Sunday, September 22, 2013

Il tempo. In una bottiglia

Di lui, musicalmente, ne parlerà in modo più approfondito e appropriato l’amico David Nieri in un articolo che uscirà a breve su ilsussidiario.net. A me va solo di ricordare le emozioni, l’unica cosa che mi riesce bene (a volte, non sempre). Jim Croce è nome dimenticato, mai menzionato ne circoli e nelle enciclopedie che contano, o canzonato quando lo si fa. Di lui, che morì il 20 settembre di quarant’anni fa in un incidente aereo degno di quello di Buddy Holly – forse è per questo che dicono che la grande musica rock sia finita nel 1973 – ci si può solo domandare cosa avrebbe fatto, musicalmente, in questi quarant’anni in cui non c’è stato. Stava appena cominciando ad assaporare il successo: la sua formula di country, pop, R&B aveva fatto girare la testa anche a Frank Sinatra – non certo l’ultimo pirla – che ne aveva incisa la sua Babd Bad Leroy Brown.

Ma io ricordo solo che erano passati tre, forse tre e mezzo, anni dalla sua morte, quando sentii per la prima volta alla radio I've Got a Name (che bello averla risentita recentemente nella colona sonora di Django Unchained di Tarantino, uno che di musica se ne intende) grazie a quel santo uomo del vigile di Lavagna che alla sera faceva il dj in non ricordo più quale radio, quel vigile musicofilo che ci diede il nostro battesimo e la nostra educazione musicale. Sentire I've Got a Name alla radio nel buio della tua cameretta era come volare altissimo in spazi siderali stratosferici dove il blu buca il blu. Quella voce, un po’ burina un po’ romantica, così calda. Jim Croce.



Con Jim Croce fu un autentico rapporto radiofonico, come nella miglior tradizione della miglior musica. I’ll Have to say I Love You che sbuca improvvisamente dalla preziosa radio in legno di papà, una radio così Seventies, mentre stai passandole accanto e ti devi fermare, bloccare immediatamente per non perderne una nota di quella malinconia copiosa che ne esce fuori. Si può essere così tristi mentre si è innamorati? Sì, e molto di più. Jim Croce lo sapeva.




C’era poi Alabama Rain e c’era quella ragazzina che veniva di corsa da Sestri Levante a Chiavari per andare a scuola. Amava lo sport e correva, correva sempre. I lunghi, lunghissimi capelli, il viso da indiana: come non innamorarsene? Quel pomeriggio sotto la pioggia a salire dentro l’ospedale in costruzione di Sestri, da soli, girando fra le scale di cemento, a indovinare il profumo di quei lunghi capelli. E fu così che una volta, un pomeriggio di sole, venne correndo a casa mia, senza avvertire, come la più meravigliosa delle sorprese. E mentre lei se ne stava in piedi sorridendo davanti alla finestra che dava sul cielo e sul mare blu, e io me ne stavo muto nella mia timidezza, la radio pensava a dare le parole, facendo fuoriuscire Alabama Rain di Jim Croce. Lei sparì, probabilmente correndo, e non ne ho mai più saputo niente. Chissà se corre ancora tra Sestri e Chiavari lungo il mare. Io, che non le ho saputo dire quanto fossi innamorato di lei, ascolterò un’altra volta Alabama Rain. E anche tutte le altre canzoni di Jim.



Che la terra ti sia lieve, grande italiano d’America, l’unico dei folksinger di casa nostra e di Brooklyn. Morto in quel cielo blu che ci hai fatto toccare con mano.

1 comment:

laura said...

abbiamo tutti un nome. abbiamo tutti un passato, e dei ricordi. poi, c'è qualcuno che li sa rac_cantare meglio degli altri.