Si è scatenato un tale putiferio che si sono sentiti in dovere di intervenire anche i parlamentari della cosiddetta "ala renziana" del Pd. Gli hanno scritto una lettera aperta: ""Caro maestro, ti preghiamo di riprovare a 'crederci', di tornare a leggere i giornali, di ricominciare a seguire la politica e il Partito Democratico. Noi conserveremo l'intervista, la ricorderemo come un errore e una critica eccessiva, tenendo a mente che non è da un calcio di rigore sbagliato che si giudica un giocatore".
L'intervista incriminata è quella che Francesco De Gregori ha concesso ieri al Corriere della Sera: già colpisce l'uso della terminologia "errore". Sembra il linguaggio dei tempi dello stalinismo, o meglio, dei primi ani 70, quando bisognava "correggere il compagno che sbaglia". Rimettterlo in riga insomma. E ancora: "Sono passati tanti anni, siamo invecchiati tutti, sicuramente lo siamo noi, ma non possiamo credere che il nostro maestro sia invecchiato così male da dirci 'Il verbo credere non dovrebbe appartenere alla politica". Invecchiato male? Mah, sarebbe da discutere, averceli intanto 62 anni come li porta lui, fisicamente e artisticamente visto che negli ultimi tempi ha pubblicato anche alcuni dei dischi più belli della sua carriera ed è in forma fisica splendida. Ma questo è niente davanti all'ondata di post anti De Gregori che per tutta la giornata di ieri sono piovuti sui social network e anche sulla pagina ufficiale Facebook del cantautore romano.
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Thursday, August 01, 2013
Tuesday, November 20, 2012
On the road
"Ci vediamo lungo la strada, che ne siamo degni”: così mi salutò una sera Francesco De Gregori sulla porta di un camerino, anzi un “camerino già vecchio tra un lavandino e un secchio tra un manifesto e lo specchio”, per citare una delle sue canzoni più belle, perfetto ritratto della vita on the road. Per vivere sulla strada, bisogna infatti esserne degni, non è da tutti. Vivere sulla strada significa vivere con il cuore aperto, continuando a seguirne il desiderio, rinunciare a fermarsi alla prima risposta che possa appagare, perché risposte del genere non bastano mai. Siamo fatti per stare sulla strada. La vita è una strada, un cammino, verso ciò che ci completerà, “esperienza e mistero per tutta la strada” come dice lo stesso De Gregori nella canzone che intitola il disco, l’opposto di quanti dicono che siccome nulla potrà colmare i nostri bisogni allora occorre eliminare il bisogno, che è quello che la società moderna, anche quella virtuale della Rete, ci dice tutti i giorni.
“Sulla strada” è anche il titolo del nuovo disco del cantautore romano, a quattro anni dal suo ultimo lavoro in studio, ma non quattro anni di silenzio. Perché negli ultimi quattro anni, ma come sempre nella sua carriera ultra decennale, De Gregori non è stato fermo, ma sempre “sulla strada”: tournée nei teatri più prestigiosi e nei “pub” più nascosti, concerti con l’amico che non c’è più Lucio Dalla e tanti, tantissimi da solo. E’ la sua vita, irriducibile passione per un mestiere che si fa esperienza quotidiana e non passerella occasionale, quella di cantare le sue canzoni ovunque ci sia “una città per cantare”. E allora il nuovo disco celebra un po’ tutto questo: le parole “sulla strada” fanno capolino in contesti diversi in ogni canzone.
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“Sulla strada” è anche il titolo del nuovo disco del cantautore romano, a quattro anni dal suo ultimo lavoro in studio, ma non quattro anni di silenzio. Perché negli ultimi quattro anni, ma come sempre nella sua carriera ultra decennale, De Gregori non è stato fermo, ma sempre “sulla strada”: tournée nei teatri più prestigiosi e nei “pub” più nascosti, concerti con l’amico che non c’è più Lucio Dalla e tanti, tantissimi da solo. E’ la sua vita, irriducibile passione per un mestiere che si fa esperienza quotidiana e non passerella occasionale, quella di cantare le sue canzoni ovunque ci sia “una città per cantare”. E allora il nuovo disco celebra un po’ tutto questo: le parole “sulla strada” fanno capolino in contesti diversi in ogni canzone.
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Thursday, October 18, 2012
Angeli & fantasmi
A volte torna con un suo disco. Discreto, gentile, senza quei modi un po' presuntuosi che talvolta caratterizzano altri esponenti della musica italiana che spesso si considerano il centro del mondo. Eppure Luigi Grechi di ragioni per considerarsi tale ne avrebbe tante. Adesso che è tornato a usare anche il suo cognome paterno, De Gregori - già, perché lui è il fratello più grande di un certo Francesco De Gregori - che per tutta la sua carriera aveva nascosto in cambio di quello materno, proprio per quel suo carattere gentile che non ha mai voluto favoritismi o scorciatoie, Luigi sembra voler reclamare qualcosa di suo. Fa bene: è stato lui ad aprire la strada della canzone d'autore a una generazione di pargoli che senza di lui forse avrebbero faticato di più a trovare il successo. Stiamo parlando di suo fratello, di Antonello Venditti e tanti altri, che lui, un po' più grande di loro come anni, ha tenuto a battesimo ed educato musicalmente.
Ha fatto loro conoscere i grandi della canzone d'autore americana a cui poi si sono ispirati, ha insegnato a stare su di un palco. Oggi Luigi pubblica uno dei suoi lavori discografici migliori, in una carriera rada di titoli, ma non di grandi canzoni, basti pensare a quella Il bandito e il campione che suo fratello ha portato in classifica. "Angeli e fantasmi" recupera brani già incisi e ne regala di nuovi, sempre su quella strada intensa di narrarorie di storie e di autore elegante, tra il folk nordamericano e la tradizione popolare italiana. Ad accompagnarlo musicisti di classe quali Paolo Giovenchi e Stefano Parenti, Francesco Bellani, Fiore Benigni, Leonardo Petrucci, Andrea Tarquini alla chitarra, Alessandro Valle a dobro e pedal-steel e Franz Mayer al contrabbasso ad arco. Un disco da ascoltare a lungo, come un bel libro che non si finsice mai di sfogliare.
CLICCA SU QUESTO LINK PER LEGGERE L'INTERVISTA A LUIGI GRECHI DE GREGORI
Ha fatto loro conoscere i grandi della canzone d'autore americana a cui poi si sono ispirati, ha insegnato a stare su di un palco. Oggi Luigi pubblica uno dei suoi lavori discografici migliori, in una carriera rada di titoli, ma non di grandi canzoni, basti pensare a quella Il bandito e il campione che suo fratello ha portato in classifica. "Angeli e fantasmi" recupera brani già incisi e ne regala di nuovi, sempre su quella strada intensa di narrarorie di storie e di autore elegante, tra il folk nordamericano e la tradizione popolare italiana. Ad accompagnarlo musicisti di classe quali Paolo Giovenchi e Stefano Parenti, Francesco Bellani, Fiore Benigni, Leonardo Petrucci, Andrea Tarquini alla chitarra, Alessandro Valle a dobro e pedal-steel e Franz Mayer al contrabbasso ad arco. Un disco da ascoltare a lungo, come un bel libro che non si finsice mai di sfogliare.
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Thursday, May 31, 2012
Cosa sarà
Qualche mese fa, nel buio di un minuscolo camerino perso da qualche parte nella bassa padana, parlando di colleghi cantautori che annunciavano il ritiro dalle scene, Francesco De Gregori mi confidava, un po' perplesso dalla notizia: "Ma come si fa a vivere senza musica?". Difficile, quasi impossibile, per chi della musica non ha fatto un mestiere come tanti, e neanche una passione, un hobby. Della musica ne ha fatto invece un mezzo, anzi il mezzo, per scrutare la vita, il fascino del suo mistero: come si fa a vivere senza musica? Sarebbe come strapparsi un braccio. Le sapeva bene queste cose un grande amico di De Gregori, e cioè Lucio Dalla, morto nel modo più vero e più bello per chi ha vissuto sempre di musica. La mattina dopo un concerto preparandosi a un altro concerto che avrebbe dovuto tenere quella sera stessa.

Per la prima volta dalla scomparsa di Dalla, Francesco De Gregori, che con lui aveva condiviso canzoni e concerti per molti anni, parla della sua morte e di quanto gli manchi. Quando Lucio è morto, De Gregori aveva rifiutato di rilasciare ogni commento, troppo provato dal dolore di quella morte. Adesso, che qualche mese di distanza ha permesso se non di cancellare il dolore, almeno di metabolizzarlo, lo può fare: "Non c’è solo la mancanza, ma proprio un distacco improvviso, qualcosa con la quale ti sembra di non poter fare i conti. La verità è che tutto è scritto e dobbiamo convivere anche con il distacco e il rimpianto. Ma lui lascia dietro di sé qualcosa di vivo, di non definitivo e quindi di vitale e questa in qualche modo è una consolazione". In questa intervista concessa in esclusiva a IlSussidiario.net, De Gregori parla anche in anteprima del nuovo disco a cui sta lavorando e dei concerti che terrà questa estate, tra cui alcuni insieme al grande musicologo ed esperto di musica folk Ambrogio Sparagna.
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Per la prima volta dalla scomparsa di Dalla, Francesco De Gregori, che con lui aveva condiviso canzoni e concerti per molti anni, parla della sua morte e di quanto gli manchi. Quando Lucio è morto, De Gregori aveva rifiutato di rilasciare ogni commento, troppo provato dal dolore di quella morte. Adesso, che qualche mese di distanza ha permesso se non di cancellare il dolore, almeno di metabolizzarlo, lo può fare: "Non c’è solo la mancanza, ma proprio un distacco improvviso, qualcosa con la quale ti sembra di non poter fare i conti. La verità è che tutto è scritto e dobbiamo convivere anche con il distacco e il rimpianto. Ma lui lascia dietro di sé qualcosa di vivo, di non definitivo e quindi di vitale e questa in qualche modo è una consolazione". In questa intervista concessa in esclusiva a IlSussidiario.net, De Gregori parla anche in anteprima del nuovo disco a cui sta lavorando e dei concerti che terrà questa estate, tra cui alcuni insieme al grande musicologo ed esperto di musica folk Ambrogio Sparagna.
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Saturday, October 08, 2011
The Rolling Trastevere Revue

L'odore del palcoscenico ho imparato a riconoscerlo e amarlo da un tempo immemorabile. Lontano, un po' più vicino, ancora più vicino, sopra quelle assi che hanno visto passare battaglie memorabili. La torcia che indica il percorso con le strisce di nastro adesivo sulle assiverso il camerino anche. Dietro quella porta, dietro quelle tende, sotto a quei fari, l'unica cosa onesta che c'è ancora al mondo, che è sempre stata. La musica. Mi ha salvato la vita e ancora continua a farlo. Potrò mai rinnegarla? Mai. Mi scorre nel sangue, mi pulsa nelle vene, mi dà ossigeno ai polmoni. Uccide la malinconia e tutte le cose brutte della vita. Fa risorgere a vita nuova ogni volta e ogni volta ancora.


"Ha detto che non si può vivere senza il mare, per questo lascia la musica". "Può darsi. Ma io ti dico: come si fa a vivere senza la musica'". Eh no non si può. Lo sa bene il cantautore che stasera per la centomilionesima volta si prepara ad arrendersi ad essa. E io con lui, da dietro le tende sul palco. Cosa altro ci resta in questo mondo sporco e bastardo? Abbiamo bisogno di miracoli, che si vada a cominciare.

"Ti lascio il camerino, De Gregori se ne va in albergo. E' tutto tuo, ci vediamo allo show time". Sound check finito, baci e abbracci pure, see you later. Ci penso io a fare buona guardia al camerino: piccolo, sporco, anche un po' puzzolente ma questo è il Pubs and Clubs Tour, va bene così, anche le parolacce e le bestemmie scritte sul muro, "Ligabue fa cagare" e "C'erano 1500 persone ma non eravamo noi". Stsaera 1500 persone ci saranno tutte, schiacciate sul palco là davanti: io, da dietro i tendoni, vedo le facce godenti e felici di quelli appoggiati al palco. La musica che arriva dal palcoscenico li investe come un'onda, uno tsunami rock, e torna indietro, la sente il cantautore, la sente la band, la sento io. Ho fatto buona guardia al tuo camerino amico, solo credo di aver finito le due bottiglie di vino rosso che c'erano.

Sono un gruppo di amici, sono la Rolling Trastevere Revue: c'è anche una Scarlet Rivera di Massa Carrara adesso in questa band straordinaria che non ha paragoni in Italia. E' tutto perfetto adesso. Anche una Buonanotte fiorellino che comincia con le inconfondibili note di Rainy Day Women, anzi è diventata Rainy Day Women. E "questa è una canzone di Bob Dylan, io l'ho tradotta e Bob Dylan l'ha usata per un suo film": non dirle che è così, sole giallo che va giù luna bianca che viene su. Anche questa sera, fuori del Fillmore, la luna grande e tonda sta salendo alta nel cielo. E Alice stasera è proprio come una donna: anche il giro di accordi che lega il ritornello alle strofe è quello, e così sia. Ogni cosa è perfetta, anche Rimmel che comincia con l'ukulele e diventa una cavalcata reggae. Fausto Leali? Perché no: A chi è Louisiana Blues coniugato al canto italiano. Tutto perfetto. Una band di amici che si lancia occhiate divertite e stupite, sorride a chi sta dietro nei camerini, fa cerchio intorno al loro comandante, un sessantenne che si diverte come un pazzo, su quel palco.

Come si fa a vivere senza musica? Forse si può vivere senza il mare, ma non senza la musica. No non si può. "Ci vediamo lungo la strada che ne siamo degni": agli ordini, compagno di viaggio. Cercola strada giù dal palcoscenico, cerco la strada verso casa e verso un'altra notte di musica.
Sunday, May 09, 2010
2 nights @ the Arcimboldi
Era dal febbraio 1993, quando, con dieci minuti di tube mi recavo dal mio albergo per sedermi al mio posto numerato dell'Hammersmith Theatre di Londra, che non facevo un'esperienza similare. Lo feci per tre sere di fila, allora. Oggi, invece della tube, sono salito in macchina, dieci minuti di strada e sono approdato per due sere (non consecutive) al teatro Arcimboldi. Allora era Bob Dylan, oggi Dalla & De Gregori. In entrambi un gran bel modo di vivere la musica e i concerti. Ed è interessante andare a vedere gli stessi artisti per più sere consecutive, in quelle che nel gergo musicale si chiamano "residenze", quando cioè piantano le tende per più spettacoli nella stessa città e nella stessa location. Puoi cogliere, in quelle che sono serate dall'ossatura praticamente identica, le diversità, le sfumature, i colori differenti, sia negli artisti che nel pubblico.
La sera del 5 maggio, prima ufficiale del Dalla & De Gregori Work in Progress 2010 Tour - dopo la serata clandestina e garage del gennaio scorso a Nonantola - i due erano freddini, a tratti insicuri, molto professionali. Il pubblico pure. Raramente si è scaldato. E il sound, specie nella prima parte, tenendo conto che eravamo alla seconda Scala di Milano, era missato decisamente male. Ottimo concerto, per carità: con due artisti del genere non poteva essere altrimenti, ma sembrava che le grandi emozioni e le passioni fossero rimaste a Nonantola. Ieri sera, invece, quarta serata di una residenza che arriverà a contarne sette, tutta altra musica. Dalla & De Gregori sciolti, divertiti e divertenti. Sound perfettissimo, degno degli Arcimboldi (tenendo conto che oltre ai due sul palco ci sono quindici musicisti compreso un quartetto d'archi). Cambiamenti di scaletta: invertito l'ordine di alcuni brani per rendere la prima parte più densa e tirata, che la prima sera era stata un po' moscia, e via Pezzi dal finale (peccato perché era una versione rock'n'roll da paura) per inserire nella prima parte la sempre bellissima La storia siamo noi.

I momenti più alti rimangono ovviamente la doppietta La valigia dell'attore e Caruso, probabilmente le due canzoni più belle della storia della musica italiana del Novecento, a parte quelle di Modugno ovviamente. Come sono state interpretate dai due (l'unico momento - oltre alla Donna cannone - di questi concerti in cui Dalla & De Gregori non si esibiscono insieme) è stato veramente travolgente. Una intensità da spaccare il cuore del più incallito bastardo. Ma non c'è momento nel concerto che non sia spettacolare: il modo in cui i due si alternano alle strofe delle rispettive canzoni, la consapevolezza di star rivistando pagine memorabili della musica d'autore di sempre, la commozione per riscoprirle insieme al pubblico, la band straordinaria. Eh, in Italia mancava un evento di tale portata. Splendida l'apertura del secondo tempo, con l'attore-vocalist che recita un pezzo de L'affondamento del Titanic di Hans Magnus Enzensberger (e poi parte una versione da urlo de I muscoli del capitano). E se L'anno che verrà, con quel finale tiratissimo e rock ti fa alzare dalle poltroncine, Rimmel in versione karaoke dopo che per decenni De Gregori è stato accusato di disprezzare il pubblico perché non permette loro di cantare insieme a lui, è stata un delirio totale. Chitarra dodici corde, testo che scorreva sul maxi schermo (come dire: e fateve sta cantata, li mortacci vostra), lui più dylaniano che mai con gli occhiali da sole... Arcimboldi letteralmente esploso in un diluvio assordante di applausi. De Gregori batte Dalla uno a zero.
Si scherza ovviamente, che in serate come queste l'unico vincitore è la musica. "E' bello cantare" dice a un certo punto uno stupito Lucio Dalla. Stupito che a quasi settant'anni sia ancora possibile scoprire la bellezza del canto e della canzone. Ma una canzone non basta, e non basta saper cantare, come dice il pezzo che conclude delle serate memorabili. "Però serve", aggiunge ridacchiando Lucio. E a noi servono le canzoni. Canzoni come queste.
Post scriptum: in entrambe le serate grande sfilata di vip(s). Si sono notati in sala: Giorgio Armani, Ornella Vanoni, Paola Turci, Enrico Ruggeri, Linus, la famiglia Bisio al completo. E il vostro good Doctor, ovviamente.
La sera del 5 maggio, prima ufficiale del Dalla & De Gregori Work in Progress 2010 Tour - dopo la serata clandestina e garage del gennaio scorso a Nonantola - i due erano freddini, a tratti insicuri, molto professionali. Il pubblico pure. Raramente si è scaldato. E il sound, specie nella prima parte, tenendo conto che eravamo alla seconda Scala di Milano, era missato decisamente male. Ottimo concerto, per carità: con due artisti del genere non poteva essere altrimenti, ma sembrava che le grandi emozioni e le passioni fossero rimaste a Nonantola. Ieri sera, invece, quarta serata di una residenza che arriverà a contarne sette, tutta altra musica. Dalla & De Gregori sciolti, divertiti e divertenti. Sound perfettissimo, degno degli Arcimboldi (tenendo conto che oltre ai due sul palco ci sono quindici musicisti compreso un quartetto d'archi). Cambiamenti di scaletta: invertito l'ordine di alcuni brani per rendere la prima parte più densa e tirata, che la prima sera era stata un po' moscia, e via Pezzi dal finale (peccato perché era una versione rock'n'roll da paura) per inserire nella prima parte la sempre bellissima La storia siamo noi.

I momenti più alti rimangono ovviamente la doppietta La valigia dell'attore e Caruso, probabilmente le due canzoni più belle della storia della musica italiana del Novecento, a parte quelle di Modugno ovviamente. Come sono state interpretate dai due (l'unico momento - oltre alla Donna cannone - di questi concerti in cui Dalla & De Gregori non si esibiscono insieme) è stato veramente travolgente. Una intensità da spaccare il cuore del più incallito bastardo. Ma non c'è momento nel concerto che non sia spettacolare: il modo in cui i due si alternano alle strofe delle rispettive canzoni, la consapevolezza di star rivistando pagine memorabili della musica d'autore di sempre, la commozione per riscoprirle insieme al pubblico, la band straordinaria. Eh, in Italia mancava un evento di tale portata. Splendida l'apertura del secondo tempo, con l'attore-vocalist che recita un pezzo de L'affondamento del Titanic di Hans Magnus Enzensberger (e poi parte una versione da urlo de I muscoli del capitano). E se L'anno che verrà, con quel finale tiratissimo e rock ti fa alzare dalle poltroncine, Rimmel in versione karaoke dopo che per decenni De Gregori è stato accusato di disprezzare il pubblico perché non permette loro di cantare insieme a lui, è stata un delirio totale. Chitarra dodici corde, testo che scorreva sul maxi schermo (come dire: e fateve sta cantata, li mortacci vostra), lui più dylaniano che mai con gli occhiali da sole... Arcimboldi letteralmente esploso in un diluvio assordante di applausi. De Gregori batte Dalla uno a zero.
Si scherza ovviamente, che in serate come queste l'unico vincitore è la musica. "E' bello cantare" dice a un certo punto uno stupito Lucio Dalla. Stupito che a quasi settant'anni sia ancora possibile scoprire la bellezza del canto e della canzone. Ma una canzone non basta, e non basta saper cantare, come dice il pezzo che conclude delle serate memorabili. "Però serve", aggiunge ridacchiando Lucio. E a noi servono le canzoni. Canzoni come queste.
Post scriptum: in entrambe le serate grande sfilata di vip(s). Si sono notati in sala: Giorgio Armani, Ornella Vanoni, Paola Turci, Enrico Ruggeri, Linus, la famiglia Bisio al completo. E il vostro good Doctor, ovviamente.
Sunday, May 18, 2008
L'angelo di Lione
Era il 1992 e un amico mi suggerì di comprare questo disco, Switchblades Of Love, di tale Steve Young. Il nome “mi suonava una campanella”: già, era l’autore di quella (bella) Seven Bridges Road, che appariva in apertura del disco live degli Eagles uscito nel 1980. Sul retro copertina, il nome del produttore, Steven Soles, uno degli eroi della Rolling Thunder Revue, fu abbastanza da convincermi all’acquisto. Non me ne pentii. Dall’iniziale Have A Laugh, voce dylaniana su base mariachi, fino a un brano che non avrei dimenticato mai più, scritto insieme al bravo Tom Russell. Si intitolava The Angel Of Lyon. Oltre alla struggente melodia, una storia da brivido, quella di un uomo che lascia tutto, vende ogni sua ricchezza, fa voto di povertà e parte per la città francese di Lione, sperando di ritrovare quella persona – o forse era una visione – vista su uno dei suoi ponti: “Ebbe una visione di Anna Maria con un rosario fra le mani… disse, parto per il Paradiso, a cercare l’angelo di Lione… e cantò l’Ave Maria, o almeno le parti che si ricordava… chiuse gli occhi e vide due fiumi, la Rhome e la Sonne... lo spirito maschile e femminile della città di Lione…”.L’8 dicembre a Lione si festeggia “la Festa della Luce”, in ringraziamento alla Vergine Maria che salvò la città da una epidemia nel medio evo. Durante questo evento la popolazione mette delle candele alle finestre e si organizzano imponenti manifestazioni di luce davanti ai monumenti, ad esempio intorno alla cattedrale di St. Jean.
Giugno 1993, e sono arrivato a Lione dopo un viaggio non stop da Milano, passando sotto al Monte Bianco. Scopro che la città è attraversata da due fiumi, Rhome e la Sonne, da tanti ponti che conducono nel centro medievale e affascinante della città. Sono qui per vedere Bob Dylan, naturalmente, che il concerto che ho visto a fine giugno (giorno del mio compleanno peraltro) è stato indimenticabile, di una bellezza esagerata. Ne voglio ancora. Di fatto, questo di luglio 1993 passerà alla storia come il primo concerto di Bob Dylan annullato in trent’anni di carriera. Che culo. Bob Dylan ha il mal di schiena, problema che diventerà drammatico nel 1995, quando in diverse serate si esibisce addirittura seduto sulla piattaforma del batterista senza chitarra. Tantè, io e la moglie facciamo i turisti. Lione è davvero magica. I ponti, le luci... Incontriamo anche John Jackson e Bucky Baxter della band di Dylan che si stanno comprando un cono gelato. Si fanno due chiacchiere. Più tardi, davanti a una chiesa, incrociamo anche il batterista extraordinaire Winston Watson, anche con lui qualche simpatica battuta.In seguito, volendo tornare in albergo, mi perderò una infinità di volte cercando di capire il ponte giusto da attraversare, perché la città vecchia è circondata dai due fiumi.
Girando in macchina, a volte mi sembra di vedere un vecchio barbone con una candela in mano alla ricerca di qualcuno. Di una visione forse. O di Anna Maria con il rosario fra le dita.
“Stanotte nella cattedrale mille candele stanno bruciando, le tiene accese suor Eva Maria, a mano a mano che si van consumando, e dentro ai vicoli come in sogno trascina il passo lo straccione, il vecchio scemo fuori di testa per il suo angelo di Lione
E cantò l’Ave Maria almeno i versi che ricordava mentre fissava sui vecchi muri la propria ombra che lo seguiva e attraversò quei due sacri fiumi, il Rodano e la Sonne e l’acqua scura come il MISTERO di quell’angelo di Lione”
Maggio 2008, è il mese di Maria. Nel nuovo disco di Francesco De Gregori che esce il 23 proprio di questo mese particolare, c’è una ripresa di Angel of Lyon. L’aveva tradotta il fratello, il bravo Luigi Grechi, anni fa in un suo cd. Mi ritornano in mente i ponti di Lione, quelle anime perse in giro per la città mentre si fa scuro, Bob Dylan da qualche parte, candele accese al ristorante e fuori di una chiesa. È una storia bellissima quella che il cantautore chissà come mai, ha deciso di far sua in questo nuovo lavoro. Era una persona vera, un angelo o una visione, quella che quell’uomo vide un giorno su un ponte e per cui rinunciò a tutto? Poco importa. È il mistero che De Gregori canta. È quella visione che cerchiamo tutti, ogni giorno, distrattamente o più coscientemente. E infatti De Gregori parla di "trascendenza del mistero dell'amore": "Una canzone diversa che mi ha affascinato per il suo testo impenetrabile. La definirei una canzone sull’impenetrabilità... la trascendenza dei misteri d’amore".
Nella versione originale, Steve Young dice “i due sacri fiumi… non rivelarono mai il segreto dell’angelo di Lione”.
Anche il volto di una donna, la sua bellezza, in fondo è un rimando al mistero. La trascendenza dei misteridell'amore.
A Lione, la città delle luci e dei ponti, si può perdere la propria vita e trovare in cambio il Mistero.
Friday, February 08, 2008
Compagni di viaggio

E allora “il mite” Francesco De Gregori ha anche un’anima punk. Lo scopriamo verso il finale del concerto, quando, tornato sul palco per eseguire La donna cannone, mentre già partono le prime note di pianoforte, uno spettatore dalle prime file si alza per scattare alcune foto all’artista. Le prime file al Teatro Smeraldo vogliono dire che se solo allunghi un braccio puoi toccare chi è là sopra: stupisce che non ci sia in giro neanche un membro della security. De Gregori con il braccio fa “no” allo spettatore che incurante continua a scattare; si volta, Francesco, alza le braccia al cielo sconsolato per poi vedere l’accanito fotografo ancora là davanti intento all’opera. È allora che il cantautore parte di scatto verso di lui, lo afferra per un braccio e lo spintona con una certa forza. Bella lì, Francesco, ci sei piaciuto e al diavolo l’immagine del poeta che sta sulle nuvole. Insomma, questo non è esattamente un concerto dei Tokio Hotel e ci rendiamo conto quanto possa rompere le palle (e la concentrazione di chi deve cantare una canzone) certo modo di fare. Tornato al microfono, De Gregori dice “Dovete scusarlo, dovete scusarmi” e attacca applauditissimo il brano in questione.
Trent’anni e poco più dopo essere stato assalito sul palco proprio nella stessa città (ricordate il tristemente famoso processo al Palalido?) De Gregori è pronto a difendersi, ma soprattutto a fare grandissima musica. Con una band formidabile che ha superato alcune incertezze del passato, presenta un primo tempo dai toni delicati, con pedal steel, violino, mandolino, belle chitarre dai sapori jazz e bluesy a colorare le sue interpretazioni. Ma chi l’ha detto che De Gregori stravolge le sue canzoni dal vivo? Forse una volta. Oggi ha acquisito una tale maturità espressiva che non c’è più bisogno di trucchetti “dylaniani”: le interpretazioni sono fedelissime, quello che cambia – in modo magistrale – è la tessitura di fondo, il background che sfodera la sua band, raffinatissimo ensemble che pesca, questo sì, nella tavolozza dei mille colori dylaniani, specialmente quello di un disco come Blood On The Tracks.
In Raggio di sole, ad esempio, le chitarre ricamano l’arrangiamento che fu di You’re A Big Girl Now; Compagni di viaggio, come anche nel testo, è una splendida rilettura di Simple Twist Of Fate mentre Rimmel si conclude con una coda elettrica che è ovviamente Like A Rolling Stone. Da brivido, poi, l’esecuzione da solo, seduto al pianoforte, della bellissima Sempre per sempre, mentre altrettanto da brivido è la poetica La valigia dell’attore, con il testo continuamente sottolineato da scroscianti applausi.
Il secondo tempo è più ruvido e più rock, aperto da una incalzante Pezzi (in cui parole sputate con apparente nonchalance come “pezzi di opposizione, pezzi di parlamento” in questi giorni di politica impazzita suonano quanto mai attuali), proseguito con il rock-blues apocalittico di Numeri da scaricare, intramezzato da una pimpante Ilbandito e il campione in cui a un certo punto De Gregori e band inseriscono Ghosts Riders In The Sky di Johnny Cash e “portato a casa” in gloria con l’assalto blues di Buonanotte fiorellino, in cui De Gregori improvvisa lunghe parti all’armonica co grande divertimento suo e di chi ascolta.

Ci incontriamo per un breve saluto, prima del concerto, nel camerino, quel “camerino già vecchio tra un lavandino e un secchio, tra un manifesto e lo specchio”. È in grandissima forma, come sempre semplice, affabile, con lo sguardo di chi è capitato lì per caso, e allo stesso tempo pronto alla sfida (“Be’, siamo a Milano, no? Bisognerà fare un grande concerto per questo pubblico allora”), parliamo del nostro comune “amico” (“Accidenti, ho visto che Dylan va a suonare in Messico, avrei proprio voluto andarci, ma devo lavorare”) e ancora una volta i nostri gusti viaggiano sulla stessa onda (“Il film di Todd Haynes…. Non mi è piaciuto per niente!”). È andato a vedere la mostra dei dipinti di Bob che è stata recentemente inaugurata in Germania, beato lui. Ma è quasi ora di andare “a vedere lo strano effetto che fa la mia faccia nei vostri occhi e quanta gente ci sta…”. E così va avanti il suo never ending tour… Goodbye, good luck, is been good to know you… Ma attento ai fotografi improvvisati…
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