Thursday, September 07, 2006

I live in another world

Durante una puntata del suo radio show (da qualche mese il cantautore americano, noto non solo per la sua musica ma anche per la leggendaria idiosincrasia nel parlare in pubblico, tiene con cadenze settimanali sulle frequenze della radio satellitare XM un programma intitolato “Theme Time Radio Hour”), rispondendo a una mail di un ascoltatore che si lamentava del fatto che il “Bob Dylan dj” passasse quasi esclusivamente canzoni dei primi decenni del Novecento, rispose: “Non ho nulla contro le canzoni nuove. Il fatto è che ci sono così tante canzoni vecchie”.
“Canzoni vecchie”, come quelle che si ascoltano nel nuovo disco, uscito il primo settembre, Modern Times. Che Bob Dylan viva in un “time out of mind” (“un tempo immemorabile”) per citare il titolo di uno dei suoi ultimi album, è un fatto piuttosto noto. Il look, quando sale sul palcoscenico, è ormai da anni quello del “riverboat gambler”, del giocatore d’azzardo professionista del Vecchio West, con tanto di cappellaccio da cowboy. Non lo sentirete mai esprimersi a proposito di fatti cronaca recente, che siano la guerra in Iraq o la presidenza Bush. Al proposito, in una intervista di qualche giorno fa su Usa Today, a proposito del recente disco di Neil Young tutto dedicato ad attaccare la presidenza americana, ha commentato, dimostrando di non sapere probabilmente neanche chi sieda alla Casa Bianca: “Quando ho sentito Let’s Impeach the President di Neil, ho pensato: sta ancora scrivendo canzoni su un fatto così vecchio? Roba da pazzi, ha fatto una canzone su Bill Clinton?”. Aggiungendo: “Le canzoni politiche non mi appartengono. Io scrivo dell’esperienza”.

Un titolo piuttosto ironico, allora: Modern Times (tempi moderni, come il film di Charlie Chaplin). Di moderno però non ci troverete nulla. Come il precedente Love And Theft le musiche attingono abbondantemente a “vecchie canzoni” della tradizione blues o folk anglo-americana, come nel caso di Rollin’ And Tumblin’ che non riprende solo il titolo di un vecchio brano di Muddy Waters ma anche lo stesso riff e l’impostazione melodica. Altrove - in When The Deal Goes Down - si rifà addirittura a Bing Crosby, il cantante “pop” per eccellenza degli anni Trenta, mentre liricamente riprende una poesia di Henry Timrod, Charleston, soprannominato “il poeta laureato della Confederazione”. Un paio di anni fa, quando compose per il film Gods And Generals, ambientato ai tempi della Guerra Civile, il brano Cross The Green Mountain, per l’apposito videoclip Dylan si fece filmare con barba e capelli lunghi - finti - a cavallo di un destriero mentre vagava tra i soldati morti e feriti di una battaglia della guerra in questione.
Il Bob Dylan del terzo Millennio canta di un’America perduta, quella che stava costruendo i suoi ideali su una promessa ritenuta plausibile, quella dei Padri Pellegrini con il loro sogno della Città sulla collina, la Città di Dio sulla terra. L’America che si è spezzata in due irrimediabilmente con la Guerra di secessione. Qualche anno fa Gregory Peck disse di Bob Dylan: “In lui è possibile udire l’eco delle antiche voci d’America: Whitman e Mark Twain, i cantanti blues, i suonatori di violino e gli autori di ballate. Lui è una specie di troubador dell’Ottocento, uno spirito americano originale”.
Non canta del mondo moderno, eppure le sue canzoni sono lo stesso misteriosamente piene di profezie su quanto accade. Come nella delicata poesia della bellissima Workingman’s Blues # 2 (“il blues del lavoratore”), un’ode color seppia a tutti quegli uomini che lavorano sodo e tirano avanti, con il caustico commento: “Certa gente non ha mai lavorato un solo girono nella loro vita, non sanno neanche cosa voglia dire lavorare”.


Modern Timesè allora un disco di “canzoni popolari” – alla maniera di Dylan naturalmente –, un disco che potrebbe essere stato inciso nell’era pre-rock’n’roll: “Se non hai questo tipo di fondamenta, se non sei storicamente legato alla tradizione, allora ciò che fai non sarà forte come dovrà essere”.
Un suono a cui Dylan, in fondo, ha sempre lavorato sin dal suo primissimo disco di 44 anni fa, quando, appena ventenne, cercava di imitare la voce dei vecchi bluesmen che avevano percorso le strade d’America e quella Highway 61 che Dylan, nel ’65, cantò nell’omonimo, rivoluzionario disco che aprì le porte al nuovo rock. Oggi Dylan ha fatto sua quella voce, e ancor più di quando cantava brani come Blowin’ In The Wind o Mr. Tambourine Man, lui è la “voce dell’America”.
"In tutte le mie canzoni", ha detto recentemente, "non ho fatto altro che navigare in quel grande mare che è l'America".

“Dio è parte del linguaggio dell’America”, ha detto il professore universitario Sean Wilentz. “Dal primo europeo che si stabilì qui, Dio era qui. Allora siamo onesti: che motivo c’è di scappare via da questo? È lì. Ciò che vuole la ballata popolare americana, almeno in parte, è Dio, una vita spirituale. Ancora: non è solo a proposito di un Dio generico, è a proposito di un Dio cristiano, e devi avere a che fare con questo come parte del linguaggio popolare americano. Non è sempre presente, Dio, nella canzone popolare americana, ma c’è, è impossibile negarlo. È per questo che i democratici hanno perso le elezioni. Perché hanno eliminato Dio dalla tradizione. I repubblicani infatti sanno cantare meglio dei democratici le canzoni popolari”.
E infatti c’è Dio, nelle canzoni di Modern Times, una presenza incombente: il primo brano del disco (Thunder On The Mountain) si apre con la voce di Dio sulle montagne e il suono di pistole per le strade, e lo si ritrova nell’accenno al monaco che fondò la comunità di St. Herman, ai primi dell’Ottocento, nelle campane di St. Mary che echeggiano in distanza, nell’amara tentazione della desolata Ain’t Talkin’, brano conclusivo del disco in cui il cantante vaga per il Giardino Mistico per scoprire che è stato abbandonato dal suo Giardiniere ritrovandosi in un mondo “riempito di speculazioni”, in cui “strapperanno via la tua mente dalla contemplazione”.
Non resta che una cosa da fare allora: “Io non parlo, cammino soltanto. Dicono che la preghiera ha la forza di guarire, allora prega per me, madre”.

E, come ha detto Patti Smith con la sagacia che solo certi musicisti sanno avere, ascoltare Modern Times è come entrare nella testa di Bob Dylan e ascoltare i suoi pensieri. Un privilegio non da poco...

3 comments:

Fausto Leali said...

Bravo Paolo, finalmente una bella recensione, che non scivola nella banalità (come in molte che ho letto), o, altrettanto banalmente non conclude frettolosamente con una stroncatura (come quella del Buscadero).
E grazie per aver annotato quel "senso religioso", che é parte essenziale del Dylan artista e uomo..

Paolo Vites said...

thanx... questo è solo l'inizio... MT è un bel trip"... c'è parecchio da scavarci dentro....

Nicola Menicacci said...

Caro Paolo,
La tua è una recensione che, più che un resoconto critico, è un invito a prendere una tessere della biblioteca ed andarsi a leggere le storie e le voci della vecchia America e oltre. Dylan fa spesso un lavoro di recupero di voci e messaggi che portebbero cadere altrimenti nel dimenticatoio. E adesso più che mai. Non tanto perchè sta fuori dal mondo (e data la vita che fa non potrebbe essere altrimenti) quanto per il fatto che adesso riceve un'attenzione mediatica se si vuole ancora superiore a quella che aveva 40 anni fa, quando si parlava di lui come una figura di rottura. Adesso Dylan è veicolatore di quella tradizione che 40 anni fa sembrava proprio rompere.
C'è tanto in questo disco: da Timrod (per il quale ha ricevuto un'accusa di plagio) a "The Waste Land" di T.S. Eliot, passando per riferimenti a Peter Sellers (in "Ain't Talkin'") alle nozze mistiche Christian Rosenkreuz, finanche allo spirito generale di tutto il disco che ha un sapore cataro. E questo si somma a Whitman, a Scott Fitzgerald, al Cantico dei Cantici presenti nei precedenti due album.
Per quanto totalmente americano, Dylan racconta un mondo che potrebbe trovarsi ovunque in Occidente, in ossequio alla sua lunga aderenza alle grandi tradizioni risalenti al Medioevo.
Nicola
Menicacci

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