Showing posts with label Radio rock. Show all posts
Showing posts with label Radio rock. Show all posts

Tuesday, January 14, 2014

Cosmic Charlie

ST. CHARLES – Jefferson Starship, album: “Spitfire”; anno di pubblicazione: 1976 - Ci sono dischi e gruppi rock finiti nel dimenticatoio o peggio bollati come spazzatura per superficiale conoscenza del gruppo stesso. Chi scrive anni fa andò a vedere un concerto di uno di questi gruppi: ricordo le facce schifate delle persone a cui lo dicevo. Quella sera sul palco c'erano Paul Kantner, Marty Balin e Jack Casady (tre membri fondatori dei Jefferson Airplane, uno dei più grandi gruppi degli anni 60), oltre a ottimi musicisti di supporto. Non c'era Grace Slick che con molto più onore di tanti suoi coetanei si era ritirata dalle scene a poco più di cinquant'anni di età. Non erano gli Airplane, ma la loro incarnazione successiva, cioè i Jefferson Starship. Il concerto fu ottimo e dignitoso, ma non è questo il punto: se è vero che a partire dalla fine dei 70 e negli 80 i Jefferson Starship fecero dischi spazzatura perdendo anche metà del nome e diventando solo Starship, nella prima metà dei 70 fecero quattro, magari tre e mezzo, dischi di grandissimo livello che la memoria storica del rock ha invece eliminato dalle cronache.


Se pensiamo che quel periodo storico diede vita a band ben più grossolane ma ancora oggi all'onore delle cronache i Jefferson Starship meriterebbero senz'altro più rispetto. Soprattutto, coniarono un modulo espressivo del rock che poi avrebbe fatto la fortuna di tante band davvero grossolane, quelle del cosiddetto rock da arena, mainstream rock di bocca buona.



CLICCA SU QUESTO LINK PER CONTINUARE A LEGGERE L'ARTICOLO

Friday, December 14, 2012

Merry Christmas you scumbag!

FAIRYTALE OF NEW YORK – The Pogues, album: “If I Should Fall from Grace with God”; anno di pubblicazione: 1987 - C'è chi l'ha definita la più bella canzone di Natale di tutti i tempi. Potrebbe essere vero, dipende da cosa si intende per Natale, ma anche cosa si intende della vita intera. Se la vita è una lotta, una battaglia quotidiana per rimanere a galla davanti alla nostra e altrui meschinità e se il Natale è quel momento in cui appare possibile che un bene trionfi sul male di vivere, allora questa canzone è senz'altro la più bella canzone di Natale mai scritta. Tra l'altro il brano, ripubblicato proprio in questo ultimo scorcio dell'anno in occasione del 25esimo anniversario dall'uscita originaria, sta salendo le classifiche in molti paesi, segno di quanto sia ancora oggi apprezzato dagli ascoltatori.



Fairytale of New York infatti è sì una bella favola, come suggerisce il titolo, ma è anche quanto di più realistico si possa ascoltare in una canzone. Realismo e spavalderia tutte irlandesi ovviamente, seppur di irlandesi che vivono a New York come tantissimi di loro. E' in questo brano che il genio trasgressivo di Shane McGowan raggiunge il vertice di quanto scritto per il suo gruppo di sempre, i Pogues, o anche nei pochi suoi dischi solisti. Shane McGowan, un maledetto del rock, dimostra tutto il suo grande cuore in questa canzone. Qualche anno fa, dopo aver rivisto i Pogues in concerto dopo quasi vent'anni dalla prima volta, parlai con l'amico John Waters (che in un'altra conversazione mi aveva detto di considerare McGowan "un genio") di quali condizioni miserabili fosse ridotto il cantante. Per tutto il concerto infatti, alla fine di ogni brano, doveva sparire per alcuni minuti dal palco: il motivo non si sa, ma l'ipotesi poteva essere una sola, cercare di recuperare con qualche sostanza medica, o non, le forze, visto che sul palco sembrava un derelitto alcolizzato con poco tempo rimastogli da vivere.

CLICCA SU QUESTO LINK PER CONTINUARE A LEGGERE L'ARTICOLO

Saturday, November 10, 2012

Hey, Mr. D.J., won't you hear my last prayer, hey, ho, rock and roll, deliver me from nowhere

A partire da domani domenica 11 novembre sarò ospite di quattro puntate del programma radio "Juke Box 900" alla Radio Svizzera Italiana. Ecco le date: domenica 11 novembre; domenica 18 novembre; domenica 25 novembre; domenica 2 dicembre.

La prima puntata di domenica 11 è dedicata a uno specialone su Beth Orton ("Folktronica: il ritono della regina della canzone femminile"); la seconda puntata di domenica 18 sarà dedicata ai Wilco: "Kicking the Television: today best american band". La terza si intitola "Notes from the underground: dai Mumford and Sons a Tallest Man on Earth"; la quarta... surprise night...

Tutte le puntata in onda in diretta la domenica dalle 20 alle 21 a questo link cliccando poi su "ascolta la radio":

http://retedue.rsi.ch/home/networks/retedue.html

Hope we'll have fun... I love radio rock...

Friday, September 14, 2012

Songs of love and hate


La canzone d'amore per forza di cose è univoca. C'è uno - o una, dipende dal sesso del cantante - che si rivolge a una lei o a un lui. L'altro nella maggior parte dei casi non ha voce in capitolo. Deve subire tutto quello che l'amante o ex amante ha da dire senza possibilità di repliche. Fino a quando la canzone è una tenera dedica d'amore, va anche bene: meno, quando il lui o la lei scarica invettive come se piovesse. Meglio allora definirle, come fece Leonard Cohen, canzoni di odio piuttosto che d'amore. Ma il medium è fatto così, ed è anche giusto che sia così. Bob Dylan in questo come in tutto il resto è stato maestro. Quando ha dovuto vomitare la sua rabbia non si è mai tirato indietro, massacrando la sua povera lei di turno: Sei un'idiota bambina, è una meraviglia che tu sappia ancora respirare, cantava in Idiot Wind tanto per capirci. Nel nuovo straordinario disco, "Tempest", c'è però una canzone d'amore che non è proprio di odio e neanche d'amore. E' bizzarra, è quasi un dialogo, il testo salta subito su come qualcosa di diverso dall'usuale sul tema. E' la bellissima Long and Wasted Years, una delle massime performance vocali del nostro di sempre.


Perché diversa? A un primo ascolto è il solito tema di un lui che si lamenta di lei, una storia agli sgoccioli. Sì, è così, ma la differenza che i due stanno ancora insieme. Lo si capisce quando lui dice di sentirla parlare nel sonno. Due che si sono separati ovviamente non dormono più insieme. Invece qui abbiano una coppia dove l'amore è finito, che sta insieme per qualche ragione, come fanno tante coppie, specie quelle che hanno avuto una lunga relazione, fatta appunto di "long and wasted years", lunghi anni sprecati.


CLICCA SU QUESTO LINK PER CONTINUARE A LEGGERE L'ARTICOLO

Monday, August 27, 2012

Elvis has left the building

LONG BLACK LIMOUSINE – Elvis Presley, album: “From Elvis in Memphis”; anno di pubblicazione: 1969 - Poco meno di un paio di settimane fa, il 16 agosto, si sono ricordati i 35 anni della morte di Elvis Presley. Era il 16 agosto 1977 infatti quando il Re del rockn’roll moriva, in un modo che non era certamente degno di un re, colpito da un infarto mentre sedeva sul gabinetto della sua residenza di Graceland, a Memphis. Aveva 42 anni e a chi negli ultimi tempi aveva criticato il suo aspetto, quasi obeso, gonfio di pillole anti depressive e di pillole eccitanti, nonché per una dieta che anticipava quella di MacDonald’s, rispondeva, non da re, ma da uno consapevole di tutta la sua fragilità: “E come dovrebbe essere un uomo di quarant’anni?”.


Altro che star di Hollywood rifatte al bisturi. Non si era vergognato di andare in scena in quello stato, fino a pochi gironi prima di morire, che forse era stato anche un modo inconscio di lanciare un grido di aiuto, un aiuto che non era poi arrivato. Chi scrive, ricorda perfettamente quel pomeriggio del 15 agosto 1977, quando la radio diede la notizia con l’enfasi della morte di un re.
Ricorda sua madre, che lasciava andare qualche lacrima discreta, e ricorda il commento del padre: “Ecco la fine che fanno tutti quei drogati”. Ma Elvis non era un drogato, almeno non più dei tanti che vanno a lavorare in ufficio o in banca con la loro dose quotidiana di prozac, per sopportare una vita che altrimenti non saprebbero sopportare.

CLICCA SU QUESTO LINK PER CONTINUARE A LEGGERE L'ARTICOLO

Wednesday, August 01, 2012

Come battere la spending review a colpi di rock'n'roll

MOAHMMED'S RADIO – Warren Zevon, album: “Warren Zevon”; anno di pubblicazione: 1976 - -"Everybody's desperate trying to make ends meets, work all day, still can't pay the price of gasoline and meat" ("Cercano tutti disperatamente di arrivare alla fine del mese, lavorano tutto il giorno eppure non riescono a pagare il prezzo della benzina e della carne"). Una canzone anti spread, anti crisi economica, anti spending review? Non esattamente, perché il brano in questione, Mohammed's Radio, venne pubblicato su di un disco della metà degli anni Settanta. Esattamente, il 1976. Il disco si intitolava con il nome e cognome dell'autore, il compianto Warren Zevon, uno dei massimi compositori dell'intera lunga avventura della musica rock, scomparso nel 2003 per una rara forma di tumore.



Il fatto che parte delle liriche di questa canzone suonino così terribilmente attuali, dimostra quando una canzone è opera di genialità pura. Sono infatti le canzoni (così come qualunque altra opera d'arte) che superano i limiti e le costrizioni del tempo, quelle capaci di avere significato a prescindere del contesto per cui sono state scritte, a potersi fregiare del titolo di opera d'arte. Sarà per questo che ogni singola canzone di Bob Dylan, scritta in circostanze particolari come la crisi dei missili a Cuba, è ancora oggi attuale e significativa.

CLICCA SU QUESTO LINK PER CONTINUARE A LEGGERE L'ARTICOLO

Sunday, May 20, 2012

Radio Rock/ Le strade grigie di Dave Matthews

Quando si presentarono al pubblico italiano — era all'incirca la metà degli anni Novanta — furono costretti a usare un bizzarro escamotage, almeno per far colpo sui giornalisti (che si sa, se li foraggi bene una recensione positiva non la negano mai). Insieme al loro disco ci venne infatti consegnata una confezione di tipici biscotti al cioccolato americano nonché una salsa anch'essa tipicamente americana per inzupparceli dentro. Sembrava un po' una cosa tipo offerta del supermercato: prendi due, paghi uno. Ma quello che contava era ovviamente la musica, e quella della Dave Matthews Band era musica di serie A.



La Dave Matthews Band in qualche modo, biscotti a parte, sottolineava la sua americanità, e forse per questo in Italia non è mai esplosa a livello di successo come tante altre band di quel periodo storico, basti pensare ai Pearl Jam.
Di fatto, la DMB ha inventato uno stile così originale e unico, proprio fondendo le mille facce della musica americana, che in nel nostro Paese è sempre rimasta indigesta. Il loro sound che butta dentro folk, jazz, rock, progressive, fusion, cantautorato, New Orleans, R&B è America al cento per cento, dispiegata in un cocktail sonico che fa dell'improvvisazione la marcia in più.

CLICCA SU QUESTO LINK PER CONTINUARE A LEGGERE L'ARTICOLO

Friday, May 04, 2012

Radio Rock/ 5

PERFECT DAY – Lou Reed, album: “Transformer”; anno di pubblicazione: 1972 -Just a perfect day, you made me forget myself. I thought I was someone else, someone good” (“Una giornata perfetta, mi hai fatto dimenticare di me stesso. Ho creduto di essere qualcun altro, qualcuno che è buono”). Chi non vorrebbe essere buono, almeno per un giorno? Forse nessuno in realtà, convinti che siamo già tutti buoni. Abbiamo ragione, sappiamo che fare, sappiamo come agire e distinguere il male dal bene. Almeno fino a quando la vita non chiede il conto e ci sbatte in faccia la realtà: che no, non è vero che siamo buoni, magari un po’, ma non lo siamo veramente. 




Poi ci sono quelli che hanno rinunciato completamente a porsi la domanda. Ma poi: chi non vorrebbe passare una giornata perfetta, dove ogni cosa ha senso e ci dà quella pienezza che in tutti gli altri giorni non riusciamo mai a toccare con mano? In Perfect Day, uno dei brani più celebri della lunga carriera di Lou Reed, la domanda si pone perché Lou Reed sa bene di non essere buono.
Un tempo si diceva “peccatore”, ma oggi questa parola ha perso il vero significato di una condizione esistenziale che è comune all’uomo per la sua stessa natura fatta di fragilità estrema e incapacità a fare il bene. A meno di essere così presuntuosi da pretendere di esserne capaci. 


CONTINUA A LEGGERE L'ARTICOLO CLICCANDO SU QUESTO LINK

Monday, March 05, 2012

Radio Rock/ 4

CASEY'S LAST RIDE – KRIS KRISTOFFERSON - Un film, un romanzo, un quadro. Una malinconia impossibile da sostenere. Ecco cosa è Casey’s Last Ride. Il primo disco di Kris Kristofferson, pubblicato nel 1970, ex pilota di elicotteri dell’esercito americano, ex uomo delle pulizie degli studi Columbia di Nashville nei giorni in cui Bob Dylan vi incideva Blonde on Blonde, ex alcolista, ma tutt’oggi poeta dell’amore, è il classico disco perfetto. Dove ogni canzone è un capitolo di straordinaria bellezza: tanto per intendersi, contiene la celeberrima Me and Bobby McGee. E Casey’s Last Ride è la canzone perfetta in un disco perfetto come accade raramente, oggi giorno ancora di più che un tempo.


Due strofe, due ritornelli (nel secondo dei quali ci si concede il lusso di cambiare qualche verso, a dilatarne l’espressività in una ipotesi di infinitezza apparente, perché la storia è invece tutta qua, non ha vie di fuga), un'intensità con pochi, pochissimi paragoni. “Casey si unisce al suono ingannevole della gente silenziosa”, per le strade dove l’umanità si perde e disperde ogni giorno che Dio manda in terra e chissà quante storie dolorose ognuno si porta appresso. Come diceva Giorgio Gaber, bisognerebbe sentire tenerezza per quell’uomo che ci cammina davanti: “Avete mai visto le spalle di un uomo che cammina davanti voi? Io le ho viste. Sono le spalle comuni di un uomo qualsiasi. Ma si prova una sensazione simile alla tenerezza. C’è tutta la normalità umana. La fatica quotidiana del capofamiglia che va al lavoro. I piaceri di cui è fatta la sua precaria esistenza”. Invece guardiamo altrove, alla pozzanghera sul marciapiede.

CLICCA SU QUESTO LINK PER CONTINUARE A LEGGERE

Thursday, January 19, 2012

Radio Rock/ 3


Registrata nel gennaio 1963, pubblicata come singolo Roulette nel 1963 - Erano cantine. Erano localacci malfamati. Puzzolenti e frequentati da ragazze facili, ubriaconi e giocatori d’azzardo, a cui la musica rock interessava fino a un certo punto. Ma c’era anche chi ci andava per ascoltare l’eccitante battito in quattro quarti. Era una rivoluzione sotterranea, e mai underground fu accostabile al concetto stesso di musica rock anche se nessuno capiva cosa stesse succedendo. Di più, era qualcosa che accadeva, contemporaneamente, ai quattro lati del mondo occidentale senza che i protagonisti lo sapessero: una corrente sotterranea, invisibile, accendeva gli spiriti di ragazzotti di malapena vent’anni. Era un richiamo che nessuno sapeva da dove venisse, ma era destinato a cambiare per sempre non solo le loro vite, ma di tutti quelli che stavano attorno. Era una sorta di internazionale del rock, quella che stava accadendo in qui giorni antichi, mossa nessuno sa da che cosa: un grido misterioso, un sentimento comune, un'esigenza insopprimibile, ma qualcosa stava accadendo.

CLICCA SU QUESTO LINK PER CONTINUARE A LEGGERE L'ARTICOLO

Tuesday, January 03, 2012

Radio Rock


La musica rock opera al più alto livello della ragione, perché sa abbracciare il cuore e lo stomaco così come la mente
(John Waters)

C'è una nuova rubrica(etta) in città, la radio che nessuno può sentire. Ne sono già uscite due puntate, sintonizzatevi qui if you like. Buon 2012 e forza Maya.

"And the healing has begun", la guarigione di Van Morrison

"Falling Slowly": amore e destino nella storia di Glen e Markéta

Sangue nei solchi del cuore

“Bob Dylan è in città, c’è bisogno di catturare qualcosa di magico”. La “città” è ovviamente New York, al telefono John Hammond, il più gran...

I più letti