Wednesday, February 22, 2012

The dream is over?

La popolarità di Bruce Springsteen, negli Stati Uniti, è talmente debordante che realmente se decidesse di presentarsi alla corsa per la Casa Bianca avrebbe serie probabilità di vittoria. Certamente potrebbe diventare Governatore del suo natio New Jersey senza neanche bisogno di fare campagna elettorale. Non ci sono casi analoghi nella storia della musica rock (a parte Elvis, ovviamente, ma il suo caso era idolatria pura) di un musicista che abbia saputo inserirsi dentro il tessuto sociale e popolare di una nazione. Non stiamo infatti parlando solo di riscontro commerciale (che Springsteen, seppure oggi meno di un tempo a livello di vendite discografiche – ma chi li vende oggi i dischi? –, è comunque capace di riempire anche per giorni consecutivi gli stadi di tutta America nello stesso tempo che io e voi ci beviamo un bicchiere di “all american Coca Cola”): stiamo parlando di capacità di interpretare il sentimento del suo popolo, ma anche di essere percepito dal suo popolo come il rappresentante del proprio sentimento.


È un caso che merita riflessioni sociologiche più che musicali. Basti pensare a un disco come “The Rising”, espressamente richiestogli per parlare alla nazione dopo la tragedia degli attentati dell'11 settembre 2001: gli americani infatti per placare il proprio dolore avevano bisogno della sua parola, non di quella di qualche politico o commentatore televisivo. Questa autorità acquisita permette e giustifica Bruce Springsteen nel rilasciarsi a dischi che esprimono pareri, commenti, indicazioni, anche incazzature sulla vita politica e sociale del suo Paese: di fatto, è l'unico artista rock che può permettessi tale lusso, là dove chiunque altro verrebbe criticato da una parte piuttosto che da un'altra. Anzi: le diverse fazioni politiche, dai tempi di “Born in the Usa”, ma anche prima, da quelli di “Nebraska” se lo contendono a spron battuto perché capiscono quanto sia forte la sua influenza sugli elettori e quanto lui sappia esprimere meglio di loro un pensiero che colpisca la nazione.


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11 comments:

Anonymous said...

The dream is over?

We're on the edge of reality, man.

It's better.

Francesca

Stefano said...

Bentornato. Spero.
Sull'articolo, ottimo, due considerazioni. La prima: d'accordo con l'idea su una produzione affidata a Rubin. La seconda: sogno che mandi in pensione, una volta per tutte, la ESB per intero per farsi accompagnare da gente affamata di rnr tipo i Gaslight Anthem.

Bartolo Federico said...

Su Elvis a Las Vegas,in tanti si dovrebbero inchinare.Concordo su tutto quello che hai scritto.Rick Rubin per me sarebbe perfetto,anche per Tom Waits.

Cirano said...

Ben trovato, grazie per la sorpresa!
Attendo Bruce l'album e i suoi concerti.

mario said...

Evviva. Era ora. Bentornato. Non ne potevo più di metadoni criticolmusicali.

Paolo Vites said...

raga, ho fatto una sporca.. qs è un articolo di lavoro :-)

grazie cmq

Blue Bottazzi said...

Ciao Paolo. Non ho ancora ascoltato l'album, perché aspetto, per rito, di avere fra le mani il CD ufficiale acquistato al negozio. Però per quello che ho sentito temo di essere d'accordo con te (gran bella recensione). Per ora ascolto Miami & The Groovers. I nostri italiani sono hungry & foolish, una gran bella scena...

Paolo Vites said...

grazie blue, sai quanto sono importanti per me i tuoi commenti, di qualunque tipo. cheers

jesus's inferno said...

ciao , infatti io non amo bruce proprio per questo, il suo essere cosi,sempre, troppo, americano. Non mi sono piaciute le sue (e quelle di altri) iniziative post 11 settembre come da ragazzino provavo fastidio per l'inno born in the usa. L'america penso sia il piu' pericolso degli imperi e schierarsi in maniera cosi "ingenua" dopo un disastro, 11 settembre 2011, che apre solo tanti inquitanti dubbi, non e' una cosa poi tanto intelligente(almeno io penso cosi). Penso che bruce sia sincero, ma forse un po' ingenuo, chissa'... l'america come dice dylan (e come diceva fabrizio e tanti altri) sono gli indiani, non penso sia un bene idolatrare un posto creato su di uno sterminio, bello e affascinante che sia, urlando con jeans stracciati e polsini da tennista.

Skywalkerboh said...

Fantastica recensione: ONESTA e attenta

Alexdoc said...

Il suo primo decennio di carriera è stata una delle cose più belle mai capitate al Rock, poi un bel giorno del 1984 l'ex-ragazzo salvato dal Rock per ringraziare e sdebitarsi ha creato il disco che, il Rock, l'ha salvato (ne sono sempre più convinto), portandolo alle masse divise in quel periodo tra una (non più new) wave sempre più electro-pop e l'heavy metal. Per quanto non sia certo la sua opera migliore, se oggi ascoltiamo ancora un certo tipo di Rock (e Folk, e cantautori) è tutto merito di quell'album. Come un sacrificio inevitabile, da lì in avanti dopo che il "resto del mondo" l'ha scoperto, quella magia iniziale irripetibile si è persa per sempre. Gli vorrò sempre bene per quello che ha rappresentato in quell'epoca, Elvis e Dylan e Fogerty uniti in una sola persona. Penso che stia cercando di rinnovarsi, ma quello che ho ascoltato mi è sembrata una serie di autocitazioni con un suono peggiore degli "originali" (su tutte Rocky ground che riprende il giro di One step up rovinandolo tra cori e rap di rara inutilità) e la difficoltà di scrivere quelle belle melodie accattivanti, a presa rapida, "catchy" che erano il suo marchio di fabbrica, come invece oggi riesce ai 30-40enni James Maddock o Israel Nash Gripka. Buoni testi, degni di miglior causa musicale. Bella recensione Paolo, sei sempre uno che capisce Bruce come pochi.

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