelato come me e quasi tutti quelli sotto al palco, ma le movenze di sempre, quelle di Mick fucking Jones. Come se fosse passato qualcuno al pub a chiamare quelli che c'erano e pa portarseli sul palco, birre che stavano bevendo comprese. E allora: Train Vain subito, a spaccare il muro senza esitazioni, Bank Robber che di questi tempi ci sta eccome cazzo se ci sta e derubiamole queste banche di merda, Rock the Casbah e Should I stay or should I go.

Lui ha un sorriso debordante per tutto il tempo, sono trenta anni che non le suona più queste canzoni ed è il momento per farle un’ultima volta, quest’anno che sono dieci tristissimi anni che Joe non c’è più. Loro che avevano giurato che i Clash non si sarebbero mai più riuniti mantenendo la promessa.

E vorrei pogare ma non riesco a pogare perché inopportune lacrime arrivano a salutare i quattro dell’apocalisse, quelli di Radio Clash, quelle rare rarissime persone che hanno il dono misterioso di rendere più bella la vita della gente. Rock the fucking casbah e rimani per favore Mick. Facci pogare come se non ci fosse un domani. In questa sera di zanzare in questa sera di Milano in questa sera di Brixton per sempre. In questa sera di fantasmi. Londra sta chiamando.

Sympathy for the Lord

"Non puoi combattere la musica gospel. Non puoi combattere una Messa di Beethoven, o l'altezza delle guglie di una cattedrale. Non ...