Wednesday, December 21, 2011

Un milione di piccoli pezzi (di Natale)

Leave your home
Change your name
Live alone
Eat your cake

Vanderlyle crybaby, cry
All the borders are risin’
Still no surprisin’ you
Vanderlyle crybaby, cry
Man, it’s all been forgiven
Swan’s are a swimmin’
I’ll explain everything to the geeks

All the very best of us string ourselves up for love

(The National)

Fra sei mesi giorno più giorno meno faccio 50 anni, ma stanotte di anni addosso ne sento 5.000. Tutto il peso del mondo, in quella che è la notte più lunga dell'anno e anche la più fredda, si direbbe. Ecco perché ho tirato fuori una bottiglia di Old Grand-Dad e verso quel Kentucky Bourbon whiskey ripetutamente nel bicchiere. Era dal concerto di Paul McCartney che non toccavo alcol e quasi ci stavo dentro benone. Ma stanotte no, non è possibile.

Quando ero un ragazzotto ci trovavamno con altri sbandati a casa di questa coppia di cui credo di aver già parlato che si prendeva cura di noi cani randagi in perenne fuga. Lui, un cristone di George Harrison epoca concerto per il Bangla Desh solo alto un metro e novanta, avrà avuto allora poco più di trent'anni eppure ripeteva sempre: quando avrò 50 anni mi sparo. Lui adesso di anni ne deve avere più di 60 e io di finire la mia corsa a 50 anni ci metterei la firma. No, non è mica un caso di tendenze suicide.

E' che mi sembra di aver vissuto due o tre vite allo stesso tempo, e mi pesano tutte anche perché ognuna di esse è ben infarcita di sconfitte quotidiane. Una volta un tizio mi disse che più si invecchia e più la vita si fa dura e non fa sconti. Non ho mai avuto sconto alcuno e negli ultimi due, tre anni è stata una accelerazione compulsiva di catastrofi che spezzerebbero la schiena a un rinoceronte. Se tanto mi dà tanto, sarà un helter skelter sempre più devastante.

Ne ho fatte di tutti i colori e ne ho viste di tutti i colori: che altro mi devo aspettare dopo i 50? Quello che c'era da fare è stato fatto, quello che c'era da vedere si è visto e quello che c'era da ascoltare...

A volte giro per la casa e li vedo che mi osservano di nascosto. Sembra che abbiano degli occhietti maliziosi che mi fanno cenno nell'oscurità. Prendi me. No, prendi me. Ultimamente non prendo più nessuno. Sono i miei dischi. Sono là ovunque. Non ho più tempo per ascoltarli e sinceramente neanche tanta voglia di farlo. Però sono presenze affettuose, sono come dei cari amici che ti aspettano sempre, per offrirti ancora un magical mystery ride. Sento il loro affetto pulsante. Non si stancano mai loro. Io sì, sono stanco. Mi fermerei volentieri qui, insieme a loro. Amici che non ti tradiscono mai, nessuna pacca sulla spalla e nessun cazzo di "come stai" frase che ormai ho abolito dal mio uso e proibisco a chiunqe di rivolgermi. "Sto", risponde sempre. Come si deve stare? Si vive, dunque stiamo. Tanto non ci credo che tu stai bene. Di quante menzogne quotidiane è fatta la vita.

Quest'anno non mi riesce neanche di fare una lista di dischi migliori o di concerti più belli. Oh sì, di concerti belli ne ho visti parecchi quest'anno, alcuni davvero formidabili. Ma è come se il mio ultimo momento musicale si fosse fermato a un anno più indietro. Un concerto di bellezza e di tensione uniche. La tristezza che si fa trascendenza. Quella sera che ho visto i National e ho visto le finestre abbaglianti di luci colorate della cattedrale che si illuminavano dietro le loro canzoni. Che notte. Che concerto. E' ancora tutto intero dentro di me e me lo tengo stretto.

L'altro giorno ho trovato una frase di un grande vecchio del rock che è morto qualche anno fa, ci siamo anche incrociati alcune volte sul sentiero verso le stelle. Diceva: "La canzone è il rifugio ultimo della civiltà umana, è un luogo di riposo per un cuore solo e traduce l’anima della cultura per tutti". E' così, e tanto mi basta per affrontare altri 50 anni.

Buon Natale, da parte di Matt Berninger dei National. Amo quest'uomo. E' quello nelle foto qua sotto con le sue bambine. La vita, credo, andrebbe affrontata così come fanno loro...



9 comments:

Andrea Peviani said...

Chi era il grande vecchio di questa bellissima frase?

Maurizio Pratelli said...

Grandissimo. Post del (mezzo) secolo!

Paolo Vites said...

mai scrivere sotto attacchi acuti di depressione. la foto però è bella

Anonymous said...

hey, sembra proprio un momentaccio ehhhh !!!??
beh, non ti dico su con la vita perche' la vita (se la cerchi) te la devi tirare su da solo e nessuno lo fa per te. chi crede l'incontrario e' un illuso (fesso).
che dire ? vai anche con quel Kentucky Bourbon, "affogati" in quelle presenze affettuose che ti aspettano, sempre, ne trarrai giovamento, sono amici veri. e lo sai. e poi, acnora di pu' e meglio, guardati intorno ai tuoi cari (...moglie, figli) loro sono li' ben piu' presenti dei dischi amici sulgi scaffali. loro sono cura x questi ... momenti. di piu'.
firmato, un 50 anche io.

Paolo Vites said...

grazie amico 50enne; andrea, non era un musicista, era uno che aveva lavorato per bob dylan per quasi 40 anni

laura said...

a 50 anni si scollina. e frenando leggermente si guarda il paesaggio. ogni tanto, ci si ferma. giusto per fare le prove generali di quando ci si fermerà del tutto.

non è poi così male, bro. ci sto dentro da qualche mese, e, ti giuro, non è così male.
basta frenare ogni tanto.

Paolo Vites said...

i believe in you

mario said...

Brutta bestia i 50. Dopo è meglio, rischi di capire di avere cose da dire e addirittura di volerle raccontare. Credimi. Pensa ai libri che noi ti chiediamo di regalarci, comprandoli naturalmente. E allora se dopo Marx, aprile, dopo i 50 i 51. Buon natale,, Paolo. Un abbraccio.

Paolo Vites said...

grazie mario altrettanto

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