Tuesday, December 27, 2011

The road goes on forever and the party never ends

I know Jesus is on that mainline
Tell Him what you want
Jesus is on that mainline
Tell Him what you want
Jesus is on that mainline
Tell Him what you want
Call Him up and tell Him what you want

(cantata al funerale di Carlo Carlini, da Angelo Leadbelly Rossi)


Quella strada percorsa milioni di volte. A ogni ora del giorno e della notte, alba, tramonto, notte fonda e pomeriggio. Con qualunque tempo, neve, ghiaccio, sole, primavera e autunno. Di corsa, perché bisognava correre quando Carlo Carlini chiamava per un nuovo concerto: “the road goes on forever and the party never ends” dicevamo, e per molti anni è stato davvero così. Quella strada che poco a poco lasciava le code e le fabbriche e puntava in mezzo ai boschi, era come svoltare ed entrare in una realtà parallela. Poi il grande fiume argentato, il Blue River, il Mississippi di noialtri con quel ponte di fero che sembrava davvero di svoltare verso New Orleans. Oggi quella strada che mi mancava da tanto tempo mi riporta in quei posti, svolto e rivedo la sala dei tanti concerti, battaglie rock infinite. Ma questa volta non c’è un concerto e devo proseguire. Mi ha detto Paola, figlia di Carlo, “vieni martedì a dare il penultimo saluto a papà”. Già è proprio così e grazie Paola per avermelo fatto capire: quando una persona cara muore non è un addio per sempre, è solo il penultimo saluto prima dell’ultimo vero saluto, quello che durerà per l’eternità. Quando ci rivedremo. Non avrebbe senso quello che abbiamo vissuto qua, altrimenti, se un funerale fosse solo l’ultimo saluto.

Il giorno prima di morire Carlo aveva postato due video sulla sua pagina Facebook, che era diventato il modo per rimanere in contatto dopo anni di lontananza. Uno era del suo grande eroe amatissimo Bob Dylan: “It’s not dark yet, but its getting there”, non è ancora buio, ma lo sta diventando. Scorre un brivido a vedere che aveva scelto proprio quella canzone, come se Carlo avesse avuto un’intuizione, che quelle erano le sue ultime ore prima che scendesse il buio. Poi ne aveva postato un altro, di quello che era il suo grande eroe e amore ancora più grande: pochi lo sapevano, Carlo adorava Elvis. Ricordo la prima volta che andai a casa sua e mi mostrò tutti quei vinili fantastici di Elvis. Il video che aveva postato erano due canzoni gospel fatte da Elvis, due preghiere rivolte a Gesù, e anche qui viene un brivido: vecchio amico, ti stavi davvero preparando al grande viaggio? Stavi cercando di farcelo capire? Eri pronto, forse?

Qua all’abbazia di San Donato c’è un sole abbagliante, che giornata meravigliosa. Ci sono un sacco di volti mai più rivisti da anni e riabbracciati con commozione. Ci sono i figli di Carlo, c’è un sacco di gente, la chiesa è gremita. Lacrime certo, ma anche tanti sorrisi e serenità: non è certo un addio, questo. Raffaella, la figlia maggiore, ha parole che spaccano ricordando Carlo, e rivelando il mistero sconosciuto ai più, ma anche facendoci sorridere: “Quando hai 4 anni e sei figlia di Carlini, non puoi non ascoltare Bob Dylan”.



E mi si spalanca un flashback doloroso, ma allo stesso tempo dolcissimo di ricordi. “Per l'amicizia profonda che ci lega, ci basterebbe guardarci negli occhi per vedere trascorrere tutti quei momenti in quegli anni passati in nome della Musica... Mio padre ti ha sempre sentito vicino”, mi ha scritto nei giorni scorsi Paola. E’ stato così, oggi, un abbraccio lungo e le nostre lacrime a mischiarsi tra di loro sulle nostre spalle reciproche. Davvero non avevamo bisogno di dirci altro. E mi rendo conto che se sono quello che sono oggi, nel bene e nel male, lo devo a persone come Carlo, che hanno contribuito a farmi diventare quello che sono rendendo concreta e vivibile una passione, quella per la musica, che sarebbe rimasta istintività adolescenziale. Davvero nella vita ci si incontra per un motivo, nulla è mai casuale, ognuno ti è messo davanti nella strada della vita per farti capire un po’ meglio il tuo destino. Lo si capisce dopo però, col tempo, mai nel momento che accade. Carlo aveva una passione, quella per la musica e dunque per la Bellezza, ma non l’ha tenuta per sé. Ha voluto condividerla con chiunque e nel fare questo ha fatto la cosa più grande che un uomo possa fare sulla terra, condividere la Bellezza. Non si può fare di più nella vita, e pochi riescono a farlo.

Quanti ricordi e quante storie potrei raccontare. Milionate. Ma se il concerto, quei concerti (Uncle Tupelo, non sapevamo manco chi fossero; Ani Di Franco alla birreria Il Glicine prima che diventasse trendy per tutti gli altri; Neal Casal, da solo e con una folgorante band; tanto per dire dei giovani che aveva l’intuizione di portare per primo in Italia. E i grandi vecchi che da copertine sbiadite di vecchi vinili improvvisamente diventavano carne e ossa. Uno dei primissimi concerti che vidi a Sesto Calende fu Richard Thompson in coppia con Danny Thompson, potete immaginare che evento) erano eventi straordinari, con Carlo l’evento cominciava sempre dopo il concerto. Oppure prima. Ricordo certe notti tornando da un concerto, Carlo che cambiava improvvisamente strada e ci portava in qualche sperduta osteria o ristorante che solo lui conosceva. Il momento più bello per lui era quello e ci teneva a fartelo capire. Insieme, pochi intimi, una tavolata allegra, conviviale, come in famiglia, buon vino rosso e cibi fantastici. E grappa naturalmente: ne abbiamo convertiti di yankee al vero liquore, eh Carlo?Amava la vita Carlo, e il calore della vita. Quei musicisti americani abituati a disgustose road house o MacDonald’s di periferia rimanevano estasiati da tutto ciò. Poi, sempre, si tirava fuori una chitarra in mezzo ad avventori stupiti nel vedere tanta felicità semplice, e si cantava e si rideva. La madre di tutti questi eventi ovviamente fu quella cena, fine dicembre 1994, ristorante La Biscia di Sesto Calende: in mezzo a noi, seduti ai tavoli, Joe Ely, Alejandro Escovedo, Eric Andersen, Luigi Grechi, Rick Danko e poi ognuno a passarsi la chitarra e condividere canzoni. Indimenticabile. Cose che voi umani non potete immaginare. Lui ce le ha fatte vivere veramente.

Ogni volta con lui era un imprevisto e una sorpresa. Ti prendeva da mezzo al pubblico dove aspettavi che cominciasse il concerto e ti diceva, fammi un favore vai in albergo a prendere John. Che era John Prine, non so se mi spiego, e io ad accompagnare John Prine sulla mia macchina insieme verso il teatro. Cazzo. Oppure mentre finiva il soundcheck, a cui permetteva sempre di assistere se lo volevi, diceva, devo andare da una parte, puoi aspettare che finisce e accompagnarlo al ristorante? E ti lasciava da solo con Steve Forbert. Cazzo. E ancora: puoi accompagnarlo all’aeroporto domattina presto? Era Ramblin’ Jack Elliott, il compagno di strada di Woody Guthrie e il maestro di Bob Dylan, e così vivevo uno scampolo privato di Rolling Thunder Revue. E gli episodi da sganasciarsi, come quando fece venire, ancora una volta primo in Italia, i Phish a suonare in una Sala Marna gremita di Pish-head, i ragazzi americani che avevano seguito la band fino nella sperduta provincia italiana. Che a mezzanotte, nell’intervallo fra un set e l’altro, si buttarono a fare il bagno nel Ticino, con l’intera stazione dei carabinieri di Sesto Calende (tre in tutto) che non sapevano cosa fare per farli uscire dall’acqua. Una scena leggendaria, degna di un film di Totò.

E Chip Taylor, il fratello di Join Voight, l’uomo da marciapiede, che martella la chitarra cantando la sua Wild Thing (uno dei cinque brani immorali della storia del rock): un ricordo fiammeggiante e indelebile. Ci credo che poi Chip scrisse una canzone per te. Tu eri una “wild thing”, Carlo. Quante volte ci siamo messi a tavolino a fare i conti per far suonare Bob Dylan a Sesto Calende, in sala Consiliare? Dunque: ci stanno cento persone, se ognuno è disposto a pagare il biglietto centomila lire… no, io sono disposto a pagarne anche 200mila… ecco allora dunque dovremmo riuscire a pagargli il cachet. Insomma, non siamo mai riusciti a concludere l’affare. Ma va bene così.

Ho un ricordo, adesso, più vivo degli altri. Dopo anni che non sentivo più fisicamente la tua voce, amico, la sento come se avessi finito di parlarmi un minuto fa. E notte fonda, fondissima, siamo fuori della casa, quella di campagna, quella pink house in mezzo ai boschi della tua Woodstock personale che era anche il nostro rifugio. Siamo tornati da un concerto e tu dici, be’ ma cosa vai a fare a casa così tardi, resta qui. Non posso Carlo, ho una moglie e dei figli a casa. Va bene ok, ma è ancora presto, prima beviamoci ancora un po’ di vino: “the road goes on forever and the party never ends”. Bere non per fare gli scemi, ma perché bere insieme è più bello, anzi è proprio bello, ti lega per la vita, e si vorrebbe sempre rimandare il momento dei saluti. Stringere il tempo, fermare il tempo, come solo possono fare le nostre canzoni.

Così ecco, questo è stato il nostro penultimo saluto in attesa di quello eterno, amico carissimo di cento battaglie. Anche il funerale è stato un evento. Scommetto che il primo a venirti incontro dentro i cancelli dell’Eden è stato Elvis, seguito da Rick Danko e poi Jesse Guitar Taylor. Ti aspettavano, avevano bisogno di un promoter come te in paradiso. Io penso alle parole di Paola, ancora una volta, e cerco di sorridere in questa tristezza che adesso che il sole meraviglioso di oggi pomeriggio è calato, mi prende con un magone insopportabile: “Che Dio ci benedica tutti”. E ci aggiungo le parole del tuo amato Bob Dylan: “Possa Dio avere pietà di tutti noi”. Grazie di tutto, Carlo, il mio debito enorme.Provo le stesse parole che Joe Henry ha scritto sulla tua pagina di Facebook: "Ricordo il mio primo tour con lui come qualcuno ricorda il suo servizio militare: davvero quel tour mi fece diventare uomo, dal punto di vista professionale". E' stato così per tutti quelli che ti hanno incontrato.

10 comments:

barbara said...

Grazie Paolo

ciocco72 said...

l'urgenza di scrivere un libro sulla SUA vita (con M.Pratelli?) mi sembra imprescindibile. Hai reso alla perfezione quello che abbiamo vissuto oggi sulle rive del ticino.
Grazie

Anonymous said...

wow....

Ragman said...

Paolo, grazie di condividere queste cose. Anche in un momento doloroso, fai tornare la voglia di vivere la vita sotto un cielo grande e chiaro come quello di questi giorni.

Andrea Peviani said...

Non sapevo niente di questa persona, ma quello che hai brevemente raccontato merita, come ti hanno già scritto, un romanzo. Non un libro sulla musica, proprio un vero romanzo. Penso che ti verrebbe un libro bellissimo.

Maurizio Pratelli said...

Sapevo di trovare questo post dopo ieri. Le parole di una figlia per il padre tolgono sempre il fiato.

Anonymous said...

Paola e Raffaella,
ci siamo passate anche io a 19 anni e mia sorella a 13.
Non vi conosco, ma vi comprendo e mi sento vicina a voi.
Il mio papà amava la musica, chissà, magari starà facendo amicizia con il vostro papà.

Un abbraccio,

Francesca

Anonymous said...

It moves me deeply.
Hazel

mario said...

Condividere la bellezza anche nel dolore: che grande insegnamento!
Grazie per lo scritto

Anonymous said...

Arriverderci Carlo, e grazie per i bei sogni che ci hai fatto vivere a Sesto Calende (per me soprattutto i Phish), tuo Marcello

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