Friday, March 04, 2011

Infinite Jest

La realtà è che morire non è brutto, ma dura per sempre. E per sempre non rientra nel tempo



Ci sono questi due giovani pesci che nuotano insieme, e a un certo punto incontrano un pesce più vecchio che nuota in direzione opposta, il quale fa un cenno di saluto e dice, “‘Giorno, ragazzi, com’è l’acqua?”. I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e infine uno dei due si rivolge all’altro e fa, “Che diavolo è l’acqua?”


Se temete che io intenda presentarmi a voi come il pesce vecchio che spiega cos’è l’acqua, non preoccupatevi. Non sono il vecchio e saggio pesce. Il punto fondamentale della storiella dei pesci è che le realtà più ovvie, ubique e importanti spesso sono quelle più difficili da vedere e di cui è più difficile parlare. Detto in questi termini, naturalmente, non è che un luogo comune -ma il fatto è che, nelle trincee quotidiane dell’esistenza adulta, i luoghi comuni possono essere una questione di vita o di morte. Potrebbe suonare come un’iperbole, o un’insensata astrazione. Scendiamo nel concreto, allora…

Perché c’è un’altra cosa vera, ed è questa: nelle trincee quotidiane della vita adulta, l’ateismo non esiste. È impossibile non venerare qualcosa. Tutti venerano. L’unica scelta che possiamo fare è cosa venerare. E un’ottima ragione per scegliere di venerare qualche specie di divinità o di ente spirituale -Gesù Cristo o Allah, Jahvè o la dea-madre di Wicca, le Quattro Nobili Verità o un qualche insieme infrangibile di principi etici- è che praticamente qualunque altra cosa voi veneriate finisce per mangiarvi vivi. Se venerate i soldi e gli oggetti -se è in essi che riponete il vero significato della vita-, non ne avrete mai abbastanza. Non sentirete mai di averne abbastanza. Questa è la verità. Venerate il vostro stesso corpo, la vostra bellezza e il vostro fascino, e vi sentirete sempre brutti, e quando il tempo e l’età inizieranno a farsi notare, morirete un milione di volte prima che essi vi abbandonino davvero.

In un certo modo, tutta questa roba la sappiamo già -è stata codificata in forma di miti, proverbi, cliché, tranquillizzanti, epigrammi, parabole: lo scheletro di ogni grande storia. Il trucco è mantenere salda davanti a voi la verità nella consapevolezza quotidiana. Venerate il potere -vi sentirete deboli e impauriti, e avrete bisogno di un potere sempre maggiore sugli altri per tenere a distanza la paura. Venerate la vostra intelligenza, la vostra brillantezza -finirete col sentirvi stupidi, degli impostori, sempre sul punto di essere smascherati.



La Verità con la V maiuscola riguarda la vita prima della morte
. Riguarda la possibilità di riuscire ad arrivare ai trent’anni, o ai cinquanta, senza che vi venga voglia di spararvi un colpo in testa. Riguarda la semplice consapevolezza -consapevolezza di quello che è così vero ed essenziale, così nascosto in bella vista attorno a tutti noi, che dobbiamo continuare a ripeterci costantemente:

"Questa è l'acqua, questa è l'acqua; dietro questi eschimesi c'è molto più di quello che sembra". Farlo, vivere in modo consapevole, adulto, giorno dopo giorno, è di una difficoltà inimmaginabile. E questo dimostra la verità di un altro cliché: la vostra cultura è realmente il lavoro di una vita, e comincia...adesso. Augurarvi buona fortuna sarebbe troppo poco. 

Il testo integrale della conferenza di David Foster Wallace

15 comments:

Frank said...

WOW! UN GENIO! ...sono andato a cercarlo su Wikipedia ed ho letto la sua storia... cazz.....

Anonymous said...

"...È impossibile non venerare qualcosa. Tutti venerano..."

Vero è che tutti siamo spinti a venerare nella nostra società, in primis il "dio" denaro. Non concordo, tuttavia, che l' unica scelta possibile sia decidere cosa venerare.
"Quasi" tutti venerano...

La nostra società, daltronde, è malata e ne sei consapevole.


Francesca

Anonymous said...

Leggiti questo:

http://www.minimaetmoralia.it/?p=693#more-693

Carlo

Paolo Vites said...

fantastico grazie carlo, sto divorando ogni cosa che trovo su di lui, l'ho scoperto davvero tardi

francesca: non darei colpe alla società, la società è fatta a nostra immagine e somiglianza, siamo noi che facciamo la società, se la società è malata è perché noi siamo malati

Anonymous said...

Certo che siamo malati:
pensiamo veramente che l'attuale società sia fatta a nostra immagine e somiglianza.

Francesca

FranK said...

Bravo Paolo! Un sano realismo e la capacità di riconoscere la propria "malattia" darebbero una vitalità alla nostra società che non ha più....

blues said...

Queste parole a me suonano terribilmente lugubri e tragiche, considerata la scelta finale di togliersi la vita.

Paolo Vites said...

per me l'opposto, le trovo di un realismo micidiale, capaci di cogliere l'unico aspetto che vale nella vita, quello della mendicanza, della ricerca, dell'attesa. "il lavoro di una vita", quello che nessuno ormai fa più, tutti distratti e annegati nelle mille cose di tutti i giorni, quelel che leneca lui.

la morte: era malato sin da ragazzino di una forma di depressione gravissima

Maurizio Pratelli said...

tragicamente vero, anche se fa male.

blues said...

E’ terribile sia finita così. Sembra impossibile che dietro ad una tale solidità e lucidità di pensiero sia celata una così smisurata fragilità interiore. Eppure è così. E gli stessi psicofarmaci sono secondo me all’origine di molti di questi disastri: ho viste non poche persone trasformarsi letteralmente in zombie ‘grazie’ a queste sostanze, e diventare così degli ‘irrecuperabili’. Mi chiedo perché non venga proposto un percorso di una ricostruzione - per così dire - interiore e spirituale. Eppure ci sono infiniti esempi di persone molto prossime al suicidio, salvatesi dopo aver intrapreso – per iniziativa propria o per l’altrui suggerimento – la via della fede. Si teme forse di turbare in tale modo la 'libertà' delle persone? E in nome di questa presunta libertà si decide quindi di abbandonarle alla propria sorte? C'è un sacerdote, Padre Aldo Trento che per un lungo periodo della sua vita ha sofferto di una fortissima depressione e grazie alla riscoperta della vocazione, ora si sta letteralmente immolando per salvare i più derelitti del paese (Paraguay) dove si trova in missione: persone che nemmeno gli ospedali accolgono. Non solo ne è venuto fuori ma sta conoscendo una vitalità mai riscontrata. Fa impressione. Ora parla così: “Mi occupo anzitutto di malati terminali e depressi. Quello che è strano è che avevo terrore di finire in un manicomio. Ho alle spalle anni e anni di antidepressivi. La notte che porto con me è dolorosa, ma oggi la vivo con la gioia perché Dio per realizzare le sue opere ti vuole sulla sua croce con lui. Può fare anche diversamente, ma con me ha scelto questo metodo. Stare di fronte agli ammalati significa realmente immedesimarmi con loro fino al punto che quella sofferenza diventa mia, diventa preghiera e supplica. [...] Un ragazzo di 22 anni, piegato dall’aids, mi ha detto: «Padre, io non ho mai avuto nessuno come compagno nella vita, l’unico è stato l’aids. Oggi finalmente capisco cosa cercavo». Gli ammalati chiedono continuamente i sacramenti. Una mamma di 32 anni si è ritrovata con due bambine di 7 e 8 anni, affette da malattie congenite, morte in ospedale: è rimasta da sola con un bambino e ha scelto di adottarne altri 12 malati di aids. Crispino, 34 figli sparsi ovunque, prima di morire ha organizzato una cena per festeggiare l’ultimo compleanno con tutti i malati. I racconti sarebbero molti”. I parte

blues said...

II parte

Circa venti anni fa toccò anche a me. Certamente non nelle forme gravi come queste, ma sufficientemente pesanti da rendermi estremamente difficile esprimermi con normalità: quando parlavo mi sembrava di sentire la mia voce arrivare da lontano tanto si trovava sfasata e scoordinata rispetto ai pensieri. Uno stato confusionale perenne. Le espressioni di perplessità che sistematicamente leggevo sul viso del mio interlocutore – ho sempre pensato che ‘intuisse’ solamente il senso delle mie frasi - non facevano che peggiorare le cose e rendermi i contatti sociali oltremodo complessi. Camminavo guardando in basso e mi sembrava di dirigermi verso il fondo di un burrone. Oltre a questo mi portavo sulle spalle (questo tuttora) una patologica timidezza tale da farmi sentire un disadattato nella mia stessa famiglia. E così non trovavo nemmeno il coraggio di chiamarla per nome, questa sofferenza: ciò escludeva qualsiasi richiesta di aiuto a chicchessia, medici compresi. Dovevo per l'ennesima volta cavarmela da solo. Durò per mesi, fino a che, nel buio interiore più totale, istintivamente (diciamo così) ricercai la sopravvivenza in qualche periodo felice della mia vita e mi rividi a correre felice lungo i corridoi sotto-chiesa in un periodo particolarmete sereno; avevo otto anni, credo. Presi quindi un rosario ed iniziai a pregare, sperando di trovare conforto nella memoria di quei giorni. Non trovai solo conforto, ma trovai molto più. E' da allora che credo, per quanto sia consapevole della fragilità del mio credere, ed è da allora che auguro (anche se non sempre apertamente) un incontro come il mio a chiunque incroci la mia strada. Nel giro di poche settimane, tutto quello per cui fino ad allora avevo dato la vita – ‘musica, arte e grandi amori’, come diceva C. Lolli - mi parve di colpo vuoto e inutile. Mi ero riempito di centinaia di album cercando quello 'da isola deserta', e di altrettanti libri cercando quel minimo di stabilità per affrontare un'altra giornata. Nella difficoltà mi avevano abbandonato tutti: dai Beatles e Dylan a Kerouac a Pavese e Buzzati. Certo, mi avevano aiutato a ‘tirare avanti’, ma si trattava sempre di un insopportabile arrancare. Ora mi succede quello che succede quando si scopre qualcosa di tanto grande da voler rendere partecipe chiunque ci passi accanto: regalarlo, come gratuitamente l’ho ricevuto.

Anonymous said...

"...Si teme forse di turbare in tale modo la 'libertà' delle persone? E in nome di questa presunta libertà si decide quindi di abbandonarle alla propria sorte?..."

Sì.
Tu hai scelto liberamente di aggrapparti alla fede, hai indubbiamente fatto bene, ma la libertà, anche nel dolore e nella malattia, non è MAI presunta.
Proporre è legittimo, imporre è sempre sbagliato.


Francesca

blues said...

Sono d'accordo.

Paolo Vites said...

grazie blues, davvero

Alessandro Berni said...

geniale, grazie.

Dovrù leggere qualcosa, un mio amico ha due o tre cose tra cui mi ha citato "Una cosa che non farò mai" o qualcosa del genere.

Ricordo una sua citazione di Roger Federer, mia passione sportiva :-)

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