Tuesday, November 09, 2010

La sete inestinguibile *

"La sete di trascendenza si è pervertita in una sete di alcol (…). L’alcolista sembra essere una persona estremamente sensibile, tormentata da un bisogno particolarmente pressante di trascendenza. La dipendenza tende a colpire spiriti liberi che hanno intravisto l’Infinito, ma sono rimasti imprigionati nei loro corpi terreni.
L’alcolista, avendo sognato la trascendenza, non è in grado di sopportare la vita reale, ma desidera essere in cielo, qui, ora, sempre".


* Tratto da Lapsed Agnostic - da profugo a pellegrino, di John Waters


29 comments:

anna said...

queste parole bruciano come la soda caustica... ne ho avuto uno nella vita (che ora è in cielo davvero) per il quale questo è stato vero... da lui ho imparato anche due o tre cose che sono tra le più care

Anonymous said...

"- ho bisogno di qualcosa da bere. - tutti ne hanno bisogno solo che non lo sanno."

Charles Bukowski

Francesca

Paolo Vites said...

Francesca :-) ti cito così:

"Gli uomini geniali si ubriacano per sopportare gli idioti"

Hemingway

luciano said...

Aggiungerei anche questa:
“The problem with the world is that everyone is a few drinks behind.”
Humphrey Bogart

Anonymous said...

La sete di trascendenza non si è mai pervertita, è sempre la stessa, da sempre, a tutte le latitudini e le longitudini; è patrimonio di chiunque perchè non nasce da carne, cervello, muscoli - cuore compreso - ma da quella che tutti, con incerta pronuncia, chiamano 'anima' e l'anima ha una fonte unica di origine: Dio. Quale componente mai avvertirebbe il
bisogno dell'infinito? Al cuore basta il sangue, ai muscoli gli zuccheri, ai polmoni l'ossigeno. Da dove altro posto scaturirebbe
tale necessità? Ma chiunque la può ignorare, disprezzare o dirottare verso obiettivi sbagliati, come l'alcool, che non è poi molto differente dagli acidi degli anni sessanta: non si parlava di paradisi artificiali, allora? Alla fine si sono manifestati per quello che sono: tristi palliativi, rimedi temporanei, che non appagano il desiderio di trascendenza ma lo uccidono perchè alla fine annientano l'essere,
riducendolo ad una larva incapace di guardare oltre alla mera necessità di dissetarsi o di zittire la propria inquietudine. I
tempi di lucidità, poi, si riducono sempre di più, fino a ridurre un uomo libero in uno schiavo. Come se non bastasse e come un deflagrante qualsiasi non si ferma al boato iniziale ma provoca, entro un ampio raggio, feriti, cicatrici e vittime. Che cosa ha a che vedere tutto questo con la trascendenza?

Blues

Paolo Vites said...

mi rendo conto che queste poche righe tolte dal contesto completo del capitolo del libro in questione possano non essere chiare. non è una apologia dell'alcolismo, questa. nel libro viene detto che l'alcolismo (come la droga) è uno dei tanti modi con cui l'uomo moderno che ha eliminato Dio cerca di sostituire e riempire il vuoto che gli è rimasto di una sete cmq inestinguibile.

Anonymous said...

Ricevuto, capito. Ho risposto - non direttamente a te, sia chiaro - e anche un pò d'istinto perchè è un argomento che trovo molto delicato. Non mi sfugge la sfumatura poetica di certe situazioni ma la realtà è molto diversa e chi l'ha vissuta in prima persona (Anna, p.es., mi pare di capire) lo sa persino fin troppo bene. Nella letteratura e nella musica sono molti quelli che sfruttano e poeticizzano questi contesti e, oggi, questo è un fatto che faccio fatica a digerire.
Osserva: "La dipendenza tende a colpire spiriti liberi che hanno intravisto l’Infinito, ma sono rimasti imprigionati nei loro corpi terreni. L’alcolista, avendo sognato la trascendenza, non è in grado di sopportare la vita reale, ma desidera essere in cielo, qui, ora, sempre". Sembra poesia, in realtà è la cronaca di un martirio con annessi e connessi. Ancora una volta, forse, rispondo prima per me stesso che non a qualcun altro.

Paolo Vites said...

credo di poterne parlare anche io in prima persona, visto che per circa un anno mi sono ubriacato ogni singolo giorno e ancora oggi non disdegno, spesso. ubriacarsi ha molte sfumature, ma quello che dice JW corrispnde a qualcosa che solo pochi hannopotuto sperimentare. come nella vita quotidian ci si anestetizza da ogni cosa che reca disturbo, pone domande, alza questioni a cui non sappiamo rispondere, anche l'alcolismo è un modo per anestetizzare il dolore e cercare di recuperare quel momento di trascendenza (chiamalo felicità se vuoi) perfetta toccato in qualche angolo sperduto della vita, ma toccato veramente. e poi perso.

per me è stato così

Anonymous said...

Capisco benissimo, ma è e rimane illusione allo stato puro, e lasciare anche un minimo spiraglio di legittimità alla faccenda - mi riferisco alla dipendenza, non ad un paio di bicchieri dopo cena - non fa altro che prolungare e alimentare l'agonia. Se c'è qualcosa contro cui lottare penso questa vi rientri.

Blues

Anonymous said...

Mi dispiace se il mio intervento è stato forse un pò troppo caustico: come dicevo non ci ho pensato su un granché e agire d'impulso non è mai un buon affare.

Blues

Paolo Vites said...

ma va là, è sempre un piacere leggerti

Anonymous said...

Too kind mr. Vites.

Blues

Anonymous said...

Quanto dolore si nasconde dietro alle citazioni di quei letterati.
Nè sfruttamento nè legittimità.
Sensibilità, estrema.
Direi.

Francesca

laura said...

come scrive vincenzo costantino cinaski,
'la vita va corretta...non si può berla liscia'

che è un modo ironico e bukowskiano di esprimere una mancanza da colmare.

ho sempre visto la ricerca delle sostanze additive, qualunque sostanza, come il tentativo di raggiungere una completezza forse solo intuita, forse sognata, a volte avuta e persa, sempre desiderata.

il desiderio. de_siderare. tendere ad altezze siderali, che non sembrano fatte per l'uomo, ma a cui l'uomo è destinato a pensare.
e perdersi nel gesto del bere fino a perdersi ha per me, comunque, qualcosa di infimo ed eroico insieme. il grido di un bambino che si esprime con la voce roca di un vecchio.

Paolo Vites said...

il grido di un bambino che si esprime con la voce roca di un vecchio.

mi piace

chiara said...

Tom ha smesso di beve! Che pezzo. Che film. Che chitarra. L'alcol è sopravvvalutato Vites, diamoci alle droghe.

Paolo Vites said...

diamoci alle droghe

seeeeeeeeeeeee buaaaaaaaaaaaaaaha haha

Anonymous said...

@Francesca: "Sensibilità, estrema.
Direi."

Sensibile? Certo, ma una distinzione rispetto alla persona comune, se c'è, sta nella capacità di descrivere la propria sensibilità più che nell'entità della stessa. Se tu non fossi altrettanto sensibile le sue parole ti suonerebbero vuote. E invece... E' una virtù quella che alcuni scrittori possiedono e non sono spesso d'accordo sull'uso che ne fanno, ecco.

Blues

silvano said...

Che dire dopo tutte queste citazioni e questi bei commenti? Niente, forse solo citare una testimonianza di un amico che era "troppo" sensibile e che nell'alcol e nelle dipendenze ha ucciso prima la sua, veramente fuori dal comune, sensibilità e dolcezza e poi ne è morto. Spero che abbia trovato quello che cercava.

silvano said...

Scusate se sono andato su un ricordo personale ma le parole di Paolo "l'alcolismo è un modo per anestetizzare il dolore e cercare di recuperare quel momento di trascendenza (chiamalo felicità se vuoi) perfetta toccato in qualche angolo sperduto della vita, ma toccato veramente. e poi perso." mi hanno fatto venire in mente quell'amico, a cui non pensavo da anni, con una vividezza e un realismo che mi hanno commosso.
scusate.
ciao, silvano.

Paolo Vites said...

scuso niente :-)

meno male che i blog servono almeno a ricordare gli amici che non ci sono più

grazie

Maurizio Pratelli said...

Tom non beve più? Maledizione... Ho scritto in giro cazzate :-) Gran film si, e gran canzone

Paolo Vites said...

ha smesso di bere? è per quello che non fa più dischi belli

buuuuuah

kaapi carla said...

Anche io ho (avuto) un amico così. anzi, di più.

Compensare il vuoto fa toccare il fondo comunque. prima o poi, L'importante è accorgersene e rilasciare il "mandante". Che secondo me, non è mai la compensazione in questione (qualunque essa sia: alcool, droghe, consumo, sesso, fuga, andare e venire, automatismi, ecc ecc) ma...noi stessi.

E se qualcosa (qualunque) ci porta a questa consapevolezza ben venga, secondo me:
Niente anestetizza dal dolore veramente, lo rende apparentemente sopportabile. e magari potrebbe anche aiutare veroun momento più rilassato in cui ridefinire l'Intento (nostro e dell'anima nostra) verso chi siamo, il cambiamento. Surrender.

Uffa, scrivo sempre delle spatafiate troppo lunghe (me lo dico da sola, va.. ;-)

ciaus
:-)
kc


N.B.: 24 commenti....;-)

Anonymous said...

@Blues:

rispettabilissima opinione la tua.
Personalmente amo poco gli approfondimenti psicologici.
Provo ad immedesimarmi...

Francesca

Anonymous said...

@Francesca:

Mi attribuisci un tipo di analisi di cui sono all'oscuro più completo. :)

Non è roba per squallidi periti industriali.

Anonymous said...

Stai parlando a una squallida maestra elementare!
Eh, eh, eh...

Ciao,

Francesca

Anonymous said...

Squallida maestra elementare?
E' uno dei mestieri più nobili in circolazione, il tuo.

Blues

Anonymous said...

Grazie, di cuore.

Francesca