“Faccio musica da uno spazio introverso per un business estroverso”. Così disse alcuni anni fa Van Morrison nel corso di una intervista con la Bbc. Poco sappiamo, o niente, del travaglio che significa essere un performer, di quello che c'è dietro e dentro quelle figure che vediamo su un palcoscenico, a cui chiediamo tutto e da cui ci aspettiamo tutto. Quelle facce che abbiamo visto centinaia di volte sulla copertina di un disco, amato, idolatrato e magari anche poi schifato. Cosa ne sappiamo veramente di loro? Nulla. Solo qualche indizio colto qua e là e che pochi sanno cogliere, mentre egoisticamente divoriamo la loro carne.
Dichiarazioni colte qua e là in anni recenti, quando questi personaggi raggiunta una certa età hanno cominciato ad aprirsi, hanno svelato solo in parte quel terrore dell’esibizione, perfettamente descritto da The Band nel brano Stage Fright (paura del palcoscenico) che accompagna persone che in quanto artisti nella gran parte soffrono di personalità fragili, contradditorie, a volte depresse. La paura del palcoscenico ha distrutto carriera - e vita di numerosi straordinari artisti, uno su tutti Nick Drake. Ma ne ha salvate molte altre.
Negli anni 90, con una carriera decennale costellata di successi, Van Morrison scrisse un brano che si intitolava “Underlying Depression” che si potrebbe tradurre con “depressione sottostante, nascosta”: “Depressione nascosta, devo strisciare nella mia stanza, depressione nascosta non ne voglio sapere della luna in giugno (“moon in june” è il classico verso che defniva le canzoncine d'amore, nda), fuori c’è una cavalcata di clown che mi fanno sentire giù di morale (…) devo fare qualche concessione quando ogni cosa va bene, devo contare le benedizioni, mi aiutano a superare la notte, nella mia vita c’è amore quanto ci sono problemi e conflitti e una depressione nascosta”. Convivere con uno stato di depressione.
Leonard Cohen ci ha vissuto per quasi cinquant’anni della sua vita: “La depressione è stato un problema per tutta la mia vita e ho provato, come tutti, i diversi modi di trattarla. Sai, la droga, le donne, l'arte, la religione ... si tenta di tutto .... Beh, sai, c'è depressione e depressione. Nel mio caso depressione non è solo il blues, la tristezza. Non è proprio come il giorno dopo una sbornia del fine settimana ... oppure la ragazza che aspettavi e non si è presentata o qualcosa del genere, non è così. Il mio è stato un caso di depressione acuta. Si tratta di un tipo di violenza mentale che fa smettere di funzionare correttamente da un momento all'altro. Si perde qualcosa da qualche parte e improvvisamente si sta in preda a una sorta di angoscia del cuore e dello spirito". Guarito improvvisamente a oltre 70 anni di età, sul palcoscenico, scherzando, diceva: “Da allora ho preso un sacco di Prozac, Paxil, Wellbutrin, Effexor, Ritalin, Focalin, ... ho anche studiato profondamente le filosofie e le religioni, ma finalmente l'allegria ha sfondato la porta”.
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Wednesday, June 22, 2016
Tuesday, June 14, 2016
"Desire" 40 anni dopo: furore e desiderio, quel fuoco che non si è mai spento
La mia seconda figlia in questi giorni sta facendo gli esami di terza media. Immagini e ricordi lontani nel tempo sbucano fuori. Quarant'anni fa anche io facevo quegli stessi esami. E mi ricordo...
Il ragazzino curvo sul foglio, nel grande tavolo della sala. Sfoglia continuamente un minuscolo dizionario italiano-inglese, poi prende la penna e annota ogni singola parola: “the”, articolo, “il”. Bene, commenta. Va avanti così in quell’impresa impossibile, tradurre i testi di quelle canzoni di “quel” disco. Più difficile quando trova espressioni non contemplate nel vocabolarietto, tipo “son of a bitch” o "nigger".
Una mattina a scuola il prof di tedesco chiede alla classe di portargli “uno di quei dischi di quei cantanti che ascoltate sempre, mi interessa capire l’uso dell’inglese moderno”. Lui gli porta ovviamente “quel” disco, che per lui è “il” disco (anche perché non poteva permettersene economicamente tanti in prima superiore e comunque era il disco che gli stava cambiando la vita, anche se non se ne rendeva ancora bene conto). Il giorno dopo il prof torna in classe sbraitando e mollandogli malamente indietro il disco: “Ma che razza di inglese è questo, poi è pieno di parolacce, i Beatles sì che cantano usando un inglese scolasticamente perfetto!”. Ecco un buon motivo per starsene alla larga dai Beatles pensa, accarezzando teneramente il suo disco.
Anni dopo, a una cena super posh (cercatelo sul vocabolario) con i dirigenti americani di Mtv che stavano per aprire i loro uffici in Italia, la manager chiede ai giornalisti: “Come avete imparato l’inglese?”. Silenzio. “Ascoltando i dischi rock, immagino”. Tutti alzano la mano: io sì! Anche io! Certo! A lui il pensiero va a quei lunghi pomeriggi spesi a tradurre quelle canzoni, non si alzava dal tavolo neanche se i suoi amici, come fino a poche settimane prima, venivano a chiamarlo per andare a giocare a pallone o se in televisione c'era il suo programma preferito. "In realtà" disse alla donna "io ho imparato l'americano, non l'inglese". Era vero.
D’altro canto non poteva farne a meno. Da quella sera che per puro caso, chiuso in cucina dai genitori che ricevevano nel salotto buono degli ospiti, facendo zapping sugli unici due canali disponibili, Rai Uno e Rai Due, era incappato in quella figura inquietante. Aveva smesso di fare qualunque cosa stesse facendo, non poteva togliere gli occhi dallo schermo della tv e non poteva far altro che ascoltare. Pareti, sedie, casa: nulla esisteva più. Una figura enigmatica, ma talmente carismatica da reclamare attenzione senza fare il minimo sforzo. Come si dice in gergo, "bucava lo schermo". Giacca di pelle nera, una capigliatura stile afro, la chitarra, occhi pieni di furore che lanciavano saette minacciose verso di lui. Voleva essere ascoltato. Si imponeva. Era come una sorta di profeta dell’ultima ora che chiamava a uscire dall’angolo in cui ti eri nascosto. Pentitevi peccatori bastardi, sembrava dire. E tu sapevi che aveva ragione anche se non capivi una parola di quello che cantava.
La voce. Incazzata, rabbiosa, veemente, spigolosa, apocalittica, ma allo stesso tempo sprigionava una melodia strana, magica, ipnotica. Ammaliante. E soprattutto incalzante: non si esce vivi da qui, suggeriva misteriosamente. Non era una bella voce no. Non come quelle dei cantanti che ascoltavano i suoi fratelli maggiori, ad esempio i Beatles. Era una sorta di angelo vendicatore. Una canzone lunghissima che non finiva più. Fece in tempo a sentire dai presentatori il titolo: Hurricane. Da quel momento lo scopo della sua vita fu sapere quanto più possibile di quel cantante che, seppe da suo fratello, si chiamava Bob Dylan. Il primo passo doveva essere comprare il disco che, sebbene uscito a gennaio, era in quella tarda primavera ancora il suo ultimo e conteneva quella canzone: si intitolava "Desire". Internet era probabilmente qualcosa che non era ancora nella mente dei suoi creatori e a metà degli anni 70 scoprivi che un disco era uscito anche mesi dopo la pubblicazione.
A giugno, quando ebbe tra le mani le 5mila lire, regalo per la promozione all’esame di terza media, si recò alla Standa dove sapeva si vendevano i dischi. Chiese alla commessa “l’ultimo di Bob Dylan” ma lei non sapeva quale fosse. Lui le disse il titolo, “Desire”. Lei non lo trovava mentre l’angoscia cominciava a stringergli lo stomaco: ma io devo averlo! diceva a se stesso. Ah eccolo, disse la commessa. Sollievo. Ma si chiama “Desiré” (alla francese). Pagò e lo portò via ripetendo fra sé e sé: presuntuosa ignorante.
"Desire" pubblicato nei primi giorni di gennaio 1976, fu il 17esimo disco della carriera di Bob Dylan, cominciata con il primo album del 1962. E’ un disco unico fra i suoi tanti capolavori, frutto di un periodo particolare di genialità e passione creativa, quando il cantante tornò nei luoghi dove aveva mosso i primi passi da sconosciuto per diventare il più acclamato artista rock degli anni 60 insieme a Beatles e Stones. Tornò al Greenwich Village di New York, dove ancora sopravvivevano i suoi antichi compagni di quei giorni antichi e riprese possesso del suo ruolo, riscoprendo chi era.
Accompagnato da una violinista zigana incontrata per caso sui marciapiedi del Village e portata in studio, da una sezione ritmica potente e pulsante come un treno nel seguire le sue linee musicali irregolari e improvvisate, e dalla voce meravigliosa di Emmylou Harris, l’ex compagna di Gram Parsons (che si dannò per riuscire ad armonizzare con lui, incapace di aspettare gli altri e sempre avanti), con l'aiuto nel comporre alcuni testi del commediografo di Broadway Jacques Levy, Dylan incise in alcune sedute di registrazioni caotiche la versione rock di Furore di Steinbeck e le visioni dei Vagabondi del Dharma di Jack Kerouac. Un disco che è la messa in scena della New York degli anni 70, delle sue contraddizioni e dei suoi eroi perdenti, di un'America a metà strada nel suo percorso, piena di dubbi e interrogativi.
Rubin Hurricane Carter, il pugile condannato all’ergastolo per un omicidio che non aveva mai commesso; il boss della mafia Joey Gallo che diventa una sorta di Robin Hood che abita e muore nelle Main Streets di Martin Scorsese. La regina degli zingari incontrata nel sud della Francia a cui dedica una preghiera yiddish straziante in One More Cup of Coffee; fuorilegge, santi e peccatori in fuga nel Messico di Pancho Villa inseguiti da un Pat Garrett fuori tempo massimo, in Romance in Durango; un’isola dell’Oceano Pacifico dove un terremoto travolge, come nel film di John Houston L’isola di corallo (anche se lì era un uragano), l’ambasciatore sovietico, un greco, una donna con un cappello di panama, un soldato omosessuale, un giocatore d’azzardo, il portiere di un albergo, lì esiliati dal mondo della normalità apparente, uniti nella morte. E poi la moglie di Dylan, la cui relazione stava andando a pezzi, dipinta come “un mistico angelo” tra le piramidi egiziane, Isis, Iside, la dea egizia della fertilità in un blues apocalittico seduto al pianoforte come fosse una marcia funebre. Nel disco anche il tempo di uno scherzetto, sorta di spot per un’agenzia di viaggi esotica inesistente – chi diavolo mai avrebbe voluto andare in vacanza in Mozambico? - , Mozambique, a discapito di capolavori registrati in quelle session e lasciati fuori, come Abandoned Love. Ma chi conosce Dylan sa che da ogni suo disco restano sempre fuori uno o due capolavori. Non sarebbe un genio se avesse le idee chiare sulla sua stessa arte e su se stesso.
Il disco si chiude con una disperata implorazione, che porta il titolo della moglie stessa, Sara. Dicono le leggende che mentre Dylan stava registrando questa canzone, lei fosse dietro al vetro dello studio di registrazione. Un momento di cinema verità, di vita, arte, amore e odio che culminano in un momento fotografato per l’eternità. Dopo il divorzio della coppia, un paio di anni dopo, questa canzone non sarebbe mai più stata eseguita dal vivo.
Con Hurricane infine Bob Dylan, come a inizio carriera, era tornato a essere la voce degli ultimi, di tutti gli“aching ones whose wounds cannot be nursed (…) the countless confused, accused, misused, strung-out ones an’ worse”. L’America guardava a lui di nuovo come il punto di riferimento, sembrava essere di nuovo colui che “indica la strada” e magari adesso, là dove i presidenti americani affondavano negli scandali e nella mancanza di alcuna ispirazione, in un paese che usciva con le ossa rotte da una guerra inutile e che aveva ucciso i suoi giovani migliori, lui era in grado di portarla fuori dalle paludi del post Vietnam, Bob Dylan stava invece già guardando oltre.
Desire (che all’interno conteneva lunghe note poetiche di Allen Ginsberg, entusiaste, tanto da scrivere di un nuovo rinascimento poetico, simile a quanto accaduto nel 1955 - i poeti beat - e nel 1965 - la controcultura) fu l’ultimo grande successo discografico di Bob Dylan, un milione di copie vendute solo in Italia, ai primi posti in molte classifiche del mondo. Tutte queste canzoni sono state rimosse dal suo autore: quando l’arte incontra la vita troppo profondamente, quello che resta è sangue nei solchi. Lui era comunque già andato via, altrove, a inseguire il mistero della vita, mai pago e per sempre incapace di rimanere nello stesso posto con le stesse persone. “Un milione di facce ai miei piedi ma tutto quello che vedo sono occhi scuri”.
Ma per noi mortali le canzoni restano e il disco può suonare ancora e ancora. Le ferite che sono diverse per ciascun ascoltatore si riaprono e si richiudono con consolazione a ogni ascolto: “Metti su un disco e gli angeli si radunano intorno” aveva promesso Dylan.
Bob Dylan mi ha preso una sera dal mondo dell’innocenza per darmi mille visioni di un lento treno dove il tempo non interferisce, e un tamburino magico quando il dolore senza senso scompare; attraverso giorni di crescita e attraverso le lotte con il mondo e con me stesso, con il sapore agrodolce della solitudine, come un uccello ferito sul filo della luce. Le sue parole taglienti come lama di rasoio mi marchiarono a sangue per lunghi anni, dandomi come una barriera per respingere gli assalti del mondo e del male sino a che venne il momento di pagare il prezzo alla vita e non bastò più nemmeno quello scudo. Ma ancora, in certi momenti, faccio ritorno a quella barriera, un luogo della mente e dell’anima dove io sono io e nessun altro può entrarci. E lì mi sento salvo, al sicuro dal male del mondo. Quelle canzoni sono rimaste. Come un tatuaggio marchiato a fuoco nel sangue. Come un segno. Come un urlo.
Adesso sorrido, insieme a quel ragazzino di quaranta anni fa curvo sul foglio, che non avrebbe mai pensato che quarant'anni dopo Bob Dylan potesse ancora fare dischi e concerti. Sono stato fortunato: quale titolo più bello e autentico poteva avere il primo disco della mia vita di questo: “desire”, desiderio. Il desiderio di una vita piena di occasioni e incontri, di bellezza e felicità impiantato nel cuore, quello che hanno tutti gli uomini e le donne della terra. Non sapevo di averlo, un disco me lo tirò fuori. Ci sarebbe stato un prezzo da pagare, perché per vivere all’altezza del nostro desiderio si prendono pugni in faccia, calci nel sedere, a volte lo eliminiamo noi perché fa troppo male, a volte si palesa inaspettato in un paio di occhi, in un tramonto, in una notte stellata. A volte in una carezza, altre, spesso, in una bottiglia di vino da quattro soldi lanciata a frantumarsi contro gli scogli. A volte fa male, davvero male. Come un cavatappi infilato nel cuore, o come un uccello sul filo che il vento butta giù. Quel desiderio che nessuno può togliermi, se non io. Quel desiderio di essere alla fine accolto da un abbraccio che non finisce più: Oh sister when I come to knock on your door Don't turn away you'll create sorrow Time is an ocean but it ends at the shore You may not see me tomorrow.
Quella sera che fui mandato in cucina per non disturbare.
Ps: l'autore ci tiene a precisare che oggi ama e adora i Beatles...
Il ragazzino curvo sul foglio, nel grande tavolo della sala. Sfoglia continuamente un minuscolo dizionario italiano-inglese, poi prende la penna e annota ogni singola parola: “the”, articolo, “il”. Bene, commenta. Va avanti così in quell’impresa impossibile, tradurre i testi di quelle canzoni di “quel” disco. Più difficile quando trova espressioni non contemplate nel vocabolarietto, tipo “son of a bitch” o "nigger".
Una mattina a scuola il prof di tedesco chiede alla classe di portargli “uno di quei dischi di quei cantanti che ascoltate sempre, mi interessa capire l’uso dell’inglese moderno”. Lui gli porta ovviamente “quel” disco, che per lui è “il” disco (anche perché non poteva permettersene economicamente tanti in prima superiore e comunque era il disco che gli stava cambiando la vita, anche se non se ne rendeva ancora bene conto). Il giorno dopo il prof torna in classe sbraitando e mollandogli malamente indietro il disco: “Ma che razza di inglese è questo, poi è pieno di parolacce, i Beatles sì che cantano usando un inglese scolasticamente perfetto!”. Ecco un buon motivo per starsene alla larga dai Beatles pensa, accarezzando teneramente il suo disco.
Anni dopo, a una cena super posh (cercatelo sul vocabolario) con i dirigenti americani di Mtv che stavano per aprire i loro uffici in Italia, la manager chiede ai giornalisti: “Come avete imparato l’inglese?”. Silenzio. “Ascoltando i dischi rock, immagino”. Tutti alzano la mano: io sì! Anche io! Certo! A lui il pensiero va a quei lunghi pomeriggi spesi a tradurre quelle canzoni, non si alzava dal tavolo neanche se i suoi amici, come fino a poche settimane prima, venivano a chiamarlo per andare a giocare a pallone o se in televisione c'era il suo programma preferito. "In realtà" disse alla donna "io ho imparato l'americano, non l'inglese". Era vero.
D’altro canto non poteva farne a meno. Da quella sera che per puro caso, chiuso in cucina dai genitori che ricevevano nel salotto buono degli ospiti, facendo zapping sugli unici due canali disponibili, Rai Uno e Rai Due, era incappato in quella figura inquietante. Aveva smesso di fare qualunque cosa stesse facendo, non poteva togliere gli occhi dallo schermo della tv e non poteva far altro che ascoltare. Pareti, sedie, casa: nulla esisteva più. Una figura enigmatica, ma talmente carismatica da reclamare attenzione senza fare il minimo sforzo. Come si dice in gergo, "bucava lo schermo". Giacca di pelle nera, una capigliatura stile afro, la chitarra, occhi pieni di furore che lanciavano saette minacciose verso di lui. Voleva essere ascoltato. Si imponeva. Era come una sorta di profeta dell’ultima ora che chiamava a uscire dall’angolo in cui ti eri nascosto. Pentitevi peccatori bastardi, sembrava dire. E tu sapevi che aveva ragione anche se non capivi una parola di quello che cantava.
La voce. Incazzata, rabbiosa, veemente, spigolosa, apocalittica, ma allo stesso tempo sprigionava una melodia strana, magica, ipnotica. Ammaliante. E soprattutto incalzante: non si esce vivi da qui, suggeriva misteriosamente. Non era una bella voce no. Non come quelle dei cantanti che ascoltavano i suoi fratelli maggiori, ad esempio i Beatles. Era una sorta di angelo vendicatore. Una canzone lunghissima che non finiva più. Fece in tempo a sentire dai presentatori il titolo: Hurricane. Da quel momento lo scopo della sua vita fu sapere quanto più possibile di quel cantante che, seppe da suo fratello, si chiamava Bob Dylan. Il primo passo doveva essere comprare il disco che, sebbene uscito a gennaio, era in quella tarda primavera ancora il suo ultimo e conteneva quella canzone: si intitolava "Desire". Internet era probabilmente qualcosa che non era ancora nella mente dei suoi creatori e a metà degli anni 70 scoprivi che un disco era uscito anche mesi dopo la pubblicazione.
A giugno, quando ebbe tra le mani le 5mila lire, regalo per la promozione all’esame di terza media, si recò alla Standa dove sapeva si vendevano i dischi. Chiese alla commessa “l’ultimo di Bob Dylan” ma lei non sapeva quale fosse. Lui le disse il titolo, “Desire”. Lei non lo trovava mentre l’angoscia cominciava a stringergli lo stomaco: ma io devo averlo! diceva a se stesso. Ah eccolo, disse la commessa. Sollievo. Ma si chiama “Desiré” (alla francese). Pagò e lo portò via ripetendo fra sé e sé: presuntuosa ignorante.
"Desire" pubblicato nei primi giorni di gennaio 1976, fu il 17esimo disco della carriera di Bob Dylan, cominciata con il primo album del 1962. E’ un disco unico fra i suoi tanti capolavori, frutto di un periodo particolare di genialità e passione creativa, quando il cantante tornò nei luoghi dove aveva mosso i primi passi da sconosciuto per diventare il più acclamato artista rock degli anni 60 insieme a Beatles e Stones. Tornò al Greenwich Village di New York, dove ancora sopravvivevano i suoi antichi compagni di quei giorni antichi e riprese possesso del suo ruolo, riscoprendo chi era.
Accompagnato da una violinista zigana incontrata per caso sui marciapiedi del Village e portata in studio, da una sezione ritmica potente e pulsante come un treno nel seguire le sue linee musicali irregolari e improvvisate, e dalla voce meravigliosa di Emmylou Harris, l’ex compagna di Gram Parsons (che si dannò per riuscire ad armonizzare con lui, incapace di aspettare gli altri e sempre avanti), con l'aiuto nel comporre alcuni testi del commediografo di Broadway Jacques Levy, Dylan incise in alcune sedute di registrazioni caotiche la versione rock di Furore di Steinbeck e le visioni dei Vagabondi del Dharma di Jack Kerouac. Un disco che è la messa in scena della New York degli anni 70, delle sue contraddizioni e dei suoi eroi perdenti, di un'America a metà strada nel suo percorso, piena di dubbi e interrogativi.
Rubin Hurricane Carter, il pugile condannato all’ergastolo per un omicidio che non aveva mai commesso; il boss della mafia Joey Gallo che diventa una sorta di Robin Hood che abita e muore nelle Main Streets di Martin Scorsese. La regina degli zingari incontrata nel sud della Francia a cui dedica una preghiera yiddish straziante in One More Cup of Coffee; fuorilegge, santi e peccatori in fuga nel Messico di Pancho Villa inseguiti da un Pat Garrett fuori tempo massimo, in Romance in Durango; un’isola dell’Oceano Pacifico dove un terremoto travolge, come nel film di John Houston L’isola di corallo (anche se lì era un uragano), l’ambasciatore sovietico, un greco, una donna con un cappello di panama, un soldato omosessuale, un giocatore d’azzardo, il portiere di un albergo, lì esiliati dal mondo della normalità apparente, uniti nella morte. E poi la moglie di Dylan, la cui relazione stava andando a pezzi, dipinta come “un mistico angelo” tra le piramidi egiziane, Isis, Iside, la dea egizia della fertilità in un blues apocalittico seduto al pianoforte come fosse una marcia funebre. Nel disco anche il tempo di uno scherzetto, sorta di spot per un’agenzia di viaggi esotica inesistente – chi diavolo mai avrebbe voluto andare in vacanza in Mozambico? - , Mozambique, a discapito di capolavori registrati in quelle session e lasciati fuori, come Abandoned Love. Ma chi conosce Dylan sa che da ogni suo disco restano sempre fuori uno o due capolavori. Non sarebbe un genio se avesse le idee chiare sulla sua stessa arte e su se stesso.
Il disco si chiude con una disperata implorazione, che porta il titolo della moglie stessa, Sara. Dicono le leggende che mentre Dylan stava registrando questa canzone, lei fosse dietro al vetro dello studio di registrazione. Un momento di cinema verità, di vita, arte, amore e odio che culminano in un momento fotografato per l’eternità. Dopo il divorzio della coppia, un paio di anni dopo, questa canzone non sarebbe mai più stata eseguita dal vivo.
Con Hurricane infine Bob Dylan, come a inizio carriera, era tornato a essere la voce degli ultimi, di tutti gli“aching ones whose wounds cannot be nursed (…) the countless confused, accused, misused, strung-out ones an’ worse”. L’America guardava a lui di nuovo come il punto di riferimento, sembrava essere di nuovo colui che “indica la strada” e magari adesso, là dove i presidenti americani affondavano negli scandali e nella mancanza di alcuna ispirazione, in un paese che usciva con le ossa rotte da una guerra inutile e che aveva ucciso i suoi giovani migliori, lui era in grado di portarla fuori dalle paludi del post Vietnam, Bob Dylan stava invece già guardando oltre.
Desire (che all’interno conteneva lunghe note poetiche di Allen Ginsberg, entusiaste, tanto da scrivere di un nuovo rinascimento poetico, simile a quanto accaduto nel 1955 - i poeti beat - e nel 1965 - la controcultura) fu l’ultimo grande successo discografico di Bob Dylan, un milione di copie vendute solo in Italia, ai primi posti in molte classifiche del mondo. Tutte queste canzoni sono state rimosse dal suo autore: quando l’arte incontra la vita troppo profondamente, quello che resta è sangue nei solchi. Lui era comunque già andato via, altrove, a inseguire il mistero della vita, mai pago e per sempre incapace di rimanere nello stesso posto con le stesse persone. “Un milione di facce ai miei piedi ma tutto quello che vedo sono occhi scuri”.
Ma per noi mortali le canzoni restano e il disco può suonare ancora e ancora. Le ferite che sono diverse per ciascun ascoltatore si riaprono e si richiudono con consolazione a ogni ascolto: “Metti su un disco e gli angeli si radunano intorno” aveva promesso Dylan.
Bob Dylan mi ha preso una sera dal mondo dell’innocenza per darmi mille visioni di un lento treno dove il tempo non interferisce, e un tamburino magico quando il dolore senza senso scompare; attraverso giorni di crescita e attraverso le lotte con il mondo e con me stesso, con il sapore agrodolce della solitudine, come un uccello ferito sul filo della luce. Le sue parole taglienti come lama di rasoio mi marchiarono a sangue per lunghi anni, dandomi come una barriera per respingere gli assalti del mondo e del male sino a che venne il momento di pagare il prezzo alla vita e non bastò più nemmeno quello scudo. Ma ancora, in certi momenti, faccio ritorno a quella barriera, un luogo della mente e dell’anima dove io sono io e nessun altro può entrarci. E lì mi sento salvo, al sicuro dal male del mondo. Quelle canzoni sono rimaste. Come un tatuaggio marchiato a fuoco nel sangue. Come un segno. Come un urlo.
Adesso sorrido, insieme a quel ragazzino di quaranta anni fa curvo sul foglio, che non avrebbe mai pensato che quarant'anni dopo Bob Dylan potesse ancora fare dischi e concerti. Sono stato fortunato: quale titolo più bello e autentico poteva avere il primo disco della mia vita di questo: “desire”, desiderio. Il desiderio di una vita piena di occasioni e incontri, di bellezza e felicità impiantato nel cuore, quello che hanno tutti gli uomini e le donne della terra. Non sapevo di averlo, un disco me lo tirò fuori. Ci sarebbe stato un prezzo da pagare, perché per vivere all’altezza del nostro desiderio si prendono pugni in faccia, calci nel sedere, a volte lo eliminiamo noi perché fa troppo male, a volte si palesa inaspettato in un paio di occhi, in un tramonto, in una notte stellata. A volte in una carezza, altre, spesso, in una bottiglia di vino da quattro soldi lanciata a frantumarsi contro gli scogli. A volte fa male, davvero male. Come un cavatappi infilato nel cuore, o come un uccello sul filo che il vento butta giù. Quel desiderio che nessuno può togliermi, se non io. Quel desiderio di essere alla fine accolto da un abbraccio che non finisce più: Oh sister when I come to knock on your door Don't turn away you'll create sorrow Time is an ocean but it ends at the shore You may not see me tomorrow.
Quella sera che fui mandato in cucina per non disturbare.
Ps: l'autore ci tiene a precisare che oggi ama e adora i Beatles...
Thursday, April 28, 2016
Songs of love & hate
"Spero che moriate e che la vostra morte venga presto, seguirò il vostro feretro in un pallido pomeriggio e starò a guardare mentre vi seppelliscono e resterò sulla vostra tomba fino a quando sarò certo che siate morti". Bob Dylan è uno che sa odiare, non c'è dubbio. D'altro canto la prima canzone "vaffanculo" della storia del rock, che fosse dedicata agli ex compagni "politicamente impegnati" o a una ex fidanzata poco conta: Positively Fourth Street è una tale ondata di disprezzo e di odio come nessuno mai prima e mai dopo. Bob Dylan non ha mai scritto canzoni di pietà, di misericordia, di patetica fratellanza fondata sul nulla, non avrebbe cioè mai potuto scrivere Imagine.
Anche quando si converte alla "religione dell'amore", il cristianesimo, la sua fede è iniettata di odio, rancore e vendetta.
Slow Train Comin' è un disco che fa paura. Se si supera la barriera ideologica del buonismo di sinistra, quella che fece scandalizzare tutti i superstiti del 68 ancora in circolazione (in risposta a Gotta Serve Somebody, John Lennon scrisse e registrò il brano Serve Yourself, velenosa parodia della forte religiosità presente nella canzone di Dylan. Nel suo diario, a proposito del brano di Dylan, Lennon scrisse: «La produzione di Jerry Wexler è pessima, il cantato patetico, e il testo veramente imbarazzante» *) si scopre un disco che non sa cosa sia la carità. La musica di Slow Train Comin' si adegua perfettamente a questa notte di ira furibonda che attraversa le canzoni. E' dura, aspra, taglia in due l'ascoltatore. Dopo aver sentito Change my way of thinkin', ai tempi, un mio amico rimase senza parole per lunghi secondi poi commentò: "Bob Dylan non ha mai fatto rock così duro nella sua vita".
Liberati i cavalli, bagnatosi nelle acque di un Giordano che assomiglia di più all'Acheronte, spogliatosi dei vestiti glam da super star, da nuovo Elvis, che aveva indossato nel tour mondiale di un anno prima, Bob Dylan esce adesso da una palude putrida della Louisiana, da un campo di cotone del Mississippi, da un juke joint dell'Alabama con indosso qualche straccio. E' la reincarnazione di Robert Johnson tornato dall'inferno per dire che il mondo intorno è andato a puttane ed è destinato a implodere. I decenni che sono seguiti a questo disco hanno dimostrato come la profezia contenuta in questo disco si sia avverata.
L'unico che ai tempi dell'uscita del disco se ne accorse fu Charles Shaar Murray di NME, che descrisse il messaggio delle canzoni "sgradevole e pieno d'odio". In Italia il problema non si poneva neanche perché già ai tempi di Street Legal Stampa Alternativa definiva Dylan "un traditore che ha rinnegato tutto il suo passato e un porco fascista". Per il fondatore e direttore di Rolling Stone Jann Wenner questo disco, scrisse nella sua recensione, poteva essere, musicalmente, il miglior disco di Dylan di sempre e certamente il migliore dai tempi dei Basement Tapes. Risentito oggi, quasi quarant'anni dopo, Slow Train Comin' suona fresco e potente esattamente come allora, anzi di più, perché è cresciuto ancora e di musica così brutale oggi non se ne sente più.
Bob Dylan - Precious Angel di butterflyah
Anche Nick Cave ne colse il contenuto reale, citando il brano di apertura, Gotta serve somebody: «Quel trascinarsi predatorio dell'apertura, le liriche intrecciate, la voce logora e seducente, l'immensa mancanza di carità nel suo messaggio, il senso di agonia del tutto...Mi trovavo in un bar, l'avevo ascoltata al jukebox e mi guardai in giro, domandandomi come mai le vite di tutti i presenti non fossero state immediatamente cambiate da quell'ascolto».
Le chitarre taglienti come rasoi implacabili di Mark Knopfler dettano le cadenze dei brani, la ritmica martellante e pulsante è ossessiva e inquietante, le voci femminili sono indietro, come registrate in un'altra stanza e più che un coro gospel sembrano le voci di anime dannate che spingono per tornare in vita. E la voce. Lou Reed la definirebbe "vicious": è strisciante e brutale, è incazzosa e viscerale: "Gli uomini imploreranno Dio di ucciderli, ma loro non saranno in grado di morire". Oh mercy? No mercy!
Cosa successe in quegli studi dell'Alabama in quelle notti in cui fu registrato il disco, nessuno lo sa, neanche il leggendario produttore Jerry Wrexler: "Non avevo idea che si fosse lasciato coinvolgere in questa storia dei Cristiani Rinati finché non cercò di coinvolgermi. Gli dissi: Guarda Bob, hai a che fare con un incallito ateo ebreo di 62 anni. Non c'è speranza per me. Limitiamoci a fare 'sto disco, va bene?".
Come è durata per tutto il disco, la rabbia si ricompone solo alla fine. Le acque del Mississippi per la prima volta si placano. La performance vocale che Dylan rilascia da solo al pianoforte in When He return è il vertice di ogni sua performance vocale (anche se il Grammy per la performance vocale dell'anno andò a Gotta serve somebody), un gioiello di forza e di sentimento e tenerezza e compassione.
Anni dopo, Dylan avrebbe così commentato: "Quel periodo in cui fui un Cristiano Rinato fu parte della mia esperienza di vita. Doveva accadere. Quando vengo coinvolto in qualcosa, vengo coinvolto in maniera totale, non marginale". Non ci sono mezze misure nella vita e nell'arte. Per questo Bob Dylan è sempre stato il più grande artista rock. Qualunque cosa l'uomo faccia, deve servire Dio o il Diavolo, non esistono vie di mezzo e bisogna decidere da che parte schierarsi. Il bene e il male esisteranno sempre.
* Lennon's Lost Diary Tape (5th September 1979), The Complete Lost Lennon Tapes, Vol. 17
Anche quando si converte alla "religione dell'amore", il cristianesimo, la sua fede è iniettata di odio, rancore e vendetta.
Slow Train Comin' è un disco che fa paura. Se si supera la barriera ideologica del buonismo di sinistra, quella che fece scandalizzare tutti i superstiti del 68 ancora in circolazione (in risposta a Gotta Serve Somebody, John Lennon scrisse e registrò il brano Serve Yourself, velenosa parodia della forte religiosità presente nella canzone di Dylan. Nel suo diario, a proposito del brano di Dylan, Lennon scrisse: «La produzione di Jerry Wexler è pessima, il cantato patetico, e il testo veramente imbarazzante» *) si scopre un disco che non sa cosa sia la carità. La musica di Slow Train Comin' si adegua perfettamente a questa notte di ira furibonda che attraversa le canzoni. E' dura, aspra, taglia in due l'ascoltatore. Dopo aver sentito Change my way of thinkin', ai tempi, un mio amico rimase senza parole per lunghi secondi poi commentò: "Bob Dylan non ha mai fatto rock così duro nella sua vita".
Slow Train Coming - Bob Dylan from summer soul channel on Vimeo.
Liberati i cavalli, bagnatosi nelle acque di un Giordano che assomiglia di più all'Acheronte, spogliatosi dei vestiti glam da super star, da nuovo Elvis, che aveva indossato nel tour mondiale di un anno prima, Bob Dylan esce adesso da una palude putrida della Louisiana, da un campo di cotone del Mississippi, da un juke joint dell'Alabama con indosso qualche straccio. E' la reincarnazione di Robert Johnson tornato dall'inferno per dire che il mondo intorno è andato a puttane ed è destinato a implodere. I decenni che sono seguiti a questo disco hanno dimostrato come la profezia contenuta in questo disco si sia avverata.
L'unico che ai tempi dell'uscita del disco se ne accorse fu Charles Shaar Murray di NME, che descrisse il messaggio delle canzoni "sgradevole e pieno d'odio". In Italia il problema non si poneva neanche perché già ai tempi di Street Legal Stampa Alternativa definiva Dylan "un traditore che ha rinnegato tutto il suo passato e un porco fascista". Per il fondatore e direttore di Rolling Stone Jann Wenner questo disco, scrisse nella sua recensione, poteva essere, musicalmente, il miglior disco di Dylan di sempre e certamente il migliore dai tempi dei Basement Tapes. Risentito oggi, quasi quarant'anni dopo, Slow Train Comin' suona fresco e potente esattamente come allora, anzi di più, perché è cresciuto ancora e di musica così brutale oggi non se ne sente più.
Bob Dylan - Precious Angel di butterflyah
Anche Nick Cave ne colse il contenuto reale, citando il brano di apertura, Gotta serve somebody: «Quel trascinarsi predatorio dell'apertura, le liriche intrecciate, la voce logora e seducente, l'immensa mancanza di carità nel suo messaggio, il senso di agonia del tutto...Mi trovavo in un bar, l'avevo ascoltata al jukebox e mi guardai in giro, domandandomi come mai le vite di tutti i presenti non fossero state immediatamente cambiate da quell'ascolto».
Le chitarre taglienti come rasoi implacabili di Mark Knopfler dettano le cadenze dei brani, la ritmica martellante e pulsante è ossessiva e inquietante, le voci femminili sono indietro, come registrate in un'altra stanza e più che un coro gospel sembrano le voci di anime dannate che spingono per tornare in vita. E la voce. Lou Reed la definirebbe "vicious": è strisciante e brutale, è incazzosa e viscerale: "Gli uomini imploreranno Dio di ucciderli, ma loro non saranno in grado di morire". Oh mercy? No mercy!
Cosa successe in quegli studi dell'Alabama in quelle notti in cui fu registrato il disco, nessuno lo sa, neanche il leggendario produttore Jerry Wrexler: "Non avevo idea che si fosse lasciato coinvolgere in questa storia dei Cristiani Rinati finché non cercò di coinvolgermi. Gli dissi: Guarda Bob, hai a che fare con un incallito ateo ebreo di 62 anni. Non c'è speranza per me. Limitiamoci a fare 'sto disco, va bene?".
Come è durata per tutto il disco, la rabbia si ricompone solo alla fine. Le acque del Mississippi per la prima volta si placano. La performance vocale che Dylan rilascia da solo al pianoforte in When He return è il vertice di ogni sua performance vocale (anche se il Grammy per la performance vocale dell'anno andò a Gotta serve somebody), un gioiello di forza e di sentimento e tenerezza e compassione.
Anni dopo, Dylan avrebbe così commentato: "Quel periodo in cui fui un Cristiano Rinato fu parte della mia esperienza di vita. Doveva accadere. Quando vengo coinvolto in qualcosa, vengo coinvolto in maniera totale, non marginale". Non ci sono mezze misure nella vita e nell'arte. Per questo Bob Dylan è sempre stato il più grande artista rock. Qualunque cosa l'uomo faccia, deve servire Dio o il Diavolo, non esistono vie di mezzo e bisogna decidere da che parte schierarsi. Il bene e il male esisteranno sempre.
* Lennon's Lost Diary Tape (5th September 1979), The Complete Lost Lennon Tapes, Vol. 17
Monday, April 04, 2016
Una ragione per cui credere
Gli angloamericani, si sa, non hanno una grande dimestichezza con il latino che al massimo è popolare per loro come un dialetto dell'Africa del sud. Non stupisce dunque che su siti, forum e youtube si trovino domande di chiarimento sul "misterioso linguaggio" che accompagna il finale della versione di Bird on the Wire, pezzo composto da Leonard Cohen, inciso da Tim Hardin nel 1971.
Si tratta appunto di latino, i versi "Dona nobis pacem", dona a noi la pace, compresi nel canto "Agnello di Dio" che si esegue tutte le domeniche durante la messa nelle chiese cattoliche.
In realtà anche per noi italiani che discendiamo in parte dagli antichi latini e che questa lingua studiamo a fondo a scuola, quei versi messi nel finale di quella particolare canzone, anche se ci sono familiari, mettono i brividi e inquietudine, davvero suonano come un linguaggio misterioso, arcano, tombale. Che ci fanno in una canzone rock?
Quando Tim Hardin incide il brano di Cohen che apparirà in apertura del disco omonimo uscito nel 1971, il suo ultimo disco inciso in patria, ha trent'anni e una rovinosa dipendenza dall'eroina. Morirà pochi anni dopo, neanche quarantenne, nella solitudine e nella miseria, con una ex moglie e una figlia abbandonate chissà dove.
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Si tratta appunto di latino, i versi "Dona nobis pacem", dona a noi la pace, compresi nel canto "Agnello di Dio" che si esegue tutte le domeniche durante la messa nelle chiese cattoliche.
In realtà anche per noi italiani che discendiamo in parte dagli antichi latini e che questa lingua studiamo a fondo a scuola, quei versi messi nel finale di quella particolare canzone, anche se ci sono familiari, mettono i brividi e inquietudine, davvero suonano come un linguaggio misterioso, arcano, tombale. Che ci fanno in una canzone rock?
Quando Tim Hardin incide il brano di Cohen che apparirà in apertura del disco omonimo uscito nel 1971, il suo ultimo disco inciso in patria, ha trent'anni e una rovinosa dipendenza dall'eroina. Morirà pochi anni dopo, neanche quarantenne, nella solitudine e nella miseria, con una ex moglie e una figlia abbandonate chissà dove.
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Wednesday, March 16, 2016
Cold Rain
Una volta Bob Dylan disse che Crosby, Stills, Nash e Young erano coloro grazie ai quali era stata fermata la guerra in Vietnam. E' sempre difficile dire quando il cantautore americano stia facendo una battuta delle sue (ad alto tasso cinico cioè) o parla sul serio. Quando chiedo a Graham Nash cosa ne pensa, mi risponde: "Credo che in un certo senso avesse ragione. Abbiamo preso parte a tante iniziative contro la guerra a quei tempi, i War Benefits a cui veniva un sacco di gente. Anche se avessimo cambiato una persona soltanto, sarebbe stato abbastanza, no?".
Graham Nash, "l'inglese" del quartetto che ha incarnato il sogno di pace & amore facendoci toccare con mano l'utopia fragile ma meravigliosa della California, è stato in Italia a presentare il suo nuovo, splendido disco solista, "This Path Tonight", in uscita il prossimo 15 aprile. Preceduto da dichiarazioni furiose verso il compagno musicale di una vita, David Crosby (ma non è la prima volta che i quattro litigano tra di loro, per poi tornare insieme), Nash in questa intervista lascia trapelare, senza mai dirlo direttamente, che quella storia durata quasi quarant'anni è ormai definitivamente archiviata: "Adesso penso solo a me stesso e a questo disco di cui sono molto fiero".
Ha ragione ad esserne fiero. "This Path Tonight" è una raccolta affascinante di canzoni intime che si alternano a brani più rock, dove quella che trapela è un'anima irrequieta che a 74 anni è capace di rimettersi in gioco da zero. Ecco cosa ci ha detto.
CLICCA SU QUESTO LINK PER LEGGERE L'INTERVISTA A GRAHAM NASH
Graham Nash, "l'inglese" del quartetto che ha incarnato il sogno di pace & amore facendoci toccare con mano l'utopia fragile ma meravigliosa della California, è stato in Italia a presentare il suo nuovo, splendido disco solista, "This Path Tonight", in uscita il prossimo 15 aprile. Preceduto da dichiarazioni furiose verso il compagno musicale di una vita, David Crosby (ma non è la prima volta che i quattro litigano tra di loro, per poi tornare insieme), Nash in questa intervista lascia trapelare, senza mai dirlo direttamente, che quella storia durata quasi quarant'anni è ormai definitivamente archiviata: "Adesso penso solo a me stesso e a questo disco di cui sono molto fiero".
Ha ragione ad esserne fiero. "This Path Tonight" è una raccolta affascinante di canzoni intime che si alternano a brani più rock, dove quella che trapela è un'anima irrequieta che a 74 anni è capace di rimettersi in gioco da zero. Ecco cosa ci ha detto.
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Monday, February 29, 2016
La mia corona di spine
"Indosso questa corona di spine sopra alla mia seggiola da bugiardo, pieno di ricordi spezzati che non riesco a riparare… Che cosa sono diventato, mio amico più caro, tutti quelli che conoscevo alla fine se ne sono andati, puoi averlo tutto il mio impero del male, ti deluderò, ti farò soffrire".
Il video di David Bowie, Lazarus, ha impressionato tutto il mondo per il crudo realismo di un uomo malato che sta morendo che si fa riprendere su suo letto di morte. Più di dieci anni prima c'era però stato un precedente, probabilmente ancor più impressionante e coinvolgente, che ha ridotto in lacrime tutti quelli che lo hanno visto. Gente grande e grossa e che di dolore se ne intendeva, non ragazzine: Rick Rubin, ad esempio, produttore musicale tra i più scafati della scena: "Guardando quel video non potevo trattenere le lacrime" ha raccontato. "Se una tale emozione esce fuori durante un film che dura due ore, è un buon risultato. Ma se ti viene da piangere guardando un video che dura quattro minuti, è scioccante".
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Il video di David Bowie, Lazarus, ha impressionato tutto il mondo per il crudo realismo di un uomo malato che sta morendo che si fa riprendere su suo letto di morte. Più di dieci anni prima c'era però stato un precedente, probabilmente ancor più impressionante e coinvolgente, che ha ridotto in lacrime tutti quelli che lo hanno visto. Gente grande e grossa e che di dolore se ne intendeva, non ragazzine: Rick Rubin, ad esempio, produttore musicale tra i più scafati della scena: "Guardando quel video non potevo trattenere le lacrime" ha raccontato. "Se una tale emozione esce fuori durante un film che dura due ore, è un buon risultato. Ma se ti viene da piangere guardando un video che dura quattro minuti, è scioccante".
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Monday, February 08, 2016
La fede e la grazia
Fede e grazia. La cantante le invoca con la voce che sembra una lenta litania. Fede e grazia. Parole che non si sentono più dire da nessuno. Perché implicano l'ammissione del nostro bisogno. Faith and Grace è la canzone che chiude il doppio, doloroso, ma incredibilmente bello, ultimo disco di Lucinda Williams, "The Ghosts of Highway 20", dodici minuti interminabili che ti lasciano inchiodato sul posto a bocca aperta.
Le sue origini profondamente sudiste, ambientate fra le paludi fangose abitate da spiriti dolenti della Louisiana, le pesche dolci amare della Georgia, la solitudine abbacinante dell'Alabama, le luci al neon di Nashville l'hanno resa la Flannery O'Connor del rock. Gothic rock. Predicatori che hanno venduto l'anima al diavolo, la schiena di Parker sanguinante del volto di Cristo inciso nella pelle, la malinconia della vita che si spegne nell'ansia delle possibilità perdute, la magnificenza di una catapecchia ai bordi dei campi di cotone.
"The Ghosts of Highway 20" è un disco di fantasmi, è una lunga riflessione sulla morte, una manciata di canzoni sfregiate dal tempo, che non chiedono perdono eppure potenti.
In realtà il concetto di canzone comunemente conosciuto è fatto a pezzi in questo disco. Ogni brano è come una improvvisazione, una declamazione poetica che serve da motivazione per andare oltre, in una dimensione trascendentale che paradossalmente porta allo spasimo estremo la canzone stessa. Per fare ciò, Lucinda Williams si è messa accanto due musicisti straordinari, il meglio sulle corde dell'America contemporanea, il polistrumentista Greg Leisz e il chitarrista jazz Bill Frisell. A loro lascia campo totale, le loro chitarre, le slide, gli effetti sonori straripanti di colori autunnali strazianti si intersecano e si elevano ad altitudini immense, portando ogni brano del disco a superare abbondantemente i cinque minuti, dodici nel caso del brano conclusivo. Non sentirete altre chitarre del genere in nessun altro disco quest'anno.
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Le sue origini profondamente sudiste, ambientate fra le paludi fangose abitate da spiriti dolenti della Louisiana, le pesche dolci amare della Georgia, la solitudine abbacinante dell'Alabama, le luci al neon di Nashville l'hanno resa la Flannery O'Connor del rock. Gothic rock. Predicatori che hanno venduto l'anima al diavolo, la schiena di Parker sanguinante del volto di Cristo inciso nella pelle, la malinconia della vita che si spegne nell'ansia delle possibilità perdute, la magnificenza di una catapecchia ai bordi dei campi di cotone.
"The Ghosts of Highway 20" è un disco di fantasmi, è una lunga riflessione sulla morte, una manciata di canzoni sfregiate dal tempo, che non chiedono perdono eppure potenti.
In realtà il concetto di canzone comunemente conosciuto è fatto a pezzi in questo disco. Ogni brano è come una improvvisazione, una declamazione poetica che serve da motivazione per andare oltre, in una dimensione trascendentale che paradossalmente porta allo spasimo estremo la canzone stessa. Per fare ciò, Lucinda Williams si è messa accanto due musicisti straordinari, il meglio sulle corde dell'America contemporanea, il polistrumentista Greg Leisz e il chitarrista jazz Bill Frisell. A loro lascia campo totale, le loro chitarre, le slide, gli effetti sonori straripanti di colori autunnali strazianti si intersecano e si elevano ad altitudini immense, portando ogni brano del disco a superare abbondantemente i cinque minuti, dodici nel caso del brano conclusivo. Non sentirete altre chitarre del genere in nessun altro disco quest'anno.
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Tuesday, January 12, 2016
Lazzaro
Guardare oggi l'ultimo video di David Bowie, Lazarus, messo online lo scorso 7 gennaio, è ovviamente insostenibile. Era già un video disturbante senza sapere che quattro giorni dopo l'artista inglese sarebbe morto, adesso è come guardarlo mentre sta morendo l'uomo, come è successo questa notte. Una diretta su un malato di cancro che sta combattendo i suoi ultimi istanti. E' Lazzaro, non è più Bowie, è il corpo in disfacimento di un cadavere ancora non cadavere, che sta morendo e implora la resurrezione, non la possibilità di non morire.
La morte di David Bowie, tre giorni dopo aver pubblicato il nuovo disco Blackstar e tre giorni dopo il suo 69esimo compleanno, è un capolavoro di pop art, Andy Warhol ne sarebbe stato orgoglioso. E' morto come ha vissuto, facendo della sua morte un evento multimediale, a voler essere cinici anche un capolavoro di marketing: quale mossa promozionale più di successo che morire lanciando il proprio disco nuovo? In realtà ha giocato con l'unico evento che nessuno può controllare, la morte. Ad ascoltarlo oggi, a decifrare il titolo del disco, a leggerne i testi, tutto questo album è un testamento di addio, un presagio che non è più presagio, una profezia che si è fatta carne. In questo modo Bowie ha vinto la morte, celebrando con il suo lavoro la vita.
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La morte di David Bowie, tre giorni dopo aver pubblicato il nuovo disco Blackstar e tre giorni dopo il suo 69esimo compleanno, è un capolavoro di pop art, Andy Warhol ne sarebbe stato orgoglioso. E' morto come ha vissuto, facendo della sua morte un evento multimediale, a voler essere cinici anche un capolavoro di marketing: quale mossa promozionale più di successo che morire lanciando il proprio disco nuovo? In realtà ha giocato con l'unico evento che nessuno può controllare, la morte. Ad ascoltarlo oggi, a decifrare il titolo del disco, a leggerne i testi, tutto questo album è un testamento di addio, un presagio che non è più presagio, una profezia che si è fatta carne. In questo modo Bowie ha vinto la morte, celebrando con il suo lavoro la vita.
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Friday, December 25, 2015
Safe, in Heaven & Dead to the world
Ramblin Jack era selvaggio era vecchio era giovane parlava senza fermarsi e diceva quanto avrebbe voluto fumarsi una canna guardando le vetrine dei negozi illuminati poco prima di Natale & Joe seduto a gambe incrociate sul marciapiede fuori del negozio sole caldo primavera in posa perfettamente zen ma Jack la macchina è ghiacciata & come facciamo prese una cassetta e sferzò via il ghiaccio dal vetro preparandosi prima con un bagno caldo “per me il viaggio fino a San Francisco è già cominciato” Ramblin Jack Jack il selvaggio nel baretto di Sesto a notte fonda Joe prende la chitarra & tu gli insegni lo spirito della strada & Rolling Thunder Rolling Thunder. Andersen esce dal bagno Andersen è alto Andersen è meraviglioso Jim Morrison & Jack Kerouac camminano attorno a lui come angeli custodi & le sigarette fumate una via l’altra quando quella di prima è ancora accesa accedendo la successiva con quella accesa nella stanzetta di un albergo a una stella Townes voleva andarsene apriva la finestra e davanti c'era un casinò e sorrideva come potrò mai smettere & Rick dormiva chiuso a chiave Andersen mi dice “questa casa è New York all’alba sento le stesse vibrazioni” Bowery & Greenwich Village & Chelsea Hotel & Washington Square “hai il ritmo della musica nella voce” hey Joe che cammini timidamente nella stanza dici ascoltate questo ascoltate questo Spanish is the Loving Tongue Joe & James Dean lo spirito americano sa già che sarà un altro canta country & western sbilenco stanotte pensando già al jazz & a Ornette Coleman la macchina il freddo della notte ghiaccio e oscurità sul lago quelle notti quelle sigarette Bob è infastidito Bob è deluso amareggiato ma non se ne frega dice Bobby ha detto che le piacciono le sue canzoni Bobby voleva portarsela a letto Bob che ha tolto la bottiglia a Johnny Cash Bob sulla barriera corallina & Victoria dolce piccola tenera Victoria il marito la guarda e sorride she is crazy I know adorata Victoria con la testa sulla mia spalla & tutte quelle notti dove sono andate tutti quei volti conosciuti e amati passati di lì guardo da dietro il palco rubo piccoli segreti mi ammalo di nostalgia segno su una piccola agenda faccio il pieno seguo il piano & ricomincio daccapo c'è sempre la macchina da mettere in moto e domattina all'alba ci sarà un'altra storia da raccontare. Carlo mi manchi se solo potessimo tornare a quei giorni là. Ho paura del buio ho paura dei fantasmi. La gentilezza del mondo, siamo morti davanti al mondo piccolo Buddha nel mio cuore siamo vivi per l'eternità nel respiro di Dio
Saturday, December 12, 2015
Ol' Blue Eyes
“La musica più brutale, brutta, degenerata, una sotto forma di espressione viziosa: naturalmente mi riferisco al rock’n’roll”. Che Frank Sinatra non amasse il rock’n’roll non deve stupire, ma ovviamente non era nemmeno consapevole che il suo album pubblicato nel 1955, In the Wee Small Hour of the Morning, sarebbe stato una sorta di precursore, non certo nelle musiche, ma nell’ambientazione, di tanti dischi rock intimisti e soprattutto dei cosiddetti concept album. In the Wee Small Hour venne fortemente voluto dallo stesso Sinatra come una raccolta di canzoni a tema, dedicate al corrompersi della relazione con la sua seconda moglie, l’attrice Ava Gardner, Un tipo di album che ai tempi nessuno si era mai sognato di fare, ancora legati come si era alla raccolta di 45 giri usciti in precedenza e messi in un unico ellepì. Qua invece per la prima volta c'era una storia da raccontare.
Tutto il disco, dalla copertina al mood musicale e lirico, ruota attorno alla sofferenza della fine di un amore e al disperato tentativo di salvarlo in qualche modo, qualcosa che diverrà comune per i grandi cantautori come Dylan e Springsteen, per dirne due, che si cimenteranno in concept analoghi (Blood on the Tracks e Tunnel of Love).
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Tutto il disco, dalla copertina al mood musicale e lirico, ruota attorno alla sofferenza della fine di un amore e al disperato tentativo di salvarlo in qualche modo, qualcosa che diverrà comune per i grandi cantautori come Dylan e Springsteen, per dirne due, che si cimenteranno in concept analoghi (Blood on the Tracks e Tunnel of Love).
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Tuesday, December 08, 2015
People have the power
Quello che è successo a Parigi la sera del 13 novembre, a molti di noi appassionati di musica rock ci ha segnato per sempre. Non perché un ragazzo che muore a un concerto rock è meglio di un bambino che muore su una spiaggia turca. Ma perché chi di noi, e chi non tra di noi, pensava che andare a un concerto rock fosse una fuga dalla realtà per un paio d'ore, ha capito dopo quella sera che la realtà ti si sbatte addosso ovunque, si impone, nella sua tragicità e nel suo dolore così come nella bellezza che cerchiamo proprio nei concerti rock. Per due sere, gli U2 hanno celebrato quei morti di Parigi, invitando prima Patti Smith, poi quella band che era sul palco del Bataclan il 13 novembre, gli Eagles of Death Metal. Tutte e due le volte si è cantato People Have the Power, perché "la gente ha il potere di redimere un mondo di pazzi", se lo vuole. Gli EODM, che nei giorni scorsi avevamo visto in un video piangere ricordando quella sera, dicendo di volersi inginocchiare davanti alle mamme dei ragazzi morti perché non sapevano quale altra parola si possa usare davanti a tanto dolore, sono tornati su di un palco. Così facendo ci hanno fatto capire che adesso tocca anche noi salire sul palco della vita quotidiana: "The bad guys never take a day off, and therefore we rock ’n rollers cannot either…and we never will. We are incredibly grateful to U2 for providing us the opportunity to return to Paris so quickly, and to share in the healing power of rock ‘n roll with so many of the beautiful people – nos amis – of this great city", hanno commentato. Il potere salvifico del rock'n'roll può aiutare il mondo.
Qualche sera fa con un gruppo di amici abbiamo cercato anche noi di celebrare il potere salvifico della musica. Ci siamo trovati al leggendario Una & Trentacinque di Cantù e abbiamo parlato, letto, cantato, suonato e riso. Ci siamo preparati per un Natale diverso. Ringrazio tutti quelli che sono venuti, alcuni anche dalla mia lontana e cara Liguria, chi ci ha dato lo spazio, chi ha suonato, chi ha organizzato, chi ha fatto le torte e anche chi non ce l'ha fatta a venire. Qua come ricordo una galleria di foto di un pomeriggio in cui l'unica cosa che ha contato è essere amici. Thanks ev'body. People have the power (Grazie ad Andrea Furlan per le belle foto)
Carlo Prandini
Blind Buddy Blues
Stefano Ferrè e Walter Muto
Stefano Corsini, Luca Frisio e Luca Rovini
Manlio Benigni
Francesco D'Acri
Sergio Arturo Calonego
Qualche sera fa con un gruppo di amici abbiamo cercato anche noi di celebrare il potere salvifico della musica. Ci siamo trovati al leggendario Una & Trentacinque di Cantù e abbiamo parlato, letto, cantato, suonato e riso. Ci siamo preparati per un Natale diverso. Ringrazio tutti quelli che sono venuti, alcuni anche dalla mia lontana e cara Liguria, chi ci ha dato lo spazio, chi ha suonato, chi ha organizzato, chi ha fatto le torte e anche chi non ce l'ha fatta a venire. Qua come ricordo una galleria di foto di un pomeriggio in cui l'unica cosa che ha contato è essere amici. Thanks ev'body. People have the power (Grazie ad Andrea Furlan per le belle foto)
Carlo Prandini
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