Friday, September 07, 2007

Io non sono qui (purtroppo c'è Todd Haynes)


Non permetterei mai a un critico cinematografico di recensire un disco, così questa non è una recensione. Poi a me il cinema non piace. Be’, mi piacciono I vitelloni di Fellini o Un mercoledì da leoni, ma poco altro. Lo trovo un mezzo limitato ad esprimere in un paio di ore storie, persone, fatti. Le vite della gente insomma. Oggi impazzano i biopic, e per la cronaca ho trovato quello su Johnny Cash pessimo. Todd Haynes si è preso la briga di fare il biopic su Dylan, ma Todd Haynes non ha cuore. Lo aveva già dimostrato con Velvet Goldmine, storia del Lou Reed e del David Bowie primi anni 70. Non sa cogliere il mistero che c’è dietro ogni grande storia di rock’n’roll, sa solo cogliere l’estetica, l’effettistica, quello che usualmente si dà in pasto al popolo bue. Così ha fatto anche questa volta, riducendo Bob Dylan a una icona da ingoiare forzatamente.

Per raccontare la vita di Dylan si è inventato qualcosa che lui pensava fosse originale e geniale, ma lo stesso Dylan lo aveva fatto già trent’anni prima, con quel grande film che fu Renaldo & Clara. Cioè confondere vita e realtà con personaggi fittizi che entrano ed escono dalla storia, ognuno dovrebbe rappresentare un lato della vita del protagonista. “Io è un altro” diceva Rimbaud, da sempre il motto stesso che Bob Dylan ha scelto per se stesso, e che Haynes pensa di aver inventato lui. Così abbiamo sei personaggi che rappresentano sei lati della vita di Dylan
Ma come?

Haynes ha preso porzioni larghissime di due classici documentari (Don’t Look Back e No Direction Home) che già dicono tutto quello che c’è da sapere su Bob Dylan, e li ha ‘trapiantati’ nel film di sana pianta. Ora: non fossero mai usciti quei due film, tutti grideremmo ‘fantastico’, ma preferisco guardarmi gli originali, almeno lì c’è il vero Dylan.
Intorno ha costruito queste storielle che non ci azzeccano praticamente nulla: la parte di Richard Gere, ad esempio, è buttata lì solo per avere ‘il grande nome’, ma è di una forzatura addirittura umoristica: il fuorilegge del West? Bob Dylan come Billy The Kid? L’ex Mister Jones che è diventato costruttore di autostrade e vuole schiacciare i piccoli proprietari terrieri? Ma per favore. Haynes aveva bisogno a tutti i costi di buttare dentro qualche frecciata politichese a Bush etc, e così ha fatto.


Tutto il film ruota poi intorno al (noiosissimo) divorzio tra Robbie (divo del cinema che rappresenta il Dylan anni 70) e la moglie Claire, un mix tra Suze Rotolo e Sara Dylan (sembra però una giovane Patti Smith) con scene insopportabili di (finto) dramma familiare.
Il Dylan folksinger (Jack Rollins) è terribile, finto come un pomodoro marcio e ritratto come un deficiente (il discorso con cui Dylan nel’ 64 attaccò i liberal sembra qui una farsa).

Jude, il Dylan del periodo elettrico '65-66 (una strepitosa Cate Blanchette, devo ammetterlo) non fa altro che recitare lunghissimi monologhi tratti da dichiarazioni dell’epoca di Dylan, ma sono buttati lì, spesso fuori contesto e annoiano a morte, così come quella filmografia stile psichedelia di quarta mano anni 60. Mi è piaciuta la scena in cui Dylan e i Beatles giocano sul prato con le voci da bambinetti, e un po’ lo scontro con il giornalista Mr. Jones. Ma la scena in cui Dylan e band a Newport si girano verso il pubblico e tirano fuori i mitra sparando sul pubblico… cinema di terza categoria, Todd…


Naturalmente il Dylan della svolta cristiana è ritratto come un mentecatto che predica davanti a quattro reduci hippie dal cervello bruciato.


Chi conosce Dylan, si annoierà; chi non lo conosce penserà: Bob Dylan è l’uomo più noioso del pianeta, chi se ne frega delle sue masturbazioni mentali e dei suoi guai familiari?
Resta la goduria di ascoltarsi in bella stereofonia tante canzoni di Bob (ottima la scelta di Idiot Wind da Bootleg Series invece che da Blood On The Tracks) e le cover, su tutte la formidabile Going To Acapulco del bravissimo Jim James dei My Morning Jacket.

Se potete riguardatevi Masked & Anonymous: quello era un grande film…

40 comments:

stefano said...

Potevi aspettare almeno domani:-)
proprio oggi vado a vedere il film.

Sono piu' di 20 anni che seguo il menestrello di Duluth e ancora mi ricordo l'attesa per scartare la tua fanzine "Rolling Thunder".

Non mi aspetto nulla questo film che ancora non ho visto, forse il titolo suggerisce che potrebbe essere un clone moderno di Renaldo and Clara,o appunto lo stesso Mask and Anonymous,ma e' anche vero che parlare di Dylan e proporre qualche cosa di nuovo e diverso non e' un impresa facile,anche il film No Direction Home di Martin Scorseze non aggiungeva nulla alle autobiografie esistenti tipo Scaduto o H.Jones.
La cosa piu' strana e' che questo film e' stato autorizzato e quindi si presta ad essere come un qualche cosa di "vero" dallo stesso Dylan.

Saluti cordiali da un Dylan-fan

Paolo Vites said...

hehe... ma a questo servono le ante prime, no? be', sembra che il film sia seriamente candidato a vincere a Venezia...

andrea said...

Non ho visto il film, ma come fai a dire che il cinema è un mezzo limitato? Io lo trovo invece la disciplina artistica più completa del nostro tempo, proprio perché ne contiene altre (fotografia, musica, ecc.). Se è limitato un mezzo espressivo che ti permette interazioni tra immagini, musiche, storie...

Paolo Vites said...

be' ma che centra se in un mezzo espressivo ci puoi mettere un sacco di cose e il risultato è limitante lo stesso? in due ore ci puoi mettere la vita di un uomo di 66 anni (ad esempio)? ovviamente no, ci metterai solo le cose che vuoi metterci tu.

le canzoni, poi: ne ascoltrai sempre solo dei frammenti, 30 o 40 secondi se va bene, altrimenti è un film musicale e basta.

per questo Bob Dylan fece un film di 4 ore (Renaldo & Clara) che fu naturalmente stroncato perché troppo lungo.

Fausto Leali said...

un giorno o l'altro mi spiegherai cosa ci trovi di bello in Masked & Anonymous (magari riesci a farmi cambiare idea e tirare fuori il VHS per rivedere il film :-)

andrea said...

No, in due ore non ci puoi mettere la vita di un uomo di 66 anni. Ti serve un film che dura 66 anni. L'arte è condensazione. In una canzone ci può stare un mondo intero, figuriamoci in un film. E' chiaro che è limitante, ma non esiste espressione che non lo sia. Il cinema, proprio perché può sfruttare allo stesso tempo immagine e suono è un mezzo espressivo potenzialmente potentissimo. Il mio è un discorso sul mezzo espressivo, non sul film in questione (che, ripeto, non ho visto). Mi sembra plausibile che un appassionato reputi quantomeno limitante un film biografico sul proprio idolo, ma ciò non toglie le potenzialità del cinema.
N.B. i migliori film che ho visto non contenevano mai canzoni, ma solo brani strumentali spesso funzionali al film. Ma aggiungo questo: la migliore versione di Tiny Dancer è quella cantata in coro in Almost Famous (l'unico momento del film che vale la pena di vedere).

stefano said...

Ho visto il film.
Che dire?
Ha ragione Paolo concordo in gran parte cio' che dice,in effetti a chi serve il film?
Per i Dylaniani come me nulla, sono cose viste e riviste,mi e' piaciuta l'intera sequenza che ha per protagonista il pseudo Dylan-giornalista-Mr.Jones (Ballad of a Thin Man),l'intero film alla fine risulta superficiale,non va a fondo,non sonda cose che non sono risapute,inoltre interi periodi della vicenda dylaniana come al solito diciamo dai primi anni 80 fino ad oggi sono completamente ignorati,perche'? Sembra che esista solo il
Dylan elettrico,quello della svolta elettrica e il resto?
Anche Scorseze con "No Direction Home" fa lo stesso,ma Dylan non e' solo quello.

Paolo Vites said...

abdico alla discussione sul cinema perché onestamente non sono in grado di sostenerla; rimane che io al cinema mi annoio.
Mona Lisa and Mad Hatters è ancora più bella di Tiny dancer e anche la scena in cui è utilizzata è più bella di quella pur già bella del bus. Almost Famous è un film che non mi ha mai annoiato, peraltro.

Stefano: hai ragione. Come al solito il Dylan di cui si parla è sempre e solo quello degli anni 60, come se dopo non avesse fatto ancora grandi cose. O no? Cominciano a farmi venire dei dubbi...

Fuato: M&A è un gran film perché parla della condizione esistenziale dell'uomo. Cioè dell'impossibilità di sfuggire al mistero che ci afferra. Sempre.

Brunocat said...

Ciao Paolo, non ho ancora visto il film ma dal poco che ho visto nei trailer temo che tu abbia proprio ragione...

Il mio film ideale su Bob Dylan dovrebbe essere diretto da Scorsese (il documentario è strepitoso) e recitato da Daniel Day Lewis che è l'unico attore al mondo con talento e carisma paragonabile a Dylan.

Sono anche d'accordo con il tuo parere su M&A. E' un film che traccia un ritratto impietoso di questi brutti tempi (e non solo di questi), di come la società annichilisce e manipola l'individuo in mille modi, dai più brutali ai più subdoli.
Ultimamente l'ho rivisto un paio di volte, anche in lingua originale, ed ogni volta ne ho un'impressione migliore.

Bruno Jackass

skywalkerboh said...

M&A mi era piaciuto tantissimo, diceva più quel film su Dylan e la figura del cantautore di tanta mondezza scritta o suonata in tanti anni da tanta gente...
non è facile raccontare Dylan in un film: troppo complesso il personaggio, si cade nei clichè soliti del cantautore di protesta del primo periodo, del ribelle rock di metà anni '60, del predicatore evangelico degli album religiosi che ben conosciamo...
Dylan è più di tutto questo messo assieme: è un UOMO che ha fatto sempre quello che si sentiva di fare e che di fronte alle mitizzazioni (come questo film, a quanto capisco) ha risposto quando ne ha avuto voglia con ironia sorniona.
guarderò il film, sicuro, ma non so cosa pensare... perchè raccontano di più (per fare un esempio) canzoni come quelle di Blone On Blonde (sui malesseri personali dell'uomo di fronte alla donna) di qualunque film o altro..
Bob comunque, bene o male fa parlare e raccontare di sè: il suo fascino e carisma sono sempre al top, Bob è la Musica Moderna, imprescindibile, gli altri artisti sono in coda dietro... chi con rispetto, chi con invidia...

Fausto Leali said...

Paolo, molti film parlano della condizione esistenziale ed hanno la capacità di lasciare spazio alla domanda posta al Mistero di rendersi presente.
Non mi sembra che M&A sia però una delle migliori realizzazione in tal senso.
E per di più anch'io sono piuttosto critico nei confronti del cinema ed é per questo che, prima di definire un'opera "gran film", almeno per quanto mi riguarda, ne passa.

Ma proverò a riguardare questo film, nella chiave di lettura che suggerisci.

Paolo Vites said...

ovviamente l'espressione 'grande film' era volutamente un po' forzata... ci sono cmq elementi di grande interesse in M&A snobbati dall'intellighenzia... prima o poi scriverò qualcosa al proposito

Anonymous said...

grazie per la bella pubblicità a M&A, anche sto mese porto a casa la michetta.........
scherzo, grazie per la non recensione, temevo fosse una ciofeca, ora ne ho la conferma e ci risparmio pure 10 euri che di questi tempi non fa male....
ciao
armadillo man

Michele said...

C'entra poco col discorso, ma secondo me Almost Famous è un gran bel film con una colonna sonora notevole, già che ci sono consiglio di dare un'occhiata ed un'ascoltata :-) anche ad Elizabethtown sempre di C. Crowe.
I suoi film non saranno capolavori ma secondo me sono di gran lunga migliori di certe roba (specie italiana) che i critici provano a rifilarci a tutti i costi!

Paolo Vites said...

anche a me crowe piace molto (be' Vanilla Sky è un po'... alla todd haynes...) soprattutto per la sua positività di fondo e almost famous resta a mio modesto avviso il miglior film sulla musica rock, l'unico che non presenti gli appassionati di musica rock soltanto come dei decerebrati tutto sex drugs and...

anche the commitments è un grande film, in qs senso

ilaria ladybird said...

mi hai un po' smontato l'entusiasmo ma almeno mi mangerò meno le mani per non poter andare al cinema a vederlo..

Paolo Vites said...

Un grande amico, Alessandro Cavazzuti, mi manda il suo commento via mail: "Ottima recensione, il film è, in estrema sintesi, un lungo videoclip pretenzioso e inconcludente. A fare dialoghi e sceneggiature del genere son capace anch'io, basta avere sottomano don't look back, eat the document e il catalogo delle canzoni di Dylan e inserirle più o meno caso. Se lo scopo era trasmettere 'emozioni', non fa altro che riciclare quelle trite e ritrite costruite sul mito puramente mediatico del personaggio. Irritante. Si salva solo la colonna sonora, e vorrei vedere...

Alessandro said...

Giusto per smentire, in parte, me stesso, aggiungo che la scena su Ballad of a thin man (pessima versione, per altro), dove viene rappresentata la prima strofa della canzone è l'unica riuscita di tutto il film, di grande impatto, tra l'altro molto ben introdotta dalle schermaglie Dylan-Reporter, a creare un bel crescendo emotivo. Tagliando il resto del film, rimarrebbe un ottimo video per la canzone.

Paolo Vites said...

Era piaciuta anche a me quella scena... ho trovato imbarazzante quella dell'incontro/scontro con Edie Sedgwick, invece... Quando lui/lei (Dylan/Blanchette) si gira a mo' di James Dean e sussurra: "Proprio come una donna eh?". Il che mi ricorda di sottolineare che il film andrebbe visto in lingua originale, per capire i molti doppi sensi alle canzoni di Dylan. Tipo la scena del crocefisso quando Dylan urla al Cristo: "Come ci si senteee?". In italiano è pateticamente ridicolo.

Anonymous said...

Da buon fan di Dylan ho visto il film: terribile. Troppo difficile per chi non conosce la biografia del menestrello nei dettagli e troppo brutto per chi la conosce bene.
Concordo con l'autore del blog, il Dylan anni 60 sembra un mentecatto, quello della svolta religiosa pure...la parte di Gere è assolutamente fuori contesto, buttata lì senza capo nè coda. E anche se la Blanchett è stata molto brava resta comunque sgradevole perchè il linguaggio e le risposte decontestualizzate ridicolizzano il personaggio.
Molto meglio i documentari, giustamente...lì almeno c'è il Dylan vero...

Pessimo film...

Un saluto a tutti...

Giulio

Anonymous said...

Sono capitato qui attraverso il link inserito da Michele Murino nel sito "Maggies Farm" e, vista la preponderanza dei pareri negativi sul film qui riportati - anche magari da chi il film manco l'ha visto-, essendo io di parere del tutto opposto, non posso trattenermi dall’intervenire, anche se le mie impressioni sono già state inserite sul sito di Murino.

Premessa fondamentale:
la proiezione che ho visto alla mostra di Venezia era in lingua originale con sottotitoli in italiano.

Per di più, fatto molto interessante, nei titoli di coda è riportato che gli attori hanno avuto lezioni da alcuni esperti di "dialetto"! Non sono così altamente ferrato in proposito né, tantomeno, di madre lingua da capire se dipenda dal fatto che alcuni attori sono australiani (Blanchett e Ledger) ed essendo l'inglese australiano non propriamente come l'americano del midwest, avevano dunque bisogno di lezioni di accento; o, se invece si tratti proprio di uso dialettale della lingua inglese.

Se nelle sale normali la proiezione è in italiano, beh ...
penso sia deleterio per il film. Come si può ascoltar Dylan parlare in Italiano? L'interpretazione della Blanchett è per almeno il 60% straordinaria per come parla! Non solo per come si muove o è truccata. Perdere la sua voce e le sue inflessioni, priva il film del suo interesse. E’ come se andando a vedere un concerto di Bob mettessero una base con il cantato doppiato in italiano.

Il doppiaggio, se c'è stato, penso possa aver influenzato fortemente alcuni giudizi sul film.
Non ho dubbi che alcune scene possano risultare ridicole.

Penso si perda completamente l'interesse del film.

Andatelo a vedere in originale!

Fatta questa precisazione, non posso che confermare quanto ho scritto appena visto il film: montaggio incalzante , spostamenti continui in avanti ed indietro nel tempo- e nei personaggi-, citazioni familiari, musica grandiosa ( e molta di più di quanto mi aspettassi in versione originale ufficiale di Bob) attori entusiasmanti.

Originale nel raccontare la storia e nel rappresentare l'artista.
La cosa che più mi ha colpito è il modo in cui ti fa entrare nella sua mente.

Ecco , è come un viaggio all'interno della mente di Dylan e delle sue canzoni per i primi venti anni della sua carriera.

Haynes con la Blanchett ha catturato per sempre l'essenza del Dylan "hypster" del '66, rivelandone anche il lato femminile che spiega il fascino che emana forte anche per il pubblico maschile.

Cate Blanchett è diventata la mia attrice super preferita: è di una bravura sconvolgente, e posso dire che il minore dei pregi è la straordinaria somiglianza che riesce ad avere con l'artista di Blonde on Blonde e del British tour.

Era impossibile fare meglio di quello che ha fatto lei, non la cambierei con nessun altro in quel ruolo.
E Todd Haynes è un genio per la scelta di una donna a rappresentare Bob in quel periodo, come per il modo originale in cui ha saputo rappresentare i momenti topici delle sue performances.

Cosa volete, che si possa fare un film su Dylan ed ignorare il tour del '66, e che nel riproporlo in un film si possa fare a meno di ricostruire le immagini storiche di Don't look back ed ora anche di No direction home?
Come anche non si può tacciare di mancanza di originalità il regista per i continui movimenti di spazio e di tempo, ed imputargli scopiazzature da Dylan stesso.
Ma scusate, se Dylan è il maestro dell’arte dello spiazzamento psichico, come si può rappresentarlo senza far ricorso a questo espediente nel dipanarsi del film. Doveva essere più rispettoso dei fatti e della cronologia? Ma allora era l’ennesimo documentario.
Secondo me le riprese ed il montaggio nel ricostruire le apparizioni dal vivo e le conferenze stampa dimostrano grandi capacità cinematografiche.

I films, come diceva qualcuno, sono un distillato della vita dopo aver tolto tutte le parti noiose.

Non si può avere un film su Dylan e pretendere che ci stiano dentro in bell'ordine tutti i fatti artistici e personali, come nelle belle biografie che quasi ogni anno ci vengono propinate riciclando le solite storie ed i soliti aneddoti.

Dato atto che non tutto è riuscito bene – in particolare l’aspetto coniugale e familiare e quello della conversione religiosa (perché troppo sbrigativi e semplicistici) mi pare che le critiche negative siano scritte da un punto di vista terribilmente pretenzioso e pignolo, con il tono di chi, sapendola tanto lunga sui meri fatti della vicenda rappresentata dal film, vuole inchiodare il regista a presunte sue responsabilità di non sapere di cosa stia parlando e di non aggiungere nulla a tali fatti stranoti a tutti.
E, pertanto, colpevole di mancanza di originalità, come se avesse dovuto svelare con il film chissà che altro.
Ma il film non è, penso, fatto per i soliti fanatici che sanno anche più di Dylan stesso quanti figli o mogli ha avuto o quante versioni di una certa canzone ha fatto in concerto; il film è fatto per un pubblico che voglia lasciarsi coinvolgere emozionalmente dalla rappresentazione della meravigliosa avventura artistica di uno dei più importanti artisti del secolo e di sempre; e, soprattutto per il pubblico che sa poco di Dylan, cercando di fare sentire la devastante, fragorosa potenza espressiva di un uomo dalla mente incontenibile, tanto da dover utilizzare più attori per riuscire ad avvicinarsi alla sua rappresentazione.
E le idee al regista non sono certo mancate. E mi paiono del tutto originali.
La prima è il titolo del film che ora tutti danno per scontato ma che prima di essere usato, avrei voluto vedere a chi sarebbe venuto in mente.
La seconda, ancora, di imperniare la colonna sonora proprio su questa canzone: e se non è originalità questa…
La terza, ancora, di usare per la colonna sonora tutta una serie di canzoni importantissime e fondamentali per l’arte di Dylan , ma certamente non note come altre che si potevano utilizzare con più possibilità di accattivarsi il pubblico comune.
La quarta, scegliere di raffigurare il Dylan acerbo in via di formazione artistica con un attore nero e bambino.
Ed ancora, l'apertura del film con il cadavere di Jude/Blanchett/Dylan all’obitorio,od il vagabondare per i boschi, solo e smarrito, nella apparente pace più assoluta, interrotta dagli assalti di tutto il mondo esterno, ma anche dalla propria stessa mente che incessante lavora e viene folgorata da suoni/canzoni. E come questa mente alla fine possa trovar pace e serenità solo nella musica e nella propria arte.

Cate Blanchett mi pare abbia detto che “Dylan è il ruggito del mondo”. Ecco penso che questo film faccia ben arrivare alle orecchie di tanti sordi tale ruggito.

Andrea Orlandi

Paolo Vites said...

ciao andrea! long time no see you... grazie per il post... anche se tutte le persone con poca conoscenza di Dylan con cui h parlato e che hanno visto il film, immancabilmente hanno detto: "che noia" oppure "non c'ho capito un tubo". dico: ok rivolgersi a un pubblico generalista e non a un fanatico come me, però costoro avrebbero dovuto essere stati colpiti da qualcosa... no? comunque spero di vederti ancora da qs parti.....

Filippo said...

Salve a tutti, ciao Paolo!
Mi sono deciso a scrivere due righe sotto questa discussione del tuo blog dopo che vi sono stato indirizzato da un amico a noi comune col quale proprio ieri sera ho visto questo "Io non sono qui - I'm not there" di Todd Haynes.
Trovo, da amante della musica (e di Dylan) e soprattutto da grande divoratore di bel (e a volte brutto) cinema, che ci sia del vero in ciò che dici, ma ci sia soprattutto del buono - o per meglio dire "del bello" - nel film di Haynes su un segmento particolare della vita di Bob Dylan. Andrò con ordine.
Sto con te (spero mi permetterai il "tu" anche se non ci conosciamo) quando sottolinei il fatto che numerosi documentari, biopic o film di finzione si concentrano sul periodo della svolta elettrica di Dylan, o, al più, su ciò che immediatamente l'ha preceduta e su ciò che ne è stato la diretta conseguenza.
Tuttavia non vedo proprio cosa sia da rimproverare in questo caso al generoso Haynes che da regista ha scelto un estratto come un altro, magari molto più significativo di altri, della vita di un artista caleidoscopico come Dylan e anzi, con diversi stili registici, ne ha rafforzato la sua energia poliedrica.
Già nel '87 per esempio, quando Kubrick completò le riprese di Full Metal Jacket, numerosi e variegati film sulla guerra del Vietnam erano già stati realizzati (Apocalypse Now, Il Cacciatore tra gli altri) e addirittura Platoon di Oliver Stone, sempre sulla guerra del Vietnam (ormai conclusasi da molti anni), aveva vinto giusto un anno prima ben 4 Oscar ed era tra i maggiori incassi di quell'anno.
Che cosa spinge un artista a creare dove altri hanno già messo mano, dunque? Ad attraversare sentieri così battuti in passato da essere diventati autostrade? Che sia meglio, come Blanchett/Dylan a fine pellicola ricorda, "non creare nulla, perchè questo sarà frainteso"?
Credo sinceramente di no. E credo che nessuno, con un minimo di coscienza artistico-morale, se lo possa augurare.
Ciò che spinge dopotutto a creare (e credo che questo sia il caso di Haynes) sia la personale interpretazione, la voglia di sfidare il passato e la grandezza di una leggenda vivente quale Dylan è divenuto. Un artista così poliedrico, ripeto, non può essere letto in modo univoco, non c'è storia! Ognuno ha il diritto e la necessità di vederlo e di interpretarlo a suo modo e credo che Haynes ci sia riuscito egregiamente. Era facile aspettarsi un flop (io stesso lo credevo un film molto più convenzionale, classico), e invece sono rimasto piacevolmente molto sorpreso!
Non credo neppure, come invece tu sostieni, che la parte di Gere sia stata uno specchietto per le allodole, uno stratagemma insomma per aumentare gli introiti grazie ai finanziamenti di mamme cinquantenni che ancora aspettano l’arrivo del bel Richard che le porti via come delle vere Pretty Women… Anzi credo che Gere dopo molti ruoli non eccellenti si sia finalmente preso le responsabilità di un interpretazione non facile.
E soprattutto non vedo, francamente, come una pellicola del genere, così strutturata, in cui la politica è solo tangente (“la politica è inutile!”) alla narrazione – basti pensare a come questo tema poteva essere sviluppato all’ennesima potenza in un film su Dylan e sui suoi anni – possa rappresentare anche un timido, nascosto attacco alla politica di Bush: ormai sembra diventata un’ossessione da una parte e dall’altra attaccare, difendere, rivalutare, distruggere la figura dell’attuale Presidente americano. Per fortuna l’arte è spesso libera dalla politica, “Io non sono qui” non ne è che un particolare caso.
Insomma, ripetendomi, c’è del vero in ciò che dici e capisco che per un grande appassionato di qualcuno o di qualcosa sia difficile acconsentire, accettare pienamente l’opera di un’altra mente che tenta di ritrarre uno dei tuoi “idoli”: io stesso, lo confesso, non sono pienamente convinto del film per alcune scelte di regia (che in generale è tuttavia splendida, carismatica, stralunata), di recitazione (personalmente la Blanchett non mi è sembrata così superiore rispetto agli altri elementi del cast, anzi!) e per la lunghezza: forse una bobina in meno avrebbe evitato delle ripetizioni alla lunga molto pesanti.
Non sono un grande esperto di Dylan, ma lo conosco abbastanza: tuttavia non mi sono per niente annoiato né ho pensato, mentre mi assaporavo i continui stacchi di regia, che fosse la persona più noiosa di questo mondo, magari semplicemente MOLTO MOLTO complicata, MOLTO MOLTO controversa…

Colonna sonora divina, ci mancherebbe…

Filippo

Bruno Jackass said...

Ho appena visto il film...
Mia moglie, che di Dylan conosce soltanto le canzoni più famose, s'è annoiata molto e s'è fatta di Dylan una brutta immagine. Dal canto mio credo sia la peggiore opera sulla vita di Dylan che ho mai letto/visto/ascoltato. Sono stati presi tutti gli aspetti più mitizzati del personaggio e sono stati mistificati a fini spettacolari. Sembra più che altro un trip onirico su come Dylan può apparire nella mente di un fan "decerebrato" e disinformato.
Molto peggio di quel film pessimo sulla vita di Jim Morrison.
Una cosa che mi ha sconvolto è che la consulenza ai dialoghi italiani sia stata a cura di Tito Schipa Jr., cioè del peggior traduttore/intreprete di Dylan in Italia. La versione in lingua originale deve essere sicuramente meno peggio.
Il fatto che Dylan abbia autorizzato il film non significa nulla perché credo che neanche l'abbia visto e comunque Dylan ha sempre giocato a distruggere il proprio mito per poi rinascere, più forte, dalle proprie ceneri.
Potremmo stare ore a criticare ogni singolo fotogramma... ma è una perdita di tempo.
Le uniche emozioni sgorgano dalle canzoni di Dylan, e particolarmente da quelle cantate da lui.
Per fare arte non bastano sei attoroni e un regista, ci vuole un cuore.

Bruno Jackass said...

Solo per aggiungere, poi, che la traduzione del titolo è sbagliata grammaticalmente e semanticamente. "Io non sono qui" è esattamente il contrario di "Io non sono lì" e se vogliamo le implicazioni logiche sono completamente diverse...

Paolo Vites said...

Bruno dice: "Io non sono qui" è esattamente il contrario di "Io non sono lì" e se vogliamo le implicazioni logiche sono completamente diverse..."

Esattamente.

Anonymous said...

Ciao Paolo, grazie per l’occasione datami di esprimere le mie impressioni sul film. Accettato subito l’invito a ritornare da queste parti…

Eh si, sono tornato a vederlo con il doppiaggio in italiano e devo dire che la mia impressione positiva sul lavoro di Haynes non è rimasta scalfita nemmeno dal danno provocato dalla perdita del gusto particolare di sentire esprimersi gli attori nella lingua dell’artista.

Non capisco comunque la scelta di sottotitolare alcune canzoni e non altre, come Mctell o Cup of coffee o, ancora più grave, proprio la fondamentale I’am not there (la cui traduzione più plausibile, peraltro, nel contesto della canzone, sarebbe “IO NON CI SONO”)

A parte ciò, il film regge anche doppiato, il che francamente mi ha sorpreso, e non fa che confermare il mio parere sulla grandezza del film.

Ti dirò di più, dopo la seconda visione non trovo nemmeno un segmento del film che non vada bene, ho riabilitato anche le due parti che mi avevano convinto meno (moglie bambini divorzio-pastore dylan)

Secondo me è un film stupendo e ti apre come per magia per 2 ore la porta nel mondo dell’artista e della sua vita.

Il film è già molto bello dal punto di vista cinematografico, indipendentemente dall’interesse particolare che uno possa avere per l’artista rappresentato, ma se si ama Dylan diventa una esperienza sconvolgente.

Che dire, forse soffro di dylanite acuta ? Devo farmi curare?

E lasciamo stare se chi va a vederlo esce confuso e non ci capisce niente o prova noia : ma come si fa ad annoiarsi, bisogna avere una sensibilità di pietra per non lasciarsi coinvolgere dalla miscela da brividi dell’impatto delle immagini e della musica incessanti che lasciano senza respiro (una per tutti, woody-bob al capezzale di woody guthrie con audio sparato su Blind Willie Mc Tell).

E se un non fan non reagisce con interesse ( e sottolineo interesse, non necessariamente approvazione) a tutto ciò, mi dispiace, ma allora è meglio lasciar perdere, perché tale tipo di pubblico non reagirebbe neanche ad un concerto dal vivo di Bob allora, o, per quanto al cinema, neanche ad 8 ½ di Fellini.

Ma per chi conosce Dylan il film dovrebbe essere una ubriacatura dei sensi.

Dopo averlo visto la seconda volta, sinceramente sono ancora più sconcertato dai giudizi dei così detti fans di Dylan che liquidano il film come spazzatura. Ma cosa mai avranno capito di Dylan tali fans - a noi così oscuro- tanto da spiegarci che solo esseri limitati possono accontentarsi di una “confezione” per decerebrati e disinformati. Ma disinformati di cosa? Che non aveva due figlie e che Claire-Sara-Suze non era una pittrice? Che la conversione religiosa non è del 74 ma del 79? Che Coco non stava Londra ma a New York? Che dopo l’urlo “giuda” non se ne è andato dal palco travolto dalla folla , ma ha continuato dopo aver incitato a suonare a tutto volume Like a rolling stone? Che altro ancora? Sono questi i dettagli che disturbano i conoscitori?

Illuminateci sulle disinformazioni, chiarite le mistificazioni, prendete una cinepresa con sottomano le biografie di Dylan ed i dvd di No Direction Home e Don’t look back, convincete Bob che la sapete lunga, e fategli ritirare la concessione dei diritti a Haynes, ottenendoli anche voi per l’eternità e per tutto l’universo e fateci vedere come si fa finalmente a raccontare con arguzia, classe , sentimento ed originalità il nostro Bob Dylan, e poi accorreranno numerosi nella sale, gusteranno senza annoiarsi ed usciranno finalmente conquistati dall’artista e convinti di aver afferrato finalmente chi è Bob Dylan, l’artista del trapezio.

Andrea Orlandi

Gabriele Gatto said...

D'accordo in pieno. Film troppo "esoterico" e limitato allo stesso tempo...
Giudizio negativo.

Bruno Jackass said...

Andrea,
per me "No Direction Home" è più che sufficente a farsi un'idea della figura di Dylan.
C'è anche più emozione lì che in qualsiasi film hollywoodiano o musical di Broadway che si possa concepire (a proposito che fine ha fatto il musical su Dylan che stavano preparando???).

Questo filmaccio consegna Dylan alla storia dello "star-system", invece che alla storia della letteratura.

La scena dell'incontro con Ginsberg è emblematica:
un rockettaro montato è ipereccitato per il fatto di essere salutato da un finto Ginsberg rincoglionito in motocicletta...
Preferisco 1000 volte vedere Ginsberg in persona che racconta la sua sensazione al primo ascolto di "Hard rain", o quando parla della "colonna d'aria" che Dylan muove attorno a sé col respiro del suo canto.
Ma ci rendiamo conto della differenza?!?!?!

Non nego che se avessi visto "Io non sono qui" a 15 anni forse ne sarei rimasto entusiasta... ma ne ho 45 e d'acqua sotto i ponti ne è passata parecchia.

Sono innamorato di Dylan da una vita, ma non per questo accolgo tutto ciò che fa o che lo riguarda in modo acritico.
I suoi concerti attuali non mi piacciono, i suoi film mi lasciano perplesso :-), Modern Times non mi ha soddisfatto del tutto. Preferisco piangere riascoltando "Cross the green mountain", "Blind Wille McTell", "You belong to me", "Hard rain" live in Nara...

Di certo il fesso sono io, perché dai trailers avevo capito che era una boiata e non avrei dovuto andare a vederlo.

Paolo Vites said...

Andrea: per semplice curiosità, hai mai visto Velvet Goldmine, sempre di Todd Haynes?

Anonymous said...

Ciao Paolo, non avevo mai visto prima di I am not there films di Haynes,ed ora, anche se penso non sarà facile, proverò.
Ti saprò dire

Ciao
Andrea

stefano said...

Penso che riguardo il film,la verita' sta nel mezzo e cioe' tra quello che afferma Paolo e cio' che dice Andrea,in ogni caso nel bene e nel male Bob Dylan continua a far parlare e accende discussioni come quando nel lontano 1962 entro' nel mondo musicale,e comincio' a far vedere a tutti la sua arte o meglio il suo genio.

stefano said...

Un ultima cosa da non sottovalutare che ho tralasciato nel post,e' il senso di angoscia e di disorientamento che provoca il film,a me ha dato questa situazione quando sono uscito dalla sala,e non e' poco,anche io come Andrea ho segnalato su Maggie Farm (il sito) la scena commuovente di Guthrie e Dylan-kid,e' tutta scena che lascia senza commento per quanto riesce ad essere potente e suggestiva,soprattutto con la musica in sottofondo,ed in fine il senso di sofferenza che traspare dall'inizio alla fine del film,sofferenza sia del mondo musicale e vita privata.
Gia' queste due situazioni possono dare al regista la sua giusta parte,e cioe' di aver fatto un buon lavoro,e secondo me ci e' riuscito,se non altro uscendo dal cinema siamo entrati per un attimo nella mente di Bob Dylan.

Bruno Jackass said...

Io tutta questa sofferenza nella vita vera di Dylan non la vedo... Bob Zimmerman era un ragazzetto della media borghesia della provincia americana che ha inseguito testardamente il suo sogno, con una grandissima intelligenza e consapevolezza del proprio immenso talento e spesso anche con un certo cinismo. Forse è l'unica persona al mondo che ha sempre fatto esattamente quello che gli pare e piace.
La trasformazione di Zimmerman in Dylan è il vero mistero irrisolto.
Sempre per citare No Direction Home ricordate quando Mavis Staples si domanda "da dove viene questo ragazzino che canta 'prima di poter essere chiamato uomo'? Mio padre non poteva essere chiamato 'uomo', ma lui che c'entra?"
La Baez che dice: "la sua mente non funziona come la nostra..." o il produttore che dice: "Dio non gli ha messo la mano sulla testa ma deve avergli dato un gran calcio in culo...".
Aspetto un film che mi faccia capire veramente qualcosa su Dylan, cioè su come una persona, apparentemente uguale a tutte le altre, possa scrivere, a 20 come a 66 anni, centinaia di capolavori senza tempo e cantarli come nessun altro potrebbe o saprebbe fare.

GIORGIO said...

arrivo tardi, sorry.. ma l'ho visto solo ieri sera..

colonna sonora: grandissima scelta dei brani nell' 85% dei casi. poche cadute di stile.
film: io penso che nel complesso sia piuttosto gustoso come film. certamente TOTALMENTE ancorato alla scorza, alla superficie. questa e' la cosa piu' impressionante. una totale rappresentazione di cio' che appare senza mai un briciolo di domanda su "ma perche' e' successo tutto cio'"?? NDH e Chronicles (benche' un libro, sorry) sono di un altro pianeta.

uscito dal film non ero scontento. mi e' sembrato un gioco di Haynes, con la sua visualizzazione del mondo (anfetaminico) di dylan. chiaro, io avevo la mia, ed e' diversa, ma l'ho trovata tuttosommato divertente.

il piu' irritante e' billy the kid. benche' il villaggio uscito dai basement tapes sia buffo.
irritante anche la svolta cristiana, ma e' una scena molto americana.
piu' che le scene di litigio con la moglie (anche quelle veramente si fermano diabolicamente solo alla descrizione esteriore) mi ha deluso la rappresentazione del dylan di quel periodo.
ok, bello il crescendo emotivo su Thin Man. la scena sotto il crocifisso e' da vedere in inglese.

alla fine hai ragione. e' un film senza cuore. senza anima. il cuore, l'anelito a conoscere, a scandagliare il proprio e l'altrui destino.
anche il mondo dei basement che ho in testa io non e' una cosa bufffa, e' un mondo popolato si' dei piu' strani personaggi, ma che sono i personaggi, i mostri, i bistrattati che escono dai fiumi, dalle montagne e dai boschi di ogni angolo dell'america e del mondo, inaspettati negoli angoli bui. sono le mille voci cantate di secoli di vite umane e avventure che dylan prende gira e rigira e smonta e rimonta per capire per mettere insieme i pezzi.. cercando di capire cosa ci sia dietro il puzzle..

rag

Paolo Vites said...

mpre in ritardo voi milanisti...
grazie del bel commento

Paolo Vites said...

un mio amico, incontrato oggi: "ma chi è l'attore?? voglio dire, cosa centra un attore sposato e che poi divorzia con la storia di bob dylan?? eravamo in sette al cinema e nessuno ha capito cosa centrasse"

haha todd haynes ha fatto centro direi

stefano said...

In effetti chi non conosce Bob Dylan e il suo percorso artistico o meglio la sua arte cosa puo' capirci dal film?

Sono costretto a difendere todd haynes,perche' secondo me ha fatto un buon film,anche se questa mia affermazione e' fortemente condizionata da circa 20 anni che seguo Bob Dylan,e forse non fa' testo.

Ma d'altra parte se vai a vedere un film di Fellini chi lo capisce fino in fondo?

Paolo Vites said...

capisco stefano - non capisco però qual è la connection tra dylan e todd haynes - io adoro bob dylan ma non sopporto il modo di fare film di todd haynes - molte critiche che ho ricevuto sono quasi tutte condizionate da qs incredibile schizofrenia: ma come, vites parla male di un ilm su bob dylan? ecco, vites non ha mai capito niente di bob dylan etc

per favore: dylan non ha neanche visto questo film e con esso non c'entra nulla. il probelma dei dylan-fans è che non bisogna criticare qualunque cosa sia anche tangenzialmente connessa al loro idolo, anche se di fatto lui è estraneo alla cosa in questione. pura idolatria senza un minimo di uso della ragione.

Anonymous said...

La ringrazio per Blog intiresny

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