Wednesday, April 11, 2018

The streets of Rome

Prendiamo al volo la macchina parcheggiata in vicolo della Desolazione, e schizziamo per le strade di Roma, in cerca di un posto ancora aperto dove mangiare qualcosa. Lo troviamo, entriamo e ci troviamo al tavolo al fianco di un signore dalla bella barba bianca tutto vestito di bianco, bianco anche il turbante. Con lui alcune ragazze, splendenti in elegantissimi abiti bianchi anche loro, velo sul capo e un diadema in fronte a unire il copricapo. Sono bellissimi.
Ci guardiamo negli occhi e ci riconosciamo, mezz'ora prima ci eravamo stretti la mano uscendo dalla sala dell'Auditorio Spazio della Musica, che come dice De Gregori ha davvero una acustica infame, benché sia la gloria musicale della capitale. Erano seduti in prima fila ed era impossibile non notarli, rilucevano di bianco come degli angeli, magari scesi tra la folla per applaudire uno che di angeli ha bisogno e li ha sempre cercati.
Ci spiega il sikh dalla carnagione bianchissima come le sue ragazze, "quando Bob Dylan è in città non si può non andarlo a vedere". Così faranno anche nelle due sere seguenti di permanenza del cantautore americano a Roma, sempre in prima fila. Da quando li ho notatila prima sera ho pensato subito fossero ospiti speciali di Dylan, che ama tanto ogni tipo di religione, anche se dice che "le canzoni sono la mia religione". In realtà erano sì ospiti, ma non perché di religione sikh, ma perché musicisti anche loro. L'anno scorso hanno pure vinto un premio Grammy, ci tengono a spiegare, per il miglior disco new age, si chiamano White Sun. Sono di Santa Monica, California, a Roma hanno un centro yoga.
Usciamo nella notte romana e ci ritroviamo da qualche parte, con un senso di smarrimento e dolce perdutezza. Qualcosa è successo questa notte, ma noi non sappiamo csa, "do ya Mr. Jones"? Che concerto abbiamo visto? Chi era dietro il pianoforte che muoveva continuamente i piedi calzati in stivaletti bianchi tenendo il ritmo di una musica conosciuta a lui, l'unica parte del corpo che non riusciva a stare ferma, dietro a quella maschera impassibile e quel corpo rigido da sembrare una statua? Ha ragione il mio amico americano che da anni mi dice che andare a vedere Bob Dylan in concerto è come andare ad ammirare il Mount Rushmore? Ma dobbiamo andare, abbiamo appuntamento con la nipote di Botticelli. E un paio di bottiglie di vino rosso calabrese.

"Quando ero un ragazzino e vivevo a La Jolla, in California, una piccolissima cittadina, ogni 4 di luglio c'era una parata. Ricordo chiaramente i veterani della Guerra Civile che marciavano lungo la strada principale, alzando la polvere. La prima volta che ho ascoltato Bob Dylan, mi sono tornati alla mente. E ho pensato a lui come se fosse uno di quei veterani della Guerra Civile. Una sorta di troubadour del 19esimo secolo. Uno spirito americano antagonista. L'asprezza della sua voce e e la frugalità delle sue parole vanno dritte al cuore dell'America" (Gregory Peck)

La prima sera quando iniziano i bis ci eravamo lanciati sotto al palco, alto mezzo metro, come quelli dei vecchi concerti rock degli anni 70, che si vedono nei film dell'epoca, dove ti appoggi comodamente al palco stesso. Chiedo al tipo della security se posso fare un paio di foto senza flash ovviamente, mi risponde ridendo "ormai le fanno tutti, che te devo dì" e registro 15 secondi di video, invece, mai stato così vicino al cantante, in quasi 40 anni di suoi concerti, senza spintoni, senza donnine deliranti, senza fan allucinati, tutti invece ad ammirarlo in estatico silenzio e lui contento. Alla fine manda un bacio sorridente alla donna a fianco a me, evidentemente la conosce bene.


La sera dopo invece la security è imbestialita e ci blocca prima della prima fila di poltroncine urlando "ordine dell'artista se fate come ieri sera dice domani non suonerà". Boh. A un certo punto un maori imbruttito si lancia dal palco su uno spettatore che ha fatto l'imprudenza di tirare fuori il cellulare, la sera prima il maori probabilmente lo avevano chiuso a chiave nei camerini. Lo insulta, lo minaccia fisicamente, poi se ne torna sul palco. Lui, il cantante, ci guarda malissimo mentre sembra che voglia andarsene dopo i primi due versi di Blowin' in the Wind. Forse invece sta guardando malissimo la security. Tutto sembra fuori controllo. D'altro canto Phil Ochs negli anni 60 diceva che "Dylan sul palco è LSD puro". Lo è ancora, a quasi 77 anni di età. Lo sguardo è una fessura cattiva cattiva, sembra di essere agli ultimi istanti della sfida all'OK Corral, scruta tra la folla per vedere se là in mezzo ci sono ancora William Zanzinger e il Gobbo di Notre Dame. Ci sono vibrazioni cattive, fantasmi dell'elettricità che però non hanno nulla di buono da dire. Infatti se ne va senza lanciare nessun bacio. In sala restano solo il Roving Gambler e Dio, aspettano Casanova per uscire da lì per tornare nel vicolo della Desolazione. O riprendere l'highway 61 dove li aspetta Robert Johnson e il suo amico Lucifero.

"Il suo modo di suonare qualunque strumento è del tutto ibrido. Non ha senso dal punto di vista musicale. Quando suona il piano, non ha alcun senso se non per l'ascoltare e lui stesso. Se sei un musicista ti viene da dire: Be', ma che ci stai a fare qui? Non ha alcun senso. Lo stesso quando suona la chitarra. E' come se qualunque cosa suoni tu debba aspettare un anno o due per avere l'approccio giusto per essere in grado di apprezzarlo. Al primo ascolto, ogni cosa che fa sembra senza speranza. Poi ci ripensi e realizzi che era perfetto, del tutto giusto" (Eric Clapton)


A Milano, oltre un palco alto quasi due metri, le prime due file di poltroncine sono divise dal resto della platea da una specie di muretto. Il palco è gigantesco, e lui e la band si mettono in fondo in fondo, il più lontano possibile dalla folla. Nessuno stasera ha voglia di vedere se c'è Johanna, nessuno sente alcun tipo di dolore, stanotte mentre siamo tutti soli sotto la pioggia.
Il cantante è in grande forma stasera, sputa i versi come fosse una mitragliatrice, scardina le coordinate del buon senso musicale cercando una melodia impossibile che solo lui sente nella testa attorcigliato nel dolore. La mia amica che lo sta vedendo per la prima volta dice che c'è un grande senso di dolore nel modo in cui canta, malinconia e tristezza. Tangled up in blue. D'altro canto, "love sick" ed è un "melancholy mood" quello che ci avvolge tutti.
Poi si ricorda di quando rivoltava il mondo tanto che qualcuno scrisse che se mai ci si ricorderà di Bob Dylan, ci si ricorderà di un fottuto uomo di rock'n'roll. Sono i minuti più esaltanti della serata, sembrano i tempi quando scendeva da una Buick 6 e stendeva tutti a terra, anche Stones e Beatles. Non c'è ne è per nessuno. ma quei minuti volano anche questi via presto. E' tutto un succedersi di memorie, ricordi tra la nebbia, pillole di anfetamina, e lacrime, come fossi una bambina. In fondo siamo tutti soli nella vita.

Usciamo nella pioggia e abbiamo in mente solo le foglie che cadono con grazia in autunno, anche se questa è primavera. E' una vita piena di dolore e qualcuno deve farsene carico per noi, che altrimenti ci spezzeremmo in due. Lui ha portato il peso del mondo per decenni, e ancora lo fa. Io penso a due ragazze lasciate a Roma e se mai le rivedrò. Vado a casa, intrappolato nel blu, ad ascoltare Leonard Cohen.

The falling leaves drift by the window
The autumn leaves of red and gold
I see your lips, the summer kisses
The sun-burned hands I used to hold

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