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Tuesday, January 31, 2012

Dio, sesso e letteratura

«C'è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che passa la luce». Avesse scritto anche solo questo verso nella sua ultraquarantennale carriera, Leonard Cohen si sarebbe meritato un posto eterno tra le grandi voci della letteratura di ogni tempo. Nella crepa, nella ferita del cuore e nel cuore, nell’accorgersi della ferita e nell'accettazione di essa, sta infatti un livello di consapevolezza che trova paragoni nelle pagine di un Dostoyevsky o di un Thomas Eliot.

Ma Leonard Cohen è anche un cantautore legato all'epopea della musica rock: così facendo, la eleva automaticamente nel contesto della grande letteratura. Qualcuno l'ha definito un "santo secolare". Prima poeta e romanziere, poi cantautore, il canadese Leonard Cohen è l'ebreo errante, il profeta biblico che guarda da sopra la voragine il mondo che va in frantumi proprio perché ha preteso chiudere quella ferita del cuore ostruendola con la vacua presunzione di farcela da solo, anestetizzandone il sangue. Nessun dolore, nessun problema.


Pochi come Cohen hanno saputo descrivere con tanta lucidità, con tanto commovente realismo tutto quello che è il cuore dell'uomo, in ogni epoca e in ogni latitudine: la lotta continua tra carne e spirito, tra desiderio e peccato, tra immanenza e trascendenza. "Tutto quello che metto in una canzone" ha detto recentemente "è la mia esperienza". Qualcun altro ha aggiunto brillantemente che l'opera di Cohen è quel punto dove Dio, il sesso e la letteratura si incontrano, cioè l’umanità stessa dell’uomo.

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