Monday, April 19, 2010

Frutta & Verdura Day

She said heaven isn't happening,
she said heaven is a drug,
she said Heavenly were cool, I think they were from Oxford,
I only had one single, it was a song about a pure and simple love,
there's a girl on Heaven Hill,
I come up to her cabin still,
and she said Husker Du got huge,
but they started in St Paul,
till you remember that it makes no sense at all,
and heaven is the whole of the heart,
and paradise is by the dashboard light,
Utopia's a band, they sang "Love Is The Answer,"
and I think that they were probably right

(...)

She said heaven is whenever,
we could get together,
sit down on your floor,
and listen to those records

(The Hold Steady, Heaven is Whenever)

Anche i negozietti di frutta e verdura stanno chiudendo uno a uno, ma a nessuno è ancora venuto in mente di fare un Frutta & Verdura Day. Il fatto è che quello del Record Store Day è solo uno dei tanti romanticismi con cui si rilegge la realtà che poi di così romantico ha ben poco. Intanto il negozio di dischi è una impresa privata a rischio e pericolo di chi la intraprende come qualunque intrapresa della società capitalista, per cui non vorremmo proprio si arrivasse ai fondi governativi (tipo quelli per l'editoria o per il cinema) anche per i negozi di dischi. Che poi il vecchietto e la vecchietta che vendevano frutta e verdura erano spesso più simpatici di tanti negozianti di dischi. Che negozi di dischi come quello di High Fidelity/Alta fedeltà esistono solo nei film.


Negli anni 70 i negozi di dischi erano sì una figata, ma perché allora la musica che si vendeva (anche in Italia) era una figata. Ricordo vinili impossibili oggi da trovare anche su e-bay. I negozianti di dischi degli anni 70 invece perlopiù di musica non capivano una bega. A Chiavari il miglior negozio di dischi era di proprietà di uno che fino a poco tempo prima vendeva elettrodomestici e casalinghi, poi riciclatosi in discomane fiutato l'affare. Negli anni 80 e 90 diventò anche peggio, quando i negozi di dischi si misero ad aprirli o a gestirli gli ex acquirenti degli anni 70, tutti mediamente snob spocchiosi e tuttosapiens della musica rock che ti guardavano come una merdaccia se chiedevi se avevano un disco di Johnny Cash invece che l'ultimo di qualche sconosciuta band psychobilly del Nicaragua. Erano anche brutti i negozi di dischi di Milano, tetri minuscoli e polverosi, a parte un paio. E comunque ci trovavi sempre perlopiù quello che al negoziante o alla sua clientela "di nicchia" piaceva, non c'era mai un assortimento variegato. O altri negozi di provincia dove dovevi entrare già sapendo cosa volevi comprare o cosa il negoziante ti "consigliava" di comprare (leggi, smerciava) perché manco potevi frugare tra gli scaffali. La Casa del Disco di Varese, quello sì era un gran bel negozio con dentro gente simpatica e competente. Anche in Via Farini a Milano c'era un bel negozietto, dove andavo quasi sempre. Uno dei due che ci lavorava era un vero figo, andava a procurarsi vinili di importazione alle fiere. Ogni volta che gli compravo qualche rarità, quasi non voleva vendermela perché si lamentava, "e adesso dove lo ritrovo Dr. Byrds and Mr Hyde originale americano del 1969??". Teneva più ai dischi che ai soldi che avrebbe guadaganto. Ma i bei negozi di dischi con tanto di caffetteria inclusa l'ho trovati solo a Londra, tipo Rough Trade.


Non rimpiango questi negozietti. Mi trovo benissimo alle varie Feltrinelli di Milano (alla Fnac no, che ha un reparto dischi abbastanza penoso) che sono spaziose, eleganti, ricche di assortimento e hanno anche il bar e ti fai un drink o un caffè e dopo i dischi scendi o sali e vai a cercarti anche un bel libro. Ma il supermercato è sempre esistito, tanto è vero che nel 1976 il mio primo "ellepì" lo comprai alla Standa, figuriamoci. E poi c'è il discorso prezzi: che senso ha comprare i dischi in un negozietto (ma anche alla Feltrinelli eh) che ti fanno pagare 23 euro (!!) quando su Internet lo stesso disco lo trovi a 11 euro spese di spedizione incluse (no, non su Amazon; altrove).

Per non parlare della tipica clientela che ogni tanto mi trovo intorno quando vado in quello che è l'unico posto a Milano dove c'è oggi un assortimento di vinili da "anni 70". Nerds (me compreso ovviamente) tra i 40 e i 50, che non guardano in faccia nessuno (il negozio di High Fidelity/Alta fedeltà con la sua clientela simpatica e balorda è proprio una cosa da film) che si sdraiano sugli scaffali con il labbro pendulo e lo sguardo bramoso quasi fossimo in un sexy shop scartabellando furiosamente tra i dischi per paura che qualcuno possa arrivare a rubargli la rarità che stanno cercando. E la simpatia dei commessi, lasciamola perdere... Roba da dire: ma sono anche io così, ecco perché mi vengono gli attacchi di depressione. No, meglio fare un bell'ordine di dischi via Internet così non mi vedo allo specchio.


Piuttosto pensavo: visto che ormai la mia generazione, che è quella che comprava e ancora compra dischi, si avvicina a grandi passi verso l'ultima sponda, cosa vogliamo farcene delle quintalate di vinile e plastica digitale che abbiamo accumulato in vita? Al mio parentame glie ne può fregare di meno. Una tomba di famiglia per metterci tutti i dischi non ce l'ho. Pensavo che potremmo fare una sorta di testamento discografico cumulativo, per chi ha voglia di unirsi, una roba bipartisan ovviamente, e donare tutto a qualche biblioteca cittadina, magari in Monrovia o in alta Brianza. Pensate: una decina di tipi come me quanti dischi si lasceranno alle spalle. Vogliamo rendere felici le prossime generazioni? Dai, partecipate alla proposta di legge per il testamento discografico, prima che sia troppo tardi e uno scioppone vi si porti al diavolo con tutta la vostra collezione di rare band post rock giapponesi.

Anzi, io proporrei di farla già in vita questa donazione. Altrimenti rischiamo di trasformarci tutti come il protagonista di questo splendido video qua sotto. Chiusi in cantina a sentire sempre i soliti dischi. Che è un po' quello che succede anche a chi fa blog. Chiusi nella propria cameretta a compiacersi di recensioni scritte anni fa di cui oggi non cambierebbero una virgola tanto sono azzeccate, a domandarsi come mai il Gazzettino di Pizzo Calabro non li assuma come capo servizio spettacoli, ad alimentare dibattiti interessantissimi con i tre lettori del proprio blog o ad accenderne di nuovi su blog di cui non gliene frega niente di quello che vi si scrive. Eh, come diceva Lui, get a life... prima che sia troppo tardi.

17 comments:

Anonymous said...

Mi permetto di riciclare (appunto) un mio vecchio intervento in un forum musicale...

"Quella della montagna di dischi (libri, dvd, fumetti) che uno si lascia dietro è una cosa a cui penso spesso.

Faccio un esempio riferendomi alla mia esperienza personale.
Come penso molti della mia generazione (sono del '74) ho cominciato a farmi le prime idee e ad ascoltare musica frugando tra i dischi dei genitori. Erano a malapena una quarantina di LP (comunque una collezione di tutto rispetto per l'epoca), qualcosa di musica classica, qualche "errore di gioventù" (Rita Pavone, Morandi, Mal), ma anche i più bei dischi di De André e Guccini, qualcosa di Simon & Garfunkel e soprattutto "Sticky Fingers" dei Rolling Stones e un paio di raccolte degli "Shadows": gli album che avrebbero innescato la mia passione per il rock prima e per la musica in generale poi.

Ora mi chiedo se un mio eventuale figlio potrebbe fare la stessa (bellissima) esperienza con la mia collezione. Come si porrebbe il povero moccioso di fronte alle mie migliaia di CD, tra comprati e masterizzati, davanti alle centinaia di discografie in mp3 complete (live e bootleg compresi), di centinaia di artisti dei più disparati generi musicali? Ne sarebbe incuriosito e affascinato, o intimorito e atterrito?

E se mio padre, invece che solo quei due umili LP, degli "Shadows" avesse avuto il maxi cofanetto di 40 CD con tutte le registrazioni del gruppo dal 1958 al 1983, con tutte le session, i demo e le versioni alternative (invento, non so se esiste, ma temo di sì), mi sarei appassionato comunque?

E i miei 150 e più album di Dylan riuscirebbero ad accendere nei miei eventuali eredi la scintilla, come con me riuscì a fare quell'unico rovinatissimo album degli Stones di mia madre? O piuttosto, come è probabile, una tale impenetrabile massa di musica gli provocherebbe solo rifiuto e noia?

Insomma, per chi accumuliamo, masterizziamo, collezioniamo e mettiamo in ordine la nostra musica? Che senso ha? Piacere personale? Mah, c’è troppo metodo in questa follia...

Piccoli critici?
Peggio!
La realtà è che siamo tutti piccoli fondatori dei nostri piccoli musei personali.
Che tanto piccoli non sono nemmeno.

In questo senso il supporto virtuale rispetto a quelli classici, qualcosa di meglio ce l'ha di sicuro: quando ci porteranno all'ospizio o al cimitero, nessuno dovrà spaccarsi la schiena per buttare via le nostre amate collezioni, basterà premere "canc" e il disturbo sarà tolto."

Tommaso.

Maurizio Pratelli said...

qui mi cogli preparato. al testamento discografico ci penso da tempo. Dai facciamo una fondazione che abbia un scopo conservativo. Insomma una vera e propria discoteca che raccolga le nostre ceneri viniliche.

Anonymous said...

ahimè sono del '56 / e come melville ha costruto una piramide su una semplice frase (chiamatemi ismaele) / più modestamente ho costruito un piccolo museo (dal quale si possono capire persino le riviste musicali che ho letto nel corso della mia vita) a partire da Who's next e Desperado degli Eagles / già da un pezzo mi domando anch'io: a che pro? / il mostro si è ramificato in più direzioni, ma, nel senso di trasmettere ai miei figli le mie passioni, in realtà ha potuto di più portarli ad un concerto di dylan (2001 mi pare) e ad uno del boss a verona (PS sessions) / cmq: seriamente ---> se qualcuno ha un'idea non faceta per il destino futuro di tutte queste COSE (memento che siamo nel mondo e non del mondo /// mò mm'o segno direbbe il buon Troisi) mi dichiaro interessato.

alexan wolf

PS sottoscrivo al 100% il discorso sui negozi di dischi (vecchi e nuovi)

Fausto Leali said...

Mi hanno appena pagato una consulenza in buoni acquisto Feltrinelli...mo' vado a rifornirmi poi mi dite voi dove devo mettere tutta la mia collezione...
cheers

laura said...

ogni tanto lo dico a franco,
che di dischi ne ha migliaia
(per non parlare di cassette e cd)

se organizzate fateci un fischio, ché i suoi figli (e credo anche i miei) non sono poi così tanto interessati...

per franco oltretutto c'è anche un vantaggio: sono INCREDIBILMENTE in ordine alfabetico e cronologico. una bella comodità, quando si trattasse di archiviare..;-)

franco said...

...e i CD sono anche già catalogati in file excel!

ok, l'idea può essere buona, però parliamone tra una quarantina d'anni please ;-)

Anonymous said...

Mary Poppins !!!!
Wonderful !!

Ursula

uvapassa2000 said...

sai che ci avevo pensato anch'io ad una biblioteca aperta a tutti?

ciao,
pierluca.

luciano said...

Qualche rapida – più o meno - osservazione sui negozi di dischi, fermo restando che è senz’altro vero che la sparizione dei piccoli esercizi a favore dei super-iper-mega-ultra-mercati è problema comune ad ogni attività commerciale e che, come Paolo, qualcuno dei miei primi dischi (fine anni ’70) l’ho comprato alla Maxi Standa di Castellanza (Street Legal, credo, e senz’altro l’antologia di Dylan anni Sessanta – edizione italiana con note di copertina di Paolo Limiti….) o in un negozio di elettrodomestici - lavatrici e consimili – dove c’era un mini scaffale di ellepì dove, a volte, per meccanismi a me incomprensibili, arrivavano cose tipo l’edizione giapponese (ovviamente comprata, nel resto del mondo uscì un anno dopo o giù di lì) di “At Budokan” del solito Dylan.

Il 31 dicembre 2009 ha chiuso dopo almeno venticinque anni di attività “Melody Maker” del mio amico Gianmaria, che magari non era proprio come il negozio di “Alta Fedeltà” (ma quale poi? quello londinese del libro o quello poi rappresentato al cinema?) ma era un punto di ritrovo per i non troppi appassionati della zona, nel quale – negli ultimi due anni circa - si erano esibiti (mi limito a quelli a cui ho assistito, ma dimentico senz’altro qualcuno e me ne scuso e comunque la lista è più ampia) Fabrizio Poggi, i Cheap Wine, Joe D’Urso, Kevin Welch & Kelly Mickwee, gli Headwater, Miami & The Groovers, Jonny Kaplan, Lorenzo Bertocchini,
Oltre a garantire un efficientissimo servizio personalizzato (ovvero Gianmaria spediva SMS ai suoi abituali clienti con le novità in uscita per sapere chi voleva cosa).

Sui negozi milanesi, ha ragione Paolo: senza fare nomi, ma uno storico negozio milanese – tuttora attivo – in zona Cadorna è rinomato per la scarsa simpatia (eufemismo) che accomuna i suoi dipendenti (mi sono sempre chiesto se sia un requisito richiesto ai fini dell’assunzione e se un potenziale commesso ipercompetente ma – per sua disgrazia - simpatico possa venire scartato a seguito di regolare colloquio di selezione).
Quanto ai megastore milanesi, è vero che il reparto discografico (o come si debba dire adesso) della FNAC è organizzato/gestito in maniera discutibile, ma talvolta senza apparente spiegazione logica – un po’ come nel negozio di elettrodomestici legnanese di trenta anni fa, in fondo – si trovano cose belle ed inattese – e difficilmente reperibili altrove (in tempi abbastanza recenti, andando a memoria, “Shoot Out The Lights” di Richard & Linda Thompson, “Gravity Talks” dei Green On Red, “The Longest Day” dei Del Fuegos, eccetera).

Ciò detto: 45 anni, senza figli, unico possibile erede, in termini giuridici, un fratello (maggiore) a cui piacciono gli Abba e Miguel Bosè (lo hanno scambiato nella culla, è evidente...). Una caterva di CD sistemati sugli scaffali secondo una logica assolutamente autoreferenziale (cioè io li trovo ad occhi chiusi, eventuali altri non li troverebbero mai), ma catalogati in apposito file access (come i libri peraltro).
Quindi senz’altro interessato – ovviamente con la prospettiva di realizzarlo tra quarant’anni almeno – ad una possibile fondazione/biblioteca/lascito cumulativo dei supporti fonografici (… a proposito di storici negozi milanesi che hanno cessato l’attività) accumulati negli anni passati e,certamente, pure in quelli a venire.

luciano said...

non l'ho scritto prima e me ne scuso... "Melody Maker" era a Legnano

Paolo Vites said...

belle storie, davvero, ringrazio tutti per aver tradotto in linguaggio sensato i miei sproloqui.
Luciano, a Legnno onestamente non ci ho mai messo piede, però mi hai fatto venire in mente un gran bel negozio che si trovava fuori Como, ma proprio su una strada provinciale, molto carino e molto ben gestito. chissà come si chiamava e chissà se esiste ancora

Paolo Vites said...

ursula, you needed mary poppins to post a comment :-)

luciano said...

credo che il negozio comasco fosse a Lipomo, non ne ricordo il nome, ma non trovandone traccia su internet temo sia stato chiuso anch'esso.

Riguardo a Legnano, considerando l'abbondante offerta milanese e la vicinanza geografica con Gallarate (...), aldilà della mia amicizia con il gestore, credo che gestire per venticinque anni abbondanti un negozio per appassionati sia stata un'impresa pressoché eroica

Gattosecco said...

Ci penso da tempo (nonostante i 33 anni) che da morto i miei cd e i miei libri potrebbero trovare una giusta collocazione in una biblioteca paesana, perchè onestamente, guardando chi mi vive intorno, penso che donare loro quel materiale sarebbe come donare perle ai porci. Quindi penso sia giusto che certe cose siano usufruibili per chi ha voglia di alzare il culo dal divano.

Per quello che riguarda i negozi di dischi: io sono a favore del piccolo negoziante. Ho comprato per dieci anni da un piccolo negoziante, col quale instaurai anche un rapporto umano (esistono ancora, seppur raramente). Ora che il mio negoziante ha chiuso, sono in mezzo ad una strada. E non capisco per quale losco motivo le case discografiche imponevano prezzi assurdi ai negozianti,mentre i grandi centri commerciali potevano applicare prezzi concorrenziali. Siccome da morto i soldi nella tomba non mi serviranno, continuo a foraggiare i piccoli negozianti. Sì, sono un sovversivo sedizioso del commercio. E mi sento bene per questo.

Maurizio Pratelli said...

credo che il negozio che citi fosse a lora o lipomo, la provinciale che porta a lecco. ci compravo le copertine per proteggere i vinili.....

hazel said...

Io alla Standa andavo a rubare i vinili,anzi le vecchie cassette:)

kaapi carla said...

Magnifico!
Sono piuttosto avanti con gli anni ,senza figli, con la casa traboccante di musica, parole ed immagini. Forse anche troppo.

Mi associo al testamento, nonostante iil timore di non essere all'altezza. Credo proprio che la mia discografia (pochi vinili rispetto ai cd) non sia certo ordinata e neppure proporzionata alla vostra! Poi, è molto di parte: prevalgono Bob e svariati esempi di world music soprattutto di luoghi sperduti (di preferenza registrata sul campo dal vivo e quasi impossibile da ascoltare per gli altri o almeno così sembrerebbe ).

Domando. Non è che il testamento si potrebbe estendere anche a libri e documentazione(diari,foto,ecc) in tema ? Come una testimonianza di vita attraverso la musica (di sostegno,sopravvivenza, guarigione,avventura, miracolo, ecc,) ? Una Associazione di testimonianza? Ceneri fertilizzanti.

E chiediamo a Mary Poppins, no?
:-)
Ah, grazie !
kc

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