Wednesday, August 19, 2009

Safe in heaven, dead

"Dottor Vites?". E' mezzanotte, il telefono sta squillando a casa mia mentre io e mia moglie, freschi sposini, ci dedichiamo agli obblighi matrimoniali. La voce dall'altra capo del filo è una voce stanca, ma calda. "Dottor Vites?": nessuno mi ha mai chiamato - né mi chiamerà - mai così. "Sono Nanda, Nanda Pivano. Ho ricevuto la sua rivista. Eh Bobby... Non l'avrò mica disturbata vero nonostante l'ora? Sa io a quest'ora comincio a lavorare. Ma lei cosa vuole da me?". Sarà l'ora, mezzanotte, sarà l'impegno a cui mi stavo dedicando, sarà che non ricordavo neanche più di aver spedito una copia della mia fanzine dedicata a Bob Dylan anche a lei, a Fernanda Pivano. Sarà che non mi sarei mai aspettato che lei mi avrebbe veramente telefonato. Che cosa voglio da lei? Ma veramente nulla. E' già abbastanza sapere che lei ha sfogliato quel giornaletto. "Vuole che la faccia scrivere sul Corriere della Sera? Tutti mi cercano perché vogliono qualcosa in cambio da me... Lei Dottor Vites è il primo che non mi chiede nulla".

Forse perché non le ho mai chiesto nulla che quella notte nacque un'amicizia semplice e bella. Erano tempi, inizio anni 90, che della Nanda si erano dimenticati tutti. Non era ancora scattato quel meccanismo di sponsorizzazione che avrebbe accompagnato i suoi ultimi anni, quando personaggi che non avevano mai avuto nulla a che fare con lei e con il suo mondo facevano a gara per averla sul palco o sui loro libri. Lei era davvero sola in quei giorni, e malata. Andavo nella sua casa in via Senato a Milano, rigorosamente dopo le 8 di sera, una casa grande e buia, piena di pile di libri disordinati ovunque, anche sulle seggiole. Non sapevi mai dove sederti. Una infermiera se ne andava e lei compariva, piegata sul suo bastone. Piangeva, tanto. Nessuno mi cerca più. Mi lasciava frugare nei suoi armadi, tra i libri. Roba da far paura: gli originali del San Francisco Chronicle, libri con dediche di Hemingway. Mi permetteva di prendere quello che volevo, per fotocopiarmeli. Il romanzo autografo mai finito di Neal Cassady. Fossi stato lo stronzo che non sono mai riuscito ad essere avrei potuto sparire con quel ben di dio, farci dei soldi e magari anche una carriera.
Dopo andavamo a cena in Corso Venezia, un bel ristorante dove era accolta come una principessa. E finalmente la Nanda sorrideva. Prendeva sempre a fine cena una spremuta di mandarino. Non ci avevo mai pensato. Adesso bevo sempre anche io spremuta di mandarino.
L'ultima volta che ci siamo visti è stato tre o - credo - quattro anni fa. Eric Andersen era venuto a Milano a suonare a una presentazione di una nostra rivista. Aveva insistito perché andassimo a trovarla. "Eric non la sento da tempo, so che è molto malata". Alla fine andammo, aveva cambiato abitazione, una coppia di ragazzi molto zen si prendevano cura di lei. Parlammo, ci salutammo, ci tenemmo la mano. I suoi grandi occhi sorridevano come sempre quando c'era uno dei suoi "amici americani".

Ieri sera ho chiamato l'amico Jacksie per dirgli che la Nanda se n'era andata. C'era anche lui quell'ultima volta con me ed Eric. Mi ha detto che qualche giorno fa se n'è andato anche Francesco, era il chitarrista di Eric Andersen quando il cantautore si esibiva in Italia. L'avevo conosciuto due anni fa a un loro concerto a Bergamo. Si vedevano i segni della malattia, ma lui diceva di sentirsi bene. Invece è andato anche lui, in questo agosto che farà pure un caldo torrido e bastardo, ma dentro di me sento freddo, con tutti questi amici che se ne vanno. "Care stelle", come ha detto la mia amica Clara.

Fossi stato bastardo nella mia vita oggi avrei una carriera. Invece sono sempre il solito sfigato, ma va bene così. Non ho una carriera, ma da ieri sera, ne sono certo, in questo grande meraviglioso cielo blu di agosto c'è una stella in più, e credo anche che, "al sicuro, in cielo" - safe in heaven dead come deciva il suo grande amico Jack Kerouac - ho una preghiera in più assicurata per la mia anima di peccatore.

Nessuno mi aveva chiamato Dottor Vites. Nessuno, adesso, lo farà più.

13 comments:

Stefano said...

Grazie a Bob Dylan ho conosciuto la scrittrice.
In un concerto alla scalinata del palazzo dell'Eur a Roma in attesa di vedere Bob,sentii un fragoroso applauso.
Mi girai e di lato a pochissimi centimetri da me passo',aiutata da una persona,Fernanda Pivano.
Si stava poi dirigendo nei camerini dove avrebbe incontrato il menestrello di Duluth.
Lessi sui media dopo l'incontro.Quell'incontro veramente toccante.
**
FP- Ahhh! Dunque, era estate, a Roma, e c'era questa piazza, un enorme spazio con una lunga gradinata, dove c'erano un sacco di giovani; allora, siccome per me non c'era posto a sedere, sono venuti dei pompieri e mi hanno portata dietro, dove c'erano i camerini dei cantanti, non so chi altri si dovesse esibire, e dove c'era tutto quanto, compresa una che cuoceva delle specie di hamburger sulla piastra... una puzza!
I pompieri, comunque, sono stati così efficienti da trovarmi una sedia, e mi hanno sistemato lì, dicendo: "Mi raccomando, signora, non si muova da qui", e io mi ci sono accomodata. A un certo punto, ho notato che da una delle porte dei camerini usciva un tipo vestito di bianco, e nel vederlo ho pensato, colpita: "Ma guarda quello, così tutto vestito di bianco!", senza però farci troppo caso.
Però, d'un tratto, questo signore passa e, arrivato davanti a me, si ferma a poca distanza e mi fissa, finché alla fine non chiede: "Nanda?". Allora io vedo il sostegno per la mundarmonica, che non si toglie davvero mai, e lo riconosco! Quel giorno, era evidentemente lontanissimo da alcool e droga. Stava benissimo. Io gli ho detto "Sei proprio come quella sera a Berkeley", e giù lacrime. Bob mi ha risposto "It's not possible", ma anche lui piangeva con me. Ci siamo abbracciati, e poi mi ha presa per mano e portata con sé sul palco: mi ha fatto sedere lì, mentre cantava. Non so come ho fatto a non svenire, su quel palco... per me quello è stato il mio premio Nobel.
Estratto dell'intervista da MaggiesFarm.

Luca said...

L’ho vista da vicino due volte. Entrambe le volte si è commossa: la prima era di fronte al suo amico Bob Dylan, sotto il palco del Forum di Assago, con due occhialoni a specchio per proteggere gli occhi. La seconda parlava di On the road a una platea di studenti, fra cui c'ero anche io. Dopo una interminabile fila per una sua firma, è il mio turno. La rassicuro: «Non si preoccupi, io sono l'ultimo!». Lei alza gli occhi e mi accarezza: «Caro, ma cosa dici? Tu non sarai mai l'ultimo!». La dedica che ho in cornice, di fianco ai cd, da ieri sera brilla un po’ di più.

Daniele Filosi said...

Grazie Paolo per il ricordo,
noi la ricordiamo così, e dopodomani saremo in scena proprio con questa cosa a lei ispirata, e, da oggi, dedicata.

http://www.youtube.com/watch?v=lS-Jiz7M378

Ciao,
Nanda

hazel said...

Seen a shooting star tonight
And I thought of you

Anonymous said...

Ciao Paolo, grazie per il post, Marcello

Il Grande Favollo said...

La razza italiana perde i denti, come una vecchia dentiera: Pivano, Bobbio, Risi, Cassin, Foa, Rigoni-Stern e tanti altri. Chi riuscirà a mordere gli anni che verranno?

silvano said...

Grazie Paolo. Io non l'ho conosciuta mai dal vero nè vista. Ho un mio ricordo di lei. Era un'intervista di più di 30 anni, ma lei parlava di Hemingway e di Cesare Pavese. Ne parlava come di amici, con amore e ammirazione. Dopo aver letto quell'intervista andai in libreria e mi comprai il mio primo libro di Hemingway e anche di Pavese.
Grazie del tuo bel ricordo dal vero.
ciao.

Anonymous said...

Paolo,hai avuto il privilegio (meritato) di questa amicizia e ti ringrazio per averne condiviso quialcuni momenti...io leggendo le tue righe ho avuto un ulteriore brivido di freddo perchè da queste ho appreso che anche Francesco Petroni se n'è andato: l'avevo conosciuto due anni fa, ad un concerto di Mark Olson con Michele Gazich a Brescia: abbiamo passato insieme due belle giornate e ci scrivevamo di tanto in tanto sulle nostre comuni passioni chitarristiche e musicali...l'ultima volta che l'ho incontrato è stato al concerto di Neil Young, l'anno scorso a Milano...proprio in questi giorni Andersen con Michele Gazich sta suonando in Italia e dedica i concerti a Fernanda e a lui...io ho conosciuto Francesco come un ragazzo mite e gentile,oltrechè eccellente musicista...proprio come dici tu, provato dalla malattia ma con una gran voglia di ripartire.....grazie per aver ricordato anche lui

renzo

lillo said...

sai, è l'epitaffio più bello che ho letto sulla pivano, a parte quando dici che sei uno sfigato... io la pivano non l'ho mai conosciuta, quindi, a conti fatti, forse sono un pò più sfigato di te... un abbraccio dr. vites...

Fausto Leali said...

Ma non eri tu il "good doctor" sempre on the road?
Grazie per il post, é sempre più bello quello che scrivi...
see you soon

poldo said...

caro vites,
anch'io ho avuto il privilegio di conoscere la nanda, o meglio nandissima! come la chiamava odb. una volata a una cena a casa di amici. c'era bubola che cantava a squarciagola bob dylan e andrea s'è perso e noi che facevamo dylan sottovove. mi dedicò un libro di testi di dylan. poi l'abbiamo incontrata ancora una volta a casa sua con kep che fece un video con suoi racconti/aneddoti su bob dylan che ci sarà ancora da qualche parte. mi fece vedere delle copie di Pianeta Fresco che era la rivista che faceva sottsass. mi ricordo che in casa teneva un warhol, ciao poldo

claire said...

paolo, bellissimo questo tuo post! e grazie per avermi presentato la nanda. ricordo i suoi racconti durante quella nostra cena con eric. era dolce anche con me che non mi aveva mai vista.

Anonymous said...

Thank you Dottor Vites.