Adesso che tutti quelli che ti davano dei consigli vomitano la loro plastica ai miei piedi per convincermi del mio dolore e che le mie conclusioni dovrebbero essere più drastiche. Non chiedetemi più di presentare i vostri libri quando nessun editore vuole pubblicare i miei. Non chiedetemi di ascoltare i vostri dischi. Non chiedetemi di scrivere recensioni dei vostri libri e delle vostre canzoni con la scusa che vi interessa la mia opinione, se così fosse me la chiedereste in privato. Ho fatto scarpe per tutti, ho creato anche dei mostri, siete stati più furbi di me, mentre io vado ancora in giro scalzo. Non mandatemi post su facebook, a meno che me li mandiate dal vicolo della desolazione.
Io voglio tornare a casa da mia mamma, mangiare la pastasciutta che ha cucinato per me e camminare per ore intorno al tavolo basso rotondo della sala mentre sta suonando Workingman's Dead dei Grateful Dead. Voglio ascoltare Alabama Rain di Jim Croce mentre lei suona il campanello e sale a trovarmi. Per rinunciare alla mia giovinezza ho fatta tanta fatica, anche per arrivare di fronte al mare. Queen Jan, approssimativamente, vieni a trovarmi. Sono incoerente, anche come panettiere.
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Friday, September 11, 2015
Wednesday, December 31, 2014
La fine di un anno
E sapere di non esser mai stato un gran signore, e sapere e sapere di non averti mai dato neanche un fiore, e vedere, e vedere nella stanza pieno di gente, e sapere, e sapere che è venuto il momento, e vederti, e vederti piangere, piangere senza neanche il fazzoletto, e sapere, e sapere di non averti mai voluto bene, e volere, e non voler credere che adesso tocca a te, sì ma, sì ma sentire, capire, capire che ti tocca di morire. E vedere, e vedere, e vedere andar via piano piano la luce, e sapere, e sapere che non c'è dietro proprio niente, e sentire, e sentire il prete continuare a pregare, pregare per me, e sapere piuttosto, e sapere di averti fatto tanto soffrire. E vedere, e vedere, e vederti andar via le mani nelle mani, e vedere, vedere, vedere andar via la luce piano, piano piano, e non potere, no, non potere più tornare indietro, e sapere, e capire che lo scherzo non è uno scherzo...e sapere, sapere di non aver mai avuto niente da dire, niente, e sapere, e sapere di non essere mai stato capace di ridere...di ridere *
* Enzo Jannacci
Friday, October 03, 2014
Gli angeli sopra Berlino
Che cosa hai? Mancanza. Dialogo breve, essenziale, ma che dice tutto quello che c’è da dire. Wim Wenders è uno dei grandi geni dell’epoca moderna. Ieri era la festa degli angeli custodi, una festa di cui si sono accorti in pochi. Il suo “Il cielo sopra Berlino” è il film per antonomasia dedicato agli angeli custodi. Angeli che vivono una mancanza talmente insopportabile da voler diventare uomini. Wenders ha ribaltato le carte sul tavolo per qualche motivo che sa solo lui: siamo noi essere umani infatti che viviamo una mancanza talmente lacerante che ci fa desiderare in modo inesprimibile ma non per questo meno doloroso qualcosa di intangibile, di ineffabile, di così grande che sia capace di comprendere tutto quello che portiamo nel cuore. I nostri desideri, anzi il nostro desiderio: di felicità, di bellezza, di amore senza date di scadenza, ma eterno. Tutto quello che nella vita ci appare sfuggente come acqua di mare tra le dita di una mano.
Nel film di Wim Wenders invece gli angeli desiderano così tanto la nostra carnalità, la nostra umanità, il nostro essere fallaci e minuscoli che se ne innamorano al punto di voler diventare uomini e donne. Perché? Perché è in questa mancanza che emerge la bellezzadolorosa dell’umana esistenza. Gli angeli di Wim Wenders vogliono essere così.
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Nel film di Wim Wenders invece gli angeli desiderano così tanto la nostra carnalità, la nostra umanità, il nostro essere fallaci e minuscoli che se ne innamorano al punto di voler diventare uomini e donne. Perché? Perché è in questa mancanza che emerge la bellezzadolorosa dell’umana esistenza. Gli angeli di Wim Wenders vogliono essere così.
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Saturday, March 30, 2013
El purtava i scarp de tennis
C’è una canzone d Enzo Jannacci, tra le moltissime che ha scritto anche in dialetto milanese, forse dimenticata dai più, che si intitola “Ti te sé no”. Chi l’ha ascoltata non l’ha certamente dimenticata. In pochi versi dolcissimi la descrizione della povertà di una famiglia, quando la povertà non diventa una scusa per rivendicare solo dei diritti, ma è espressione di tutta la dignità di essere uomini comunque: “Tu non lo sai, ma quando ti accarezzo, la tua bella faccetta, così pulita, mi pare, mi pare di essere un signore, un signore che ha la radio nuova e nell'armadio la torta per i figli, che vengono a casa da scuola, e ti tocca viziarli; per te un'altra vestina, a te ti compero le scarpe”.
Ma c’è qualcosa d’altro che fuoriesce da questa canzone: una tenerezza immensa. Fra i tanti doni e le cose che Jannacci sapeva esprimere, c’era infatti un grandissimo senso della tenerezza, intesa come serena accettazione delle cose della vita, e anche di gratitudine per la vita stessa. Jannacci era un uomo sereno e grato alla vita.
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Ma c’è qualcosa d’altro che fuoriesce da questa canzone: una tenerezza immensa. Fra i tanti doni e le cose che Jannacci sapeva esprimere, c’era infatti un grandissimo senso della tenerezza, intesa come serena accettazione delle cose della vita, e anche di gratitudine per la vita stessa. Jannacci era un uomo sereno e grato alla vita.
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Thursday, November 03, 2011
Disoccupati (e) credenti
Debutta oggi a Roma al teatro Manhattan lo spettacolo "Disoccupati credenti", che vi resterà in scena fino al 6 novembre (nei giorni 3-4-5 novembre alle ore 21, e il 6 alle ore 18). Si tratta di una piece scritta da Enzo Jannacci - che ha curato anche la regia - insieme all'attore e musicista Osvaldo Ardenghi, che da tempo collabora con Jannacci. Nata su idea di Ardenghi nel 1994 con la collaborazione di Jannacci, è stata adesso aggiornata dai due con diversi riferimenti al contesto attuale e dopo essere stata presentata in passato in diverse scuole, arriva per la prima volta nella Capitale. Si tratta di un testo comico sul coraggio di essere se stessi, senza scorciatoie, che prende in giro la maleducazione, il modo di evadere dal quotidiano tra alcol, pasticche e guida pericolosa e dove entra in scena anche il Nazareno.

Jannacci, nel corso di questa conversazione esclusiva con IlSussidiario.net, ci ha spiegato il senso e i retroscena dello spettacolo: per tutti gli appassionati dello straordinario autore di canzoni, interprete, attore e scrittore milanese una bella notizia, la possibilità cioè che questo spettacolo approdi anche nei teatri. In tempi poveri di grandi emozioni come quelli che stiamo vivendo, c'è bisogno di ritrovare un autore come lui. C'è bisogno infatti, come diceva lo stesso Jannacci parlando delle canzoni, di turbamento: "La canzone deve lasciar turbati", disse una volta. E così un'opera teatrale. Qualunque cosa. Perché siamo fin troppo assuefatti alla banalità, al grande nulla o, peggio, alla paura. C'è bisogno di qualcosa che smuova il cuore. "Io sono un tipo pericoloso", ci dirà nel corso di questa intervista. Perfetto, abbiamo bisogno di gente pericolosa.
CLICCA SU QUESTO LINK PER LEGGERE L'INTERVISTA A ENZO JANNACCI
Jannacci, nel corso di questa conversazione esclusiva con IlSussidiario.net, ci ha spiegato il senso e i retroscena dello spettacolo: per tutti gli appassionati dello straordinario autore di canzoni, interprete, attore e scrittore milanese una bella notizia, la possibilità cioè che questo spettacolo approdi anche nei teatri. In tempi poveri di grandi emozioni come quelli che stiamo vivendo, c'è bisogno di ritrovare un autore come lui. C'è bisogno infatti, come diceva lo stesso Jannacci parlando delle canzoni, di turbamento: "La canzone deve lasciar turbati", disse una volta. E così un'opera teatrale. Qualunque cosa. Perché siamo fin troppo assuefatti alla banalità, al grande nulla o, peggio, alla paura. C'è bisogno di qualcosa che smuova il cuore. "Io sono un tipo pericoloso", ci dirà nel corso di questa intervista. Perfetto, abbiamo bisogno di gente pericolosa.
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Friday, December 17, 2010
Patate sauté. E bistecca con la polenta
Tu non lo sai, ma quando ti accarezzo, la tua bella faccetta, cosi pulita, mi pare, mi pare di essere un signore, un signore che ha la radio nuova e nell'armadio la torta per i figli, che vengono a casa da scuola, e ti tocca viziarli; per te un'altra vestina, a te ti compero le scarpe
(Ti te sé no, Enzo Janancci)
L’uomo è laggiù, in fondo al corridoio. Quando arriva, si va sempre a chiudere lì dentro. Poi magari esce fuori e se incrocia qualcuno lo saluta, gli stringe l amano. Perché è timido e riservato. Anche se ha passato quasi tutta la vita sui palcoscenici davanti a migliaia di persone.
“Sono sempre stato timido, ancora adesso faccio fatica a chiedere informazioni alla signorina del supermercato. Quello che la gente si ricorda di me sono le entrate a passettini, che non erano una trovata artistica, ma venivano dal fatto che avevo paura di disturbare”.
L’uomo è laggiù in fondo al corridoio e mi dicono che è seduto laggiù. Anche questa volta è arrivato, riservato e misterioso come le altre volte, poi sparisce allo stesso modo con cui è arrivato. Mi dicono, vai a salutarlo dai. No non ci vado. Massì vai a salutarlo, gli fa piacere. No che non ci vado.
“C’è una carica vitale che la supera da tutte le parti, da dove arriva questa carica? Da chi ho davanti, da chi incontro, da quello che guardo, da dove penso arrivi la musica”.
Ok ci vado. Attraverso il corridoio. Se è piccola sta stanzetta. L’uomo è seduto lì, incassato in un angolino di una stanzetta che è già un angolino. Si stringe forte l’impermeabile. Fuori, su Milano, la sua Milano, sta nevicando. So che è anziano, per così dire, ha 75 anni. Ma ha una bella pelle liscia, un sorriso che spacca, gli eleganti capelli bianchissimi. La stretta di mano forte ma educata. Il sorriso. Il carisma. Che allarga e di tanto la minuscola stanzetta.
“La normalità come la penso io è essere te stesso, sapendo che ci vuole una misura anche nella tua cattiveria. Essere buoni non può voler dire non essere cattivi, ma essere disponibili ai desideri, ai bisogni. La normalità è poter dire di essere a casa”.
Parliamo un po’, come si dice del più e del meno, di amici musicisti in comune. Ha una gran voglia di parlare, di raccontare. Si vede che gli piacciono le storie. Si schernisce per la bellissima intervista che ci ha concesso, come si schernisce la bravissima amica che glie l’ha fatta. Ma insomma chi l’ha fatta questa intervista, mica si sarà fatta da sola.
“Questo Armando a un certo punto dice: non ci sono più maestri, ma solo esperti di settore”.
Potrei rimanere nella stanzetta per ore, ma in qualche modo sento che l’uomo guarda già lontano, è come se fosse attraversato. Appartiene già a un altro tempo, un tempo immemorabile.
"Io amo talmente la musica e la bellezza, le amo talmente perché sento che se tu ne prendi dei pezzi, dei piccoli svolazzi, come quei foulard che nelle serate di moda si vedono svolazzare… Solo che la musica è un continuo svolazzare di foulard, va avanti da sola e uno deve essere lì pronto ad ascoltare, perché poi lei va via. Però può essere che qualche volta si ferma e anche lei ascolta, perché c’è anche la musica che ascolta. La vita per me è concepita da uno che ti mette lì - e io so chi è - … ti ha messo lì e c’è tutta una serie di avvenimenti, di affreschi, di patate sauté, di bistecca con la polenta, di uova sode… tutte cose che, tra l’altro, piacciono a me, magari agli altri no, ma a me piacciono molto".
Dopo, quando lui è già andato via, oppure è ancora là nella stanzetta che si vedeva che era felice di essere in quella stanzetta, tra amici presenti e altri che dovevano ancora arrivar, io esco. Per le strade della sua Milano nevica. Sto imparando a guardare. Perché nella vita è la cosa più bella, guardare ogni cosa. La neve. Le biciclette e i tram. Stupirsi. Guardare a persone che ti sanno essere dei maestri. Che altro c'è. Be' le patate sauté e una bistecca con polenta. Perché la vita accade. Ora.
A questo link l'intervista completa a Enzo Jannacci
(Ti te sé no, Enzo Janancci)
L’uomo è laggiù, in fondo al corridoio. Quando arriva, si va sempre a chiudere lì dentro. Poi magari esce fuori e se incrocia qualcuno lo saluta, gli stringe l amano. Perché è timido e riservato. Anche se ha passato quasi tutta la vita sui palcoscenici davanti a migliaia di persone.
“Sono sempre stato timido, ancora adesso faccio fatica a chiedere informazioni alla signorina del supermercato. Quello che la gente si ricorda di me sono le entrate a passettini, che non erano una trovata artistica, ma venivano dal fatto che avevo paura di disturbare”.
L’uomo è laggiù in fondo al corridoio e mi dicono che è seduto laggiù. Anche questa volta è arrivato, riservato e misterioso come le altre volte, poi sparisce allo stesso modo con cui è arrivato. Mi dicono, vai a salutarlo dai. No non ci vado. Massì vai a salutarlo, gli fa piacere. No che non ci vado.
“C’è una carica vitale che la supera da tutte le parti, da dove arriva questa carica? Da chi ho davanti, da chi incontro, da quello che guardo, da dove penso arrivi la musica”.
Ok ci vado. Attraverso il corridoio. Se è piccola sta stanzetta. L’uomo è seduto lì, incassato in un angolino di una stanzetta che è già un angolino. Si stringe forte l’impermeabile. Fuori, su Milano, la sua Milano, sta nevicando. So che è anziano, per così dire, ha 75 anni. Ma ha una bella pelle liscia, un sorriso che spacca, gli eleganti capelli bianchissimi. La stretta di mano forte ma educata. Il sorriso. Il carisma. Che allarga e di tanto la minuscola stanzetta.
“La normalità come la penso io è essere te stesso, sapendo che ci vuole una misura anche nella tua cattiveria. Essere buoni non può voler dire non essere cattivi, ma essere disponibili ai desideri, ai bisogni. La normalità è poter dire di essere a casa”.
Parliamo un po’, come si dice del più e del meno, di amici musicisti in comune. Ha una gran voglia di parlare, di raccontare. Si vede che gli piacciono le storie. Si schernisce per la bellissima intervista che ci ha concesso, come si schernisce la bravissima amica che glie l’ha fatta. Ma insomma chi l’ha fatta questa intervista, mica si sarà fatta da sola.
“Questo Armando a un certo punto dice: non ci sono più maestri, ma solo esperti di settore”.
Potrei rimanere nella stanzetta per ore, ma in qualche modo sento che l’uomo guarda già lontano, è come se fosse attraversato. Appartiene già a un altro tempo, un tempo immemorabile.
"Io amo talmente la musica e la bellezza, le amo talmente perché sento che se tu ne prendi dei pezzi, dei piccoli svolazzi, come quei foulard che nelle serate di moda si vedono svolazzare… Solo che la musica è un continuo svolazzare di foulard, va avanti da sola e uno deve essere lì pronto ad ascoltare, perché poi lei va via. Però può essere che qualche volta si ferma e anche lei ascolta, perché c’è anche la musica che ascolta. La vita per me è concepita da uno che ti mette lì - e io so chi è - … ti ha messo lì e c’è tutta una serie di avvenimenti, di affreschi, di patate sauté, di bistecca con la polenta, di uova sode… tutte cose che, tra l’altro, piacciono a me, magari agli altri no, ma a me piacciono molto".
Dopo, quando lui è già andato via, oppure è ancora là nella stanzetta che si vedeva che era felice di essere in quella stanzetta, tra amici presenti e altri che dovevano ancora arrivar, io esco. Per le strade della sua Milano nevica. Sto imparando a guardare. Perché nella vita è la cosa più bella, guardare ogni cosa. La neve. Le biciclette e i tram. Stupirsi. Guardare a persone che ti sanno essere dei maestri. Che altro c'è. Be' le patate sauté e una bistecca con polenta. Perché la vita accade. Ora.
A questo link l'intervista completa a Enzo Jannacci
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