
A parte la voce, davvero povera cosa, la produzione del disco però mi era sembrata sin da subito superba. Di fatto, Jonathan Wilson ha fatto quasi sempre questo nella vita, produrre e arrangiare e scrivere per altri artisti. Produzione davvero superba, folk psichedelico tra Grateful Dead e Neil Young. La voce, però. E le canzoni, Waters Down apre uno squarcio che fa ripensare a tutto il disco. Ecco che c'è andato a fare Jonathan Wilson a Laurel Canyon. A evocare fantasmi. No, non a copiarli. A farli uscire dal buio, per il tempo che dura il suo disco. A invocare gli spriti, buoni, dannati, innocenti, malvagi. E li sa evocare benissimo. Anche questa voce ha un senso. L'apoteosi di questo sabba di una afosa notte ferragostana a Milano sono i dieci minuti e passa della conclusiva Valley of the Silver Moon. Qua tra questi palazzi indecenti non c'è una valle, ma c'è ancora un ultimo sprazzo di luna argentata.
Il senso di Gentle Spirit? Null'altro che mandare tutti i ventenni e i trentenni che sbaveranno per questo novello Fleet Foxes a recuperare quei dischi che lui evoca: Souvenirs di Dan Fogelberg, White Light e No Other di Gene Clark, Be True to You di Eric Andersen, Mud Slide Slim and the Blue Horizon di James Taylor, On the Beach di Neil Young, For Everyman di Jackson Browne. Gente che a Laurel Canyon ci viveva quando ancora le Signore dei Canyon avevano domicilio lì. E i cui dischi sono tutt'oggi un centinaio di spanne meglio di quelli di Jonathan Wilson, con buona pace del suo spirito gentile che comunque apprezziamo, amiamo e mettiamo al caldo per le notti di angoscia, che sono sempre tante.
No comments:
Post a Comment